Te lo ricordi, il Sormano, Remco, quella salita di 1920 metri che comincia a Maglio quando siamo a quota 820 con una svolta a sinistra e finisce alla Colma di Sormano a 1124 di quota, pendenza media del 15,8%, punte del 25-27% per poche decine di metri. Claudio Gregori sulla Gazzetta una volta lo chiamò un pugnale, “una lama affilata, che recide e ferisce. Chi la tocca sanguina”. Raccontò quella che chiamava “la sua nuvola di leggende, con la sua bellezza satanica”. Era stato inserito nel 1960 da Vincenzo Torriani e aveva dato scandalo. “Era infinitamente più arduo del Poggio. Di un’asprezza crudele. Ora la strada è interamente asfaltata. Una carreggiata larga non più tre metri. Presenta tre tornanti, che sembrano spire di serpente. Sulla Colma di Sormano c’è un osservatorio astronomico, dove gli astrofisici della Brianza hanno scoperto nuovi asteroidi, come «6882 Sormano» o «12405 Nespoli» in onore dell’astronauta omonimo. Il Muro è una finestra sull’universo”.
Te lo ricordi, il Sormano, Remco. Ci stavi lasciando la vita, come capita a tanti, troppi, che escono in bici sulla strada e non tornano a casa. Andasti giù da un parapetto in discesa, oltre il quale negli anni precedenti erano precipitati dei cicloamatori e pure qualche altro professionista [Jan Bakelants, Laurens De Plus, Simone Petilli], non c’era nessuna protezione, e nessuna protezione in quel giorno ebbe il tedesco Schachmann, travolto da un SUV lungo il percorso. L’UCI aprì un’inchiesta sull’organizzazione, qualcuno sosteneva che ci fosse una negligenza del giovane belga, spericolato, che avesse qualcosa di proibito in tasca. Invece venne assoluto, lui con la sua squadra, la Deceuninck. Era girato un video nel quale il ds Bramati si preoccupava si sfilargli qualcosa di dosso durante i soccorsi. Interpellato dal Corriere della sera, la reazione di Bramati era stata descritta come titubante e poco chiara.
Era il Lombardia del covid, non c’erano le famose Foglie Morte che appaiono nella definizione dell’ultima Classica dell’anno, c’era il sole di Ferragosto, si corse proprio nel giorno più famoso dell’estate e Remco dopo qualche tempo raccontò che «ricordo tutto della caduta. Mi vedo ancora in testa nella discesa di Sormano prima di mettermi dietro gli altri una volta arrivati su un falso piano. Volevo recuperare, non sforzarmi, sapevo cosa mi aspettava prima dell’arrivo. Nibali ha accelerato, tutti sono andati in fila dietro di lui. Ho iniziato a pensare alle due curve pericolose prima del ponte. Vedevo sul Gps che erano vicine. Ricordo che ho iniziato a pensare: stai attento, se cadi lì, è finita. Ho avuto un po’ di panico. Non so come spiegarlo. Era una sensazione strana, come se fossi paralizzato. Non ero più padrone della bicicletta. Sono riuscito a passare la prima curva a destra, ero in linea, ma alla seconda sulla sinistra è come se il mio corpo e il mio cervello avessero dimenticato di girare. Ero cosciente ma allo stesso tempo il corpo si rifiutava di prendere la curva». Disse di non aver perso conoscenza e di non aver pensato alla morte, quando era nel burrone, ma «la caduta ha cambiato il mio modo di affrontare la mia vita quotidiana. In bici, avverto una sensazione che non conoscevo. Vivere, semplicemente» .
Il Sormano, scrive stamattina Alexandre Roos su L’Equipe è “un enfant terribile del ciclismo, il cui nome fa rabbrividire. Ostracizzato negli anni ’60 per le sue maledizioni, le sue pendenze diaboliche, la sua discesa pericolosa, ha fatto ancora qualche apparizione nel percorso in punta di piedi, ma è stato nuovamente condannato quattro anni fa, dopo la grave caduta di Remco Evenepoel. Un luogo tuttavia bucolico, rurale, con un sottobosco ricco di funghi, mucche color caramello i cui campanacci suonano nella nebbia, ovunque manifesti che annunciano sagre delle castagne, nei dintorni ancora un po’ selvaggi”.
Qui è passato Evenepoel per la ricognizione del percorso del Giro di Lombardia, tornando sulla curva dove si ruppe il bacino, ma stavolta si percorre nel senso opposto, la direzione corsa ha preferito evitare il lato più pericoloso della discesa. In cima al passo ci sono la statua di una Madonnina, una locanda e una stele che rende omaggio al leggendario Vincenzo Torriani, il patron della corsa e del Giro d’Italia. “A metà settimana, sotto la pioggia – racconta Roos – fumavano i camini delle trattorie locali, dove gli operai si accalcavano attorno ai fornelli per il pranzo, un piatto di polenta ben bollente o uno spezzatino di cinghiale”.
Adesso Remco dice che il passato per lui non significa niente di particolare, il passato si chiama così perché è passato. Dice di aver superato il colpo e di aver sentito solo vibrazioni positive mentre in allenamento attraversava il ponte. L’anno scorso, all’indomani della corsa terminata a Bergamo, andò sul luogo della paura insieme con sua moglie, in un tentativo di esorcismo. Sua moglie peraltro sposata proprio nel giorno di un altro Lombardia, anno 2022, un’altra edizione mangiata dalle polemiche. La Gazzetta prese malissimo la sovrapposizione mediatica con il record dell’ora di Filippo Ganna e pure il forfait di Evenepoel, da pochi giorni in maglia iridata.
Stamattina il campione del mondo c’è, eccome se c’è, in una corsa che sembrava avesse perso il suo fascino agli occhi degli uomini fasciati con l’arcobaleno. Negli ultimi 10 anni solo in due occasioni la maglia iridata si è presentato alla partenza: Julian Alaphilippe sesto nel 2020 e Alejandro Valverde 11esimo nel 2018. Nel famoso Lombardia del 2020 stravolto dal covid, corso in anticipo sul Mondiale di ottobre, si verificò la straordinaria circostanza di Mads Pedersen ancora campione del mondo in carica, dal settembre 2019. Così poté cogliere l’occasione di snobbare due volte il Lombardia: quando aveva la maglia da pochi giorni nel e quando ancora poteva portarla prima di restituirla. Non raggiunse comunque Peter Sagan, tre volte di fila campione del mondo e per tre volte assente al Lombardia. Non per cattiveria, eh, solo che si tratta di un percorso assai distante dalle caratteristiche del cowboy della bici. Però non passò mai, neppure a farsi una foto e dare un saluto, oppure per atto di presenza, firmare il foglio e prendere la strada, come accadde a Gilbert nel 2012 e Hushovd nel 2010. Neppure van der Poel è venuto un anno fa, così l’ultimo ad aver vinto il Lombardia in maglia iridata resta il Paolo Bettini 2006.
Diciotto anni di attesa sembrano un buon periodo perché a Pogacar venga voglia di intestarsi un’altra impresa. Ne erano passati 26 dal Pantani della doppietta Giro-Tour, ne erano passati 37 dal Roche del Giro-Tour-Mondiale, adesso questa circostanza di Bettini si sovrappone pure all’occasione di trionfare per la quarta volta di fila al Lombardia, non succede dai tempi di Fausto Coppi, 1946-1949. Essendo Tadej Pogacar un Tadej Pogacar, potrebbe finanche non aspettare il Sormano e andarsene su un’altra salita che per il mondo del ciclismo è un grumo di leggende e suggestioni, la salita della Madonna del Ghisallo, un muro di nove km di ascesa con una media del 5,4% e punte del 14%. Papa Pio XII la dichiarò patrona dei ciclisti nel 1949. Il santuario è diventato un museo del ciclismo. All’esterno c’è un monumento a Fausto Coppi e al ciclista. Dentro cimeli di Bartali, Merckx, Moser, l’ultima bicicletta di Fabio Casartelli, blu e rossa, fissata a pochi centimetri dal tetto della cappellina. Alla vigilia dei Mondiali del ’58 a Reims, Baldini fece voto di unirsi in matrimonio lassù, nell’isolato santuario, se il cielo lo avesse spinto in poppa verso la maglia. Andò così e davvero si sposò lassù, “la chiesa è piccola, raccolta”, scrisse Gigi Boccacini su La Stampa nel novembre del ’59, “don Ermelindo Vigano celebrò le nozze, disse Messa, pronunciò un discorsetto di circostanza”.
Il Ghisallo entrò in scena al Lombardia il 2 novembre 1919 con una favolosa cavalcata di Girardengo. Sempre il Ghisallo, era il 14 novembre 1925, rivelò all’Italia Alfredo Binda. Era venuto da Nizza in treno, attirato dal premio al traguardo di 500 lire. Nessuno lo conosceva. Binda passò primo e Brunero, vincitore di due Giri d’Italia e dell’ultimo Lombardia, quando lo raggiunse gli chiese: «Tu, chi sei?». Giovanni Battistuzzi sul Foglio ha scritto che “quella che porta al Santuario della Madonna del Ghisallo non è una semplice salita, è un simbolo, non è solo un’ascesa, un atto di fede: luogo per eccellenza delle due ruote. È meta di uno speciale pellegrinaggio, a pedali e in salita. Chi si avvicina non transita soltanto. Qui ci si ferma, si appoggia la bicicletta al muretto in pietra e si entra in un mondo strano, e sacro, che accumula e accomuna ère diverse, che mescola campioni e appassionati qualunque, dove le biciclette sono un dono votivo alla Madonnina, le maglie un ringraziamento e un ex voto e i volti sulle pareti sono un collage di ricordi e di addii che avvicinano senza distinzione fuoriclasse e cicloamatori, gregari e personaggi che il ciclismo l’hanno fatto grande. Il Ghisallo mescola fede popolare e ciclismo. Lega le due componenti in una cosa sola, indissolubile”.
Mario Fossati ha visto che “dal Ghisallo l’occhio sventaglia su un panorama che sembra fatto di tutti i cieli, di tutti i laghi, di tutti i monti”, mentre Gianni Brera una volta ha detto che “noi cerchiamo il Ghisallo, che sta al ciclismo come l’oracolo di Delfo al politeismo greco”. raccontò che “qui si librava quale ieratico airone (quei colpi d’ala lenti e meditati) il Faustin dallo sterno di uccello. Bartali invocava Santa Teresa e pregava con la convinta acredine di un bestemmiatore abituale. Invano il sottile Fiorenzo lo pregava di non mortificarlo in salita: di risparmiarsi per potersi unire a lui nell’inseguimento”.
Qualche anno fa, Alessandra Giardini sul Corriere dello sport-stadio riassunse Il senso della corsa, “l’ultimo regalo di una stagione ormai infinita, 243 chilometri che riassumono tutto: la lunghezza, la salita, la fatica, la bellezza, il pedalare verso il tramonto (o l’autunno, fate voi), l’arrivo sul lungolago con la sua immutabile malinconia”.
Oggi il lungolago è stato cancellato perché al posto delle Foglie Morte abbiamo il cambiamento climatico, e allora meglio sistemare il traguardo sul ramo di un viale di Como. “Sanremo e Lombardia – ha detto Mario Fossati – erano l’alfa e l’omega di un alfabeto prestigioso. Oggi non più. Affogano in un mare di gare. Il ciclismo è polimorfo, mi dicono. È nato un altro ciclismo, mi assicurano. Bisogna imitare il mondo degli sport di moda e girare quel mondo. Io so che noi cittadini del ciclismo ci salvavamo perché ci ritenevamo poveri ed eravamo modesti (come gli alpinisti e i pugili)”. Era il 1987, figuriamoci adesso.
LA CORSA
Gli ostaggi di Pogacar
Di fronte a Pogacar sta un gruppo rassegnato e senza piani. Sono quelli che Alexandre Roos su L’Equipe chiama “i sopravvissuti a una frenetica stagione di classiche. Partiranno sapendo che Tadej Pogacar promette loro la tortura finale. Ci vuole coraggio, a meno che non sia follia, a mettersi in fila nel lasciare Bergamo, ai piedi di Città Alta, rannicchiati dietro le sue mura veneziane, per quasi 260 km di apnea, con le mani strette sul manubrio a guardare le trappole, queste foglie dorate morte che sono promessa di scivoloni, questi crepacci scavati dai rigidi inverni, e tutto nell’attesa di sapere quando Tadej Pogacar deciderà di ucciderci”. Roos usa figure e immagini care al miglior Gregori quando descrive alla partenza “questo esercito di implacabili, coraggiosi, naufraghi ancora in piedi a fine stagione, pronti ad affrontare il boia supremo e spietato”
Roos fa notare che dall’estate si parla del dominio di Tadej Pogacar, ma che la primavera si era consegnata fra le braccia di Mathieu Van der Poel, con una doppietta Fiandre-ROubaix altrettanto da irresistibile. “Se la Milano-Sanremo è stata la Monumento più emozionante, la più indecisa, incoronando il mortale Jasper Philipsen, si deve al fatto che lo ha deciso Van der Poel, ha deciso cioè che né lui né Pogacar avrebbero trionfato lì”. Con la sua strategia in corsa, intende dire. Van der Poel è assente anche oggi, come Roglic, come Vingegaard, “che ha molte attenuanti in questa stagione per la caduta nei Paesi Baschi – dice Roos – ma che un giorno dovrà uscire dal suo guscio, gareggiare in queste gare che si decidono senza sessioni di recupero, dove solo il vincitore conta”.
Lo Stivale di adatta a Pogacar come un guanto, fa notare l’Equipe. Tadej ha aperto la stagione vincendo alle Strade Bianche, ha tenuto la maglia rosa per quasi l’intero Giro, ha fatto il bis con la maglia gialla nel Tour partito dalla Toscana e passato dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte, può chiudere questo 2024 siderale in un Lombardia che ha un livello di durezza senza eguali, spiega ancora L’Equipe in uno dei suoi tradizionali decryptage.
I FAVORITI
L’Equipe ha dato ★★★★★ stelline a Pogacar, e quattro a nessuno, tre a nessuno, c’è un vuoto, c’è un solco tra lo sloveno e il resto del mondo, solo a ★★ stelline si trovano Evenepoel e Hirschi, ★ per Bardet, Bilbao e Jorgenson.