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Ogni inizio è difficile, disse il ladro, e per prima cosa rubò un’incudine Proverbio tedesco
EUROGOL Che cosa dicono in Germania del ritorno di Klopp C’è gente che in Germania non l’ha presa bene. Del resto c’è gente che non prende bene quasi mai niente. Jürgen Klopp va a lavorare per Red Bull e c’è uno stuolo di sopraccigli che si alzano, da annichilire Carlo Ancelotti. Deutsche Welle lo dice più chiaramente di chiunque altro in Germania. “Klopp è famoso per essere il volto di molti marchi, ma la sua carriera da allenatore è stata trascorsa con club tradizionali che si oppongono a tutto ciò che rappresenta la Red Bull”. I suoi club sì, in effetti lui molto meno. Qualche anno fa disse: «So quanto l’idea del Lipsia sia criticata dai tradizionalisti del calcio. Anch’io sono un tradizionalista. Tuttavia, penso che il Lipsia non abbia tolto nulla ai club tradizionali. Hanno solo intrapreso una nuova strada. All’inizio, nella terza o quarta divisione, il denaro giocava un ruolo importante. Ma ora non hanno più soldi di nessun altro club della Bundesliga. Si qualificano per la Champions League e ne hanno grazie a questo. Il loro budget per gli stipendi non è più alto di quello del Dortmund o del Bayern».
La Nations League ▔▔▔▔▔▔▔▔▔ Stasera gioca l’Italia, ma all’Italia non IMPORTA
Gioca l’Italia, ma all’Italia in fondo cosa importa. Non ai giornali sportivi che quando c’è la pausa del campionato hanno imparato a fischiettar. Nessuno dei tre dedica il titolo più grande alla Nazionale che stasera – stasera – gioca contro il Belgio in Nations League. È il bacino d’utenza, bellezza, e allora Tuttosport giudica sia più il caso dare una bella scossa al costoso acquisto brasiliano della Juventus,“Douglas, sveglia”, in mezzo a tre richiami su sette in prima pagina dedicati al calciomercato. “Italia, vale già per il Mondiale” ammonisce il giornale torinese dalla fascia laterale destra della prima pagina, ma se stasera vale per il Mondiale perché occuparsi di Douglas che non vedremo in campo prima di dieci giorni? Il Corriere dello sport-stadio parla al suo pubblico e si fa dire da Kvaratskhelia e da Totti che Antonio Conte è unico, un grande, uno dei migliori al mondo, “Antonio incoronato”, ecco, mentre la Nazionale sta malinconicamente lassù, in mansarda, dove è ghiacciato d’inverno e fa caldo d’estate, con un titolo pur’esso malinconico: “l’Italia è questa”. Anche la Gazzetta ha sfrattato l’Italia e l’ha messa in un soppalco, 680 centimetri quadrati, finestra, da ristrutturare, no perditempo, “Vai Italia, fai la grande”, daje, si dice lassù, rivolgendosi direttamente agli azzurri, come accadeva in quegli indimenticabili titoli dei meravigliosi Anni Ottanta, ai tempi dei milioni di copie vendute in edicola dai giornali sportivi, quando il peso di un’opinione era il peso di un’opinione. Vai Italia ma nel frattempo Scansati Italia, che c’è il mercato della Juventus, “Skriniar, si può”, come in quel pezzo di Giorgio Gaber [si può fare i giovani a sessant’anni, si può regalare i blue jeans ai nonni]. È così grossa la notizia che qualcuno ha creduto avessero riaperto le trattative ieri sera, oppure stanno per farlo, ora, nel pomeriggio, domani sera al massimo, invece no, qualche riga più in là è tutto chiarito. Juve-Skriniar si può, ma a gennaio. Fra tre mesi. Eppure l’Italia è stasera. L’Italia è quella stessa squadra che quando esce agli ottavi di finale agli Europei, quando per due volte di fila non si qualifica ai Mondiali, finisce al centro di editoriali indignati, feriti, turbati, disgustati, sdegnati, ecco sdegnati come certi antichi capi del sinedrio che si stracciavano le vesti; editoriali che dopo hanno capito tutto prima: editoriali che sferzano – come sferzano gli editoriali non sferza nessuno – editoriali che se la prendono con quei presidenti dei club interessati soltanto ai propri interessi, i più colti citano Guicciardini e scrivono “il proprio particulare”. Sono quei giorni in cui il male del calcio italiano è chiaro: non sa fare sistema, Un paio di giorni se ne vanno per chiedere le dimissioni di questo o quello, un paio di pagine sono occupate dall’elogio del modello inglese, il modello tedesco o quello spagnolo, dipende dalla moda dell’estate, e poi si torna all’ora dello spritz, ai blitz, ai profili che piacciono, alle piste calde, alle accelerazioni, alle brusche frenate, alle trattative fatte ma manca l’accordo fra i club, ai sondaggi, gli abboccamenti, il tesoretto delle cessioni, il nodo dei diritti d’immagine, il casting – diamine, la meravigliosa invenzione del casting quando onestamente non si sa proprio che pesci prendere – fino al trionfo della parola chiave con cui raccontare il vuoto del tutto: “suggestione”. Inter, suggestione Messi. Negli uffici di Appiano ne parlano, il giocatore piace, ha messo un like a un post di Zanetti, suo padre ha sfogliato Tuttocasa alle pagine di Milano per cercare un monolocale. e come diceva il poeta una storia non dura che nella cenere.
Questo Spalletti che si ostina a non chiamare Totti “Con Luciano Spalletti che parla in conferenza stampa nella pancia dello stadio Olimpico a luci ancora spente, nel tramonto grigio del Foro Italico, tra i pini scossi dal vento freddo e un solitario baracchino dove arrostiscono salsicce di dubbia provenienza, il dubbio più malvagio è: facciamo bene a innamorarci di nuovo, così presto, di questa Nazionale? Possono bastare certi lampi di gioco entusiasmante e i gol — alcuni piuttosto belli — con cui, nelle prime due partite di Nations League, abbiamo travolto la Francia e battuto l’Israele? Un mese, ci è bastato solo un mese per farci riconquistare. Tutto in un mese. Non staremo correndo un po’ troppo? Appunto, calma”. [Fabrizio Roncone, Corriere della sera]
Simone Inzaghi e gli ultrà Oggi i quotidiani raccontano della testimonianza resa da Simone Inzaghi sul caso ultrà davanti ai poliziotti della squadra mobile di Milano. «Non mi minacciarono, anche io volevo tanti tifosi» sintetizza il Corriere della sera nel titolo. Leggiamo: “Alla vigilia della partita più importante della stagione, Simone Inzaghi non poteva rassegnarsi ad affrontare i citizen di Guardiola senza sentir risuonare a Istanbul, per la finale di Champions, l’urlo della Curva Nord. Per questo, dopo l’irrituale telefonata con il capo ultrà Marco Ferdico — arrestato con i vertici del tifo organizzato interista e rossonero nell’operazione «Doppia curva» dei pm Sara Ombra e Paolo Storari della Dda di Milano — l’allenatore s’è attivato con «la dirigenza» (senza specificare con chi) per far rientrare quello sciopero del tifo, già abbozzato qualche giorno prima a Roma per l’atto conclusivo della Coppa Italia, che tanto l’aveva fatto arrabbiare. Il mister è stato ascoltato per un’ora e un quarto, mostrandosi a disagio per il fatto di essersi «ritrovato sotto i riflettori per fattori extra campo». E ha chiarito di non essersi sentito minacciato dal capo ultrà, parlando di dialoghi dal «tenore tranquillissimo» senza «pressioni». Dopo la chiamata Inzaghi comunicò alla società che «c’era bisogno di qualche biglietto in più» per la finale: «Rappresentai alla società, alla dirigenza, ma non ricordo a chi, la richiesta di Ferdico» pur di far rientrare lo «sciopero». Per poi scrivere ai leader della curva per rassicurarli: «Ho fatto quello che dovevo fare». «Il mio desiderio era che ci fossero i tifosi della squadra per poterla incitare». Alla fine agli ultrà arriveranno 1.500 tagliandi”. Franco Vanni su Repubblica dice che “parlare con la polizia di quel che si è detto con un capo ultrà. Difficile immaginare una situazione in cui si possa sentire meno a suo agio Simone Inzaghi, a cui parlare piace poco in generale. È schivo al punto che, durante la bufera delle polemiche per le troppe sconfitte dell’Inter nel campionato 2022/23, si limitava a dire: «Per me parlerà il campo»”. Le altre partite ▔▔▔▔▔▔▔▔▔ TEMI Perché Maignan non fa il capitano della Francia Uno sfogo e dei dissapori con Mbappé. Ecco perché Maignan non è stato nominato capitano della Francia, sebbene possa dirsi il leader della nuova generazione di calciatori in Francia. Non è stata una decisione facile, scrive Hugo Delom per l’Équipe alla vigilia della partita contro Israele a Budapest, il campo neutro dove gioca una delle Nazionali del Medio Oriente in fiamme. “Didier Deschamps – ha scritto L’Équipe – conosce troppo bene le personalità dei suoi giocatori per non misurare le potenziali conseguenze di questo tipo di decisione. Così lunedì, dopo cena, il cittì dei Blues ha scelto di discutere della fascia da capitano con Mike Maignan, un giocatore completo di cui conosce il carattere e soprattutto l’influenza sul gruppo, per spiegargli la sua scelta”. Qualcosa è filtrato. Intanto la riluttanza di Deschamps di dare la fascia a un portiere, nonostante il precedente di Hugo Lloris. Poi il disagio di Maignan nell’affrontare le domande in conferenza stampa: considerato un elemento di rilievo. Ma soprattutto per le conseguenze del dopo-sconfitta con l’Italia nel mese di settembre. Maignan si rammaricò per quello che definì il comportamento indolente di alcuni giocatori, implicitamente Kylian Mbappé e Antoine Griezmann. “Una scena sorprendente – spiega L’Équipe – che conferma la totale libertà di parola di Maignan. Dopo questo primo sfogo, durante la riunione che preparava la partita contro il Belgio in cui Maignan si era detto pentito di alcuni atteggiamenti, Kylian Mbappé ha mostrato tutto il suo disaccordo con il portiere. Secondo il capitano dei Blues, era la mancanza di un lavoro tattico adeguato a dover essere messo in discussione. Una divergenza di punti di vista che ha ulteriormente alimentato l’idea di due personalità molto diverse” L’entourage del portiere ha respinto l’idea che ci possa essere della delusione, specificando di non aver voluto la fascia neppure al Milan e “di non avere assolutamente bisogno di quella per essere leader”. Anche Aurélien Tchouaméni, a lui molto vicino, ha sostenuto la tesi dell’indifferenza del portiere per il ruolo ufficiale di capitano. Ma qualunque sia il suo stato d’animo, scrive il giornale francese, “la scelta di non affidargli la fascia non è di poco conto perché Maignan è sempre stato pubblicamente indicato dai suoi compagni come l’uomo dalla voce più forte nel gruppo”. Sul tema c’è anche un commento di Bixente Lizarazu: “Il gruppo non ha punti di riferimento e non può più contare su Lloris, Varane, Griezmann. Emergeranno nuove personalità. Questa sensazione di incertezza è accentuata dall’assenza di Kylian Mbappé in questa partita. La natura detesta il vuoto”
DISCUSSIONI Il rugby si iscrive a Sportify Il consiglio della federazione mondiale del rugby voterà tra un mese per l’approvazione definitiva di 6 regole sperimentate al Mondiale Under-20, introdotte per velocizzare il gioco e renderlo più spettacolare. È un nuovo passo dentro il grande perimetro di quella cosa che qui su Slalom chiamiamo Sportify, una riflessione sullo spirito dei giochi che hanno accompagnato la nostra formazione e che ora devono confrontarsi con una società mutata, con l’età digitale e le sue conseguenze, per farla grossa devono confrontarsi forse perfino con una antropologia nuova. Così format e regole stanno cambiando per non morire, semplificando si può dire per andare incontro ai gusti dei clienti di domani, i prossimi titolari della carte di credito, i ragazzini di oggi – che peraltro già girano con le loro Revolut in tasca. LEGGI ANCHE | Che cosa è Sportify Le innovazioni sono aumentate in pandemia, in certi casi sono state rese inevitabili dai provvedimenti necessari sul distanziamento. Alcuni esperimenti sono stati bocciati e sono caduti, altri hanno messo radici, tutti hanno reso evidente l’assoluta necessità di far qualcosa per non essere travolti da quella che il ceo del Liverpool definì in una intervista ormai celebre a El Pais come la nuova concorrenza, riassunta nei nomi di Netflix e Fortnite. Un processo che in questi anni ha attivato la più ancestrale delle nostre paure, il terrore del cambiamento. LEGGI ANCHE | Le colonne di Sportify: lettera a Slalom di Gabriele Romagnoli LEGGI ANCHE | Perché ci terrorizza il cambiamento, di Gustavo Affinita
Ma la goccia scava ogni giorno, e gli interessi che si muovono intorno all’entertainment di cui lo sport ormai fa parte a pieno titolo stanno convincendo perfino i mondi più conservatori a ragionare su nuovi orizzonti e nuove prospettive. Il caso forse più clamoroso riguarda il pentathlon moderno, una disciplina messa a punto dal barone Pierre de Coubertin in persona, eppure costretta a metter da parte ogni tentazione di considerare eretico un cambiamento: per sopravvivere. LEGGI ANCHE | Come sarebbe finita Italia-Olanda nel 1996 senza il cambio palla, di Roberto Liberale Le nuove regole del rugby prevedono un cartellino rosso da 20 minuti al posto dell’espulsione definitiva e un tempo limite per le mischie. La sperimentazione pare che abbia molto soddisfatto World Rugby Fra un mese arriverà la decisione su cosa fare dal 1° gennaio 2025: se adottare le nuove regole soltanto in alcuni tornei o se renderle globali, se introdurle anche nel Sei Nazioni, ai Mondiali, ovunque. Stamattina Francesco Saverio Intorcia commenta su Repubblica la mossa del rugby e in generale tutto quello che si muove dentro il perimetro Sportify “C’è da inseguire dall’altra parte dello schermo una generazione ancora indecifrabile, ma che nell’immaginario comune ha poco tempo, detesta le pause, preferisce un mosaico di highlights al singolo evento, ti dedica al massimo nove secondi (li ha calcolati una recente ricerca), guarda tutti i gol della Champions o le migliori azioni della settimana Nba nel tempo in cui riuscirebbe a vedere solo una partita intera, sempre ammesso che lo voglia. Lo stesso pubblico è però capace di maratone notturne per divorare una intera stagione di una serie evento, a riprova che la vera sfida non è solo ridurre i tempi morti ma appassionare, catturare l’attenzione, riempire di scene eclatanti lo show. Se lo sport ha senso di esistere solo come spettacolo, se il pubblico pagante che ne alimenta gli affari siede sul divano e non sugli spalti, questo processo di metamorfosi pare ineluttabile, necessario alla sua sopravvivenza, quasi benedetto. Ma la questione è proprio questa: fino a che punto una disciplina può tradire sé stessa?”. Qui tutte le riflessioni di Slalom sull’argomento Sportify
TENNIS L’addio di Richard Gasquet
Il rovescio più bello del West se ne va, ci lascia in balia di prese bimani e torciglioni, magari esatti, magari all’incrocio delle righe, di certo micidiali, ma senza tutta quella grazia che ci metteva Richard Gasquet, finito sulla copertina di una rivista di tennis quando aveva 10 anni e adesso che ne ha 38 stanco di tutto quel battere e levare. Lo ha detto in una intervista a L’Equipe, c’est fini. Ha giocato da professionista per 22 anni, ex numero 1 jr, 16 tornei vinti, due semifinali a Wimbledon [2007 e 2015], una a Flushing Meadows [2013], il numero 7 nel luglio 2007 come migliore posizione mai raggiunta in carriera. E’ stato come uno di quei mirabili miniatori che potevano pareggiare l’arte di Giotto, ma nei secoli dei secoli ricorderemo Giotto. E’ stato per 19 anni fra i primi 100 al mondo, se ne va da 133 dicendosi straziato, “sempre motivato dalla passione che lo ha spinto a gareggiare nei challengers in questi mesi – fa notare l’Equipe – lontano dagli sfarzi di un tempo Lui dice: «Ho la fortuna di poter scegliere il momento in cui dire basta». Il momento scelto è il Roland-Garros 2025, abbastanza più in là per godersi tutto. «Siamo fortunati a essere francesi e poter lasciare in un posto così incredibile. Un addio è sempre complicato, me lo hanno detto spesso tutti gli ex grandi giocatori, non è facile annunciarlo. Non si sa mai quando arriva, come, dove. Smettere al Roland Garros mi pare comunque ovvio. Ho giocato tante partite. Saranno 36 anni di allenamento tutti i giorni. non posso andare oltre. Con Jo Tsonga ne parlavamo spesso quando eravamo più giovani: Ah chissà quando avremo 31-32 anni, saremo rilassati. Forse è successo a lui. A me no. A me una sconfitta fa male lo stesso. Quando perdi a Mouilleron-le-Captif in Vandea non è certo come una finale di Coppa Davis contro Federer. Ma rimango sempre deluso, ed è per questo che ho continuato a giocare. Quando ho vinto a Cassis qualche settimana fa, sono diventato uno dei tre più giovani di sempre e uno dei tre più anziani di sempre ad aver vinto un challenger. Questo dice tutto di me. Ed è stato un momento bellissimo, con mio padre Francis al mio fianco, come se la storia si ripetesse. Questa è l’essenza del tennis. Il tennis è molto duro. Ma è una buona notizia che giochiamo troppo, che ci siano tanti tornei, che ci siano esibizioni in Arabia Saudita, la Laver Cup, la United Cup. È incredibile quello che c’è oggi. L’offerta è enorme, il circuito è magnifico. Non mi scioccano i primi-10 che giocano tanto. Nessuno li obbliga a fare le esibizioni. Ciò che trovo difficile da accettare sono i 500 euro che vinci se arrivi ai quarti di finale di un challenger, anche se le cose per i ragazzi vanno molto meglio rispetto a quando ho iniziato io, niente da vedere. Andrò a giocare le qualificazioni per gli Australian Open. Per chiudere un cerchio. Quel che mi fa durare sei mesi in più è pensare a Montpellier, alle qualificazioni di Monte-Carlo dove ho tanti ricordi, mi sono iscritto agli Interclub di Villa Primerose a Bordeaux per l’atmosfera, i locali mi piacciono, vedere quella gente mi piace. Niente lo sostituisce. E poi per il futuro ho parlato con il presidente della federazione e con Ljubicic. Mi sono allenato con lui e Riccardo Piatti diversi anni fa, ci piaciamo. Aveva un carattere forte come giocatore e poi ha allenato Federer. So che potrò aiutarli nella loro missione. Voglio prendermi cura dei giovani francesi, stare in campo con ragazzi di 14-15 anni». Che Iddio ti benedica |
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