Lo Slalom del 4 ottobre | Cosa leggere, sapere, vedere | Cosa succede LIVE Blog

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  • PALAZZETTI E DINTORNI. Eurolega vs NBA. Il dibattito e le prospettive La prima volta di Parigi La nuova crisi sotto canestro del Real Madrid La sconfitta di Milano, l’esordio della Virtus Giocare oggi a basket in Libano
  • VITE OLIMPICHE  L’ultimatum del CIO alle federazioni di pugilato per salvare i Giochi 2028
  • ROTTE  Luna Rossa e il Manchester United, i pensieri di sir Ratcliffe
  • RUOTE De Meo spiega perché la Renault non produrrà più motori Lo spumante italiano fuori dalla F1. Ha vinto Moet & Chandon. La situazione dei marchi di moto giapponesi prima del GP del Giappone
  • EUROGOL  La UE può dare un’altra spallata al Sistema-calcio Lineker si sta alzando la cartella alla BBC Le Olimpiadi di Renard: orgoglio e pentimento La finestra funesta delle Coppe per la Spagna Che ha combinato la Roma in Svezia.
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VENERDÌ 4 OTTOBRE 2024

#2 GIORNI ALLA MOTOGP IN GIAPPONE

IN CIMA AI PENSIERI

Eurolega vs NBA. Il dibattito e le prospettive

 

  L’Eurolega è appena iniziata con le prime partite della prima giornata, la NBA apre stasera la sua pre-season con la partita di Abu Dhabi fra le ultime due squadre con l’anello, i Denver Nuggets e i Boston Celtics. Il dualismo può ricominciare. Quando Slalom era un neonato, nel dicembre di cinque anni fa, emerse in modo più netto di prima una sorta di scontro ideologico tra due diverse visioni del gioco, tra chi ritiene che il basket possa farsi bastare il pick ‘n roll con il tiro da tre e chi invece bolla questo stile come minimalista, essenziale, i più brutali lo chiamano: circo.  In una intervista al portale israeliano Walla, Rick Pitino, newyorkese, vincitore di due campionati NCAA con Kentucky e Louisville, due esperienze da allenatore dei Boston Celtics, all’epoca passato al Panathinaikos, disse che «l’Eurolega è l’esperienza più vicina a quella cosa che la gente chiama basket. La NBA è cambiata molto negli ultimi anni: ogni partita sembra una esibizione da All-Star Game» 

Contemporaneamente, Shane Larkin andava raccontando che «moltissimi ragazzi americani della NBA non sarebbero in grado di giocare in Europa». Erano giorni in cui il partito europeo faceva affidamento su una suggestione. L’Argentina era arrivata in finale al Mondiale senza avere giocatori NBA in rosa. Avevano espresso la loro preferenza per l’Eurolega: Vincenzo Esposito, Bob Morse, Gianluca Basile, Stefano Mancinelli, Valerio Bianchini, Dino Meneghin, Dan Peterson, Cesare Pancotto («Senza demonizzare la Nba»), Antimo Martino («Non seguo la Nba. Mio figlio Matteo di 6 anni ne sa molto più di me»), Pier Luigi Marzorati («Eurolega per il contenuto, Nba per lo spettacolo»), la voce storica di Capodistria Sergio Tavcar («Per quanto in modo discutibile, si gioca il nobile gioco del basket e non si fanno competizioni di salto in alto con palla»).

Per Giuseppe Poeta, Nicolò Melli e Sergio Scariolo c’era parità. Manuel Raga volle scompaginare. Disse di preferire «il college USA su tutto. Quindi Eurolega e dopo NBA». Romeo Sacchetti aveva detto a Repubblica: «L’EuroLeague è più avvincente della NBA, la NBA più divertente in tv, per i giovani. Per quanto riguarda la didattica del basket, l’EuroLeague è una pallacanestro di più alto livello dal punto di vista tattico, quindi maggiormente formativa. Ma se in tv c’è Houston-Golden State, magari di playoff, da lì non mi si schioda».  

Insomma: una discussione. Ma in fondo una discussione su una questione di gusti e di stili. Quando la NBA manda alle Olimpiadi una squadra USA con i suoi 12 migliori giocatori, il torneo è finito prima di iniziare. Una discussione accompagnata in alcuni passaggi da ragionamenti circostanziati e interessanti, in altri boh. Le cronache raccontavano a quel tempo di come Egidio Bianchi, presidente di Legabasket, fosse riuscito a stupire la sua platea durante la presentazione di una ricerca Nielsen. «Mi preme evidenziare l’interesse che il nostro campionato sta dimostrando – disse – la ricerca che calcola l’interesse per le competizioni di basket, ci dice che la serie A guida con il 74% davanti alla NBA (71%) , mentre l’Eurolega è terza con il 62%». Ecco.  

Ora l’Eurolega è sul punto di affidare il suo futuro a un fondo di investimento britannico – BC Partners – con cui sta trattando per espandere la sua forza finanziaria. L’Eurolega si gioca il suo futuro nei prossimi mesi, perché la NBA sta valutando l’espansione verso l’Europa, se non la creazione di una lega europea indipendente. Un conoscitore del basket interpellato da L’Équipe dice che «la domanda non è più: “Verranno?” Ma “quando e in che forma?”»

In vista della conclusione della collaborazione decennale con il colosso del marketing IMG nel 2026, l’Eurolega si sta chiedendo quale strada prendere. «Vogliamo mettere steroidi nel sistema per crescere più velocemente» sono le parole attribuite da L’Équipe a Paulius Motiejunas, ex direttore generale dello Zalgiris Kaunas diventato Chief Executive Officer dell’Eurolega. Steroidi, dice. «Con IMG – dice – abbiamo triplicato il fatturato in pochi anni. Il Covid ha spento lo slancio e ora siamo finalmente di nuovo sulla buona strada. Ma con il giusto investimento possiamo andare più veloci».   Gli incontri con la NBA e con la FIBA avevano lasciato immaginare un percorso comune. I rapporti si sono raffreddati. Pare sia stato cruciale un incontro tenuto a Barcellona nel mese di marzo, quando un rappresentante della NBA avrebbe avanzato una proposta per l’ingresso degli americani nella gestione del marchio europeo. Non devono essersi accordati sul denaro, le condizioni per la distribuzione dei redditi non sono hanno soddisfatto tutte le parti, e tutto è finito là. Se la NBA si farà la sua succursale europea, deciderà il mercato. 

  MAPPE

La prima volta di Parigi

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Sette anni di vita nei canestri e Parigi è arrivata dove l’area marketing dell’Eurolega si augurava che arrivasse. È qua attraverso il circuito dell’Eurocup, un trofeo che la pallacanestro francese aveva vinto per la prima volta solo nel 2021 con il Monaco. 

Il Paris Basketball è una creatura di David Kahn, 63 anni, avvocato, giornalista, commentatore sportivo, uomo d’affari di Portland. È stato presidente dei Minnesota Timberwolves in NBA. Ha lavorato per gli Indiana Pacers. Un giorno deve essersi svegliato con una domanda nella testa: perché esistono fortissime squadre di pallacanestro in città che noi americani non sapremmo collocare su una cartina geografica dell’Europa, invece non ce n’è una a Parigi? 

Allora la squadra l’ha fatta lui, muovendosi da eretico, come un alieno, alla Gene Kelly, da americano a Parigi. Ha mescolato al basket la cultura dell’hip-hop, affidandone la tutela e la rappresentazione ai rapper Jok’Air e Gazo, che sono gli ambasciatori del club. Ha portato la squadra a giocare all’Accor Arena e al Roland-Garros, riunendo 10.424 spettatori sullo Chatrier, il teatro dei monologhi di Nadal. Ha visto battere il record di spettatori nel gennaio 2023 con 11.424 persone al palazzetto per la partita contro l’Asvel. Ogni tanto in tribuna si fa vedere pure Lionel Jospin con una copia di Libération tra le mani. 

Kahn ha inventato le giornate a tema intorno alle partite. L’Halle Carpentier ha ospitato l’Africa Game, l’American Night, il Green Game, il Women’s Game, il Carnaval Antillais, il Comedy Game, l’E-Sports Game. Il giocoliere perfetto per l’Eurolega che cerca grandi città da abbracciare e da soddisfare, soprattutto se acquattata nell’ombra se ne sta la NBA con quel suo progettino. Quando in semifinale di Eurocup Paris si è trovata opposta all’altra grande novità degli ultimi tempi, la squadra di Londra, L’Équipe ha parlato di scontro del futuro, due mercati che fanno venire l’acquolina in bocca e che l’organismo internazionale di basket spera di vedere integrate a breve termine nell’élite

È lo spirito del tempo, distante dalle Jugoplastika di Spalato e le Mobilgirgi Varese, club che hanno una storia di nobiltà e di ricchezza ma non hanno una fanbase. Hanno la tradizione ma non hanno milioni di abitanti. Hanno la cultura ma non hanno i mercati. Oggi è un altro tempo ed è il tempo d’altro. Abu Dhabi da tempo si candida, o per un franchigia o almeno per avere la final four. Ventisei anni dopo il PSG di Charles Bietry, sotto l’insegna del Paris Basketball, Kahn stasera riporta in Eurolega la città europea più famosa d’America. 

La Baracca. È questo il soprannome dato al prefabbricato montato nel 13esimo arrondissement, il laboratorio di questo esperimento in vitro di David Kahn e del suo socio Eric Schwartz. L’Equipe stamattina ricostruisce l’ascesa del club nato nell’estate del 2018 sulle ceneri dell’Hyères-Tolone Var Basket. L’ultima volta che Parigi ha giocato in Europa, ai Chicago Bulls c’era ancora Michael Jordan

È un nuovo capitolo, in anticipo rispetto alla tabella di marcia, ma un’opportunità incredibile, spiega Alex Requena, direttore dello sviluppo strategico del Paris. Arriva a nemmeno due mesi dalla chiusura dei Giochi olimpici e arriva al momento giusto. Una stagione storica con il lancio della squadra femminile, l’apertura di uno shop, concerti, uno spettacolo che ripercorre la storia del basket parigino.

  TITOLINI

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  LA CRISI DEL REAL  Marca: Il Real Madrid non è ancora partito”  –  I Blancos cadono nella prima partita di Eurolega contro il Bayern, terza sconfitta in quattro partite stagionali  ➔  Nacho Duque ha scritto: L’anno scorso per arrivare a un simile numero di sconfitte fu necessario attendere il 3 gennaio e la trentaseiesima partita. Due mondi opposti a solo un anno di distanza. È la dura realtà di una squadra che nell’ultima estate ha subito un rinnovamento profondo e ora fa fatica a ripartire

  PRONTI, VIA: MILANO HA PERSO  Backdoor Podcast: Una delle costanti di questo inizio di stagione dell’Olimpia Milano è la difficoltà nel contenere il pick and roll avversario e la partita con il Monaco non è stata da meno[QUI]

Pianeta Basket: Sasa Obradovic in sala stampa ha chiesto rinforzi nel settore playmaker alla sua proprietà, quando in campo il problema è sembrato tutto di Milano. Dopo le incertezze con Pangos della scorsa stagione non ci si potrà permettere di attendere a lungo ad essere in regime pieno: tra una gara e l’altra c’è poco tempo per tornare in palestra e correggere gli errori di gioventù [QUI]

  L’ESORDIO DELLA VIRTUS BOLOGNA  Walter Fuochi su Repubblica Bologna: L’obiettivo è stato fissato a un ingresso nei play- off, forzando gerarchie che una coppa ancor più irrobustita dagli ultimi arrivi rende impervie. Otto sulla carta più forti insomma ci sono, anche di più, ma lo scorso anno la Virtus abituò se stessa e la sua gente a imprese mirabili, con una continuità che le rese perfino abituali, dunque replicabili. A lungo titolare di secondi e terzi posti in classifica, ne trasse un profilo di rivelazione che ancora invoglia. Sulla mira di ripetere quell’aurea parità di 18 vittorie e 18 sconfitte, per un decimo posto finale da brindisi, dirà l’annata se questa è una sognante scommessa o un traguardo sensato. Già esserci intanto sarà bellissimo.

▥   GIOCARE OGGI A BASKET IN LIBANO   «Mia madre mi chiama 6 volte al giorno per chiedermi di tornare a casa», così racconta a Le Parisien Marvin Sarkis, cestista francese che gioca nel campionato libanese da cinque stagioni. È di Roanne, vive a Dik El Mehdi, una cittadina a una quindicina di chilometri a nord di Beirut, un luogo sicuro, secondo lui. 

VITE OLIMPICHE

L’ultimatum del CIO alle federazioni di pugilato per salvare i Giochi 2028

  Lo avete sentito il suono del gong? No? Gong. Eccolo qua. Ecco che comincia il nuovo round del match tra il Comitato olimpico internazionale e la International Boxing Association [IBA]. C’è una lettera partita il 30 settembre dagli uffici del CIO in direzione dei comitati olimpici nazionali in cui viene espressa la crescente preoccupazione per la governance del pugilatoe il suo futuro alle Olimpiadi. La lettera è cofirmata da James MacLeod, direttore delle relazioni con i comitati nazionali e della solidarietà olimpica, dal direttore sportivo Kit McConnell e dalla consulente legale Mariam Mahdavi. Pone un chiaro ultimatum: interrompete i legami con l’IBA. Con urgenza. Se l’obiettivo è salvare la boxe olimpica, allora il CIO esorta le federazioni dei singoli paesi a uscire dall’IBA e affiliarsi al World Boxing Group, intenzionato a proporsi come futuro organo di governo dello pugilato olimpico. Per entrare nell’agenda di LA 2028, una federazione internazionale deve essere riconosciuta entro l’inizio del 2025. Senza una federazione legittima e affidabile, il CIO terrà fuori la boze. 

Alla storia si dedica il sito Inside the Games, ricapitolando alcuni dei passaggi chiave della lettera. L’ex campione del mondo di pugilato e presidente del Comitato olimpico kazako Gennady Golovkin è stato indicato come responsabile della gestione del rapporto di World Boxing con il CIO. Per le federazioni nazionali di pugilato ancora affiliate all’IBA, le implicazioni della direttiva del CIO sono rilevanti. Rischiano di perdere il riconoscimento dei rispettivi comitato olimpici nazionali e ai loro atleti verrà impedito di competere a La 2028. Il tempo stringe e i prossimi mesi saranno cruciali dice Inside the Games. L’IBA ha replicato accusando il CIO di aver tentato di minare l’indipendenza delle federazioni nazionali di pugilato, e parla di oltraggiosi giochi politici oltre che di ricatti sportivi

  ROTTE

Luna Rossa e il Manchester United, i pensieri di sir Ratcliffe

  Siamo a un passo dalla storia, dice Ben Aislie in una intervista al Telegraph. In effetti, INEOS Britannia è a una sola vittoria di distanza dalla finale di America’s Cup, una vittoria ancora su Luna Rossa [oggi due regate in programma] e avrà il ruolo di sfidante di New Zealand. Siamo a un passo dalla storia, dice, ma non so se Jim Ratcliffe avrà poi ancora voglia di sostenere il progetto, la butta lì uno dei velisti piàù decorati della storia, quattro ori olimpici e un argento. 

C’è qualche incertezza meteo sul vento, nulla in confronto ai programmi di Ratcliffe. “Ha molto da fare con le sue diverse squadre sportive. È stato un fantastico sostenitore della squadra e ovviamente speriamo che prosegua. Ma indipendentemente da ciò – ha detto Ainslie – il programma va avanti, che si vinca o si perda. In un mondo ideale, continueremmo a lavorare con la Mercedes. Se per qualsiasi motivo non potessimo, siamo in una posizione molto più forte rispetto al passato, quando ci siamo fermati per sei mesi e poi abbiamo ricominciato”. 

  Sir Jim Ratcliffe e Ineos hanno davvero molte attività, ma quella di maggiore esposizione mediatica – il Manchester United – è un disastro. Ne ha scritto James Carragher ancora sul Telegraph  in un’analisi che chiama in causa con durezza la proprietà e il management della squadra per aver tenuto in panchina Erik ten Hag. “La nuova dirigenza – dice – ha cominciato in modo deludente: restare con ten Hag dopo aver tentato di sostituirlo non ha avuto senso. Dimenticatevi di Erik ten Hag. Dimenticatevi dei Glazer. Dimenticatevi dei costosi ingaggi. Se il Manchester United non riuscirà a migliorare in modo significativo in questa stagione, la responsabilità ultima ricadrà su Sir Jim Ratcliffe e su Ineos. L’ultimo pasticcio è sotto i loro occhi. Non ha senso indorare la pillola. E’ stata presa una delle peggiori decisioni che un consiglio potesse prendere. Tenere Ten Hag si sta rivelando il catalizzatore di un’altra campagna sprecata, di altri 200 milioni di sterline buttati via”.

Dopo cotanta durezza, Carragher sa bene che cosa lo aspetta. “So che ogni volta che parlo o scrivo dello United, la reazione immediata è: – si tratta solo di un ex giocatore del Liverpool che si prende gioco dei nostri problemi e si diverte.  Vi assicuro che la mia opinione sullo United si basa esclusivamente sulla comprensione di come funziona l’industria del calcio. Se INEOS fosse stata così certa di avere l’uomo giusto in panchina, non avrebbe contattato nessun altro. È ovvio che c’erano seri dubbi sulla capacità di Ten Hag di guidare la ricostruzione. Tali preoccupazioni erano giustificate, ma ogni volta che un consiglio inizia a guardare altrove, è l’inizio della fine del rapporto. Non è vero che la fiducia è svanita, la fiducia non c’è mai stata”. 

Quando si addentra nell’analisi, Carragher fa notare “fra le molte statistiche schiaccianti”, la brutta differenza reti dello United, “una misura accurata dell’incostanza di una squadra e dell’incapacità dell’allenatore di trovare il giusto equilibrio tra attacco e difesa. Ci possono essere giorni buoni e cattivi quando si costruisce una squadra, ma per un club della statura dello United avere una differenza reti negativa alla fine della scorsa stagione e di nuovo all’inizio di questa, sottolinea quanto tempo è passato dall’ultima volta che è esistito un qualsiasi slancio in avanti. Lo United sembra sempre esposto in difesa e non porta grandi minacce. Nel corso dell’intero regno di Ten Hag, 82 partite di campionato, la differenza reti sale a +11, molto bassa per un club di vertice. Era già un segnale d’allarme nella stagione in cui la squadra è arrivata quarta. Come ci si può sorprendere che lo United pare ancora andare nella direzione sbagliata? Ten Hag non ha portato nessuno stile distintivo. Dopo le prime 82 partite alla guida del Liverpool, la differenza reti di Klopp era +61 e quella di Arteta all’Arsenal è +38. Ci sono esempi di allenatori di prima categoria che hanno dimostrato cosa è possibile fare in meno tempo di quanto Ten Hag abbia già avuto allo United, e per giunta con una frazione del suo budget. Guardate Unai Emery all’Aston Villa, che ha avuto bisogno solo di pochi mesi per costruire una squadra che realizzasse una visione identificabile. Ange Postecoglou ha ancora molto da dimostrare al Tottenham, ma non c’è dubbio su cosa stia cercando di fare. Ma addossare la colpa a ten Hag sarebbe uno scudo comodo per coloro che avrebbero dovuto prevederlo. Qualsiasi cambiamento dovesse essere apportato rappresenterà l’ammissione che non aver agito prima che iniziasse la stagione è stato un errore.

RUOTE

De Meo spiega perché la Renault non produrrà più motori

  Sviluppare un motore di Formula 1 è costoso. Senza alcuna garanzia di risultato. Così la Renault si tira indietro. Luca de Meo, il direttore generale, ha scelto L’Équipe per spiegare i motivi della decisione: il ritiro dalla produzione nel 2026, garantendo al tempo stesso l’occupazione a Viry-Châtillon. In attesa che sia ufficializzato l’arrivo del motore Mercedes. 

«Quando sono arrivato – dice – perdevamo 40 milioni di euro al giorno. Sono un manager. Gestisco una società quotata in borsa. Devo ripensare al progetto F1, per vincere finalmente. Quindi sto cercando scorciatoie per raggiungere l’obiettivo. Siamo diventati invisibili. Altri due anni così e il progetto si sgonfierebbe completamente. Sono tre stagioni che siamo in discesa. Abbiamo dovuto stravolgere tutto. Con una logica finanziaria parallela. I veri appassionati non sono preoccupati dai calcoli sul noleggio di un motore al posto della produzione. Io lo faccio. Purtroppo. C’è un budget cap di 150 milioni per squadra. Oggi quattro produttori offrono un propulsore. L’Audi arriverà, ma non ha ancora il motore. La Honda aveva deciso di andarsene, poi ha cambiato capo ed è tornata. Nel frattempo la Red Bull ha investito 600-700 milioni per progettare la propria struttura del motore. Mantenere un’attività del genere costa dai 200 ai 250 milioni di euro all’anno. Oltre al budget annuale di 150. Aston Martin, McLaren, Haas, Williams, che tra l’altro sono davanti a noi, questi 200-250 milioni non li investono. La struttura retributiva in F1 non tiene conto degli investimenti effettuati dai costruttori. Quindi spendiamo più degli altri, ma non otteniamo più degli altri. In futuro chissà, la F1 potrebbe offrire una semplificazione tecnologica. Tipo immaginare un motore senza ibridazione, senza elettrificazione, che fa rumore e funziona a e-fuel. Sarebbe una base comune, ciascun produttore manterrebbe un margine del 10% per adattare il motore. Costerebbe molto meno. È solo una visione» dice. 

Il dirigente milanese, ex responsabile della Lancia, dell’Alfa Romeo, ceo in  Fiat con Marchionne, dice che «i tifosi – tranne i veri appassionati, sono d’accordo – e gli sponsor vengono per una squadra, non per un motore. I partner firmano con la McLaren, non con il motore Mercedes che sta sotto il cofano. Il pubblico della F1 è cambiato. Si è diffuso tra i giovani e le donne. Questa nuova clientela ha un’interpretazione diversa dello sport. Tifano per un pilota, per un colore, per un marchio. Non per un motore.  Viry si trasformerà. Ci sarà un cronoprogramma per pensare al prossimo ciclo di motori dopo il 2030, ci saranno altri progetti a lungo termine attorno a una Supercar e nuove tecnologie. Nessuna perdita di posti di lavoro: questo è garantito. Se c’è qualcuno che è posseduto dall’idea di realizzare un motore di F1, non avrà problemi a riposizionarsi. Fred Vasseur, il capo della scuderia Ferrari, ci ha chiamato per chiederci se poteva prendere personale in casa nostra evitando un purgatorio, un parcheggio prima di lavorare altrove. Questa è la vita. Non terremo prigionieri i nostri dipendenti»

 

▥   LO SPUMANTE ITALIANO FUORI DALLA F1. HA VINTO MOET & CHANDON

Times: La F1 riceve un’iniezione di liquidità da 1 miliardo di dollari (e lo champagne torna sul podio” – Lo spumante italiano esce di scena come parte di un nuovo accordo che porta marchi come Moet & Chandon e Louis Vuitton nella Formula 1, attratti da una fan base più giovane e dalla crescita negli Stati Uniti Molly Hudson ha scritto: L’accordo decennale con LVMH (Moët Hennessy Louis Vuitton), il gruppo di beni di lusso proprietaria di numerosi marchi noti, avrà inizio nel 2025 e si stima che avrà un valore di circa 100 milioni di dollari (76 milioni di sterline) a stagione. Secondo i termini dell’accordo, lo champagne Moet & Chandon dovrebbe sostituire il Ferrari Trento, lo spumante italiano, sul podio dei vincitori. Louis Vuitton fornirà le teche dei trofei, mentre il marchio di orologi TAG Heuer sostituirà Rolex come cronometrista ufficiale. Il cambiamento demografico dello sport e le tre gare americane in calendario [Miami, Austin e Las Vegas] hanno spinto il marchio a investire su ampia scala, dopo gli accordi individuali sottoscritti in precedenza, come nel caso di Red Bull

 

REWIND

LE IMMAGINI DELLA GIORNATA DI IERI 

    LA MOTOGP

La situazione delle aziende giapponesi prima del GP del Giappone

Lo chiamano Twin Ring. Twin Ring Motegi perché dietro i cancelli i circuiti sono due, diversi, un ovale da 2.493 metri e un percorso stradale da 4.801, con tre differenti configurazioni. È una struttura di proprietà della Honda, anzi, costruita dalla Honda quando il marchio entrò nelle competizioni. È stato usato all’incirca venticinque anni fa anche da una delle poche gare NASCAR corse fuori dagli USA. Ma è soprattutto la casa del motomondiale. In principio a Motegi si correva il GP del Pacifico, ora si chiama GP del Giappone. 

Il famoso Sol Levante è il sole che potrebbe finalmente rinascere per i brand di casa? Nei 15 appuntamenti del 2024 abbiamo avuto 26 successi di una Ducati e 4 per un’Aprilia. Nel 2023 si è inserita un paio di volta la KTM, fra 32 successi Ducati e 3 Aprilia. Così negli ultimi due anni l’unico pilota capace di portare un successo all’industria giapponese è stato Álex Rins al GP d’America su una Honda. Sempre Rins era stato l’ultimo a far vincere una Suzuki nel 2022, ultima stagione di una Yamaha prima al traguardo. 

L’Équipe si occupa delle case asiatiche perché i due piloti francesi, Fabio Quartararo [Yamaha] e Johann Zarco [Honda] corrono là e si legge allora che hanno ritrovato motivi di speranza, anche se resta d’obbligo la cautela. In effetti sì. 

Quando un pilota Yamaha va in Giappone – scrive L’Équipe – il viaggio si trasforma subito in un salto in famiglia. Bisogna andare a salutare i cugini del ramo musica, passare a dare un bacio al reparto bici elettriche, senza dimenticare di suonare il campanello dei dipendenti del settore innovazione. Il marchio di Iwata rappresenta il mondo, attraverso le sue varie filiali che non si limitano alla MotoGP. Il giro non è sempre divertente, ed è particolarmente faticoso alla fine di tre gare in tre settimane. Ma poteva arrivare in un momento peggiore per il francese, che invece nel giro di un mese ha ricostruito il suo capitale di ottimismo

Ci sono progressi, ecco. Alla Yamaha li misurano in piazzamenti. Hanno sfruttato al meglio le concessioni previste dal regolamento, che consentono maggiore libertà di sviluppo. Il vantaggio principale riguarda il pacchetto aerodinamico. Integrando il nuovo motore e le configurazioni elettroniche, Quartararo si ritrova con una moto che frena meglio e che nel complesso si adatta al suo stile

Allo stesso modo Zarco è convinto di aver ravvivato e dato più colore alla Honda, La Honda è davvero cambiata. Come per la Yamaha – spiega L’Équipe – è stato fatto un grande sforzo sull’aerodinamica, che ha permesso di guadagnare velocità in curva. Ma la differenza fondamentale sembra venire dal modo in cui i piloti sfruttano le innovazioni. Zarco guadagna posizioni, mentre cambia poco la posizione degli altri tre rappresentanti. La Honda soffre ancora in accelerazione

      EUROGOL

La UE può dare un’altra spallata al Sistema-calcio

Oggi è il giorno dell’attesa sentenza sul caso Lassana Diarra vs FIFA. Dovrà prenderla la Corte di Giustizia dell’UE, la stessa che nel dicembre scorso ha ufficialmente iscritto il calcio tra le attività economiche, invitata a dare un parere dalla giustizia belga. La norma in discussione è quella stabilita dal Regolamento sullo status e trasferimento dei calciatori, che prevede come un giocatore che rescinde un contratto prima della sua scadenza «senza giusta causa» sia tenuto a pagare un risarcimento al club e, qualora dovesse firmare per un un’altra squadra, un indennizzo. 

È una storia di giustizia lumaca. È cominciata 10 anni fa, Lassana Diarra lasciò nel 2014 il Lokomotiv Mosca dopo un anno del contratto quadriennale che aveva firmato e il club portò la questione alla Camera di risoluzione delle controversie della FIFA. Diarra aveva rotto in seguito a una riduzione dello stipendio. Ricevette un’offerta dallo Charleroi, ma tutto saltò per il veto posto dalla FIFA, a protezione del contratto firmato con i russi. A Diarra fu imposto il pagamento di 10 milioni di euro di danni: la causa è cominciata così.  La Corte dovrà stabilire se la FIFA aveva o non aveva il potere di imporre un risarcimento.  L’avvocato generale Maciej Szpunar ha invitato i giudici a schierarsi dalla parte del giocatore. «Alcune regole FIFA sui trasferimenti dei giocatori potrebbero risultare contrarie al diritto dell’Unione europea. Queste regole hanno natura restrittiva e possono essere giustificate solo in circostanze specifiche», ha scritto in un parere non vincolante. 

Se la Corte Ue dovesse sentenziare a favore di Diarra, sarà facile leggere in giro, in modo imparabile, che si tratta di un’altra sentenza Bosman. Anche se non sappiamo come riscriveranno la norma, anche se non sappiamo come sarà interpretate, anche se non sappiamo niente, quasi sempre. 

 

    LINEKER SI STA ALZANDO LA CARTELLA

Ma no che non è vero, ascoltate, state a sentire, credeteci. Non è vero che Gary Lineker lascia dopo 25 anni il programma Match of the Day. Lo dice la BBC. Insiste. Le indiscrezioni sono prive di fondamento. Non c’è ancora alcuna decisione né alcun accordo preso sul suo futuro, ora che sta per scadere il suo contratto da 1,35 milioni di sterline. 

E’ il grosso caso calcistico-televisivo d’Inghilterra. Una fibrillazione, direbbe Marotta. Wow, commenterebbe Guardiola. Un portavoce della BBC ha detto al Times: «Non abbiamo nulla da annunciare e non abbiamo concordato i prossimi passi. È sotto contratto fino alla fine della stagione»

Ma il Daily Mail ha riferito di aver visto un’e-mail secondo cui la puntata di sabato prossimo sarebbe stata l’ultima con Lineker presentatore. Nell’e-mail ci sarebbe una dichiarazione del direttore generale della BBC Tim Davie che rende omaggio a Lineker come “presentatore di livello mondiale”. La BBC non ha voluto confermare se l’email sia autentica o meno. Lineker si è parecchio scontrato nell’ultimo periodo con i vertici della BBC per aver espresso opinioni politiche sui social media. Non è stato coinvolto nel nuovo show della BBC dedicato agli highlights della Champions League, con Mark Chapman e Gabby Logan chiamati a condurre. Chapman, un cinquantenne, è considerato in pole position per succedere a Lineker anche come presentatore del MOTD. Un anno fa Lineker ha detto: “Sono vecchio, il mio tempo sta per scadere” 

 

  LE OLIMPIADI DI RENARD: ORGOGLIO E PENTIMENTO

Quasi due mesi dopo l’eliminazione ai quarti di finale dei Giochi Olimpici, Hervé Renard ha fatto il punto sui suoi diciotto mesi alla guida della Nazionale femminile francese, raccontando di essere stato vicino ad accettare il lavoro di cittì della Nigeria prima di rifiutare. Una Nazionale rimane una sua priorità, spera di averna presto una da qualificare ai Mondiali del 2026.

«Mi ero posto degli obiettivi – spiega sulle Olimpiadi per la prima volta – ed erano gli stessi della Federazione. Non sono riuscito a raggiungerli. Mi assumo le mie responsabilità. Ero venuto per qualcos’altro. Mi sono chiesto come abbiamo potuto perdere una partita del genere contro il Brasile. È incomprensibile. Avevamo tutto per fare la differenza. Ci temevano molto, certo, e giustamente, perché abbiamo dominato. Penso che avremmo dovuto essere un po’ più tutelate, ma non è una scusa. Abbiamo avuto delle occasioni sotto porta, quindi non è stata tutta colpa dell’aggressività delle avversarie. Non dico che siamo stati eccezionali ma c’erano dei margini per arrivare fra le prime quattro. Non ci siamo riusciti. Il responsabile sono io».

Così ha parlato a L’Équipe, in un’intervista nella quale gli hanno chiesto se ha dovuto cambiare qualcosa della sua personalità per guidare una squadra femminile. Ha abbassato la voce, è precisato tra parentesi e ha risposto che «un po’, sì. Forse sono stato meno duro. Non sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo, forse dovevo essere diverso. Non sono stato me stesso per tutto il tempo. Adesso è inutile avere rimpianti, è troppo tardi. Adattarsi è positivo, ma a un certo punto devi essere te stesso». Renard si è poi commosso quando nell’intervista gli hanno fatto notare che Laurent Bonadei, al passaggio di consegne, ha detto che riuscirà a vincere portando avanti il suo progetto. «È carino da parte sua. Scusate, sono una persona emotiva, mi si stringe la gola. Sono triste che se ne sia andato e non sia più nel mio staff, ma sono felice per lui. È un bravo ragazzo. Ho perso una persona a cui voglio bene e questo mi tocca. Ha tante idee, sta a lui metterle in pratica e assicurarsi che funzionino. È la persona più adatta per continuare il lavoro, sono sicuro che andrà benissimo» 

  Le coppe 

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È stata una finestra di Coppa funesta per la Spagna e le sue squadre. Solo Barcellona e Athletic si sono salvate. Le ultime a cadere sono state Real Sociedad e Betis. Nico Williams sta diventando il terrore dei difensori europei, intorno a mezzogiorno ci sarà anche il suo nome nell’elenco di convocati del cittì Luis de la Fuente per la Nations League. Si avvicina così una sosta di campionato che dovrebbe servire a riorganizzare le idee dentro la Casa Blanca del Real Madrid, dove il centrocampo ha perso creatività senza Kroos, Bellingham non ha ancora segnato, Vinicius vede meno la porta, i difensori centrali non sono impeccabili, la versione migliore di Mbappé deve ancora arrivare. Tra le altre cose. 

Nonostante la collezione di figurine, il gioco di Ancelotti non è stato granché finora. Ha nascosto la polvere sotto il tappeto dei risultati, a Lille il velo è caduto. Ne ha scritto Santiago Segurola su AS tirando fuori proprio uno dei dati che lo staff di Ancelotti ama più spesso guardare, non il possesso palla, ma la corsa. 

La corsa è fondamentale nel calcio e i suoi dati – scrive Segurola – offrono tutti i modi possibili di misurazione: distanza, velocità, esplosività nelle reazioni dei giocatori. La sua interpretazione porta spesso a letture demagogiche. Correre tanto non significa correre bene, ma nella seconda giornata di Champions League si è visto chiaramente il caso di una squadra che ha provato di più per ottenere la vittoria. Il Lille ha percorso 10 chilometri in più del Real [117,9-107,1], un chilometro in di più in media per giocatore, e ha vinto con una giustizia inappellabile.

Dice appunto Segurola che per molti versi la prestazione di Lille non è stata diversa da tante altre nella stagione appena iniziata e neppure diversa da tante partite della stagione scorsa. Contro lo Stoccarda  era stato Courtois a risolvere i problemi al Real Madrid. La vittoria è stata spiegata come quell’inevitabile film, visto mille volte, dove una squadra protagonista trova il modo di vincere, qualunque sia la categoria dell’avversaria nella scala calcistica. Non c’è stato alcun remake stavolta. All’ultimo minuto, il Real Madrid ha scoperto che il Lille aveva un gran portiere e che non si sarebbe lasciato intimidire dalla storia, dallo scudetto, dalle stelle, dal karma o da qualunque cosa differenzi i campioni d’Europa. Anzi, il Lille ha acuito gli attuali deficit del Real Madrid: noioso, privo di fantasia, ripetitivo, senza finezza, ossessionato dal contropiede, sorprendentemente pigro nelle risposte. A Lille si è aggiunto un altro problema, davvero serio. Nella stagione scorsa, con diversi giocatori infortunati, il Real Madrid compensava con l’impegno, una squadra che ha improvvisamente perso il suo spirito spartano

Carlos Forjanes scrive sempre su AS che il Real Madrid è alla disperata ricerca di Bellingham.  L’inglese, anche se intenso come sempre a Lille, non ha ancora segnato. A questo punto della stagione scorsa, ne aveva fatti sei. La sintesi: Il Madrid ha bisogno di qualcosa in più.

Nella sua rubrica di commenti, Alfredo Relano su Diario AS scrive che guardare la classifica della Champions questa settimana è una seccatura, così la chiama, una seccatura, con Barça e Madrid appena sopra e sotto la linea che divide in due il mucchio selvaggio, mentre Atlético Madrid e Girona stanno più in basso. Il giurato spagnolo del Pallone d’oro scrive allora che nel frattempo mi consolo vedendo l’Aston Villa in testa, con sei punti in due partite, gli ultimi tre ottenuti contro il Bayern, con una vittoria che ha interrotto l’imbattibilità di 41 partite del mostro tedesco nella fase a gironi. L’Aston Villa – si inorgoglisce Relano – è una sorta di colonia spagnola a Birmingham, con Emery alla guida. Insieme a lui ci sono Damià Vidagany come direttore sportivo, Monchi arrivato da poco dal poverissimo Siviglia, e Pau Torres. Forse l’Aston Villa non impressionerà le nuove generazioni, attente alla brillantezza delle Big Six, ma appartiene alla storia del calcio inglese. Emery era la migliore speranza del PSG per vincere la Champions League finché Neymar e Aytekin non hanno incrociato la sua strada. Adesso ha il compito di riportare alla ribalta l’Aston Villa. Partecipa alle Coppe da 16 anni consecutivi [Valencia, Spartak, Siviglia, PSG, Arsenal, Villarreal e ora The Villains] ma forse solo adesso si trova di fronte alla sua migliore occasione per raggiungere il massimo risultato. Ci serve come consolazione in questa settimana amara.

 

  LA SCOZIA MALCONCIA 

L’1-7  subito dal Celtic sul campo del Borussia viene invece definito da Ewan Murray sul Guardian come una umiliazione che mette a nudo il misero stato del calcio scozzese. Essere molto più avanti di tutte le avversarie nazionali ma perdere in modo così netto in Champions League dovrebbe essere uno stimolo per il cambiamento. Il Guardian dice che si sentono le risatine da Dortmund fino a Durness, inconfondibili, sono le risatine del resto di Scozia, perché il calcio ha una natura intensamente tribale, e allora sarà meschino, provinciale, ma perfettamente comprensibile. Eppure non ha senso gioire della condizione del Celtic perché il pasticcio in cui si ritrova continuamente contro avversari seri la dice lunga sullo standard della Scozia. Il Guardian parla di tattiche preistoriche, uno sviluppo dei giovani praticamente inesistente, di amministratori delegati che approvano le domande di permesso di lavoro per stranieri scadenti, il che blocca la crescita del talento scozzese o funge da tacita ammissione che i giocatori locali non sono abbastanza bravi. La governance è pigra, dettata da club che hanno perso l’impulso di guardare a un quadro più ampio già molto tempo fa.

 

  CHE HA COMBINATO LA ROMA IN SVEZIA

Nel suo editoriale per il Corriere dello sport-stadio, Ivan Zazzaroni parla di sconfitta assurda, quasi cercata, una partita buttata, di quelle che possono far male. La Roma ha giocato al contrario – scrive – risultando a lungo inguardabile. Ha tenuto palla, l’ha mossa con una lentezza e un’imprecisione imbarazzanti anche nei venti minuti finali quando i cambi (ritardatissimi) le hanno restituito una fisionomia accettabile. L’Elfsborg era poco più di niente: ha pensato a difendersi, a chiudere tutti gli spazi per poi ripartire quando la Roma s’incartava nel palleggio. Troppo spesso. Confesso che, alla diciannovesima partita televista nelle ultime 96 ore, avrei evitato volentieri questo commento. Quando non gioca Dybala l’appeal si riduce sensibilmente: ho la netta consapevolezza che mi divertirò molto meno

Zazzaroni scrive che giusto la coppia di trequartisti Soulé-Baldanzi meritava un po’ di attenzione.  Dybala ha dato la sensazione di voler rischiare il minimo (il sintetico è la sua criptonite), anche El Shaarawy si è incredibilmente risparmiato. Ma lui è un giocatore da Olimpico.

 


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