
Quando nel calcio si andava in trasferta in Lussemburgo, già un pareggio passava per una mezza disfatta. I tempi cambiano, il calcio evolve, adesso si può andare in Lussemburgo e tornare con la coda tra le gambe. Ventotto anni dopo la sentenza Bosman, l’UEFA ha incassato una sconfitta perfino più pesante, tirando con sé nella fossa la FIFA, il secondo bersaglio della Corte di giustizia UE, irrituale solo all’apparenza.
La sentenza appare come un totale disconoscimento dell’autorità calcistica finora sperimentata. Smonta un sistema sportivo che reggeva più o meno intatto dal Novecento. In UEFA e FIFA abbiamo storicamente riconosciuto delle istituzioni nate per disciplinare l’attività del calcio. Sono diventate via via più ampie, potentissime, sono state temute e blandite da spietati dittatori. Hanno sommato più stati membri della stessa UE e dell’Onu. Si sono costruite una libertà invidiabile. L’UEFA può considerare una realtà autonoma Gibilterra, la Palestina è disconosciuta da 55 paesi ma per la FIFA esiste e gioca le qualificazioni ai Mondiali. Anche la giustizia è amministrata intra moenia. Ci sono circostanze nelle quali la magistratura ordinaria ha dei limiti: non si può denunciare in procura un avversario per un pugno o uno sputo preso in campo. Abbiamo visto l’UEFA e le sue federazioni disporre sanzioni verso club e nazionali che rispettavano le misure sanitarie disposte dai governi in pandemia, abbiamo sentito Ceferin contestare ordinanze di sicurezza di prefetture, questure, tribunali amministrativi. Il calcio – tutto lo sport – ha vissuto sotto molti aspetti in condizioni di extra-territorialità.
Ecco perché UEFA e FIFA ci sono sempre parsi questo: un governo. La Corte di giustizia UE dice di no e fa cadere l’ultimo velo che solo l’ipocrisia riusciva ancora tenere in piedi. La UE retrocede quei governi a monopolio. Siamo scivolati cioè da un piano politico a una dimensione mercantile. Se succede solo ora, perché succede proprio ora, è spiegato in un inciso del dispositivo, quattro parole, con cui la Corte dice che questi calci a un pallone, questi tornei così cresciuti, con lo sfruttamento dei diritti tv sono diventati «quiet evidently economic activities», delle attività economiche in modo abbastanza evidente. Nella definizione si sente pure un filo di sarcasmo.
È come rimproverare al papa di organizzare messe. Ma se intorno alle messe l’attività principale diventa un’altra, forse in quel settore a qualcuno vien voglia di fare concorrenza. La Corte sta provando a spiegare a UEFA e FIFA che se hanno portato il calcio nel territorio dell’economia, è alle regole dell’economia che bisogna attenersi.
Nell’acronimo della nostra FIGC, la lettera G sta per gioco, ma la sentenza di ieri è la vittoria di chi il gioco l’ha azzerato, di chi interpreta il calcio – e lo sport – da trent’anni come un fenomeno solo economico. Sempre più tornei, sempre più lunghi, più larghi, più ricchi. Gli smartphone sono presi ogni giorno d’assalto da notifiche che leggono la scena del calcio in chiave finanziaria: scopri la rosa che vale di più, qual è il giocatore che si è svalutato, le venti plusvalenze dei migliori Under-21. Stamattina Marca presenta la caduta del Barcellona a Dallas in amichevole contro l’América come “una sconfitta che vale 4 milioni e mezzo”. Un’amichevole.
Restava in piedi la finzione, l’idea che alla fine ci fosse un equilibrio, una misura tra affari e gioco. Stritolate dal gigantismo e dalle loro coppe-bancomat, FIFA e UEFA sono le prime responsabili di questa sconfitta, degradate ora da Palazzi a Confindustrie.

Il punto è cosa voglia farsene ora il calcio della sentenza, come la userà. Non possono esserci stamattina tutte le risposte, casomai si intuiscono i contorni del verosimile, conoscendo come si muovono gli attrezzisti dietro le quinte.
Se nel 2021 faceva sorridere «la difesa del calcio del popolo» da parte di Boris Johnson, altrettanto accade con Florentino Pérez che si sente «difensore dell’Europa delle libertà».
Come dice l’Amico Geniale di Slalom: è davvero il caso di sentirsi più liberi e giusti se alla fine esultano Barcellona e Real Madrid? Non si sono mai viste rivoluzioni guidate dai re. È solo una banale resa dei conti nello sfruttamento di un business, i club contro le istituzioni, i privati contro i vecchi governi.
Sarà casomai paradossale veder tradotta una sentenza liberale in un torneo nato per garantire più soldi alle élite, vecchi papaveri spesso con storie da monopolisti alle spalle, bravi a portare i loro club al dissesto finanziario e in grado di salvarsi solo così. La Corte di giustizia UE scrive e parla secondo nobili principi, questi sono signori che si mettono d’accordo sul numero di fette della torta da dividersi, si prendono e si lasciano secondo i bisogni. Non ci sono nel calcio vergini che portano candele.
Non tutto può esser chiaro stamattina, dove andremo, cosa sarà, ma nasce ufficialmente il capitolo nel quale non possiamo più considerare il calcio uno sport. Ce lo chiede l’Europa. Per 15 anni Djokovic Federer e Nadal si sono sfidati in 23 finali di uno Slam. Dal 2004 se ne sono spartiti 65 su 79. Ma sono sempre partiti dal primo turno, contro avversari 150esimi in classifica e qualche volta hanno finanche perso.
Usain Bolt è stato l’uomo più veloce al mondo per nove anni, ha vinto 19 medaglie d’oro tra Mondiali e Olimpiadi, ma non è stato mai esentato dal correre la batteria di fianco a un Francis Manioru, Isole Salomone, così lento da fare 100 metri in 11.09, un secondo e passa più lento di lui. Questo fa lo sport, questo faceva pure il calcio. Prima di diventare «quiet evidently economic activities». [su Domani]
Se per caso foste presi dalla voglia di ricordare che in fondo nel calcio c’è sempre un Ajax che esce dalla Coppa d’Olanda contro una squadra di dilettanti, che il Frosinone ha eliminato il Napoli battendolo in casa sua e che possiamo goderci un magnifico Bologna volante sulle scarpette magiche di Zirkzee, sappiate che Tuttosport vi avverte. “Zirkzee, il primo della lista Juve“. Amen.
“Una super confusione”, titola in prima pagina L’Équipe, il giornale che ha fatto nascere la Coppa dei Campioni negli anni Cinquanta del Novecento. Lionel Dangoumau, direttore editoriale immagina che sabato 30 maggio 2026 forse dovremo scegliere tra Bayern-PSG, finale di Champions League, o Real-Juventus, finale di Superleague.
“Nonostante tutte le cautele giuridiche – dice – questo testo apre una prospettiva vertiginosa per il calcio europeo, messo a confronto, come nel caso della sentenza Bosman del 1995, con una delle sue fragilità: non aver visto riconosciuta una specificità che lo tuteli dalla stupida applicazione del diritto alla concorrenza. Rende così possibile una spaccatura tra i migliori club del continente, con imprevedibili ricadute sui campionati nazionali”.
L’intervento di Dangoumau è pieno di amarezza e in fondo di rassegnazione. “Dato che i promotori della Superleague – scrive – hanno abbandonato il loro concetto iniziale di competizione quasi chiusa, sarà più difficile per l’UEFA presentarsi stavolta come l’ultimo baluardo dell’equità sportiva. Altrimenti bisognerebbe ricordargle che la Coppa dei Campioni incarna un finto sistema piramidale, che ha incoronato solo due nuovi club dal 1997, il Chelsea nel 2012 e il Manchester City nel 2023, non esattamente dei pollicini. Tra la sua prossima formula e quella promessa dalla Superlega, sarebbe difficile dire quale desideriamo meno. Ma la Champions League ha il grande pregio di essere sola, quindi di concentrare le stelle e offrire un livello di gioco senza eguali. È soprattutto ricca di storia, di ricordi ed emozioni condivise da tutti gli amanti di questo sport. Quindi dobbiamo ancora difenderla? Sì, senza dubbio, e soprattutto perché L’Équipe ne è stata l’ideatrice, nella sua forma precedente. Ma senza illusioni né ingenuità. Anche se la Superleague non vedesse mai la luce, la sentenza della Corte di giustizia UE è una brutta notizia per una certa idea di merito sportivo. Da venticinque anni, tutti questi progetti, reali o immaginari, hanno avuto come effetto principale quello di fare gli utili idioti dei club più ricchi, permettendo loro di accaparrarsi una fetta sempre maggiore della torta, per paura di vederli abbandonare la nave. Superleague o no, vinceranno sicuramente ogni volta”.
A Le Monde sono più scettici sulle reali conseguenze della sentenza. Clément Martel fa notare che l’UEFA ha cambiato alcuni passaggi delle proprie carte nell’estate del 2022 per neutralizzare l’accusa di abuso di posizione dominante. La Corte di giustizia europea ha agito invece in considerazione del vecchio testo. Secondo l’avvocato Pierre Barthélemy, specialista in diritto sportivo consultato dal quotidiano framcese, «ciò che dice questa sentenza è che la UEFA è in posizione dominante, il che non è proibito. Ciò che è vietato è abusarne. La sentenza conferma che, in linea di principio, la UEFA ha il diritto di esigere dai suoi membri il previo accordo per partecipare a un’altra competizione, ma nel quadro di regole oggettive, trasparenti, non discriminatorie e proporzionate».
La scena spagnola è ovviamente condizionata dal fatto che il ricorso battesse la bandiera di Real e Barcellona. Stamattina non c’è nemmeno quel quotidiano gusto di faida continua che i giornali sportivi combattono dalle loro rispettive trincee su ogni minuzia del dibattito calcistico. Qualche elemento dissonante va però colto. Marca ha mandato in edicola una prima pagina meno enfatica delle altre, parlando di vittoria in sede giudiziaria ma di mancanza di sostegno nei fatti al progetto. Santi Nolla, direttore del Mundo Deportivo, scrive un fondo nel quale non si sentono troppi violini e campane. Parla di cambio di passo al tavolo delle trattative, vedremo, capiremo, eccetera.
Per il resto, i cuori madridisti fanno i cuori madridisti [sabato arriva Valdano], i catalani parlano da catalani. Qualche opinione va segnalata. Cecilio Madero Villarejo è un avvocato che per 34 anni e fino alla pensione ha lavorato presso la Direzione generale della concorrenza alla Commissione Europea. Stamattina scrive il suo parere su El Pais.
“Con questa sentenza e con quelle che contemporaneamente la stessa CGUE ha adottato ieri in altri due casi [il primo in una controversia tra una società calcistica belga e l’UEFA, il secondo in relazione alle restrizioni imposte a dei pattinatori dalla Federazione internazionale per campionati da essa non organizzati], il giudice comunitario conferma che i privilegi esclusivi attribuiti alle federazioni internazionali hanno i giorni contati, e che club calciatori altri atleti – quelli che alimentano la macchina delle illusioni, lo sport per milioni di cittadini – hanno il diritto di autoregolamentarsi senza passare per le istanze di presunte e spesso oscure esclusive”.
Andoni Zubizarreta, ex portiere del Barcellona, opinionista lui stesso per El Pais, tiene una posizione d’attesa, sebbene condizionata. “Molti amici – scrive – mi chiedono cosa significherà questo per il futuro del calcio e sinceramente non so proprio cosa rispondere, anche se ho detto a tutti la stessa cosa. Quel che è chiaro è che il Real Madrid e il Barcellona, i loro presidenti Florentino Pérez e Joan Laporta, devono essere fortunati perché hanno vinto una partita che molti pensavano di aver perso. Questo è davvero notevole, visto che tutti sono scappati da quel primo tentativo di Superliga. Da qui in avanti il mio cannocchiale non mi dà più molti indizi, anche se bisognerà vedere come reagirà chi ha abbandonato quella comunanza di interessi. Non so quanto incida la decisioni sui club inglesi, visto che si tratta di un tribunale UE, e da qui si potranno forse trarre nuove conclusioni. L’esperienza ci dice che bisognerà prendere le misure del casco, ma a cosa serve l’esperienza in questi nuovi tempi e nei nuovi paradigmi del calcio, mi domando”.
El Mundo racconta com’è composta la squadra di giuristi, avvocati, economisti che ha vintoin Lussemburgo, guidata da Luis Alonso, socio di Clifford Chance, pare di capire vicino a Florentino Pérez in altre operazioni. Segue scannerizzazioni delle loro passioni calcistiche, amen.
Tom Allnutt sul Times scrive che “il potere della Uefa diminuisce, ma i tifosi restano i perdenti” in questa storia. “Anche se è improbabile che quest’ultima versione della Super League europea si concretizzi a breve termine, seguiranno sicuramente altre proposte”
È un resoconto interessante, il suo, e comincia con la domanda delle domande. “Il calcio è un’attività economica o culturale?”. È la stessa la domanda alla quale hanno dovuto rispondere i 15 giudici. “Lo hanno fatto con difficoltà e quel disaccordo fondamentale ora è al centro della lotta per il futuro del gioco”.
Il Times sottolinea il passaggio sull’attività economica, “un’industria dell’intrattenimento, con consumatori, mercati dei media, che dovrebbe pertanto attenersi a tutti i principi consolidati della concorrenza aperta. Eppure nel profondo della stessa relazione, all’articolo 143, si incontra un’altra definizione, richiamata quasi di sfuggita e menzionata una sola volta. Il calcio riveste una notevole importanza sociale e culturale e che uno degli aspetti più importanti di questo sport sia quindi un certo livello di pari opportunità: non un’attività economica, ma un gioco”. E allora il Times si chiede. “Cosa verrà dopo, o più probabilmente, invece?”.
Viene che “tutti vogliono più partite, più partite tra le squadre più grandi e più garanzie che ci saranno più partite tra le squadre più grandi. Sono tutti d’accordo sul fatto che la partita è un’attività economica, il dibattito è solo se debba avvenire con una fase a gironi o una finale negli Stati Uniti”. Ecco. Così come è probabile che ora la UEFA debba cedere più soldi e controllo all’ECA, l’organizzazione di 200 club guidata un tempo da Agnelli e ora da Al-Khelaifi. “Molti già credevano che l’ECA stesse diventando il partner dominante in quel rapporto e la sua influenza ora è destinata ad aumentare”.
Queste sono le battaglie di potere che infuriano oggi nei vertici del calcio mentre il gioco si allontana sempre di più dalle sue radici. I tifosi – e anche molti giocatori e allenatori – continuano a essere sconcertati dai meriti di una competizione progettata dall’élite, per l’élite.
L’editoriale del Telegraph passa attraverso del sarcasmo per allargare il campo al Mondiale di Infantino. Sam Wallace dice che i più “ottimisti evangelisti dell’ESL presenti nell’ufficio di Madrid vicino al Bernabéu, dove vengono condotte tutte le operazioni dell’ESL, comprese quelle dei suoi consulenti di A22 Sports, dicono che la sentenza della Corte di giustizia è potenzialmente l’inizio di qualcosa”. Ma di cosa? Spiega il Telegraph che se l’Aston Villa dovesse finire tra le prime quattro in questa stagione, non entrerebbe nella competizione europea d’élite, la Star League, né nella Gold League di secondo livello. Il Villa verrebbe invece inserito nella Lega Blu di terza divisione. “È difficile – scrive – decidere cosa sia peggio: il format o i nomi, la divisione dei migliori club d’Europa in divisioni che ricordano i nomi degli asili nido”. Wallace alla fine si domanda perché mai i club dovrebbero rovesciare la Uefa.
“La controllano già. La sentenza attesa da tempo sembra la più vuota delle vittorie: l’espansione della Coppa del mondo per club della Fifa potrebbe già significare che questa è una guerra vecchia. È un sospetto forte che l’influenza più dirompente arriverà da un altrove”. Il Medio Oriente. Con i fondi arabi pronti ad aggredire la scena, ma già con l’ascesa al potere di Nasser Al-Khelaifi, presidente dell’ECA, del PSG, di BeIN Media Group”.
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