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SABATO 3 AGOSTO 2024
GIORNO #8 DELLE OLIMPIADI
IN CIMA AI PENSIERI
Pancia mia fatti capanna
La giornata-8 delle Olimpiadi comincia con la Cina ancora in testa al medagliere con 13 ori, di cui 11 vinti in discipline senza cronometro. Gli USA sono scivolati di nuovo più giù di un paio di posti, dal secondo al quarto, mentre sono risalite di una posizione la Francia e l’Australia, appaiate adesso al secondo posto con 11 titoli. Allonsanfan per Marchand, che ha portato al forziere di casa il 36% delle medaglie, mentre laggiù nell’Oceania terra di sogni e di chimere gli uomini hanno infine portato il loro contributo con il primo oro di Cameron McEvoy nei 50 stile libero. Le nazioni a medaglia sono diventate 53. Su Domani, Valerio Piccioni fa notare che prima dell’inizio dell’atletica a Tokyo erano già 68 e dunque esiste il rischio che non si raggiunga quota 93 alla fine dei Giochi come nel 2021, “sei in più – sottolinea – dell’edizione precedente a Rio. Quel risultato valse peraltro doppio perché quello era un mondo in piena tempesta Covid, non proprio un’autostrada per l’affermazione di realtà sportivamente più fragili. Da sempre un bel po’ di mondo torna a casa a mani vuote. Ma la salute del movimento olimpico si vede anche dalla sua capacità di intercettare platee più grandi”. Ecco perché, scrive, “i tifosi dell’inclusione e di un olimpismo capace di allargare sempre più le sue frontiere, ora si affidano per sovvertire la tendenza allo sport universale per eccellenza: l’atletica”.
I 10.000 metri hanno infatti smosso le acque dell’Africa, con il primo oro all’Uganda, il secondo in assoluto per il continente dopo quello di Tatjana Smith nei 100 rana. Prima medaglia anche per l’Etiopia.
GLI HIGHLIGHTS PRIMA DEGLI HIGHLIGHTS Sono 43 gli eventi da medaglia previsti per oggi. Una giornata assolutamente piena. Sha’Carri Richardson e Ryan Crouser saranno i protagonisti delle finali di due fra i cinque eventi di atletica leggera. Katie Ledecky e il tiratore al piattello Vincent Hancock inseguono la storia a poche ore di distanza l’uno dall’altro, ognuno alla ricerca del quarto oro in una gara individuale. C’è Simone Biles al volteggio, c’è Caeleb Dressel nella staffetta mista, torna il Dream Team di Lebron e Curry contro Porto Rico. Dopo la rissa tra Francia e Argentina nei quarti di finale del torneo maschile di calcio, arrivano i quarti femminili con le campionesse del mondo spagnole contro la Colombia, le nuove USA di Emma Hayes contro il Giappone, la Francia di monsieur Hervé contro il Brasile, e Canada-Germania.
Nel golf tre giocatori sono in parità a 11 colpi sotto il par dopo due round: l’americano Xander Schauffele, vincitore della medaglia d’oro a Tokyo, il giapponese Hideki Matsuyama e il britannico Tommy Fleetwood. E poi i due van nel ciclismo, il giorno degli otto nel canottaggio.
IL RUGGITO DI MAMELI
Noi siam pronti alla morte con la prima volta di un otto femminile in finale ai Giochi [Veronica Bumbaca, Alice Codato, Linda De Filippis, Alice Gnatta, Elisa Mondelli, Giorgia Pelacchi, Aisha Rocek, Silvia Terrazzi[, timoniere un uomo: Emanuele Capponi. È curioso invece che il timoniere dell’otto maschile fosse una donna. Nella prova su strada arrangiamo per le spese con Alberto Bettiol, Luca Mozzato, Elia Viviani. Nella vela, se il vento non si mette di nuovo di traverso, ritentiamo con Marta Maggetti e con Nicolò Renna le regate da medaglia nell’iQFOiL. Nel tiro è il giorno del magico skeet che fa battere i nostri cuori ogni 4 anni, per il titolo maschile sparano Tammaro Cassandro e Gabriele Rossetti. Lorenzo Musetti gioca per il bronzo, la nazionale femminile della sciabola chissà per cosa [Michela Battiston, Martina Criscio, Chiara Mormile e Irene Vecchi]. Regina Atletica propone cinque finali: Leonardo Fabbri è in quella di getto del peso, Dariya Derkach nel triplo, la staffetta mista 4×400 si è conquistata un posto nella serata del record del mondo degli USA, Zaynab Dosso ci prova: deve prima passare le semifinali. Chiusura in piscina con gli 800 stile libero e con Simona Quadarella.
ITALIANISMI
Alla fine il tennis se l’è cavata. Non siamo solo Sinner
Se pensiamo a come era cominciata questa storia, se pensiamo alle ore in cui Jannik Sinner si prendeva la tonsillite mentre Matteo Berrettini faceva il fenomeno senza poter essere ripescato, mamma mia, ve lo ricordate, che trishtezza. Lo dice Fabio Tavelli su Sky [il video] e lo scrive Marco Imarisio sul Corriere della sera. Invece Lorenzo Musetti ha portato una medaglia nel singolare maschile dopo cent’anni [oggi gioca per il bronzo dopo un’altra carocchia presa da Djokovic, “a 37 anni è ancora in cima alla catena alimentare, il predatore Alfa”, Stefano Semeraro, la Stampa], mentre Sara Errani e Jasmine Paolini domani giocano per l’oro. Imarisio scrive che “uno dei pochi giocatori del circuito per cui vale la pena pagare il biglietto, ce l’abbiamo noi” e aggiunge che “oggi l’Italia è quel Paese dove il settore pubblico (la Federazione) si mette a disposizione dei privati, affiancandosi con discrezione a coach di nuovo conio, pronti a sostenere il giovane talento nella fase più delicata, il passaggio da juniores a professionista. Un ibrido tra lo statalismo francese e la libera impresa spagnola. La federazione ci ha messo molto del suo, lavorando affinché l’Italia, da periferia isolata diventasse una capitale del tennis. Abbiamo i nostri difetti, per carità. Ma ogni tanto siamo anche capaci di fare le persone serie, e di essere un esempio da imitare. Come nel tennis”.
Paolo Brusorio su La Stampa sottolinea: “La finale olimpica maschile sarà Alcaraz-Djokovic, non proprio due qualsiasi e a dire che si giocano il quinto slam si fa un torto alle Olimpiadi”.
TITOLI
▥ Marco Imarisio sul Corriere della sera parla di “argento sprint di Oppo-Soares per l’ultimo ballo dei canottieri”, nel senso che il doppio pesi leggeri sparisce dalle Olimpiadi, come a suo tempo sparì il due con dei fratelli Abbagnale. Nel programma di Los Angeles 2028 non lo troveremo.
Dedica una riflessione alla faccenda Francesco Pierantozzi con un pezzo su Sky Sport Insider, il nuovo spazio di lettura di Sky Sport per abbonati. Pierantozzi si domanda se sono le Olimpiadi o Giochi Senza Frontiere. La storia delle Olimpiadi, dice, ci insegna che la specialità fa parte della storia della manifestazione, addirittura fin dal 1900, anche quella volta per delle gare lungo la Senna.
▥ Corriere della sera: “Fabbri va in finale ma solo al terzo lancio. Chiedo scusa se vi ho fatto soffrire”
▥ Corriere della sera: “Cara scherma, sei fatta per noi italiani” – Aldo Cazzullo ha scritto: “È adatta al nostro carattere nazionale, almeno come si è manifestato nei secoli: fierezza, spirito guascone, estro, fantasia, disponibilità al sacrificio, in particolare nei momenti drammatici, quando o si vince o si muore
▥ Corriere della sera: “Quadarella negli 800 cerca il riscatto (come a Tokyo)” – Dopo la delusione nei 1.500, superSimo prova a reagire. Ledecky vuole la medaglia numero 14
IL NOME PIU BELLO
Lin Yu Ting
In attesa di appassionarci di nuovo ai genitali di Imane Khelif e alle sue foto da bambina, così si vede per benino che era proprio una bambina, lei oggi va sul ring contro l’ungherese Hamori e magari sulla scena si affaccia Orbàn, mentre ieri lo sguardo dei custodi della sessualità altrui si è posato sulla cinese Lin Yu Ting, un altro corpo individuato come DSD, portatore di disordine o differenze nello sviluppo sessuale. Ha battuto per 5-0 l’uzbeka Turdibekova, senza che qualche ministro uzbeko si facesse vivo, né che il capo del governo chiedesse di incontrare Thomas Bach. Non ci sono più gli uzbeki di una volta. Non hanno neppure protestato contro le giurie, come si usa fare nei palazzi color mattone che per nome portano una lettera muta. Il direttore tecnico della boxe Renzini già spiega che la peggior Olimpiade possibile è stata colpa degli arbitri, sempre loro, maledizione, ce l’hanno con noi. Si danno ogni volta appuntamento da qualche parte, di nascosto, eppure nessuno che riesca a scovarli, con tutti ‘sti giornalisti d’inchiesta in giro, e niente, allora si riuniscono, prendono una birra, forse pure una vodka, chi può dirlo, ridono, si danno di gomito e dicono dai, dai, facciamo come l’altra volta, facciamo perdere l’Italia, e giù risate.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera allora racconta: “Più alta, meno muscolata, braccia più lunghe, Lin ha subito uno stop dopo pochi secondi per la perdita del caschetto e poi ha sfruttato la lunghezza degli arti per insinuarsi con efficacia sul volto dell’avversaria, incapace di replicare. Il match è stato a senso unico, Lin ha vinto 5 a 0 senza bisogno di massacrare l’avversaria e con un ultimo round totalmente sulla difensiva, dimostrandosi come del resto Khelif la grande favorita del torneo. Nessuna smanceria e poca sportività dopo la proclamazione della vincitrice. Turdibekova ha dato le spalle all’avversaria uscendo in lacrime dal ring, Yu Ting non si è minimamente preoccupata di cercarla e ha fatto passerella tra il pubblico”.
Il circo intanto prosegue. Don Patriciello è il parroco assai mediatico di Caivano e chiederà ad Angela Carini di fare da testimonial del parco. Ecco. Coraggio, resistete, fra otto giorni sarà tutto finito, la politica si va a fare due bagni, gli editorialisti chiudono le rubriche per ferie, e noi possiamo finalmente buttardi di nuovo tutti insieme sulla VAR.
| VOCI RACHELE MUSSOLINI
«Fino a prova contraria Imane Khelif è una donna. E ha subìto una caccia alle streghe indegna».
➣ Con chi ce l’ha, onorevole?
«Con tutti quelli che continuano a dire e a scrivere, ormai da giorni, che Imane è un uomo, che è un transessuale. E poi anche un intersex, parola di cui nemmeno – confesso – conoscevo il significato. Mi sono documentata. E leggendo i pareri di medici e scienziati ho capito che si può essere donna anche con un cromosoma X e Y. Che non è la produzione di testosterone a definire la predominanza sessuale, né spesso a determinare un vantaggio per gli atleti. Infine Khelif è nata donna. Ed è stata anche sconfitta da altre donne nel corso della sua carriera. Quindi vuol dire che non è imbattibile». [intervista di giovanna vitale, Repubblica]
| VOCI ANDREA ABODI
➣ Imane non doveva combattere?
«Più corretto affrontare il tema in via generale: che fare quando in uno sport esiste una differenza fisica e fisiologica tra gli atleti che competono tra di loro? Il Cio ha scelto la strada inclusiva dell’attestazione burocratica. Guardiamo i documenti e stop. Quindi: le donne, anche iperandrogine, dunque con una forza straordinaria, partecipano sempre alle gare con le altre donne. Credo invece ci sia bisogno di un ragionamento scientifico più allargato che tenga conto della situazione fisica dell’atleta ma che rispetti anche l’avversaria. Provo a dirlo più semplicemente: c’è una differenza sostanziale tra le discipline. Una cosa è un secondo, un metro, un rimbalzo di differenza. Un’altra quando parliamo di sport in cui c’è lo scontro fisico diretto e dove, oltre alla vittoria, è in gioco la salute degli atleti». [intervista di giuliano foschini, Repubblica]
Se Slalom ha ben interpretato il pensiero del ministro Abodi, il governo o il CONI, oppure il governo e il CONI, in ogni categoria di pugilato, anche maschile, propone un esame scientifico sulla situazione fisica dei partecipanti, per capire prima del match se qualcuno per sua natura dovesse disporre di maggiore potenza rispetto al suo avversario, così da escluderlo prima. È così? Giovanni Malagò, presidente del CONI e membro CIO, ci spiega se in questa storia è più presidente del CONi oppure è più membro CIO? Così, eh, giusto per restare nel deserto della razionalità
TITOLI
▥ Domani: “Imane Khelif e l’apparente binarietà degli esseri umani. Cosa dice la medicina” [QUI]
POPOLI
Il primo oro Allonsanspagne
Orooo, orooo, gridano le prime pagine dei giornali spagnoli, come gridò Colombo quando vide la terra delle lontane Indie e invece era l’America. Il primo oro del paese è venuto dal mare, con Diego Botín e Florian Trittel nelle regate dei 49er, confermando la vela come lo sport che ha dato più medaglie allo sport di casa ai Giochi. Eh sì. La vela. A proposito del modello spagnolo. È il 14esimo oro della storia, il 22esimo posto. Juan Gutiérrez su Diario AS scrive che la canoa potrebbe anche essere prossima a fare il sorpasso per numero di medaglie complessive, e aggiunge che a quota 14 arrivano atletica, tennis e ciclismo ma sommando tutti i metalli possibili.
“L’oro viene dal mare. Il tesoro era nascosto nelle acque di Marsiglia” poeteggia Juan Morenilla su El Pais. Botín è nato a Madrid 30 anni fa ed è cresciuto in Cantabria, ha la vela nel sangue come noi sedentari abbiamo invece il colesterolo, viene da una famiglia di velisti e non solo, una famiglia anche di banchieri. Le cose ogni tanto coincidono. È il nipote di Marcelino Botín, il progettista di Alinghi in Coppa America e ha studiato Design Navale, così c’è sempre un posto nello studio di famiglia. Florian Trittel è il suo scudiero, altro figlio del mare, nato in Svizzera da genitori tedeschi che si trasferirono a Barcellona quando lui era bambino, sempre per la passione per la vela. Chi è che oggigiorno non si trasferisce a Barcellona per seguire la passione per la vela?
IL GESTO DEL GIORNO
Uno Yurchenko sul tavolo in cucina
Il popolo dei divaneur – i suiveur dal divano – certe volte proprio non ci arriva. Non si spinge a immaginare dove possa spingersi la passione degli assatanati di sport, proprio di sport attivo, i praticanti, attenzione, è pieno, ne siamo circondati: gente che va al lavoro in bicicletta, che si alza all’alba per correre, altri devono prendere spunto dalle Olimpiadi per imitare evoluzioni e gesti. Dev’essere per forza così. Mentre noi divaneur ci lussiamo il pollice sul telecomando, ci dev’essere da qualche parte qualcuno che vede Marchand e si tuffa nella vasca per replicare la sua rana, qualcuno che si innamora di un harai-goshi e ta-dà rovescia il vicino di casa in ascensore. Deve succedere soprattutto in Inghilterra, o nell’intera Gran Bretagna, vallo a sapere, perché stamattina il Guardian avverte con un certo allarme e una sincera preoccupazione: “Non provate questi esercizi a casa, gli esperti consigliano di non copiare i gesti dei Giochi”.
Il pezzo è serio, più serio del tono di queste righe. Gli esperti avvertono “coloro che si ispirano alla ginnasta Simone Biles, al ciclista di BMX Kieran Reilly o al tuffatore Tom Daley che potrebbero rischiare gravi lesioni o addirittura la vita se tentassero un salto mortale all’indietro, se staccassero entrambi i piedi dai pedali a mezz’aria di una bici o se tentassero un tuffo in verticale dalla piattaforma di 10 metri”. Eh, uno magari non ci pensa. Meglio farla girare, ‘sta voce.
Il Guardian ne ha parlato con Matthew Harrison, fisioterapista del Servizio Sanitario Nazionale e portavoce della Chartered Society of Physiotherapy, il quale giura di aver visto spesso pazienti che si sono infortunati praticando uno sport olimpico. «Vediamo spesso persone che si rivolgono a noi dopo aver guardato le Olimpiadi e aver ripreso l’attività in uno sport che avevano praticato in precedenza, oppure persone che sono state ispirate dai Giochi per intraprendere qualcosa di nuovo e purtroppo subiscono un infortunio. Di recente – racconta destando raccapriccio – ho visto una donna che aveva un forte dolore alla spalla, e fortunatamente nessuna frattura, dopo essere stata sollevata e lasciata cadere per ripetere una giocata del rugby. Fortunatamente, era solo un livido e migliorerà con il tempo». Resta avvolta nel dubbio la misteriosa dinamica, mentre sappiamo sempre dal professor Harrison – sarà sicuramente professore – che «un uomo si è danneggiato i legamenti del polso dopo aver visto lo skateboard. È saltato sullo skateboard del figlio ed è caduto, atterrando sulle mani e sulle braccia per attutire la caduta». Ecco, lui ci metterà più tempo per riprendersi.
Perciò, non fate scemenze. Non provate lo Yurchenko di Simone Biles sul tavolo della cucina. Forse ‘sto week-end non è nemmeno il caso di prendere il motorino ché c’è la MotoGP, non sai mai chi si incontra in giro.
ALLONSANFAN
I nuovi signori dello sport di Francia
Come Gabriel Medina sull’onda di Tahiti, anche Teddy Riner avrà per sempre la sua foto nella quale ascende verso il cielo, o forse sta già scendendo per atterrare di nuovo sulla terra, chi lo sa, una terra d’oro, il terzo oro per la sua carriera da judoka XXL dopo quello mancato a Tokyo. L’Olimpiade perfetta per l’uomo che ha messo il fuoco al centro del villaggio, anzi nella mongolfiera e poi la mongolfiera al centro del villaggio. Ha vinto la finale per ippon contro il sudcoreano Kim Minjong con un harai-goshi, tsk, ormai sappiamo tutto e tutti dell’harai-goshi. “E lì – esulta L’Équipe – la maschera competitiva – concentrata, feroce – si squarciò per rivelare un oceano di felicità su un volto finalmente in pace”. È la prima volta in tre finali olimpiche che vince con l’equivalente del ko nella boxe e non con l’equivalente dei rigori nel calcio. Un calcio in effetti si è preso nei quarti di finale dal georgiano Guram Tushishvili, il vicecampione olimpico al quale dopo uno splendido tani-otoshi subito è partita la brocca. Lo hanno squalificato. Così si è giocato pure il bronzo e ha compromesso la gara della Georgia nel concorso a squadre.
L’Équipe ricorda tutto il lavoro fatto da Riner in questi tre anni per “ reinventarsi e durare”. Ha costruito il suo titolo, si legge, con il giro del mondo, nel senso che è andato a studiare, è andato ad aggiungere competenze nuove. In Mongolia e in Kazakistan ha tenuto degli stage con avversari grossi, difficili da buttar giù, perché non ci sono sparring così in Francia. In Giappone ha studiato lo stile di lavoro della tradizione, in Brasile ha imparato l’arte jiu-jitsu, poi è tornato a casa sua, in Marocco, e ha messo tutto insieme, “alla ricerca della varietà”.
Così stamattina il giro del mondo è finito, capolinea la prima pagina dell’Équipe che lo celebra insieme con Léone Marchand, il cui nome ha un’irresistibile assonanza con quel passo della Marsigliese, e allora è un giochino facile titolare su “le jour des gloires”. “Durare, fare e rifare, senza perdere la fiamma o meglio, saperla riaccendere quando tremola, questo è il segno dei giganti. Oppure schiacciare tutti come Marchand, al fianco solo dell’élite olimpica” scrive Coquard, Per L’Équipe, Marchand è diventato “il vampiro e il migliore”: ori in 200 e 400 misti, 200 farfalla, 200 rana. Ora ci sono le staffette. La star dei Giochi, senza dubbio.
Le glorie c’è scritto in prima pagina, al plurale, perché sono state addirittura tre in un giorno solo, non due. Il nuotatore è all’esordio olimpico a 22 anni, il judoka alla quinta incursione, all’età di 35, sempre a medaglia, ma poi ci sono stati pure i podi dei matti della BMX, una disciplina più giovane finanche di Marchand: nella corsa maschile la Francia ha fatto primo, secondo e terzo con Joris Daudet, Sylvain Andre e Romain Mahieu. Daudet ha 33 anni, tre volte campione del mondo, l’ultima nello scorso maggio quando erano passati solo tre mesi da una clavicola rotta in Coppa del mondo a Brisbane. Dice che quando lascerà, non vorrà restare nel suo sport. Vuole godersi la vita. Eh. Sylvain Andre ha 31 anni e la biciclettina lo segue pure dentro casa. Corre pure sua moglie Eva Ailloud. Ha cominciato su suggerimento di un amico del padre, da due anni ha cambiato telaio e forcelle. Romain Mathieu invece di anni ne ha 29. È nato a Lille, ma vive a Brisbane, sua moglie è di là, Saya Sakakibara, pure lei un’atleta internazionale di BMX, pure lui ispirato da suo padre, pilota di motocross.
| MAPPE TOLOSA
Sono festa, farina e fuori d’artificio a Tolosa, dove celebrano la stella del nuoto che è nata là, ma pure Antoine Dupont, il loro idolo nel rugby, l’artefice della Coppa dei Campioni vinta quest’anno, nonostante una stagione a singhiozzo nell’attività a XV, per dedicarsi alla versione olimpica della palla ovale. Segue su L’Équipe reportage dalla città, come se fosse – che so – Roncadelle, il borgo dal quale vengono sia Alice Bellandi sia Giovanni De Gennaro. Tsk.
ATTESE
Maledette piste ciclabili: a Parigi non si riesce a correre
Questo è il percorso, questo è il saliscendi olimpico che consegnerà l’oro, l’evento per il quale Parigi ha rinunciato a ospitare l’ultima tappa del Tour de France, lasciandola a Nizza. Non era mai successo nella storia della corsa. Arrivo al Trocadéro. Davide Cassani direbbe – dirà – che è un mangia-e-bevi, rallentando un po’ e fermandosi sulla sillaba iniziale di bevi.
Sarà una corsa bizzarra con 90 corridori presenti, non esiste gioco di squadra, si può essere al massimo in quattro [Slovenia, Danimarca Francia, Gran Bretagna, Belgio], qualcuno in tre [Italia, Spagna, USA, Olanda]. No, non c’è Pogacar: si è dichiarato sfinito, ma ormai è chiaro che non si è presentato per solidarietà verso la compagna Urška Žigart, campionessa nazionale a cronometro lasciata fuori dalla squadra senza una spiegazione e senza un perché. Non c’è nemmeno Vingegaard fra i danesi, ma uomini che metteremmo tra i favoriti in una classica da 273 km come questa ce ne sono, eccome.
Prima di tutti i due van, eccoli qui, van der Poel e van Aert, al loro consueto testa a testa che si vede dappertutto, ce l’hanno risparmiato solo al Tour. C’è il terzo uomo del ciclocross, Thomas Pidcock, fresco fresco di oro nella mountain bike. Ci sono Remco Evenepoel e anche un altro reduce del pentello da Classiche, il vecchio Julian Alaphilippe. L’Équipe scrive oggi che è in missione per un obiettivo senza precedenti, in una corsa che “potrebbe essere risolta partendo da molto lontano, ben prima della Butte Montmartre. A Montmartre abita Vikash Dhorasoo, ex calciatore visto pure al Milan, una delle voci più forti contro Marine Le Pen durante gli Europei, una volta si candidò a sindaco con una lista indipendente dell’estrema sinistra. Raccontò che i residenti agiati di Montmartre avevano chiesto di chiudere i giardinetti dove giocavano a pallone certi ragazzi di origine africana. «Hanno raccolto mille firme. Noi, con undicimila, li abbiamo bloccati». Che volesse dirci qualcosa?
Qualcosa forse vuol dire che qui hanno abitato Picasso, Modigliani, Van Gogh e Steinlen. Serve allora una pennellata di genio in bicicletta, un’idea artistica per prendersi l’oro. C’è al via tanta gente che ha piazzato un colpo del genere in qualche grande corsa: van Baarle [Roubaix 2022], Stuyven [Sanremo 2021], Mohoric [Sanremo 2022], Pedersen [Mondiali 2019], Girmay [Wevelgem 2022]. Gli americani hanno portato il baffo di McNulty e i watt di Matteo Jorgenson, l’Australia fa affidamento su Michael Matthews, l’Italia s’arrangia con Bettiol, Mozzato e Viviani.
Uno dice Parigi e quando c’è il ciclismo di mezzo pensa agli Champs-Élysées, invece l’Olimpiade ha voluto portare la bicicletta nei quartieri popolari della capitale, “anche se tracciare il percorso non è mai stato così complicato”. La colpa? Eh la colpa è sempre di chi ama il popolo, la colpa è di chi ha fatto tutte ‘ste piste ciclabili in città, parbleu, anzi dannazione. Così racconta Clément Guillou su le Monde. “L’automobilista parigino convinto che le biciclette gli stanno rovinando la vita, non ha ancora visto nulla. In questo primo fine settimana di agosto, gran parte del traffico della capitale sarà bloccato da una corsa ciclistica, un evento quasi scomparso dalle strade di Parigi dopo la Seconda Guerra Mondiale”.
Si parte nel nord-est, esplorando le colline appunto di Montmartre, e di Ménilmontant, e della Belleville di Daniel Pennac, “per un circuito che vi farà venire l’acquolina in bocca. L’occasione per esplorare un paradosso: essendo diventata una delle capitali mondiali del ciclismo, Parigi è un terreno di corsa impossibile per gli organizzatori”. Il vecchio Prix de Paris 14, corsa amatoriale all’ombra della torre di Montparnasse, è stato l’oggetto di un testo dello scrittore Philippe Bordas, nel suo libro Forcenés e di un documentario che si intitola Dans Paris
Dentro Parigi, il vecchio sport proletario parigino del periodo tra le due guerre, è diventato un modo di spostarsi dei dirigenti d’azienda e degli addetti alle consegne dei pasti. Philippe Bordas la vede come una riproduzione della guerra sociale globale, in cui “questi ciclisti urbani formano una casta che esclude, mentre i ciclisti dai denti neri, che hanno sperimentato la povertà, si propongono come i rappresentanti della città”. Ma Parigi è diventata il simbolo della scomparsa delle gare ciclistiche dalle grandi città. “Con il proliferare degli sviluppi urbani, a partire dalla costruzione di piste ciclabili, è diventato molto complesso per gli organizzatori di gare considerare l’ingresso in una metropoli”. Thierry Gouvenou, il pianificatore del percorso del Tour de France, confessa che è il luogo in cui è più difficile organizzare le gare è l’Olanda. È paradossale, ma ci sono troppi spazi dedicati alle biciclette e sottratti alla strada, e una pista ciclabile non si adatta bene alla corsa. Dev’essere per questo che da noi al sud se ne fanno poche. Sperando che così passa il Giro d’Italia, magari una volta ci viene pure il Tour, che ne possiamo sapere.
TITOLI
▥ Vincent Duluc, una delle firme di spicco di calcio per L’Équipe, sta tendendo una rubrica olimpica nella quale il tono certe volte è un po’ smarrito. Stamattina per esempio si consegna definitivamente. Deve essersi guardato allo specchio, si sarà fatto una certa impressione e scrive che “i fatti si possono sempre distorcere, volevamo far credere al mondo che avremmo deciso di andarcene, dribblare Parigi all’alba di agosto, ma ecco la nuda verità: ci siamo alzati all’alba per vedere qualche tiro con l’arco”. È sbigottito. In effetti.
MEDUSE OLIMPICHE
I sospetti su Pan
Come in ogni vero sospetto che si rispetti, il povero Pan Zhanle non riuscirà mai a convincerci di non essere uno sporcaccione come quelli che mangiano la carne contaminata e nuotano forte. In Cina ne hanno beccati una ventina, e da allora l’Occidente si dà di gomito, e dai, quante ne abbiamo viste, com’è possibile che abbia battuto il record del mondo dei 100 stile libero di 4 decimi, dando un secondo di distacco a tutti. Dev’essere un zozzone pure lui. Le Monde stamattina dà fiato, voce e corpo a questa vittoria che – scrive Benoit Hopquin – ravviva le tensioni geopolitiche dentro i bacini.
“Senza offesa per Pitagora, Eratostene e Aristotele, questi contemporanei degli antichi Giochi greci, la Terra non è rotonda. È piatta, rettangolare e misura appena 50 metri nella sua dimensione maggiore. È interamente ricoperta d’acqua, di un azzurro ingannevole. Le boe che separano in larghezza otto corsie parallele sono un effetto ottico. Ci sono infatti solo due schieramenti separati da una cortina di ferro, un modello fluttuante, con l’Occidente da un lato e la Cina dall’altro. Così, mentre Léon Marchand sconvolge i cuori francesi, nella bella vasca da bagno dell’Arena La Défense di Parigi si gioca un confronto planetario di tutt’altra dimensione. Nella corsa per le medaglie – che è anche promozione dei rispettivi sistemi politici – il nuoto è uno dei rari luoghi olimpici in cui i due blocchi si sfidano frontalmente, con grandi colpi di braccia muscolose e frenetici calci di piedi. E come non pensare, per chi è abbastanza avanti nell’età, alla guerra del nuoto tra Occidente e Oriente negli anni ’70 e ’80, con Mark Spitz, John Naber e colleghi americani contro Kornelia Ender, Ulrike Richter e il resto della DDR. Il Water power è una forma umida del soft power”
LA PAROLA CHE NON VI HON DETTO
Cento
Aspetti i Giochi quattro anni, stavolta tre, e tutto si consuma in 10 secondi. Stamattina i preliminari dello sprint più breve tagliano fuori dall’Olimpiade un mucchio di gente venuta in Europa perché l’importante è partecipare. È successo ieri mattina tra le donne, ma sono molti in giro, alcuni scrivono pure di Olimpiadi, indisponibili a lasciarsi affascinare da questa bizzarra storia di una ragazzina di vent’anni che si fa un viaggio dalla Sierra Leone alla Francia per mettersi scarpette chiodate, correre lentamente, più lenta di tutte le 72 iscritte alle batterie, correre in 12.15 e poi tornarsene felice a casa. C’è chi è venuta per battere il proprio primato personale [il primo obiettivo di un’atleta: ci sono riuscite in quattro], chi per fare il primato stagionale [8: significa dare il meglio di sé nel momento in cui serviva], qualcuna ha battuto il record del proprio paese: Audrey Leduc per il Canada, Boglarka Takacs per l’Ungheria, Alessandra Gasparelli per San Marino: 19 anni, la portabandiera.
Eccoli qua, gli uomini. Trentotto partecipanti spalmati in 6 batterie. Ci sono due tra i migliori-100 velocisti al mondo [Ebrahima Camara del Gambia e Muhd Azeem Fahmi della Malaysia], il numero 3.701 [Winzar Kakiouea di Nauru] e anche 13 non classificati nel ranking di World Athletics. Fra questi 13, in due non hanno neppure un primato personale. Uno è Manuel Ataide di Timor Leste, ai Mondiali di Eugene e di Budapest ha corso gli 800, di cui detiene il primato nazionale. L’altro è Taha Hussein Yaseen, irakeno, 26 anni, visto a Tokyo nei 400 metri, ai Mondiali di Budapest nei 200. Fra i 38 presenti in batteria solo uno è sceso sotto i 10 secondi [Camara 9.98], nove non sono mai scesi sotto gli 11 secondi, uno mai neppure sotto i 12. Si tratta di Maleselo Fukofuka, il portabandiera di Tonga sul battello lungo la Senna. Ha rappresentato Tonga nel decathlon ai Giochi del Pacifico 2023 e ai Campionati dell’Oceania 2024. Correva 1.500 e 3.000 metri. Quel numero 3.701 al mondo di cui si parlava più su, Winzar Kakiouea, di Nauru è stato anche il portabandiera, perché in effetti lui è tutta la squadra. La sua Olimpiade e quella del suo paese coincidono. Durerà poco meno di una dozzina di secondi e poi sarà il momento di tornare a casa, o forse in Australia dove si allena, perché in tutta Nauru non esiste una pista d’atletica.
È una delle quattro nazioni che hanno mandato a Parigi un solo atleta. Anche per il Belize si tratta di un centometrista. Si chiama Shaun GILL, ha lavorato per sei anni in una società di telecomunicazioni, prima di dimettersi per andare a studiare Ingegneria Industriale alla Texas A&M University negli USA. Gareggia per la seconda volta avendo ottenuto una wild card per il principio dell’universalità dei Giochi, come era successo a Tokyo 2020. Anche lui è stato ovviamente il portabandiera del suo paese. L’unico somalo a Parigi sarà al via delle batterie degli 800 metri. Si chiama Ali Idow Hassan, 26 anni, alla sua seconda apparizione olimpica grazie al jolly del CIO, dopo aver partecipato alle batterie dei 1500 metri a Tokyo. Si allena in Etiopia.
il Liechtenstein è il solo paese da un solo partecipante che non presenta la sua carta nell’atletica, ma nel ciclismo. O sarebbe meglio dire: l’ha presentata. Romano Puentener, 20 anni, di Schaan, ha gareggiato nella mountain bike, chiudendo con un dignitoso 28esimo posto. Ha studiato da meccanico di biciclette, ma la coa non l’ha messo al riparo da una spalla rotta dopo una caduta all’ultima tappa di Coppa del Mondo della stagione a Mont-Sainte-Anne, era ottobre.
▥ Repubblica: “Tutti contro Jacobs” – Oggi le batterie dei 100 metri, domani semifinali e finali. Quanti rivali per il campione in carica: è la gara più incerta. Emanuela Audisio ha scritto: “Il più veloce quest’anno è un erede di Bolt, ma non così conosciuto, il giamaicano Kishane Thompson, 23 anni, robusto e violento sulla pista, 9”82, 9”83 e 9”77 in 24 ore a Kingston, una sola gara in Europa (9”91). È allenato da Stephen Francis che portò Asafa Powell al record del mondo, 9”74. Poi ci sono gli altri due americani, Kenny Bednarek, 9”87, e Fred Kerley 9”88. Più il secondo dei giamaicani, Oblique Seville, 9”82”
▥ La Stampa: “Tecno atletica” – Emozioni nello Stade de France subito esaurito La pista lilla si presenta con un record del mondo e l’Italia ci arriva con un viaggio nella scienza. Giulia Zonca ha scritto: “I norvegesi, con le star della nazionale Ingebritsen e Warholm, hanno sfruttato studi su glicemia e diabete per aumentare la soglia di fatica e l’Italia non è rimasta a guardare. Il direttore tecnico Antonio La Torre ha messo insieme una squadra di ricerca, un misto di competenze: ingegneri, biomeccanici, esperti del sonno. «Sul sistema di controllo dell’allenamento endurance siamo molto avanti – dice -, gli altri ci monitorano. Sappiamo quanto ossigeno catturano i muscoli, tariamo la velocità in cui si va in crisi negli sforzi prolungati di marcia e lunghe distanze». Usano una versione speciale dell’Alter G, il macchinario che permette di marciare o correre sospesi. Di fatto un tapis roulant dentro un sacco che toglie gravità, il prototipo arriva dalla Nasa e nelle varie applicazioni ha trovato differenti sviluppi”
Marcell Jacobs: «Sono io quello da battere»
Marce’, senti a un amico, non lo ripetere che questi ti accontentano
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