Ciao, Southgate, lasci una grande eredità. Anche senza la Coppa

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Quel signore gentile col gilet, quel signore che ha portato l’Inghilterra dove l’Inghilterra non era mai stata eccetto che nell’estate di Michelle e di Paint it black – ecco, quel signore si è stancato di stare appeso come un sughero alle pareti dei pub per farsi colpire con le freccette. Dopo 8 anni e 120 partite, Gareth Southgate ha immaginato che ci sia altro da fare nella vita, oltre il mestiere di capro espiatorio per tutte le manchevolezze del calcio inglese. Se ne è andato, e se n’è andato come voleva lui, quando lo diceva lui. 

Bisogna avere uno sguardo distante per cogliere in pieno la sua parabola, bisogna avere lo sguardo che manifesta Rory Smith sul New York Times, dove ha scritto che ci siamo rassegnati al pensiero che un cittì inglese debba andarsene per un esonero, per umiliazione, per disgrazia, vittima di un massacro o di una caccia alle streghe, castigato da una stampa scandalistica, macchiato di sputi e disprezzato dal pubblico in generale. Ai cittì inglesi non è consentito, in nessuna circostanza, di conservare la loro dignità.

Southgate ce l’ha fatta. Se ne va integro, prima che di lui restino sul pavimento la polpa e quattro ossa. Fuori dal suo ufficio a St. George’s Park, la struttura di allenamento della Nazionale, sui muri stanno in fila 14 ritratti, i 14 predecessori nel ruolo che un tempo era descritto come il secondo lavoro più importante del paese racconta Smith. Sono le immagini che ci dicono meglio di qualunque saggio la rarità e la sacralità di un dovere a lui era toccato quasi per default” eppure ricoperto in un modo tutto suo, solo suo. 

Negli otto anni in cui è stato cittì dell’Inghilterra, scrive Smith, Southgate ha dimostrato di essere capace di rompere gli schemi. L’Inghilterra non vinceva mai ai rigori: con Southgate sì. L’Inghilterra non passava le semifinali: con Southgate sì. L’Inghilterra non aveva mai giocato una finale fuori dal Regno: con Southgate sì. Ha rotto le convenzioni, spiega l’editorialista del New York Times, anche con questo addio affidato a una lettera mentre il paese è ancora in lutto per la sconfitta in finale con la Spagna. 

Una lettera nel più puro stile Southgate, conciliante, generosa, scritta in quel curioso gergo aziendale che incoraggia l’uso di frasi come: cambiamento positivo. Ecco: è questo il punto. 

La postura di Southgate, così come il ruolo sproporzionato che la squadra di calcio inglese gioca nella coscienza allargata del paese, lo hanno intrappolato in una serie di guerre culturali turbolente. Southgate è stato il cittì che ha preso posizione sul vaccino contro il coronavirus, sui lockdown e sulle proteste scoppiate in seguito all’omicidio di George Floyd, gli è stato chiesto di agire come figura unificante in un momento in cui l’Inghilterra, il paese più che la squadra, era convinta di essere più spaccata che mai. Per istinto più che per calcolo, lui ci è riuscito. Ha sfidato l’ira di almeno una parte dei tifosi quando ha sostenuto i suoi giocatori nel mettersi in ginocchio, il gesto preso in prestito da Colin Kaepernick e diventato sinonimo della risposta al razzismo

Il suo assistente personale, dice Smith, si è rassegnato ad aprire lettere offensive che arrivavano in ufficio. Così il rapporto con i tifosi ha iniziato a incrinarsi. Nel 2018 era così popolare da rendere di nuovo popolare pure i gilet. Una corposa parte di popolazione lo voleva primo ministro. Dopo, le sue posizioni sociali gli hanno alienato una parte del consenso, sembrano esserci pochi dubbi – scrive il New York Times – sul fatto che alcune delle critiche affrontate fossero radicate più nella persona che era e meno in ciò che faceva come allenatore. Southgate è stato un tecnocrate dai modi gentili, un papà centrista, un podcaster dalle alte prestazioni con una vocazione alla giustizia sociale. Non era quello che alcuni tifosi inglesi vogliono: un leone ruggente

Ma il suo successore, scrive il New York Times, adesso troverà pure il suo ritratto accanto agli altri 14, per ricordare che se sai scegliere un capo di vestiario giusto, se porti l’Inghilterra a un soffio dalla gloria, puoi anche andartene come ha fatto Southgate, alle tue condizioni, con i tuoi tempi e con una dignità intatta.

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IL DIBATTITO IN INGHILTERRA

E adesso? Eh, adesso boh. In mezzo ai nomi che giravano già qualche settimana fa, si è aggiunto quello di Jurgen Klopp, come una specie di proiezione inglese del caso Spalletti, ciao a tutti, io vado, mi prendo un sabbatico, voglio andare a vivere in campagna, e poi no, ops, c’è la nazionale. Solo che Klopp inglese non è. È straniero. Come Eriksson e Capello. Mmm. 

Sam Wallace sul Telegraph considera infatti che il cittì dell’Inghilterra deve essere inglese, la federazione non deve cercare altrove, mentre dalla scrivania accanto Oliver Brown gli risponde che a lui non gliene frega niente che Klopp sia tedesco, la federazione dovrebbe offrirgli il mondo per convincerlo

Secondo Martin Samuel del Times, Eddie Howe del Newcastle è la scelta giusta ed è la scelta migliore, perché è un bravo allenatore [la scelta giusta] ed è inglese [la scelta migliore]. È un lavoro tornato appetibile grazie a Southgate, fa notare ancora il conservatore Telegraph, mentre dalla sponda progressista del Guardian, Mihir Bose aggiunge che la nazionale inglese inclusiva e attenta di Gareth Southgate è la vittoria più grande, più grande di qualsiasi altro risultato del campo: la sua eredità consisterà nel ricordare ai tifosi inglesi di ogni estrazione una verità spesso dimenticata: che siamo tutti nella stessa squadra

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