Lo sport che gira intorno alle urne aperte in Francia

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Bisognava vederlo passare, il Tour, per la prima volta nel villaggio del generale de Gaulle, Colombey-les-Deux-Eglises, nell’Alta Marna. Bisognava vederlo passare, una scheggia di Francia in movimento in un paese immobile, in attesa di elezioni che possono consegnarlo all’ingovernabilità oppure all’estrema destra, due aghi su una stessa bilancia dello scontento. Succede a meno di 20 giorni dalle Olimpiadi. Se Le Pen, Bardella e le destre non sfondano, andremo alla cerimonia d’apertura senza sussulti, in un paese spaccato in due, dove la moderazione di Macron ha fallito il suo mandato. Se l’onda nera si sarà presa la maggioranza dei seggi all’Assemblea, possiamo aspettarci una sua zampata sui Giochi, un’unghiata anche solo dimostrativa, come accennò qualche settimana fa Aleksandar Nikolic, membro del consiglio nazionale del Rassemblement National, neo-deputato europeo, una sorta di responsabile dello sport, candidato in pectore alla carica di futuro ministro. «Non ci saranno sconvolgimenti divisivi che potrebbero danneggiare i Giochi. Se poi certe cose potranno essere ulteriormente migliorate, lo faremo». Tipo rimpiazzare Aya Nakamura come interprete dei pezzi di Edith Piaf alla cerimonia, magari con Céline Dion oppure con Slimane perché «offrirebbe una rappresentazione migliore della Francia, dopo la sua grande prestazione all’Eurovision». 

Bisognava vederlo passare, il Tour, nei luoghi del generale che ha prodotto molti neogollisti dopo di lui, l’ultimo Éric Ciotti, espulso dal suo partito appena adombrò un patto coin Marine Le Pen, reintegrato da un tribunale per non farsi mancare niente in questo passaggio drammatico che avrà effetti sulla vita dell’Europa intera. 

A Colombey-les-Deux-Eglises, come racconta il reportage di Libération, De Gaulle è qua, è là, è in ogni luogo. A 250 metri dal traguardo, da una casa luccicante esce un anziano residente. Ha una voce sottile e una statura identica alla sua voce. Dice di non essere gollista, perché vive a Colombey-les-Deux-Eglises solo da due settimane. Lì vicino, appoggiata a una staccionata, una pensionata stila un elenco di tutti i presidenti che ha visto nei vent’anni in cui ha vissuto in questa regione: Chirac, Sarkozy, Hollande, Macron. Quando parla dell’attuale capo dello Stato, la sua testa affonda nel cappuccio del parka e gira la schiena. Quando Colombey-les-Deux-Eglises riflette sul proprio destino, dice che «tutto quel che abbiamo, si deve al generale». Al primo turno delle elezioni legislative, il RN ha ottenuto il 53% nel villaggio. 

Il Tour passò su queste strade pure nel 1960, de Gaulle era il presidente, in vacanza a La Boisserie, la sua proprietà in mezzo ai vigneti. Uscì sulla soglia di casa in mezzo alla folla. Il direttore Jacques Goddet lo venne a sapere e fece fermare il gruppo. I ciclisti scesero dalle bici, si tolsero il berretto e strinsero con un certo trasporto la mano del generale. Oggi se quel poverocristo di Julien Bernard si ferma durante la cronometro a salutare moglie e figlio, gli danno 200 franchi svizzeri di multa, per comportamento indecoroso e lesivo dello sport. 

Il ristoratore Gérard Natali, 74 anni, ha detto a Libé che «le famiglie di Colombey non votano RN. Casomai lo fa la gente dei quartieri residenziali, quelli che non sono di qui, quelli intorno al villaggio». Colombey-les-Deux-Eglises riunisce in effetti nove villaggi, «e altrettanti chilometri di marciapiedi e illuminazione pubblica» spiega al giornale della gauche Pascal Babouot, sindaco dal 2001 – tendenze di destra, ma silenziose, pudiche, con un certo scuorno. È felice di aver incontrato Bernard Thévenet, nel suo ufficio tiene alla parete una foto del primo presidente della Quinta Repubblica, pure lui c’era al funerale e aveva 13 anni. «Ricordo l’annuncio della sua morte. A scuola – dice – abbiamo tirato fuori una piccola radio. Tutti ascoltavano le notizie. Mio padre andò a vedere la salma la sera, l’abate mi chiamò per chiedermi di servire alla messa, come chierichetto» 

È un villaggio fatto di una panetteria, una tabaccheria, ristoranti, produttori di champagne, un negozio di souvenir, una scuola. La fiamma olimpica è passata di qua un paio di settimane fa e 320 ragazzini si sono riuniti davanti al municipio per lanciare palloncini. Pascal Babouot dice che nel paese di De Gaulle «abbiamo sempre votato per una destra ragionevole e socievole, ma siamo diventati un villaggio come tutti gli altri», cita un «sentimento di abbandono» che si avverte, l’impossibilità di trovare un medico, l’insicurezza, «i furgoni degli artigiani che vengono rubati e bruciati» e anche «i terribili luoghi comuni su un Islam che schiavizza le donne». Alla fine della giornata, sarà un eritreo a sollevare le braccia sul traguardo, mentre Christian Prudhomme si ferma a rendere omaggio alla tomba del generale, deponendo una corona di fiori. 

VOCI

VIKASH DHORASOO

Alla vigilia della chiamata alle urne per il secondo turno, L’Équipe ha sentito Vikash Dhorasoo, passato anche in Italia dal Milan. In occasione dell’uscita italiana del suo libro dedicato al piede [da noi Con il piede giusto, 66than2nd] raccontò in una intervista con Giga Riva che a Milanello girava con una copia di Repubblica sotto al braccio, e Billy Costacurta gli fece capire che sarebbe stato meglio di no, il presidente Berlusconi non gradiva. Qui parla dell’urgenza di fermare l’estrema destra e del perché i calciatori francesi intervengono così regolarmente nel dibattito politico.

➣  Perché è così importante votare?

«Non può essere un semplice appello al voto, un appello a lottare contro l’astensione. È un appello a lottare contro il Rassemblement National, perché è un partito razzista, xenofobo nelle sue leggi, nelle sue proposte, come quando mette in discussione la doppia nazionalità. Ciò significa che alcuni francesi saranno meno francesi di altri e non avranno gli stessi diritti, in particolare l’assistenza sociale.

➣  Cosa teme veramente se il RN otterrà la maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale?

«Io sono di origine mauriziana e indiana, di origine immigrata e operaia. Ho subito discriminazioni e so che sarà ancora peggio. Non sarà nemmeno più una discriminazione, sarà un’esclusione, una messa in discussione del mio posto nella società francese, da francese. So molto bene che molto rapidamente alcuni sussidi verranno tagliati. La libertà di stampa sarà messa in discussione. Pluralismo, aiuti ad associazioni o società sportive, servizi pubblici, diritti delle donne, delle minoranze o delle comunità, diritto all’aborto, possibilità di avere un lavoro quando si è neri, arabi o appartenenti alla comunità LGBT: tutto sarà in discussione. Se privatizziamo il servizio pubblico e lo diamo ai grandi finanziatori, è finita. La linea di ogni cosa sarà automaticamente orientata verso potere e verso i più ricchi. È molto pericoloso. Basta guardare cosa succede quando l’estrema destra arriva al potere, in Ungheria, in Polonia, in Italia o negli Stati Uniti.

➣  Come spiega l’ascesa al potere dell’estrema destra in Francia?

«C’è un problema con l’islamofobia in Francia. Siamo contro i musulmani. Chi era al potere è riuscito a far credere alla gente che l’Islam fosse un problema, questo ha favorito l’ascesa dell’estrema destra. Nel far credere ai francesi che gli immigrati o le persone con una storia di immigrazione possano essere responsabili della mancanza di potere d’acquisto, ha contribuito anche la disoccupazione. Ma è una bugia. La realtà è che oggi persone provenienti da contesti di immigrazione e di classe operaia si trovano a svolgere lavori che altri non fanno.

➣  Qual è stata la sua reazione agli interventi dei giocatori della nazionale francese, che hanno chiesto di fermare il RN?

«Sono stati immediatamente attaccati e considerati fuori dal mondo. Ma nella squadra francese ci sono tanti neri. Anche altri giocatori provengono da quartieri o paesi operai. Apparteniamo tutti alla stessa classe sociale o talvolta veniamo da un contesto di immigrazione. Quando diciamo di prestare attenzione al RN è perché non dimentichiamo da dove veniamo. Non parlo a nome di Kylian Mbappé, ma come lui ho sperimentato l’ascesa sociale grazie al calcio. Eppure rimaniamo in contatto con la società e comprendiamo i problemi delle persone. Per me è importante continuare a lottare affinché le persone che restano a vivere nelle periferie continuino a beneficiare di tutto ciò che la Francia sociale garantisce, quello che la Francia accogliente, la Francia dei diritti umani può offrire.

➣  Che impatto può avere questa giovane generazione che non esita più ad assumersi la responsabilità?

«Oggi c’è una questione urgente. Il RN ha ottenuto il 32% alle ultime europee e si ritrova alle porte del potere. Questa è una generazione molto coinvolta, come abbiamo visto durante le violenze della polizia nelle banlieue. Trovo molto importante l’esempio e spero di influenzare il voto di molti. I giocatori non sono indifferenti a ciò che sta accadendo. Ne sono colpiti, come tutti noi. Se il RN cerca di screditare i loro discorsi è perché sa che hanno un valore.

➣  Sente di avere un ruolo da svolgere?

«È mio dovere combattere il RN. Non mi sentirei bene se non lo facessi. Quando ho deciso di essere capolista di un movimento cittadino sostenuto da France Insoumise (LFI) nel 18esimo arrondissement di Parigi, alle elezioni comunali del 2020, quindi una posizione di sinistra e non di estrema sinistra, l’ho fatto come uomo dei quartieri popolari e anche perché non sono un bianco. Sostengo ancora Insoumise perché viene attaccato, mentre sono loro a tenere in piedi la sinistra. Erano nei picchetti di sciopero, nelle manifestazioni contro la legge sull’immigrazione, la legge sul lavoro e al fianco dei gilet gialli. Sono loro che hanno combattuto. Questo per me è un impegno importante.

➣  A tre settimane dalle Olimpiadi, pensa che l’immagine della Francia verrebbe offuscata se Jordan Bardella e Marine Le Pen salissero al potere?

«È già offuscata, ma onestamente non è questo il punto. È proprio il mondo politico attualmente al potere che ha determinato l’ascesa del Front National [ribattezzato Rassemblement national nel 2018]. Non mi interessano loro, ma i nostri valori, quel che ci succederà»

[INTERVISTA DI Hugues Sionis, L’Équipe

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