Le grandi rivalità del calcio: Guardiola vs Mourinho

[S]  week-end

Ancora tu
Guardiola e Mourinho



L’ossessione è un gioco che si fa da giovani
dal film The Prestige

 

La madre di tutte le rivalità. Se Guardiola è Mozart, Mourinho è Salieri: sarebbe un gran musicista, se non esistesse Mozart. Si tratta di un vincente, che ama molto di più il risultato del gioco. Insegue la vittoria in modo ossessivo ed esercita una leadership dominante che richiede un’autentica esibizione di potere. Possiede un grande fascino mediatico, che quando vince lo trasforma in un eroe, e quando perde in una caricatura. | Jorge Valdano. Le undici virtù del leader 


Le rivalità diventano duelli. D’Hubert è algido, nobile, superiore e distante come Guardiola. Feraud è orgoglioso, tignoso, sanguigno ed eccessivo come Mourinho. Quando si affrontano, poi, è come se ciascuno indossasse una corazza che ne estremizza le virtù e i vizi, finendo di definire il proprio ruolo in commedia. Pep si erge a profeta della sportività assoluta, il cavaliere senza macchia e senza paura che porge la mano all’avversario prima e dopo la battaglia; Mou pare invece l’epigono calcistico di quel ministro italiano – Rino Formica – che definì la politica «sangue e merda», perché questo dice la pancia dei tifosi, non a caso innamorati pazzi di lui. … 
C’era però una nota sincera nella risposta che diede 9 in una vigilia di Clasico del 2012, quando lo sorpresi chiedendogli se un giorno di vent’anni dopo – citazione da Alexandre Dumas – sarebbe uscito volentieri a cena con Mourinho per riparlare dei loro duelli. Sia Pep sia José utilizzano il coaching prima delle conferenze stampa importanti: un loro collaboratore li bombarda con le domande più scomode e cattive che potrebbero arrivare in sala stampa, in modo da prepararli a rispondere in modo adeguato. La mia domanda, che non era né scomoda né cattiva, soltanto umana, prese visibilmente in contropiede il tecnico catalano, che prima biascicò «certo adesso sarebbe impensabile, ma fra vent’anni…» e poi, come toccato da ispirazione improvvisa, disse sicuro: «sì, mi piacerebbe, penso che avremmo entrambi molte curiosità da soddisfare». | Paolo Condò. I duellanti (Baldini&Castoldi)


Una scelta di campo
“ Quando Mou entra in una stanza arriva la luce, con Pep si chiudono le persiane  Zlatan Ibrahimovic


Paragoni. Lui è un incrocio tra Walter Chiari, tra un attore comico geniale e una pin-up. … Quando mi divertivo a chiacchierare di calcio alla domenica sera, era una fonte inesauribile e irresistibile. Avremmo dovuto dargli una percentuale, come si fa con gli agenti letterari. Purtroppo non l’ho mai avuto di fronte in carne e ossa. Subito gli avrei detto quanto lo stimavo come allenatore e quanto lo ritenevo un bulletto. Le due cose, una inestricabile dall’altra. Solo che non credo lui sapesse chi è Walter Chiari. Sa solo e implacabilmente di essere Mourinho. | Giampiero Mughini, Libero, 28 gennaio 2012

 

Insieme al Barcellona


Gemelli. Gemelli allevati nello stesso ambiente, quello del Barcellona, all’epoca entrambi “traduttori”: Pep, sul campo, di ciò che chiedeva Robson alla squadra; Mou fuori, nei panni del “vice”. Poi il gemello buono è rimasto fedele, l’altro si è allontanato fino a diventare il nemico giurato del Barcellona. | Vanni Spinella, Sky Sport online, 9 dicembre 2017


Il traduttore aumentato. Secondo alcuni giocatori che capivano l’inglese, le istruzioni di José dopo la traduzione di quello che aveva detto Robson risultavano sempre un po’ più acute di quelle del tecnico, con l’aggiunta a volte di qualche ‘extra’. I suoi video, in cui esponeva e sottolineava le debolezze e i punti di forza degli avversari, erano ben costruiti e il suo rapporto con Ronaldo lo aiutava a guadagnarsi qualche apprezzamento nel gruppo. Divenne presto la spalla su cui piangere quando si veniva lasciati fuori squadra, visto che Robson manteneva di proposito un distacco professionale dalla squadra. Astutamente, José superava quella linea costantemente e liberamente | Luís Lourenço, Mourinho (Mondadori, 2008)


Genesi psicanalitica di una antipatia. Sarà poi vero che i due sono così diversi? E se il fuoco di Mou fosse il segno del cuore, della sincerità, dunque “buono”? E se la flemma di Pep raccontasse freddezza, falsità, dunque “cattiva”? Il veleno dell’uno si è mescolato con quello dell’altro ed eccoli diversi solo nella scorza. Perché nel profondo, Mourinho e Guardiola sono identici: perfezionisti, studiosi, egocentrici, feroci e profondamente insicuri. Sì, questa è la notizia: quei due sono insicuri e fragili.
Qui c’entrano anche l’estetica, il linguaggio dei segni, i simbolismi. Il falso santo Guardiola sa che il non del tutto satanico Mourinho viene considerato l’allenatore più bravo al mondo, il più affascinante, il più carismatico. Ma il non del tutto sincero e appagato Mourinho patisce, moltissimo, il fatto che il Barcellona non scelse lui ma quell’altro, prima che il gran duello cominciasse. | Maurizio Crosetti, la Repubblica, 8 settembre 2016



 

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L’immagine


Comunicare è tutto. Mourinho ha deciso che la sua partita più seria non si giocava in campo, bensì nelle interviste del dopopartita. Il calcio parlato, analizzato ogni weekend da infinite moviole e sobillato da innumerevoli polemiche: ed è il calcio più “politico” che esista. In questa politica giocata con altri mezzi, Mourinho ha scelto di essere un leader totale. Si fa presto, infatti, a dire che è un grande comunicatore. Ma bisognerebbe stabilire intanto che cosa comunica. Perché Mourinho è un guru, un santone, un filosofo. In quanto tale, è un manipolatore di concetti. Sembra in effetti la reincarnazione postcalcistica di Helenio Herrera, non a caso detto il Mago. Solo che “Acca Acca” arrivava al massimo al «taca la bala», e ai cartelli motivazionali nello spogliatoio, «stile più forza uguale classe»; Mourinho guarda i giornalisti e si appella all’«onestà intellettuale», e spara a zero sugli avversari.
Nessun allenatore ha mai parlato così. E si capisce: in quanto leader filosofico, il tradizionalista Mourinho è in grado di agitare concetti e retoriche strappando le convenzioni. Anzi, crea una realtà parallela. Prende gli episodi più controversi del torneo e li manipola in una ricostruzione sua, una storia d’autore, sempre esibendo la faccia imbronciata di chi dice verità sgradite ed è pronto a screditare chi non le accetta. … Un filosofo laureato inorridirebbe all’idea che qualcuno potesse vedere nel latino Mourinho l’inverarsi dello schema schmittiano “amico/nemico”. Eppure, nel mondo del calcio, che copre il cinismo con le convenzioni, e la ferocia opportunistica con l’ipocrisia, Mourinho fa l’umanamente possibile per incarnare un principio di ostilità assoluta. … A farsi prendere la mano verrebbero in mente Clausewitz, Lenin, Mao, le avanguardie, i futurismi, i decisionismi. Come se una destra conservatrice, attraverso di lui, fosse riuscita a gestire le categorie rivoluzionarie della sinistra più accesa, il nero che si tramuta nel rosso, la razionalità che si fonde nel romanticismo, l’autorità nell’eversione. Ed è in fondo una consolazione potersi rifugiare in corner, cioè nel pensiero rassicurante che per Mourinho, quando si parla di destra e sinistra si intendono, ancora e soltanto, le fasce laterali. | Edmondo Berselli, la Repubblica, 4 marzo 2009


Gli opposti. Trovatene due più diversi di così: uno ama giocare bene (e il risultato sarà una diretta conseguenza), avere il pallino in mano, creare; l’altro insegue il risultato (e per il bel gioco si vedrà), bada alla sostanza, parcheggia il pullman e si accontenta di vincere. Pep il proattivo, Mou il reattivo; ruoli che si invertono fuori dal campo, quando si sfidano a parole. Qui il portoghese passa all’attacco, punzecchia, vive per provocare; il catalano incassa i colpi con calma zen, al massimo scuote la testa quando gli riferiscono l’ultima sparata del suo gemello cattivo, mentre riflette su come rispondere, ma senza perdere la pazienza. | Vanni Spinella, Sky Sport online, 9 dicembre 2017


Il seduttore. Gli basta slacciare l’occhio da tenebra, il musetto imbronciato alla Montgomery Clift, quando il callo gli fa la bua e gli parte quel lampo schifato e un po’ paranoide che sappiamo, e tutti, ma proprio tutti, che cadono ai suoi piedi, tumulti cardiaci alla Stendhal, donne, uomini, bambini, tifosi e allenatori, soubrette, cantanti, prostitute e intellettuali (per lui la stessa cosa), gazzettieri d’ogni grado, d’ogni forma e d’ogni età. Il giorno in cui appenderà la panchina al chiodo e si deciderà a scrivere il suo “Diario di un seduttore”, al momento di dettare al Leporello di turno il catalogo delle conquiste, Don José partirà da noi. | Giancarlo Dotto, il Riformista, 29 maggio 2009


Il persuasore. Non ha ideato il centravanti di movimento, che esisteva nell’Ungheria anni ’50. Non ha architettato la fitta rete di passaggi palla a terra che era già patrimonio dell’Olanda anni ’70. Ma nessuno prima di lui aveva imposto l’uno e l’altro pensiero al mondo, battezzandoli nella sua lingua, il “falso nueve” e il “tiki taka” come modello globale, anzi come religione. Non è un inventore: Guardiola è un persuasore. Per questo è più insidioso. Mourinho ti chiede di gettarti con lui nel fuoco, Guardiola prova a convincerti che il fuoco che vedi non esiste: “Non provate a cambiare i calciatori, la chiave è sapergli schiacciare il bottone”. | il Venerdì, 12 agosto 2016


La considerazione di sé


Mourinho da Piero Chiambretti
➣ Ma se anche l’anno prossimo perde la Champions che fa: si ammazza, va in miniera? 
«Perché, quando il tuo film ha fatto flop, tu sei andato in miniera?». | aprile 2009


Compensare con il lavoro. Nella sua concezione del lavoro, Pep (Guardiola, ndr) è fortemente influenzato da due costanti: la formazione impartitagli dai suoi genitori e la considerazione di sé stesso come di una persona senza molto talento, la quale mancanza vuole compensare con molto sforzo e lavoro (ciò può senza dubbio sorprendere il lettore). La seguente affermazione del filosofo spagnolo Josè Antonio Marina coincide con l’idea che ha Pep sul lavoro: “Il talento non è un dono (una cosa) ma un processo (un apprendimento), e non sta all’inizio, ma al termine della formazione e dell’allenamento”. Dice Guardiola: «ciò che non si allena, si dimentica» | Marti Pernarnau. La metamorfosi


La fame. In questo appetito senza limiti – che, va da sé, senza i suoi metodi e la sua genialità resterebbe inappagato – è come se la fame arretrata di gloria delle società che sceglie collimasse al millimetro con la fame anticipata di gloria con cui lui nutre se stesso: nonostante sia dotato di pazienza e di programmazione metodologica, è come se avesse un’ansia di gettarsi precocemente alle spalle una quantità di trofei smisurata, una fretta quasi parossistica di mettersi in regola con albi d’oro e almanacchi”. | Sandro Modeo. L’alieno Mourinho (ISBN Edizioni)

 

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Critici/1. José Mourinho è uno sbruffone; ce ne sono tanti nel mondo del calcio. Quando fa le sue intemerate contro i giornalisti, assumendo toni da profeta del calcio, dimentica (e il suo presidente Massimo Moratti non glielo ricorda) che con tre attaccanti come Ibrahimovic, Adriano e Cruz (più tutti gli altri, la cui somma totale, in termini di ingaggio, servirebbe a ridurre il debito nazionale) anche Gianni De Biasi sarebbe un allenatore da primato. | Aldo Grasso, Corriere della Sera, 30 settembre 2008


Critici/2. «Un allenatore spocchioso e antipatico. Avessi quei giocatori in squadra, li farei giocare bene anche io. E poi, a mio parere, l’Inter con Mancini in panchina andava addirittura meglio». | Paolo Villaggio


➣ E che cosa vorrebbe che si dicesse di José Mourinho quando si ritirerà?
«Un uomo di calcio che ha fatto al meglio il proprio lavoro». | Intervista di Roberto De Ponti, Corriere della sera, 3 aprile 2012


Quattro sfide in 18 giorni. Il bivio del 2011
 


La Coppa delle parole. Nessuno è stato capace di piegare i media ai propri disegni come Mourinho, muovendosi in un mondo che si ritiene molto intelligente, e che non ha mai capito fino a che punto lui lo manipolasse. Il primo a rendersene conto fu Guardiola, che con la celebre conferenza stampa del “puto amo” – prima del Clasico d’andata della semifinale Champions 2011 – gli concesse platealmente la coppa delle parole, rivendicando però per il suo Barça quella del campo. Mourinho perse la sfida, ma la stagione successiva si prese una succosa rivincita. | Paolo Condò. La storia del calcio in 50 ritratti (Centaurus)


Madrid spaccata. È uno sciamano da sagra… Un individuo che non sa di calcio e che tratta il Madrid senza attenzione, che non ha remore nel tradire la sua centenaria tradizione né nello sporcarlo con una macchia che sarà difficile cancellare. Il suo Madrid è una squadra con buoni giocatori ai quali chiede di giocare in maniera brutta e cattiva; con attaccanti eccellenti a cui, nelle partite chiave, non permette di attaccare; con giocatori d’onore – la maggioranza – che obbliga a comportarsi in maniera brutale e disonesta; giocatori che, grazie al suo noto e infinito risentimento e al suo potere quasi assoluto, schiaccia sotto un regime di terrore. | Javier Marías, El País


Tutto è compiuto. I 18 giorni raccontati da “Duellanti”. Hanno cucito la drammaturgia dei loro confronti anche al di là della realtà. Oggi sei mouriniano o guardiolista, come se fossero due visioni opposte. In parte è anche vero. In parte no, perché cultura del lavoro, abnegazione, identificazione del calcio come pilastro fondante della costruzione dell’identità dell’uomo oltre che del professionista sono più simili di quanto si creda. E’ l’applicazione che è opposta. E dall’applicazione opposta è nato il dualismo. Perché in fondo è così: per essere rivali davvero bisogna avere dei punti di contatto. Il cortocircuito arriva dopo: quando il lavoro fatto si porta sul palcoscenico e quando si entra in scena. Lì José e Pep sono diversi. Buoni e cattivi in modo diverso: José ha un rapporto fantastico con i calciatori, meno con gli avversari. Guardiola lascia spesso macerie negli spogliatoi, ma non litiga con uno di un’altra squadra. | Beppe Di Corrado, il Foglio, 10 settembre 2016


L’epilogo con due cavalli scossi. È divertente, e tutt’altro che fuorviante, cercare gli accostamenti fra i duellanti più stimolanti del calcio mondiale – il livello intellettuale del loro confronto non ha eguali nel football, e si avvicina molto a un Karpov-Kasparov – e la saga di ‘Guerre stellari’, perché se José Mourinho è un perfetto Darth Vader, o meglio un perfetto Anakin Skywalker che si trasforma in Darth Vader, Pep Guardiola ricalca molto bene il profilo di Obi-Wan Kenobi. Nello sviluppo cronologico della saga i due, un tempo amici, finiscono per combattersi all’ultimo sangue, e se in una prima fase Obi-Wan ha la meglio sul discepolo (‘La vendetta dei Sith’), in seguito è Darth Vader a prevalere (‘Una nuova speranza’). Analogamente Guardiola vince la guerra dei 18 giorni, ma è il suo canto del cigno in terra catalana: stremato dalla durezza del confronto, col veleno del rivale che ormai gli è entrato in circolo, crolla nella stagione successiva arrivando nove punti dietro il Real in Liga, e soprattutto perdendo in casa a primavera, e in modo inappellabile, lo scontro diretto che avrebbe potuto rilanciarlo. Entrambe le squadre escono in modo rocambolesco nelle semifinali di Champions, il Real ai rigori dal Bayern, il Barça dal Chelsea quando pareva ormai fatta: le energie spese in campionato erano evidentemente state troppe. È a quel punto che Guardiola si ferma per un anno sabbatico, decisione che lascia stupefatto l’intero mondo del calcio. Ma è una scelta saggia, perché in quel momento davvero non ne ha più, e necessita di tempo e di tranquillità per riconsiderare il suo rapporto con il calcio. Pensate a come la guerra con Mourinho l’abbia scosso fin nelle fondamenta. Privato del rivale cui in un certo senso ha consacrato la propria carriera, José è un altro uomo e un altro tecnico: distratto, distante, svuotato dall’adrenalina che ne faceva una macchina da guerra, in Liga subisce la perfetta stagione di Tito Vilanova – la sua breve vita felice ai comandi del Barça – in Champions paga la serata nera di Dortmund e perfino in Copa del Rey lascia strada in finale al nascente Atletico di Simeone. ‘La peggiore stagione della mia carriera’, la definirà, risolvendo il contratto col Real con reciproca soddisfazione delle parti. Una stagione – aggiungiamo noi – nella quale ha terribilmente patito l’assenza del suo nemico preferito. Perché in definitiva è questo il vero tesoro, la vera ricchezza che trasforma vite e carriere: un oppositore – che sia nemico, rivale o avversario in fondo non importa – che ti costringa a dare il meglio, pena la sconfitta. | Paolo Condò. I duellanti (Baldini&Castoldi)


Perché Guardiola lasciò il Barcellona e perché c’entrava Mourinho. Perché quattro anni sono il tempo giusto. Perché non sentivo più il brivido che mi avrebbe fatto fare meglio. Perché io sognavo una partita e i giocatori la giocavano in campo, e più di questo non c’è. Perché chi non si ferma non può ripartire. Perché ho bisogno di avere energie per darle. Perché voglio portare a scuola le mie figlie e andare la domenica a mangiare il pesce da Can Tito a Villasar de Mar. Perché voglio leggere e andare in Inghilterra a vedere le partite in curva, nei club. Perché non voglio un altro anno di guerra con Mourinho, non voglio vedere altre dita negli occhi né sentire quella pressione che non è sportiva, è altro. Perché il tempo di questa squadra è finito: questa squadra cambierà e non voglio essere io a cambiarla. Perché i miei due amici si sono ammalati di cancro, perché nella vita si muore e c’è un mondo là fuori. Perché alla fine manca il tempo, e invece io voglio che questo sia il tempo di Tito Vilanova: che ha combattuto il tumore e l’ha vinto, che è un ragazzo cresciuto nei posti dove sono cresciuto io, è uno di noi e se serve un leader si cerca prima in casa, noi abbiamo sempre fatto così, noi facciamo così. E dunque, mi dice seduto accanto a Cruyff – il padre del modello Barcellona, il padre sportivo di Guardiola- un vecchio dirigente del Barça: «Noi siamo ammirati, ma non stupiti della perfezione di questa cerimonia degli addii, perché sapevamo da ottobre che Pep aveva deciso di andare, l’attacco di Mourinho a Vilanova era stata l’ultima goccia». | Concita De Gregorio, la Repubblica, 28 aprile 2012

 

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Ritrovarsi a Manchester


Il capo del futuro. Nell’ottobre 2012, a New York, Guardiola fece una chiacchierata con Garry Kasparov. Tema: come attaccare l’avversario nel gioco degli scacchi e altri sport. Kasparov gli disse: “Tu non attaccheresti dalla cima di un monte con la stessa strategia con cui attaccheresti da una pianura”. Nel sabbatico a New York incontrò anche Ferran Adrià, il genio gastronomico catalano che in quel periodo stava per chiudere il suo ristorante El Bulli. Si conoscevano bene. Adrià lo bloccò e gli disse: “Pep, sei più di un allenatore, sei un grande innovatore”. E lui: “Guarda Ferran, tutto quello che faccio è guardare il filmato dei nostri avversari e quindi provare a capire come batterli. Tutto ciò che faccio è studiare il mio arsenale di armi e scegliere quelle di cui ho bisogno per ogni occasione”. Tra ciò che dice e ciò che fa c’è ovviamente l’universo. Perché è sereno e tranquillo, ma pure duro ed esigente. Il capo del futuro, come l’ha definito il New York Times. | Beppe Di Corrado, il Foglio, 6 febbraio 2016


L’inseguimento. José Mourinho contro Josep Guardiola. L’attrazione più importante del campionato più importante del mondo. È la guerra dei mondi del calcio che finisce in una sola città. Perché c’era già stata e se volete era ancora più globale: Real Madrid contro Barcellona, ovvero il calcio e oltre il calcio la politica, financo la geopolitica. Adesso la sfida è più vicina, è più locale e però al tempo stesso universale. Perché questo scontro è stato cercato, voluto, creato. Hanno cominciato a lavorarci tutti da quando Guardiola ha annunciato che aveva firmato con il City. Mourinho aveva voglia da tempo di andare allo United, ed è diventata impellente quando ha cominciato a pregustare il derby personale che si inseriva in quello cittadino. | Beppe Di Corrado, il Foglio, 10 settembre 2016


La fine dello stupore. Ci siamo abituati a lui. Una volta le sue critiche ad avversari, dirigenti, arbitri e federazioni provocavano stupore. Ora ogni sua dichiarazione viene filtrata dal fatto che è solito fare questo tipo di giochini: è evidente che in alcune recenti occasioni ha perso volutamente il controllo di sé per perseguire una forma di strategia di manipolazione. Ad ogni modo, l’impatto delle sue dichiarazioni pubbliche è diminuito. Mourinho non controlla più la narrazione come faceva una volta. | Jonathan Wilson, the Guardian, 23 settembre 2016


Cinque cose che si sono dette di José Mourinho
1 Dopo la vittoria della Coppa dei Campioni con il Porto contro il Monaco, anziché festeggiare si è chiuso mezz’ora nello studio della tv portoghese per rivedere il primo tempo che non gli era piaciuto. 2 Un’ultrà del Porto voleva sparargli perché credeva di aver scoperto che José corteggiasse la sua donna. 3 Al Museo del Calcio di Preston che gli chiedeva di indicare il suo libro preferito, rispose la Bibbia. 4 L’orologio indossato durante la prima conferenza stampa all’Inter costava 213mila euro. 5 Ha telefonato all’una di notte alla vedova di Helenio Herrera per ringraziarla di avergli mandato una copia del libro con gli scritti del Mago. 


Cinque cose che si sono dette di Pep Guardiola
1 Decise di fare l’allenatore dopo una lunga chiacchierata con Bielsa, durante la quale parlarono soprattutto di cinema. 2 A cena con Ferguson, quando ancora il suo inglese non era perfetto, Pep non capì se gli era stato chiesto di allenare il Manchester United. 3 Ha telefonato al suo ex allenatore Carletto Mazzone per invitarlo alla finale di Champions del Barcellona. 4 Non è mai stato in ospedale a far visita a Tito Vilanova. I due si sono riappacificati successivamente. 5  Ha vietato la pizza ai suoi giocatori al Manchester City.

 

 

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