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Le grandi rivalità del calcio
Boca-River
La copertina de El Gráfico
per il 100esimo Superclásico
Il calcio è un mondo di esagerazioni
Jorge Valdano
L’attesa. I Boca-River sono il Natale del calcio. Il desiderio supera quasi sempre il risultato. Per mesi, i tifosi immaginano i gol con lo stesso eccessi dei bambini che chiedono una PlayStation a Babbo Natale in cambio di biscotti per le renne che arriveranno stanche. | Juan Villoro, Soho
Nomi. Alla Boca erano soprattutto genovesi, un po’ di lucani, pugliesi, qualche spagnolo, rari austriaci, ma forse erano tedeschi: insomma i cognomi erano soprattutto cose come Moltedo, Cirigliano, Bonino, qualche Tarrico, un Martinez ogni tanto. Va be’, tirarono su una squadra, volevano chiamarla Juventud Boquense, ma magari anche La Rosales. Ne discussero per un po’. Poi uno di loro, il Martinez, disse che al porto aveva visto una cassa con una scritta bellissima: “River Plate”. Non voleva dire nulla: era “Rio de la Plata” tradotto da un inglese imbecille. Ma suonava alla grande. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 3 maggio 2015
La fiamma sacra. Per quanti sostengono che nulla è come prima, che il calcio languisce e muore, qui regna la vitalità permanente del Classico dei Classici, per ribadire la piena validità di due passioni di massa: una chiamata Boca e una chiamata River. Il calcio scorre attraverso il sangue del Boca e del River. Il calcio li ha resi grandi come delle istituzioni. E il calcio mantiene accesa la sua fiamma sacra in milioni e milioni di cuori riverplatensi e boquensi. | Carlos Fontanarrosa, El Gráfico, 6 novembre 1974
Geografia sentimentale. Se la rivalità è lievitata a mito è soprattutto per una circostanza particolare: pochi anni dopo la fondazione, quelli del River abbandonarono la Boca e si fecero lo stadio in un altro barrio della capitale, un po’ più elegante: Palermo. Non gli bastò: ancora qualche anno e si trasferirono a Nuñez, un posto da ricchi, zona residenziale, belle macchine, niente merda. È così che sono diventati, per tutti, “Los Millionarios”: quando lo pronunciano quelli del Boca, non è un complimento. È lo sprezzante insulto che si riserva a quello che è emigrato, ha fatto i soldi, poi è tornato al paese ma il paese gli faceva un po’ schifo e così è andato ad abitare in città. El millonario. Dato che quelli del River contraccambiano chiamando i tifosi del Boca “Bosteros” (la “bosta” è la merda di cavallo), la geografia sentimentale e sociale è molto chiara: da una parte i poveri (fieri, irriducibili e miserandi), dall’altra i ricchi (fighetti, eleganti e vincenti). Quando le cose si mettono con un tale splendido ordine, scatenare la rissa è uno scherzo. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 3 maggio 2015
Odio puro. Credo che fu Osvaldo Soriano a raccontarmi la storia della morte di un tifoso del Boca Juniors a Buenos Aires. Quel tifoso aveva passato tutta la vita a odiare il River Plate, secondo copione. Ma sul letto di morte chiese di essere avvolto in una bandiera nemica. Così poté esclamare, esalando l’ultimo respiro: Muore uno di loro!”. | Eduardo Galeano
Sporchi brutti e cattivi. Diciamo che, a una partita come questa, magari il bambino non lo porti, ecco. Mentre tutto il mondo calcistico sta virando verso una versione vagamente igienista del rito (il mito degli stadi inglesi, che fra un po’ c’hanno i centrini sui sedili), qui alla Boca resiste un’idea di calcio svergognatamente sporca, popolare, pericolosa e brutale. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 5 maggio 2015
Per chi avrebbero tifato Aristotele e Alessandro Magno. «C’è uno spirito boquense e uno del River. Entrambi sono addirittura precedenti all’esistenza di Boca e River. Boca è l’anima romantica. River il classicismo. Boca è fede e cuore. River è scienza e cervello. Qualsiasi storico sensibile potrebbe riconoscere, senza consultare alcun documento, le preferenze sportive dei personaggi di ogni secolo. Alessandro Magno sarebbe stato senza dubbio tifoso perso del Boca. Aristotele, il suo mentore, era del River. | Alejandro Dolina, Humor
Bipolarismo. Se gli eroi dei fumetti di solito sono creature bipolari, che alternano l’esistenza deprimente di Clark Kent con le fiammate maniacali di Superman, i tifosi di calcio vanno dall’indulto all’affetto senza vie di mezzo. Una tifoseria si misura per il suo bipolarismo e quella del Boca si piazza molto in alto: Non mi importa quel che dicono / che parlino pure gli altri / io ti seguo dappertutto / ogni giorno ti amo di più: così cantano i maschi romantici che pochi minuti prima invitavano ad assassinare i tifosi del Real. | Juan Villoro, Soho
La Bombonera. Sono così vicine, le reti di protezione, che i corner li battono senza rincorsa (non c’è spazio), i panchinari vanno a riscaldarsi in un corridoio di prato che sembra un cucinino, e dietro alle porte i tifosi sono così vicini che, se interrogati, potrebbero parlarti del deodorante del portiere (il portiere del River: quello del Boca escludo che si deodori). Insomma, uno stadio unico, illogico e surreale. Riuscite a immaginare? Bene, adesso versateci dentro sessantamila invasati a cui non è stata ancora passata l’informazione che il calcio è un bellissimo spettacolo per famiglie invece che un rito tribale. Depositate sul fondo del bicchiere ventidue giocatori e un pallone. Per la versione strong, sceglierne undici del Boca e undici del River. Mescolare e bere. Suerte. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 5 maggio 2015
Incoerenze. Il tifoso del River ha un gusto più raffinato e quello del Boca apprezza di più la tenacia, ma alla fine tutto si mescola. Nel River c’è (Leonardo) Ponzio, prima (Leo) Astrada, (Reinaldo) Merlo (Matías) Almeyda, tutti belli ruvidi e idoli, mentre il Boca ha avuto Riquelme e Maradona, un culto per l’estetica”. | Diego Estévez a El Mercurio, 2 novembre 2018
Differenze. In un dialogo su calcio e letteratura che tenemmo alla Fiera del Libro, Caparrós sostenne che noi messicano diciamo “vado al Guadalajara” mentre gli argentini di no “sono del Boca”. Il grado di appartenenza è assai diverso. La nostra passione è qualcosa che seguiamo, un orizzonte imprendibile, non un ingrediente del DNA. | Juan Villoro, Soho
Misteri. “Perché sono del Boca? Non esiste una spiegazione. Una volta che nell’infanzia la monetine cade da un lato, questa sorte ti accompagna per tutta la vita”. | Juan Diego Botto
Casualità. “Un amico di scuola mi chiese: sei del River o del Boca? Senza nessun motivo risposi che ero del River. Così è rimasto. Nella mia casa non si parlava di calcio, i miei genitori erano artisti e intellettuali”. | Ariel Riot, musicista
Prima della finale 2018. Non sarà una partita ad alto rischio. Sarà molto di più. Basta vedere qualche immagine di repertorio con la polizia che deve entrare in campo con gli scudi a proteggere il giocatore che ha esultato troppo o osato baciare la maglia sotto la curva avversaria. Se Mourinho avesse fatto il suo gesto a Monumental o alla Bombonera non sarebbe uscito vivo. | Umberto Zapelloni, il Foglio sportivo, 10 novembre 2018
Paragoni. Il giorno del derby di Buenos Aires fa sembrare l’Old Firm una partitella da scuola elementare. | Gavin Hamilton, World Soccer, novembre 2018
Come la boxe. Scrivere di calcio non significa raccontare una partita ma quello che c’è intorno. Come fanno gli americani con i loro pugili: il match è un dettaglio. Quello che interessa non è il combattimento in sé ma la sua essenza. | Alejandro Dolina
La grandezza del River. Non mi importa che dicano che sono del River. Già hanno detto che sono del Racing o del Boca. Il River prese il suo nome da un murale, in una carboneria. Non è nato con una distinzione signorile né con un sigillo definitivo di una propria scuola calcistica. Lì risiede giustamente la sua grandezza, essersi formato una propria personalità. Una personalità che oggi, ma forse molto prima di oggi, lo rende nel calcio distinto. Il grande club che oggi inorgoglisce il calcio argentino. | Dante Panzeri
Essere o non essere. «Nella tradizione noi saremmo più popolari, plebei e passionali. Non è vero, ma ci piace crederlo» confessa Martin Caparrós, lo scrittore autore di Boquita, la bibbia del tifo in cui cerca di spiegare il sentimento che fin da bambino lo lega al Boca. «Senza riuscirci. È inspiegabile. Facciamo i duri, i cattivi, ma chiamiamo il nostro club Boquita, una parola infantile. Una contraddizione che tranquillizza». Il “teorema del Bostero” come lo chiama Caparrós, obbliga a vincere, non importa come. «Essere hincha è morire di paura e doverlo dissimulare, immaginare tutte le cose orribili che ti possono succedere se la tua squadra perde, cercare di convincersi che non sarà così». | Paolo Galassi, la Repubblica, 10 novembre 2018
“Il pallone è sempre stato l’allegria del popolo, non l’oppio”
Cesar Luis Menotti
È che uno col calcio non si sa proprio trattenere. Dove vado io, allo stadio del Toro, c’è un signore, un abbonato, che siede a pochi posti dal mio. Una persona educata, ti saluta quando arrivi, applaude quando tirano fuori lo striscione contro il razzismo. Non l’avrei praticamente notato, perché è un tipo anche abbastanza silenzioso, composto. Ma invece l’ho notato perché un giorno, che si giocava contro il Napoli, è uscito improvvisamente dal suo riserbo, si è alzato in piedi, e esasperato da non so quale futile sciocchezza sul campo, è partito in una sparata in cui annoverava una serie di cose che sarebbero dovute toccare in sorte ai meridionali, senza più alcun senso della misura, e senza più alcuna possibilità apparente di controllare il tono di voce, lo sporgere della giugulare, la tendenza degli occhi a abbandonare le orbite. Parola per parola, quello che diceva (gridava) era di una tale volgarità, e indecenza, e vergogna che si faceva fatica a stargli dietro. Andò avanti così per un minuto buono. Poi si è seduto, si è risistemato il risvolto della giacca, e da quel giorno non l’abbiamo più risentito. Buongiorno, buonasera, applausi allo striscione contro il razzismo. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 5 maggio 2015
Nemmeno il Papa. L’ultimo aneddoto su papa Francesco, minore eppure significativo, nel racconto di un anziano gentiluomo genovese che aveva vissuto molti anni a Buenos Aires. Lo riferisce ancora stupefatto: qualche settimana fa viene ammesso a un’udienza papale sicché, eccentrico come spesso lo sono gli aristocratici delle nostre parti, si è preparato una battuta per l’incontro. Qui, anche per ragioni anagrafiche, è il primo nella fila dei convocati e, inginocchiandosi davanti al pontefice che sta per impartirgli la benedizione, sussurra: «Santidad, no puedo». Bergoglio si ferma di scatto «pero por qué?».
«Porque yo estoi de la hincha del Boca – sono un tifoso del Boca Juniors». Ma l’altro, notoriamente aficionado del club calcistico San Lorenzo del Almagro, non fa una piega; e a botta calda risponde «esto no es pecado.
Lastima serìa el River– il guaio sarebbe tifare per il River Plate! [l’altra squadra del barrio alla Boca del Riachuelo, quella dei ricchi borghesi; a differenza della prima, espressione della tifoseria popolare]». | la Repubblica Genova, 20 luglio 2017
Sentimento. Mio padre Bruno Pesaola che giocava nel River Plate di Baires (maglia bianco-rossa) fu contattato dal Boca ma non volle saperne di indossare la maglia giallo-blu della squadra con cui militava il fratello (prima che il rinculo di un cannone, gli frantumasse la gamba). | Zap Mangusta, la Repubblica, 29 luglio 2016
Senza calcio. Ma che Argentina sarebbe senza Boca-River?
«La stessa. Diversa e uguale allo stesso tempo. La cosa più curiosa del fútbol è che se non ci fosse, nessuno ne sentirebbe la mancanza. È qualcosa di fondamentale che potrebbe non esistere». | Martin Caparrós a Paolo Galassi, la Repubblica, 10 novembre 2018
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