Le grandi rivalità del calcio: il Barcellona politico e il Real Madrid

 

Una bandiera ci mette insieme
El Cant del Barça. Inno del Barcellona

 

L’atto di nascita del Barcellona come entità politica
Il Barça è l’unica istituzione legale che unisce l’uomo della strada con la Catalogna che poteva essere e non fu. Con questo mezzo mantiene una relazione ambivalente di amore e rifiuto, di fanatismo e critica spietata, anche se torna ancora, e ancora, domenica dopo domenica, al Camp Nou. … Dovremmo dichiarare libro di testo in tutte le scuole spagnole la Storia della Catalogna, di Ferrán Soldevila. Forse questo rapporto non sarebbe necessario per il pubblico per capire cosa c’è dietro il grido: Barça, Barça, Barça! Da quando Fernández Florez ha lasciato scritto che: la Catalogna è l’unica metropoli che desidera diventare indipendente dalle sue colonie, la frase ha avuto il tempo di raggiungere la coscienza pubblica del resto della Spagna. | Manuel Vázquez Montalbán, Triunfo, 25 ottobre 1969

 

L’amicizia-rivalità tra Montalbán e Marías
Di persona ci siamo incontrati soltanto una volta, ormai molti anni fa. Lo stesso autista ci aveva presi all’aeroporto di Asturias, (lui arrivava da Barcellona, io da Madrid) per portarci a Verines, per un incontro di scrittori. Appena salito in macchina, tirò fuori un auricolare e se lo collocò in un orecchio. “È per seguire il calcio”, fu tutta la spiegazione. Doveva essere un mercoledì e si disputavano delle partite di Coppa, ancora poco importanti. “Ah, e come va il Madrid?”, approfittai per indagare. “Perde 1-0 con lo Sporting”. Mi fu impossibile non chiedermi se la cosa gli dispiacesse. Non avevo motivi per crederlo, anche se – ovviamente – non ne avevo nemmeno per credere che fosse contento, e, difatti, non riesco a evitare di pensare che non gli avrebbe fatto piacere che io in un giorno come questo scrivessi qualcosa su di lui. Appassionato di calcio come sono, rispettai, tuttavia, il suo silenzio per l’ora e passa del viaggio e non cercai di impegnarlo in una conversazione. In fondo, pensai, io farei lo stesso, seguirei le partite, se si trattasse di quelle importanti. Cosicché, quel tragitto lo percorremmo in silenzio, non imbarazzante però. E volli credere che forse non gli era dispiaciuto – alla fine, quando dopo un bel po’ di tempo mi rivolse nuovamente la parola – comunicarmi qualcosa che a lui non avrebbe dovuto far piacere, ma a me sì. “Il Madrid ha pareggiato”, mi disse. | Javier Marías, El Pais, 19 ottobre 2003

 

 

Una partita che è una grande metafora
Il calcio, un grande spettacolo di identità, è una metafora del catalanismo e della españolidad, è messa in scena atletica della lotta storica tra Castiglia e Catalogna. Almeno due volte all’anno questo duello si fa carne universalmente nel Clásico, un megashow dalla intensità satura che compendia le rivalità popolari locali e regionali, e le aspre rappresentazioni dell’etnia e dell’identità culturale, in un contesto vertiginosamente mutante. Un panorama mediatico unico nella ricchezza della sua polarizzazione. Gli azulgrana erano più che un club non perché lo affermava il presidente Narcís de Carreras nell’anno ribelle 1968, ma perché molti tifosi catalani e spagnoli contemplavano in loro i valori politici che il totalitarismo basato a Madrid perseguiva come sovversivi, o perché la ingiustizia sportiva imperversava a beneficio delle squadre del regime, l’Atlético “dei ministri” in cui pochi giocatori svolgevano servizio militare, o il Real Madrid che espandeva in Europa l’estetica di un paese assoggettato alla bruttezza strutturale del fascismo di stretta osservanza. | Ramón Miravitlles. La función política del Barça

 

“ Le leggi ci dicevano di dover giocare con la Nazionale spagnola perché quella catalana non è legittimata a giocare competizioni internazionali. Io giocavo nella Liga spagnola, mi convocavano e dovevo rispondere
Pep Guardiola, 2004

 

Perché la Catalogna non sta con l’Espanyol
“All’inizio ero tifoso di due squadre, il Barça e l’Atlético de Aviación, come si chiamava un tempo l’Atlético Madrid. Collezionavo le figurine che uscivano dalle caramelle. Immaginavo che i giocatori dell’Atlético fossero tutti degli aviatori, e questa cosa mi affascinava. Per quello tifavo per loro. Quando il club cambiò nome e io crebbi, smisi di pensare che fossero aviatori e smisi di tifare per loro. … Un’altra cosa che ricordo del paese dei miei nonni materni: nessuno era dell’Espanyol. Non era l’Espanyol di oggi, era l’Español di Spagna. Il paese era un posto molto politicizzato. Tifare per l’Español era come compromettersi in qualche modo con il regime. | Juan Marsé

 

Il segno dell’infanzia sul nostro piacere per il calcio
“Era il tempo in cui provavamo a segnare la nostra identità. La sardana era il massimo che si potesse esibire, credo. Il dirigente Nicolau Casaus era il rappresentante della linea repubblicana e per questo non poteva fare il presidente. Si diceva che avrebbe avuto le capacità per farlo, ma Franco lo impediva. Casaus aveva sempre il sigaro in bocca. Perciò non mi pare bello oggi che abbiano vietato il fumo al Camp Nou. Io non fumo ma per me il Camp Nou è il sigaro di mio zio, di mio padre, di mio nonno. Tutti uniti a fumare il sigaro. … Il tifo per una squadra di calcio è legato all’infanzia. Se tuo padre ti porta allo stadio, ti vincola. C’è gente a cui non piace il calcio. È perché da bambini in famiglia non glielo hanno inculcato”. | Enrique Vila-Matas

 

Perché il Barcellona è più che un club. E quando il concetto andò in crisi
Il Barça è più di un club e deve gran parte dei suoi successi e fallimenti a questa condizione. Quando il nuñismo entrò nel club, come un’opzione chiaramente reazionaria e di destra, combatté contro l’idea che il Barça fosse più di un club. Volevano un club di locomotive sociali (secondo l’ideologia di Escrivá de Balaguer) o un Barça trionfante che assorbisse i dividendi sociali nella Catalogna di sinistra. … Il catalanismo dichiarò guerra a Nuñez e i socialisti stavano al suo fianco per impedire che il Barça diventasse uno strumento del potere pujolista. Posso dire, e lo dico, che comunque sono stato lasciato piuttosto libero. Il Barça è la sua gente. | Manuel Vázquez Montalbán, El País, 21 maggio 1992

 

Vincere trofei citando Tarradellas. Affacciatosi dal balcone dal palazzo della Generalitat, l’edificio che ospita gli uffici del governo della Comunità Autonoma della Catalogna, Guardiola urla alla folla, tenendo la coppa in mano: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí», e cioè: «Cittadini di Catalogna, adesso la coppa è qui». È una citazione di Josep Tarradellas, ex presidente della Catalogna fuggito in Francia a causa del franchismo, che nel 1977, tornato a Barcellona dopo un esilio durato 38 anni, esclamò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»). Fu Tarradellas a firmare l’Estatut nel 1979, attraverso cui la Catalogna tornava a essere autonoma dopo decenni di repressione. | Dario Saltari, l’Ultimo uomo

 

Il Barça è un orizzonte
Negli anni in cui il Barcellona era per molti (e per me) più di un club di calcio, era un emblema, un punto di vista, un orizzonte, mi affezionai alla lettura dei periodici, e tra essi avevano molta importanza i periodici sportivi. Leggevo soprattutto quelli che editava Juliàn Mir, un mitico giornalista catalano a Barcellona. Erano Dicen e Lean. Dicen era più riflessivo, più letterario, mi pare, e scriveva lì una firma che già allora era eccelsa, quella di Martín Girard. I suoi articoli, le sue cronache o reportage (nei suoi testi tutto si impastava e si teneva insieme) costituivano un alimento spirituale, quasi religioso, per me. … Accanto a questo, un altro libro imprescindibile era quello di Manuel Vázquez Montalbán, Fútbol: una religión en busca de dios. | Juan Cruz Ruiz. Viaje al corazón del fútbol

 

Il tifo per il Barça secondo Gonzalo Suárez, alias Martín Girard
➣ Cosa distingue il tifoso del Barcellona?
“Amico, quello che distingue il tifoso del Barcellona è il nazionalismo e i pruriti politici che si manifestano collateralmente alla traiettoria della squadra. Non è una cosa che mi piace. Non mi è mai piaciuta questa mescolanza di nazionalismo e calcio che distingue il Barcellona”.
➣ Però esiste. Tu l’hai vissuta a Barcellona.
“Certo, ma mi sono sentito ai margini. In realtà, sono stato straniero ovunque. Ricordo il mio periodo a Barcellona come uno dei migliori momenti della mia vita. Furono 16 anni, 4 figli, i miei primi film, i miei primi libri e il mio percorso iniziale con la firma di Martín Girard. La mia relazione con Barcellona è come quella di un uomo che continua a essere innamorato di una donna”.
➣ È molto bello per Barcellona. Sei stato tifoso del Barcellona? È lì’ che ti sei appassionato al calcio?
“No, mi sono appassionato al calcio e all’Atlético Madrid negli anni 50, quando Helenio, il secondo marito di mia madre, era allenatore della squadra. Dopo ho seguito le squadre che allenava Helenio, finché arrivò al Barcellona. Allora ho cominciato a vivere tutto con più intensità perché iniziava a spiegarmi alcuni dettagli, a condividere delle idee. Quello è stato il momento in cui ho iniziato a conoscere il calcio in una maniera meno astratta. Quello che interessava a Herrera era vedere come si muovevano i giocatori senza palla. Cercare lo spazio, creare il vuoto. La cosa più importante è lo spazio, se non c’è bisogna crearlo. Esiste un malinteso su Helenio Herrera. Che sia stato lui l’inventore del catenaccio. Non è vero”. 
➣ Parlami della rivalità tra Barça e Real.
“Il Real ha una tradizione nella quale gli allenatori contano poco. Mourinho s’è imposto per il suo carattere ma non ha dato uno stile di gioco. Il Real procede senza una visione del futuro, semplicemente contattando i migliori calciatori”.
➣ Che senti quando vince il Barcellona e quando perde il Madrid?
“Quando vince il Barcellona sento allegria, sinceramente, perché mi piace vedere risarcito il bel calcio, che sia premiato dal successo. Il Barça gioca un calcio elegante, nel quale non c’è bisogno di fare ricorso al fallo”. | Intervista di Juan Cruz Ruiz. Viaje al corazón del fútbol

 

Il dolore di una sconfitta, anzi due
Se il Barça fosse un romanzo, avrebbe un problema tecnico: tutti i suoi capitoli finiscono in un lieto fine. Quando sei abituato a vincere troppo, le sconfitte fanno più male. Due capitoli consecutivi sormontati dalla tragedia è più di quanto i tifosi possano accettare. | Santiago Roncagliolo

 

L’epica e il sentimento
Il calcio e la letteratura hanno un’epica molto simile incorporata. In entrambi gli ambiti c’è una storia da costruire, ed è per questo che da qualche tempo i video e le campagne emozionali spingono non solo la squadra, ma anche i tifosi. Anche quando non decide niente in classifica, un Clásico ha sempre qualcosa di letterario, per la componente sentimentale che coinvolge. | Jenn Díaz

 

Il Clásico come unità di misura del tempo
In un Real Madrid-Barcellona ​​tutto conta poco: la classifica, lo stato di forma, la tendenza delle squadre: cioè resta tutto sullo sfondo, l’incontro tra le due superpotenze inizia e finisce in se stesso, si gioca nella Land of History, non è solo nel presente, in qualche modo è un’unica festa senza fine, celebrata nel tempo. Il resto del campionato è ciò che accade tra un Madrid-Barça e l’altro. | Benjamin Prado

 

Todo cambia
Non è mai lo stesso. Per gli anni che passano, indipendentemente dalla differenza tra una partita e l’altra, il Clásico non è mai lo stesso. Per le stelle o le pressioni, le cose più controverse, le più catastrofiche, non è mai lo stesso. Perché è sempre un thriller sul filo del rasoio, perché perdere con l’eterno, unico rivale è impensabile, inammissibile, una tragedia. Perché c’è sempre un buono e un cattivo, anche se di volta in volta cambia il colore della maglietta. E perché c’è sempre uno dei 23 nel campo da 106×70 che non smette di esserlo. Per tutti questi motivi, il Clásico sarà sempre il libro del mio mistero preferito, in 90 meravigliose pagine”. |  Juan Gómez-Jurado

 

Il successo della Casa di Carta secondo la Teoria del Fútbol
“Qual è il prodotto che la Spagna esporta maggiormente? Il calcio. Una rivalità. Real Madrid contro Barça. Anche noi nella Casa di Carta abbiamo un allenatore, dei giocatori, un’uniforme, un inno come Bella Ciao. Tutta la serie è una grande partita di calcio tra la polizia e i ladroni. La gente che segue il calcio, e nel mondo è tanta, ha riconosciuto come familiare questo codice. Sai una cosa? L’episodio più visto è stato quello successivo a un post sui social in cui il calciatore brasiliano Neymar si dichiarava fan della serie”. | L’attrice Alba Flores, alias Nairobi

 

Salvador Dalì voleva essere Cruyff
Josep Samitier era soprannominato l’uomo aragosta. Per i suoi salti, le sue acrobazie, per i tiri al volo folli quanto i dribbling. Era stato acquistato dal Barcellona a 17 anni per un vestito e un orologio. Emilio Sagi Liñán, attaccante, anche lui arrivato nel club ancora ragazzino, era invece figlio del più grande baritono spagnolo d’inizio Novecento, Sagi Barbo. Emilio e Josep da piccoli andavano in vacanza in Costa Brava, a Cadaqués giocavano a calcio con un terzo amico, il figlio di un notaio, un bambino di nome Salvador. Salvador Dalí.
Poi ognuno ha preso la sua strada. Emilio e Josep campioni di Spagna, le Coppe vinte, la chiamata in nazionale. Salvador alla Residencia de Estudiantes di Madrid e all’Accademia delle belle arti, con Buñuel e Garcia Lorca, poi a Parigi. “Il calcio? Non ne so nulla”, gli piaceva far credere, almeno quanto gli era piaciuto da ragazzo giocare in porta. Raccontò di vestire con coppola, pantaloni larghi e guanti solo per somigliare a Ricardo Zamora, idolo della sua infanzia. 
Nel 1974 il Barcellona si rivolge a lui per un’immagine che celebrasse il settantacinquesimo anniversario del club. Tre anni dopo un altro club catalano, maglia gialla e rossa, i colori dell’autonomia regionale, contatta Salvador Dalì per ottenere il suo aiuto. Lui ascolta e accetta, per tirare il piccolo Sant Andreu fuori dalla crisi finanziaria dipinge “Gol” in un solo giorno e lo dona alla squadra. Uno dei vicepresidenti del Sant Andreu mette in vendita l’opera, con 4 milioni di pesetas dell’epoca salvano i conti. Un’offerta superiore era arrivata dal console del Paraguay, ma nessuno volle che il quadro lasciasse la Spagna.
Quando nel ’77 il Sant Andreu aggiusta in questo modo i suoi bilanci, il giornalista Ricard Maxenches del Mundo Deportivo si presenta a casa Dalí per strappargli un’intervista. Dalí lo respinge inizialmente, spiegando di essere nudo nel suo appartamento alla ricerca d’ispirazione, in serata però accetta di parlare del suo rapporto con il calcio e con il Barcellona. Maxenches prende appunti, Dalí gli chiede di smettere. “Tenga le mie parole a mente, la mente trattiene solo la bellezza“. Era quello il Barça di Rinus Michels, l’uomo che aveva inventato l’Ajax del calcio totale e che stava portando le sue idee anche in Spagna. Le stava imponendo con i suoi assi olandesi. Neeskens a centrocampo e soprattutto con Johann Cruijff in attacco. Johann ha trent’anni, ha già vinto i suoi 3 Palloni d’oro e ha giocato una finale mondiale. È il numero uno. Ricard Maxenches domanda a Dalí: 
– Lo conosce? 
Risposta: “Chi è? Qualcuno che nel calcio è come me nella pittura? Mi pare di averne sentito parlare e di averlo visto in qualche fotografia”. 
Il giornalista insiste: – Preferirebbe essere Cruijff o Dalí? 
A quel punto Dalì si informa sull’età di Cruijff. E risponde: “Vorrei avere i trent’anni di Cruijff e il genio di Dalí”. E ancora: “Non vorrei essere il presidente del Barcellona, ma vorrei tanto poter sedere in uno dei palchi dello stadio, per conoscere finalmente una persona come questo Cruijff di cui tanti mi parlano”. | Puliciclone , 23 gennaio 2014

 

Il calcio è fiction
Il calcio appartiene più al campo della fiction che a qualsiasi altra cosa. Ha molto a che fare con un romanzo o un film. Poiché è qualcosa che quasi tutti iniziano a vivere nell’infanzia, ed è per questo che rimane così intenso a ogni età, chi altro vorrebbe credere che non siano quelli della sua squadra i buoni, i nobili, quelli che vincono con cavalleria e perdono con eleganza, quelli che non imbrogliano… I tifosi del Madrid hanno sempre avuto l’idea, forse sbagliata dal punto di vista di un culé o di un colchonero, che il Madrid vince meritando o cerca di farlo. All’improvviso, per le circostanze attuali, ti rendi conto che è impossibile pensare che quelli del Madrid siano quelli buoni. È così ovvio che sono cattivi… … 
➣ Il suo antico compagno e rivale, Manuel Vázquez Montalbán, ha reinventato il Barcellona e ha avuto un  successo enorme, perché la sua reinvenzione ora passa per realtà. 
“Da quando è morto Montalbán, nessuno più mi chiede di scrivere del Clásico. … Lui vedeva il Barcellona come un club malinconico, di una morale fragile, rappresentato da calciatori come Martí Filosia, gente che si  deprimeva facilmente. Ma da parecchi anni ormai il Barcellona non è più questo. Lui era un po’ disperato per il  fatto che la squadra avesse quelle caratteristiche e in un certo senso invidiava la fermezza del Madrid”.
➣ Sì, però parliamo dell’inizio degli anni 70, quando Montalbán comincia a sviluppare la sua teoria del Barça come esercito disarmato della Catalogna. Questa fragilità e questo carattere friabile apparteneva anche all’opposizione, ai molti catalani consapevoli che la Catalogna era stata franchista e che esisteva qualcosa, come un peccato, da cui farsi perdonare. A partire da qui si è stabilito che il Barça incarnava l’opposizione al franchismo. Se lo chiedi a un socio del Barça ti dirà: «Claro».
“Sí, un socio del Barça sí”.
➣ Ma è quella che ora si assume come una certezza.
“Allora: su questo avrei molto da dire. In un articolo che ho scritto e che si intitolava: Il Real Madrid repubblicano, rivendicavo qualcosa che non mi ero inventato io, perché lo dicevano gli anziani, come Eduardo Haro Tecglen, che non poteva essere sospettato di essere di sinistra, e che cioè il Real Madrid aveva fama di essere repubblicano, e che dopo la guerra i perdenti preferivano il Madrid. Non dico che il Madrid era stato di sinistra, ma l’Atlético era dell’Aviación, i suoi giocatori avevano ricevuto privilegi veri dal franchismo”.
➣ Ha avuto un momento puramente fascista.
“Certo. E in quella epoca il Madrid era la squadra preferita dai liberali e dalla gente di sinistra rimasta, che non era molta. Dopo, il Madrid ha vinto quello che ha vinto, e fu durante una dittatura; se Franco andava a sedersi nel palco, la gente che poteva farci? La dittatura si è approfittata del Madrid, da qui è nata la storia della squadra del regime, e lo diranno sempre quelli del Barça e dell’Atlético, ma non fu così”.
➣ Il regime utilizzava Barça e Madrid per incoraggiare l’intrattenimento. Quando ha potuto aiutare il Barça, lo ha aiutato. Come con il Camp Nou.
“Ma alla fine, queste sono cose vecchie. È curioso perché negli ultimi anni c’è stata una specie di travaso di valori e di psicologia. Il Madrid ha avuto un periodo in cui è stato fragile e friabile”. | Dialogo tra Javier Marías e Enric González, Rivista Jot Down, giugno 2012

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