È l’arma letale di ogni gioco: la rivalità. Quel non volersi piegare all’altro: ma soprattutto al vicino, a quello che ti sta a fianco, all’amico per contratto. Perché tutto brucia di più se davanti hai un collega di scuderia. Diventi irrazionale: scansati, ora, adesso. Il compagno di squadra si sopporta, si detesta e si tradisce. Perché l’altro appunto ti vive come un nemico in casa, un incubo domestico. La rivalità è più terribile da sopportare e da consumare quando è per così dire incestuosa: stessa squadra, stessa palestra, stessa città, stessa infanzia, quasi stesso letto. Ha senso perdere l’oro da una vicina di casa? | Emanuela Audisio, la Repubblica, la Repubblica, 25 agosto 2014
Tazio Nuvolari e Achille Varzi
Achille Varzi è stato, forse, il più grande pilota italiano. La folla gli preferiva Tazio Nuvolari, che era rimasto fedele allo spirito di bandiera, al fuoco sacro della macchina rossa. Dell’avversario, Varzi studiava il punto di frenata, di cambio, di accelerazione. Decideva dove e come lo potesse infilzare, nel modo più rapido e sicuro, fosse pure all’estremo fazzoletto di pista. Il suo gesto di pilota era misurato. Non un vano agitarsi di macchina. Le sue traiettorie erano esatte, ma anche imprevedibili. Il suo profilo, sotto il casco di cotone bianco sembrava illuminato da un riflesso di nero. L’uomo era freddo ma non un automa. Nuvolari più vecchio, all’opposto, obbediva al suo istinto sicuro. Componeva e ricomponeva la geometria della sua corsa, dalle traiettorie convenute alle traiettorie al limite: ed anche oltre. Emanava da Nuvolari un coraggio che si dilatava, che lo avvolgeva come un’aureola. Era l’epoca degli “uomini contro”. Fra Nuvolari, lombardo di Mantova e Varzi, piemontese di Galliate, la rivalità era al calor bianco. | Mario Fossati, la Repubblica, 29 marzo 1985
Fausto Coppi e Gino Bartali
La madre delle rivalità. Fausto Coppi è venuto dopo Bartali ed ha praticamente inventato il ciclismo moderno. Aveva qualità fenomenali e anche limiti non trascurabili. Scalava benissimo, però non aveva scatto. Sul passo era ineguagliabile, però non possedeva spunto veloce, e quindi pagava triplo ogni vittoria, perché se doveva far la volata era battuto senza mercè. Gino Bartali è stato l’ultimo grande del ciclismo tradizionale, non dirò pionieristico ma quasi. È venuto alla ribalta nazionale trovando vacante il posto di Binda e mal difeso, ormai, quello di Guerra, che era solo e soprattutto un grandioso passista. Sotto certi ritmi, non c’era alcuno che lo valesse per intelligenza tattica e prontezza nel dare il meglio. | Gianni Brera, la Repubblica, 31 ottobre 1986
Il paese diviso. Di qua o di là. Bianco o nero. Vespa o Lambretta. Democristiani o comunisti. Bartali o Coppi. Anzi, Coppi o Bartali. “Il Paese semidistrutto dalla guerra sentiva la necessità disperata di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno. Di appartenere, in definitiva, a un’idea, di credere a una verità profonda”. Daniele Marchesini, docente di Storia dell’Italia contemporanea all’Università di Parma, ha pubblicato per Il Mulino un libro sulla sfida che divise in due l’Italia. “Il processo di identificazione in Coppi o in Bartali portò alla costruzione di due schieramenti. Ma fu una divisione che, all’origine, non aveva profonde connotazioni politiche. Quelle furono acquisite poi: Coppi dichiarò di votare democristiano, eppure gli italiani lo consideravano un simbolo di laico modernismo da opporre al conservatorismo clericale di Bartali”. Era l’Italia che stava o di qui o di là: chi tifava Coppi era di sinistra e chi si schierava per Bartali stava, quantomeno, al centro.
“Furono i protagonisti di un epos popolare che si nutriva di confronti estremi” ricorda Sergio Zavoli sganciando dal fenomeno la zavorra politica. E aggiunge un tocco di esperienza personale: “Avevo fama di essere coppiano e dunque Gino aveva una pessima considerazione di me. Eppure mi trattò sempre bene. Un giorno mi disse: lo so che tu sei per quello là, ma hai ragione, è proprio un campione, come me”. | Claudio Colombo, Corriere della sera, 6 maggio 2000
Gianni Rivera e Sandro Mazzola
Insieme no. Mazzola e Rivera sono sempre stati uno la risposta all’altro. La concorrenza è stata inevitabile, la polemica qualche volta anche. Diventarono due partiti, due modi di essere, divisero il paese quando in Nazionale fu presto chiaro che uno finiva spesso per escludere l’altro. Per il calcio all’italiana non potevano giocare insieme. Per un po’ di tempo Mazzola fece la punta, perfino il centravanti, e Rivera il trequartista. Qualche altra volta Mazzola fu spostato all’ala destra. Ma quando divenne un centrocampista, e in attacco giocavano Boninsegna e Riva, era difficile aggiungere Rivera. Questo spiega perché Rivera abbia giocato solo 60 partite in Nazionale nonostante i vent’anni di carriera ai livelli più alti. … Il loro sacrificio è stato forse il più duro e meno meritato del nostro calcio. | Mario Sconcerti. Storia del gol (Mondadori)
La versione di Valcareggi. «Ai mondiali in Messico feci un errore a proposito di Rivera».
La staffetta? «No, Rivera proprio non avrei dovuto farlo giocare nel secondo tempo contro la Germania. Forse avremmo vinto la partita senza andare ai supplementari e così per la finale saremmo stati più freschi».
➣ E quei sei minuti finali di Italia-Brasile? Furono un po’ come una punizione per Rivera…
«No. Ormai la partita era finita. Fu un premio piuttosto. È successo anche a Causio con Bearzot. È entrato all’ultimo minuto nella finale del 1982 con la Germania. Da parte mia non c’è stata vendetta per nessuno».
➣ Perché allora tutte quelle polemiche sulla «staffetta» tra Rivera e Mazzola?
«Ancora? Ma perché non si parla della staffetta tra Burgnich e Poletti o tra Niccolai e Rosato? Di come si fa a preparare una staffetta? Tutti quelli che stanno in panchina possono farla».
➣ Con Rivera andava d’accordo?
«Sì, anche se oggi lui sta sulle sue. Forse pensa che ci sia stato qualcuno… ma sono pronto a giurare nel modo più assoluto che né Franchi né Carraro né Mandelli e nemmeno Allodi che è venuto dopo hanno mai voluto interferire nelle mie scelte. Io sono triestino e lì ho avuto
quando giocavo un allenatore ungherese, Toth. Lui mi diceva per fare l’allenatore è bene sbagliare una volta sola, perciò devi decidere sempre da solo sennò puoi sbagliare
anche dieci volte». | Intervista di Ilario Dell’Orto, l’Unità, 28 gennaio 1994
Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi
Stili. A dividere Benvenuti e Mazzinghi c’era un po’ di tutto, dallo stile di vita agli atteggiamenti, dal carattere al modo di interpretare la boxe. Nino piaceva soprattutto agli spettatori delle prime file: tecnico, freddo, preciso, lucido, praticava un pugilato per buongustai. Sandro era invece il beniamino di chi frequentava i posti meno costosi: generoso, aggressivo, impetuoso. | Mario Gherarducci, Corriere della sera, 19 giugno 2005
Rancori. Le ha prese, o meglio è stato sconfitto due volte, da un altro campione, Nino Benvenuti, che anche lui quest’anno compie ottant’anni. Ma Sandro una volta è stato costretto a combattere anche se non stava bene, l’altra – a sentir non solo lui – non meritava di essere sconfitto ai punti. Ma qui si apre un capitolo delicato. Oggi Mazzinghi fa il signore. Al massimo dice che Benvenuti – ma preferisce chiamarlo «lui» – è, era, «un po’ birbante». Che le cose «che a me stavano male a lui stavano bene». Dieci compleanni fa Sandro era più drastico. Diceva a Riccardo Signori: «Basta con questa storia. Sono stato fregato. Ci sono state cose non chiare. Ho visto la disonestà dell’ambiente sportivo. Quando entra la politica entra il marcio. Nel secondo incontro con lui in qualsiasi parte del mondo mi avrebbero dato la vittoria». | Francesco Cevasco, La Lettura, 22 aprile 2018
Ci mancava la politica. La sorte mette di nuovo contro Benvenuti e Mazzinghi: il primo oggi fa parte di An. Il secondo si candida, come consigliere comunale, nella lista dei Comunisti italiani a Pontedera. La sfida non è diretta, non richiede sangue e pugni, guantoni e duri allenamenti al punching ball. Certo trasferisce sul piano politico una rivalità nata sul ring, a testimonianza di un antagonismo non casuale, anzi ricorrente. Tanto vero che quando Benvenuti, nel 1995, vola a Calcutta come volontario in un lebbrosario, Mazzinghi commenta, caustico: «Dai lebbrosi per impegno civile? Lui l’impegno civile non sa neppure che cos’è. L’unico suo impegno era spendere soldi Ha chiesto sempre a tutti. Io non ho mai chiesto nulla a nessuno e non vado in India, il bene lo faccio in Italia». | Raffaella Silipo, la Stampa, 10 maggio 1999
➣ Com’è attualmente il tuo rapporto col rivale?
Benvenuti: «Che dire? Ognuno è fatto a modo suo. Ho provato un paio di volte a mandare segnali, ad avvicinarmi, ma sono sempre stato respinto. Perciò sono rimasto al mio posto per evitare che ogni mia azione suscitasse giudizi negativi».
Mazzinghi: «Sono anni che non ci vediamo ed è ovvio che quello che è successo nella nostra carriera ha condizionato il nostro rapporto, anche perché ancora oggi la penso diversamente da lui». | Interviste di Rocky Giuliano, la Gazzetta dello sport, 18 giugno 2015
Gustavo Thoeni e Piero Gros
Le punte della Valanga Azzurra. Nessuno ha mai avuto a disposizione contemporaneamente due fenomeni come Gros e Thoeni. Su cinque gare disputate, quattro vittorie e un secondo posto, più i consueti piazzamenti vari, costituiscono un risultato che tecnicamente vale i cinque su cinque di Berchtesgaden, o i tre su quattro della discesa libera dell’Hahnenkamm. A vedere la gara di ieri e quella di oggi viene da domandarsi se lo sci mondiale non sia stato plagiato dai due “mostri” italiani. A occhio nudo li si vede andare nettamente più forte di tutti gli altri quando è il momento di attaccare, e la sensazione non è mai sbagliata. Ciò che più stupisce è che quando vince Gros e salia Thoeni, si dice: «Se fosse rimasto dentro, sai che botte…», ma altrettanto accade quando è Gustavo ad arrivare e Piero a finir fuori. Ciò vuol dire che entrambi viaggiano al limite delle possibilità umane di uno sciatore e se le superano un tantino fatalmente sbagliano. Chi è più forte tra i due è impossibile dire. | Giorgio Viglino, la Stampa, 11 marzo 1974
Thoeni e la rivalità come ingrediente decisivo
➣ La rivalità con Gros: è vero che lei, sconfitto in slalom da Piero ai Giochi di Innsbruck e «solo» medaglia d’argento, non ci stava a fare la foto di rito dopo il podio?
«Massì, ero un po’ incavolato. Però poi è passato tutto e la foto l’ho fatta».
➣ Eravate come Coppi e Bartali?
«In allenamento nessuno voleva stare dietro. Ma tra di noi c’era amicizia. E c’è ancora oggi».
➣ La Valanga Azzurra: più squadrone o fucina di rivalità?
«La rivalità è stata la base della nostra forza. D’altra parte, la rivalità non è forse un ingrediente decisivo in tutti gli sport?».
➣ La scherzavano con il tormentone «Ho sciato male» e freddure come «Gustavo non può che indossare i calzetthoeni».
«Li mettevo eccome, i calzetthoeni. Li mettevo anche di… lana gros. Tormentoni? Semmai erano tormenthoeni. No, non ero infastidito. Forse solo all’inizio, poi ci ho fatto il callo». | Intervista di Flavio Vanetti, Corriere della sera, 20 agosto 2017
Il senso di colpa del dt Cotelli. Slalom speciale, ultima prova dei Mondiali sci alpino 1974. Seconda manche. Gustavo non ha niente da perdere. Attacca sin dalle prime porte con un’azione travolgente. Non riesco a trattenere l’emozione nel raccontare la prova di Gustavo via radio ai tecnici sulla pista. Quando passa il traguardo grido: ha vinto, medaglia d’oro. Via etere la mia esaltazione arriva in partenza e contagia tutto l’ambiente di allenatori e skiman, dimentichi che Gros, con un vantaggio di oltre un secondo, doveva ancora affrontare la seconda prova. Un vantaggio tale da preservarlo da qualsiasi sorpresa. Non ne abbiamo mai parlato. Sono convinto che Pierino, sulla piazzola di partenza, in piena concentrazione, abbia subito un duro colpo al morale e si sia scaricato completamente, incapace di reagire all’entusiasmo dilagante dei tecnici che lo circondavano e che ormai avevano inneggiato a Thoeni vincitore. Dopo poche porte Gros esce e Thoeni è campione del mondo. | Mario Cotelli, Corriere della sera, 10 febbraio 2004
Francesco Moser e Giuseppe Saronni
Una recita. Nelle grandi rivalità, sportive e forse non soltanto sportive, c’è sempre il sospetto che i protagonisti ci marcino, lo facciano apposta, si dividano, la sera, i denari del giorno appena trascorso e le battute del giorno a venire. Nel caso di Moser e Saronni il sospetto è certezza. Anche e soprattutto perché si ha l’impressione che i due non possano, non sappiano ormai fare altro che essere rivali.
I due sono professionisti nel senso che di professione fanno i rivali. Le parti sono divise benissimo. Moser è il campagnolo, il contadino, anche se parla un italiano quasi perfetto, con sfumature ricercate, grazie forse alla sua «naja» dilettantistica in Toscana, e se ha moglie elegante, cittadina. Saronni è quello dell’hinterland, è quasi-cittadino, anche se parla ora ruvido ora sornione, come un contadino, e tiene moglie, quieta, dolce, immaginabile con perenne foulard in testa. Moser è andato in viaggio di nozze alle Seychelles, Saronni in Liguria. La gente in maggioranza tiene per Moser, e dunque insulta Saronni.
Conta che la rivalità venga alimentata in ogni modo, e non è colpa di Saronni se Moser ha la faccia del buono, né di Moser se Saronni ha la faccia del cattivello. Trattandosi di recita, ognuno assume il ruolo più adatto al suo viso. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa 19 ottobre 1981
Gianni Bugno e Claudio Chiappucci
Bugno e Chiappucci, elegante e taciturno il primo, scomposto e verboso il secondo, ripropongono l’alternativa affascinante e ricca di suspense che hanno ciclicamente esaltato questo sport così ricco di colpi di scena. Uomini intelligenti e intuitivi, Gianni e Claudio hanno capito che al popolo le chiacchiere non piacciono, occorre pedalare e vincere, si può perdere a patto che la sconfitta sia l’effetto della bravura dell’avversario, mai degli inquinamenti sprigionati da sterili rivalità. | Angelo Caroli, la Stampa, 31 luglio 1991
Bull e Vedremo. Bugno è quasi sempre chiuso a riccio, difficilissimo alle confidenze, timido e risoluto, pochissime parole, esattamente come quando correva. La rivalità con Claudio Chiappucci, il popolare, spavaldo Diablo che spesso ebbe come avversario, divise il mondo del tifo italiano nei primi anni Novanta. Corridori agli antipodi, Chiappucci generoso ai limiti del masochismo, Bugno calcolatore freddo e prudente. Se per Gianni Mura Chiappucci era “Bull“, Bugno era “Vedremo“: era il suo modo di rispondere alle domande dei cronisti sulla tattica del giorno dopo, specialmente al Tour, il suo più grande rimpianto. | Cosimo Cito, il Venerdì, 22 settembre 2017
Manuela Di Centa e Stefania Belmondo
La letteratura dei loro scontri è ottima ma scarsa. Poca roba, cioè, anche se di qualità, considerando quanto si vogliono male. C’è quel «va a…» e non solo che la Belmondo dice le sia stato soffiato addosso dalla Di Centa allorché, raggiuntala nella 30 km ai Mondiali di Falun ’93, le aveva proposto di alternarsi a fare il ritmo, «così io prendo l’oro e tu l’argento». Stefania parlò di «giornata tristissima, anche se ho vinto, per cosa ho dovuto sentire». Ma la Di Centa sostiene che in quella gara il fidanzato dalla Belmondo non le passò una borraccia. E l’altra: «Storie, è lei che non l’ha voluta».
Stefania ha i capelli lunghi, Manuela li ha corti. Stefania li ha biondi, Manuela li ha bruni. Stefania sorride, Manuela ride. Stefania ha un soprannome, Trapulin, che vale soltanto in dialetto piemontese. Manuela si fa chiamare Manu, diminutivo di valenza internazionale, tanto esotico quanto Trapulin è paesano (e Stefi come sound è decisamente meno «ammiccante» di Manu). E ancora: Stefania ha il suo fidanzato canonico, che fa il carrozziere, Manuela ha un compagno che fa grossi affari e le presta la Porsche. Manuela si è sposata a 19 anni, per separarsi quasi subito e poi divorziare, Stefania a 19 anni giocava ancora con le bambole (o almeno così autorizza a pensare). Manuela appena ha potuto è andata ad abitare a Milano da sola, Stefania appena può torna a Pietroporzio, il suo paesino in provincia di Cuneo. Manuela sbatte la sua femminilità forte addosso a tutti, Stefania è devota al suo parroco, che è anche suo tifoso. Manuela ogni tanto corre col gonnellino sopra la tuta, Stefania non ci pensa proprio. Non che Manuela sia miscredente e Stefania beghina, Manuela sia godereccia e Stefania sia ascetica, Manuela sia vamp e Stefania sia Biancaneve, Manuela sia da topless e Stefania da scafandro: la Belmondo secondo noi sa divertirsi eccome, e la Di Centa ha tristezze tutte sue. Ma una radicalizzazione dei due caratteri, ed anche dei due tipi fisici, in chiave di opposizione è possibile ed appare persino logica. Entrambe sono di aspetto fisico decisamente piacevole, però Stefania evoca vita di famiglia e sicurezza che le camicie siano sempre stirate bene, Manuela suggerisce un’idea di continue vacanze randagie, in maglietta e jeans.
Vogliamo comunque precisare che a noi la rivalità piace, e che non siamo fra quelli che invocano segnali di pace, gesti di amicizia, arrivando a proporre mediazioni. Va benissimo così, non siamo certi che tubando insieme le due avrebbero vinto tanto; anzi. Sicuramente portarle ad una specie di armonia coatta significa, secondo noi, portarle all’ammosciamento, o peggio ancora all’ipocrisia. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 21 febbraio 1994
➣ E con Manuela Di Centa come va?
«Normalmente. Tutt’e due italiane ma fortemente rivali finché abbiamo avuto un pettorale addosso. Poi l’abbiamo tolto e ognuna fa la sua vita, ma quando càpita d’incontrarci si ride e si scherza. Ai tempi della rivalità ho patito la mia minore abilità nei confronti dialettici». | Intervista di Gianni Mura, 4 maggio 2018
Max Biaggi e Valentino Rossi
Il salto di qualità verso l’astio puro. Max Biaggi e Valentino Rossi sono due bravissimi piloti di moto che talento e fortuna hanno portato in cima al mondo. Sono ricchi, giovani e famosi, ma da qualche anno si insultano grevemente, e i loro entourage sono anche venuti alle mani, come gli sbronzi nelle balere. Le rivalità tra campioni sono uno dei piatti forti dello sport, Mazzola-Rivera, Thoeni-Gros e Bartali-Coppi sono capitoli affascinanti del romanzo agonistico nazionale. Ma un fondo di rispetto e di cavalleria, anche nel mezzo del furore muscolare, alzava tono e livello della sfida, sempre. L’astio becero e i modi da stadio dei due centauri testimoniano una penosa caduta di stile e di umanità. Solo un’etica privatizzata (l’etica dei tempi) può spingere due uomini pubblici a blaterare parolacce e minacce con tanta costanza, forse felici (insieme ai loro sponsor) per la messe di titoli di giornale che questa grossolanità produce, sicuramente ignari delle regole di cortesia e fair play che lo sport, di suo, richiederebbe ai suoi protagonisti. Magari credono di interpretare la parte del tipo tosto che non la manda a dire, o dello spiritoso mediatico. Ma il risultato assomiglia, banalmente, a due cafoni che non riescono ad arginarsi. Difficile sapere se nel loro giro ci sia qualcuno, più adulto o semplicemente più intelligente, che riesca ad aiutarli a smettere. | Michele Serra, la Repubblica, 20 settembre 2003
Arianna Errigo, Elisa Di Francisca e Valentina Vezzali
Il triello. Una per una, sono tre microcosmi di ambizioni e conflittualità. Insieme diventano una squadra. E vincono. … Il litigio più clamoroso è dovuto a un libro. Nella sua autobiografia, la Vezzali racconta di aver perso la semifinale dei Mondiali 2010 contro la Errigo, per paura di dover affrontare in finale la Di Francisca, jesina come lei, la sua più acerrima rivale. Quando poi agli Europei la Errigo ha di nuovo battuto la Vezzali, non si è tenuta e le ha urlato in faccia: «E ora cosa ti inventi?». È seguito faticoso chiarimento. Amiche però non lo saranno mai. Troppo diverse. La Vezzali ha 38 anni e mezzo. Quando vinse l’argento ad Atlanta c’erano ancora Kohl, Clinton e Carl Lewis; e Totti e Del Piero erano giovani promesse. Nel ritiro se ne sta in disparte. Si allena per conto proprio, con il suo programma. La sera Elisa, che non ha ancora trent’anni, e Arianna, 24, non andrebbero mai a dormire; Valentina si ritira in camera, telefona alla madre, al marito, al figlio, poi spegne la luce. Non a caso qui a Londra ha voluto la singola – «in fondo sono una mamma» è stata la motivazione -, mentre le altre due sono in stanza insieme. Com’è andata la notte dopo la finale individuale? «Io ero furiosa, sono tornata tardi e la Di Francisca già dormiva» ha risposto la Errigo. Ma com’è il vostro rapporto? «Buono. Certo non ci facciamo le confidenze». Diciamo che si sopportano. | Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 3 agosto 2012