Il miracolo di Sinner. Non c’è più nessuno in giro che rimpiange “il tennis di una volta”

TENNIS | IL TORNEO DI MIAMI

 

  Jannik Sinner regala fiori a una bimba in tribuna. Jannik Sinner si allena con il campione di tennis in carrozzina. Jannik Sinner soccorre un tifoso o forse era una tifosa, chi dice uno, chi dice una, non si sa, non importa. Jannik Sinner fa cose, tutte belle, tutte grandi, tutte italiane. Mamma che Sinner dice stamattina la Gazzetta, alla vigilia della finale del torneo di Miami, sei mesi dopo la campagna di stampa prodotta contro di lui, durissima ma con scarse ragioni considerava il Post a settembre, nel raccontarla. Ora Jannik Sinner è un barattolo che sugli scaffali si vede e si vende bene. 

Le vittorie in stagione sono salite a 21 contro una sola sconfitta, in semifinale con Alcaraz a Indian Wells. Così l’uscita di scena dello spagnolo nei quarti con Dimitrov viene salutata dagli olé-olé-olé di chi ha sostituito la visione di Sinner al piacere della visione del tennis. In finale l’avversario sarà lui: ha battuto anche Zverev.

Dimitrov è un tesoro ritrovato, un veterano che nel mese di gennaio tornava a vincere un torneo a Brisbane dopo 112 pieni di vuoto. Non ci riusciva dal Masters del 2017: per diverso tempo il Masters è stato il regno della NextGen incompiuta, il solo scranno che i Re Maghi lasciavano libero agli Altri. Dimitrov ha dovuto attendere 6 anni e 49 giorni per tornare in cima, il secondo intervallo più lungo nella storia del tennis tra un titolo e l’altro, dopo i 6 anni e 265 giorni di Richard Fromberg. Certo, poi ci sono pure tennisti che non hanno vinto mai: e sono la maggioranza. 

Dimitrov fece molto sorridere durante il discorso di ringraziamento a Brisbane, quando disse che il suo team non era allo stadio, erano tutti andati prima per prendere un aereo. L’Équipe ha scritto: Dimitrov è sempre capace di colpi di genio abbaglianti. Onestamente, ha tutto nel suo gioco per essere un solido giocatore da primi-10. Tutto tranne la costanza. Troppo spesso l’abbiamo visto brillare e svanire. A Miami è in modalità fiammeggiante. Per esistere di fronte ad Alcaraz, non bisogna porsi domande, bisogna entrare in lui. Lo spagnolo odia quando non ha il tempo di organizzarsi e di dettare il suo ritmo. È il grosso difetto nella sua armatura quasi perfetta, la sua incapacità di ribaltare il corso del match quando viene privato di qualche secondo di reazione. Dimitrov lo ha attaccato su tutte le palle dandole un rimbalzo più alto. La domanda da mille dollari è se Dimitrov sia in grado di reggere questo passo

Dimitrov è un panda. Gioca il rovescio a una mano e si fa vedere più spesso della media nei pressi della rete. Certo, lo fa con gli strumenti d’oggi, senza piumini di cipria tra le mani ma con racchette da raggi laser, insalate di matematica e con circuiti di mille valvole. Lo fa con gli strumenti del tennis contemporaneo. Gianni Clerici a suo tempo lo bocciò. Avere Sinner numero tre di questo tennis, forse domani sera numero due, per lo meno consente di veder ridotta la schiera dei nostalgici

 

FUORI CATALOGO 

“Bisogna essere grandi almeno un metro e novanta per diventare un campione, bisogna avere novanta chilogrammi di muscoli di un tipo speciale, allenatissimi alle scivolate di terreni diversi, che ricoprono superfici durissime, che hanno già abbandonato la terra e, senza la sopravvivenza dell’erba, porteranno alla scomparsa di Wimbledon. Bisogna, poi, essere figli di un maestro e una maestra, perché un solo genitore non basta più, ce ne vogliono due, Dimitar maestro di tennis, e la mamma, ricciolona bionda, anche lei maestra con autorevoli precedenti di pallavolo. Bisogna poi iniziare, secondo la Montessori, a tre anni, giusto come ha fatto il vincitore di questo Masters, Grigor Dimitrov, nella cui prima sillaba del nome si nasconde un ruggito. È divenuto, simile arte raffinata, che richiedeva anzitutto una mano sensibilissima, tale da poter impugnare una racchetta di legno simile alla bacchetta di un Maestro di musica, un gioco simile agli altri sport, di muscolari prima che di prestigiatori”. [di gianni clerici]

 

E così, appena un mese dopo la storica uscita di Stefanos Tsitsipas dalla Top-10, Grigor Dimitrov riporterà lunedì il rovescio a una mano nell’élite, lui che venne battezzato “Baby Fed” quando nacque, dove Fed stava per Roger, non per la Federal Reserve System. Sul magazine Tennis, David Kane lo vede addirittura favorito per la finale e scrive che ha giocato un tennis fenomenale contro Alexander Zverev, giocando uno dei punti candidati a tiro dell’anno. Come Zverev, Sinner ha un vantaggio negli scontri diretti su Dimitrov, ma il 32enne sta giocando un tennis ispirato contro un avversario a cui potrebbe mancare freschezza dopo un intenso Sunshine Swing. A Dimitrov sono rimasti ancora due set di magia?

 

L’Équipe ha scritto che  Jannik Sinner sta entrando davvero nella testa di Daniil Medvedev. Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che Medvedev è un Kasparov senza arrocco e senza dritto (5 gratuiti solo nel primo set), inchiodato come un insetto da collezione sulla diagonale del rovescio da Jannik scatenato, che poi affonda con il drive. Non c’è pathos né partita È questa la finale anticipata del torneo, vincendo domani il secondo Master 1000 della carriera scalerebbe un’altra posizione in classifica: numero 2, ai danni di Carlos Alcaraz. Jannik non si concede pause, invece, spinge sull’acceleratore. Vuole tutto, e subito.

Paolo Rossi su Repubblica ricorda che Alcaraz ha confessato di essersi sentito trattato come un bambino di 13 anni da Dimitrov, nel suo quarto di finale perso, ma allora la palese impotenza di Medvedev è parsa ancora più imbarazzante: alla fine commetterà 22 errori non forzati. Anche l’immagine colta dal cameraman nel primo set, uno zoom sul viso del russo con espressione incredula del tipo, “ma come fa a giocare così?” dopo l’ennesimo scambio perso, è parsa emblematica.

Stefano Semeraro su La Stampa dice: Daniil Medvedev, il numero quattro del mondo, non sbadiglia più quando incontra Jannik Sinner. Nel 2021, alle Atp Finals, si fingeva annoiato davanti alla apparente sinecura di un match contro il ragazzino dai capelli rossi. Oggi sembra uno studente bloccato dalla paura di un’interrogazione del professor Sinner; si consuma, spedisce sguardi angosciati e impotenti al suo angolo.  In campo, bisogna dirlo, si è visto un Medvedev involuto, troppo brutto per essere vero (22 errori contro 12, 7 vincenti contro 16), in apnea già dall’inizio. O forse persino prima di scendere in campo

Gilles Cervara, allenatore di Daniil Medvedev, ha detto a L’Équipe che «dalla sua incoronazione australiana, Sinner cammina sulle acque. Ha uno status e una fiducia davvero diversi». 

 

  LA FINALE FEMMINILE

Ribakyna vs Collins

 

Il magazine Tennis la definisce una finale emblematica del tipo di potenza che gli appassionati hanno visto in queste due settimane a Miami. Elena Rybakina ha vinto il Sunshine Double l’anno scorso, Danielle Collins si è liberata di qualche peso nel momento in cui ha annunciato l’addio a fine stagione e sta chiudendo in bellezza, con questa finale nel suo Stato di nascita, due anni dopo la partita persa per il titolo Slam a Melbourne. 

Non è mai sembrata più a suo agio, dentro e fuori dal campo. Questa fiducia ha sbloccato un tennis incredibile. A Rybakina tocca un’avversaria americana per la terza volta in queste due settimane, dopo aver già battuto Madison Keys e Taylor Townsend. I precedenti scontri diretti sono state storicamente lunghe battaglie – quindi aspettatevi un altro tre set conclude Tennis

COVER  Il manuale di Sinner si trova qui

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