Togliamoci subito il pensiero. Il Giro d’Italia è la vetrina del Paese e poi – ah sì, e poi è un romanzo popolare. Fatto. Ora vediamo veramente. Due cronometro per 63 km complessivi, cinque tappe di montagna e quattro arrivi in salita, sei appuntamenti pensati per le volate dei velocisti ma poi va ai sapere, otto sono quelli che Davide Cassani chiama i mangia-e-bevi, scorazzate tipicamente italiane su profili mossi. Il prossimo Giro d’Italia è lungo 3.321 km e 200 metri. Ha un dislivello di 42.900, le cartine dicono che si tratta del 20% in meno del solito. “Un percorso più a misura d’uomo”, dice Gaia Piccardi sul Corriere della sera.
Cosimo Cito su Repubblica sottolinea che “l’annuncio atteso non è arrivato”. L’annuncio sarebbe la partecipazione di Tadej Pogacar, lo sloveno che il Giro sta provando a convincere a partecipare prima di andare al Tour. Secondo Repubblica “la sua presenza al Giro 2024 è come non mai possibile”. Cito lo chiama “l’invocato speciale” e scrive che è stato fatto tutto quello che era possibile fare, “ossia allestire un percorso adattissimo a lui. Perché sarà un Giro d’Italia meno duro del solito, più equilibrato nella distribuzione delle tappe difficili, con strizzate d’occhio continue: gli sterrati senesi, la cronometro con finale in salita a Perugia, l’arrivo a Prati di Tivo già annesso da Pogacar al suo sconfinato palmarès”.
Prima del disvelamento totale di ieri, sapevamo già di Superga nella prima tappa e di Oropa nella seconda. Repubblica stamattina riferisce che “per fare spazio all’arrivo in salita sul sagrato del Santuario, il Giro costringerà la secolare processione da Biella a Oropa a spostarsi al sabato, senza che siano mancate polemiche tra curia e sindaco, tra omelie avvelenate e paginate sulla stampa locale per ricordare, di contro, le ricadute economiche sul territorio dell’evento”. Cito eccepisce su un percorso che ha in Pompei il suo punto più meridionale. Repubblica nel titolo lo definisce il Giro del Nord. Leggiamo: “Per raggiungere la Capitale, la carovana dovrà imbarcarsi su voli charter dal Veneto, in barba al programma Uci Climate Action. Se dev’essere Roma, perché non costruire un percorso che preveda tappe difficili sugli Appennini prima del gran finale?”.
Daniela Cotto su la Stampa annuncia che “le stelle attese sono Jai Hindley, re del 2022, e Wout Van Aert, belga 29 anni (Strade Bianche, Milano-Sanremo, Amstel Gold Race). Non tornerà in Italia, invece, Primoz Roglic”.
Se così fosse, sarebbe poco. Cristiano Gatti su Tuttobici trova troppi i 68 km a cronometro [“l’esercizio più puro e più sincero del ciclismo a trazione umana, ma in questa quantità diventa troppo invasiva”], definisce inquietante e sinistra la solita terza settimana, con gli arrivi di Livigno all’indomani della crono e il doppio Monte Grappa alla penultima giornata, soprattutto si domanda: chi viene? “Se questo percorso se lo spupazzassero – per dire – Vingegaard e Pogacar, sarebbe bellissimo a prescindere. Se invece – sempre per dire – vertesse sul duello (dico a caso) Ciccone-Hindley, ognuno comprende che non sarebbe lo stesso. Purtroppo al momento non c’è niente che lasci sognare cose grandi. Tutto, anzi, sembra girare al peggio. Se vogliamo poi dire che magari torna Thomas, personalmente qui mi arresto e faccio a tutti i migliori auguri. Davvero io non so cosa sperare. So però che qualunque uomo, più o meno, ha il suo prezzo. Mettere sul tavolo un bel pacco di bigliettoni, alle volte, induce alle più inattese sorprese. Alle più impensabili strategie. Ma per convincere i migliori su piazza, stavolta ne servono tanti, tantissimi, una cifra. Ha voglia Cairo di indurre in tentazione i numeri uno del ramo?”.
Una bussola per capirne di più è il commento di Pier Bergonzi sulla Gazzetta. Parla di Giro pensato per campioni completi. Ha scritto di “un messaggio imbucato direttamente nella cassetta dei sogni di fuoriclasse come Pogacar e Vingegaard, i duellanti degli ultimi Tour de France, che potrebbero finalmente puntare alla doppietta che manca da 25 anni. Si tratta di un tracciato che può piacere molto ad un campione come Remco Evenepoel, chiamato al definitivo salto di qualità nei Grandi Giri, e pure a quei corridori completi come Jai Hindley o Richard Carapaz, due che la maglia rosa l’hanno già conquistata . Ci piacerebbe dire che il percorso si taglia su misura anche per un italiano. Ma non è così e seguendo la presentazione abbiamo avuto già molta nostalgia di Vincenzo Nibali, l’ultimo gigante del nostro ciclismo. Abbiamo però Filippo Ganna, che vuole essere al Giro prima di concentrarsi sull’appuntamento con l’Olimpiade di Parigi. E Top Ganna sa sempre come lasciare un segno del suo passaggio”. Il nome di Pogacar non c’è ma potrebbe trattarsi di seria e sacrosanta prudenza.
Filippo Lorenzon su Bici Pro dice che comunque “sarà ancora una sfida per scalatori, ma ci sarà spazio per tutti. Non sarà un Giro d’Italia monster e questo potrebbe essere un vantaggio per lo spettacolo, con una corsa meno ingessata”.
Davide Bernardini per Bicisport trova che “sarebbe stato un Giro d’Italia perfetto per Primoz Roglic, la maglia rosa uscente che verosimilmente non ci sarà per dare l’assalto al tanto agognato Tour de France. Di fatto, sarà un Giro perfetto per tutti quei corridori che gli assomigliano: forti in salita e forti a cronometro. Scontato, forse, ma intanto gli scalatori puri e i cronomen non troppo resistenti in montagna sono tagliati fuori, considerando che i migliori interpreti della specialità sono eccellenti su entrambi i terreni. Se Tadej Pogacar, come si vocifera, dovesse davvero partecipare alla corsa rosa, troverebbe pane per i suoi denti. Non c’è percorso che non gli si adatti abbastanza, ed è vero che probabilmente non troverebbe quel caldo che in più di un’occasione ha dimostrato di soffrire sulle strade del Tour: ma tra la seconda e la terza settimana si sforano i duemila metri più di una volta (Forcola, Stelvio, Sella) e questo è un fattore di cui l’entourage dello sloveno dovrà tenere di conto, visti i precedenti della Grande Boucle”.
I percorsi, si dice, li fanno i corridori. Ma non basta. Le corse dipendono dagli umori. Lo scrittore Fabio Genovesi sulla Gazzetta ha scritto che “tra le mille qualità del ciclismo c’è che pure il luogo in cui si gareggia è motivo di attesa, sorpresa, emozione. Ogni anno i Grandi Giri cambiano profondamente, nel percorso, nelle forme, nella sostanza. Come se il calcio, il basket e il tennis si inventassero per ogni sfida un campo differente: piatto e rettangolare, oppure a triangolo e in pendenza, ondulato a rombo e via così. In troppe tappe recenti del nostro Giro, disegni portentosi sono stati annacquati dalla scialba interpretazione dei contendenti. Vette severe e sublimi, che chiamavano il coraggio delle aquile, hanno visto sui loro tornanti lo svolazzare timoroso dei piccioni. Correre così, verso il traguardo del non perdere, è la vera sconfitta per atleti, squadre e tifosi, per il ciclismo tutto. Questo Giro lo vogliamo diverso, lo vogliamo estroverso. Vogliamo i corridori pittori, vogliamo arcobaleni che siano capolavori”.
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