A Firenze sta succedendo qualcosa, dicevamo su Slalom lunedì dopo la vittoria di Vincenzo Italiano sul campo del Napoli campione. A Firenze in realtà è già successo qualcosa, con l’inaugurazione ieri del Viola Park a Bagno a Ripoli, 26 ettari di calcio dove un giorno sorgeva una discarica a cielo aperto, come sottolinea Matteo De Santis su la Stampa, giustamente attenta alla novità. Un giocattolone da 113 milioni, il doppio del previsto. Ne serviranno 10 per la manutenzione annuale, ma adesso la Fiorentina ha una casa, senza un soldo pubblico, un centro sportivo per le sue 20 squadre, in attesa che la città faccia qualcosa per lo stadio. Il sindaco l’aveva infilato nei progetti da finanziare con il Pnrr: progetto bocciato. La Stampa scrive che “ora sorge la città delle meraviglie, delle ambizioni e della grandeur viola, intitolata a Rocco B. Commisso. Con tanto di Cappella consacrata a Santa Caterina, in onore della first lady Catherine”.
Paolo Brusorio firma sempre su La Stampa un commento nel quale riconosce a Commisso il lavoro fatto, ammettendo certe diffidenze iniziali sul suo conto.
“Non gli abbiamo dato tutto il credito che meritava – scrive – perché troppi sono gli ufo transitati da queste parti per fidarsi dell’imprenditore nato in Calabria e poi emigrato per cercare e trovare (e l’ha trovata) fortuna negli Stati Uniti. L’italiano storpiato, le entrate in tackle scomposto sui colleghi presidenti, il rapporto faticoso con Firenze che non l’ha amato subito e persino ora fatica ad abbandonarsi: ce n’era eccome per andarci con i piedi di piombo”.
Stamattina invece gli va riconosciuta “programmazione più passione, patrimonio al servizio delle idee e viceversa. Poche le parole, modi rudi, ma giù il cappello. Commisso è un uomo particolare e un presidente ancora di più. Non ha televisioni né giornali (vero Cairo?), ma è forte il segnale all’immobilismo del calcio italiano che parte da qui”.
Su quei modi rudi, invece, eccepisce e interviene Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio. Nel suo editoriale spiega: “Il gruppo Commisso ha fatto cose splendide, ma deve migliorare dal punto di vista della comunicazione con la stampa, specie con la locale. L’idea che, in quanto privato, il calcio sia una zona franca nelle mani dei club è un equivoco culturale. La sussidiarietà, che è principio ispiratore della democrazia e dello sport, non vuol dire privatizzazione dello spazio pubblico, ma condivisione di responsabilità pubbliche da parte dei privati. Tanto più se quei privati fanno pagare un biglietto d’ingresso”.
È il nodo intorno al quale interviene pure Alberto Manassero su Tuttosport: “Si può fare! E senza necessariamente possedere la scienza del dottor Frederick von Frankenstein né la simpatia di Mel Brooks. Si può comprare (ma se te la regalano, va bene lo stesso) una società di calcio storica e gloriosa, ricostruirne piano piano e con inevitabile difficoltà la dignità sportiva (e non solo: ma su questa, probabilmente c’è ancora da lavorare), scalare classifiche dentro e fuori i confini, nel mentre costruire un centro sportivo con i fiocchi (26 ettari, 12 campi regolari, 20 squadre ospitate, due stadioli e ci fermiamo altrimenti si esauriscono le righe a disposizione). In quattro anni, con in mezzo una pandemia. In ciò, non si possono che evidenziare i meriti di Rocco Commisso e tesserne le lodi. Peccato che pochi, pochissimi, nemmanco quelli che avrebbero potuto e dovuto da maggiorenne tempo, lo imitino se non sono al comando di corazzate industriali. E dire che certe amministrazioni locali farebbero ponti d’oro, che il terreno suburbano da qualificare abbonda quanto quello extraurbano e, come a Torino, pure l’urbano”.
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