A Firenze sta nascendo qualcosa

SOLE SUL TETTO DEI PALAZZI IN COSTRUZIONE

A Firenze sta nascendo qualcosa.  Non da domenica, dopo la vittoria di Napoli. A Firenze sta succedendo qualcosa da tempo. Tom Henning Øvrebø è l’orco cattivo di questa storia orale. Tredici anni fa si presentò a spezzare il primo tratto di un percorso di crescita, quando Cesare Prandelli era la mente guida di un nuovo calcio italiano. Indicava la via del palleggio e della costruzione. La più spagnola delle squadre italiane, si diceva della Fiorentina a quel tempo, ed era già un tempo nel quale essere o non essere, giocare o non giocare la Champions faceva la differenza. La vecchia Coppa dei Campioni è diventata un Bancomat. Chi passa allo sportello, ritira e scaraventa la differenza sul tavolo del campionato. È da trent’anni che va così, negli ultimi quindici perfino di più. Lo dicono gli albi d’oro dell’Europa intera. La Fiorentina è arrivata tre volte quarta quando bisognava arrivare terzi per giocare i preliminari, tre volte di fila, fra 2013 e 2015. Ha da una quindicina d’anni intuizioni di mercato e buone idee: Toni e Iličić da Palermo, Cuadrado da Udine, il rilancio di Mutu e Gilardino, Jovetić dal Partizan, Borja Valero e Pepito Rossi dal Villarreal, e poi Chiesa, Bernardeschi. Ha fatto le semifinali di Europa League sette anni dopo quelle di Coppa UEFA. Se l’Italia avesse avuto allora le quattro squadre in Champions come oggi, quella Fiorentina sarebbe stata più ricca. Avrebbe avuto dunque un’altra disponibilità. Avrebbe avuto altre buone idee, forse migliori, o forse avrebbe gettato via i denari, non si sa. Di certo avrebbe meritato l’occasione di dimostrare dove poteva spingersi, perché Firenze è una delle città italiane in credito con il calcio, come Bologna, come Parma, come Palermo, come Bari, città con una passione popolare sopra la media, tutte rimandate alla casella del via, fra la serie C, la D, i Dilettanti, quando non importava essere too big to fail. 

La Fiorentina poteva già essere il Napoli. Con una capacità di spesa in una fascia più alta, con quelle tre Champions di fila, sarebbe potuta arrivare – che so – con 18 milioni a Cavani, per poi venderlo e investire su Higuain, e continuare così il ballo delle matrioske riuscito a De Laurentiis fino a Osimhen e allo scudetto. Eppure, a Firenze sta nascendo qualcosa, ed è un segnale che lo dica una partita contro il Napoli con lo scudetto sulla maglia. Anche la cessione di Dušan Vlahović accompagna questo verso. Gli addii non si giudicano ormai da quel che perdi, ma da cosa sei stato bravo a portare in casa con quei soldi.

Arthur, per esempio. Uno degli acquisti più riusciti di questo campionato, secondo Paolo Tomaselli sul Corriere della sera. La Fiorentina ha 8 punti in più rispetto a un anno fa, “anche se Italiano il bello delle nuove punte Beltran e Nzola non l’ha ancora visto”. Rivista Undici lo definisce “un talento ritrovato dopo tre anni oscuri”. Era scomparso. Aveva giocato 13 minuti complessivi durante il suo prestito al Liverpool, lui, un titolare del Brasile scelto dal Barcellona per il dopo-Iniesta. “È tornato a essere una macchina in grado di pulire e smistare il pallone in modo sempre puntuale, sempre intelligente” dice Undici citando alcuni dati di Sofascore. È il miglior giocatore d’Europa per efficienza nei passaggi lunghi (91%) e per appoggi corti (93%), dalle sue giocate sono nati 11 tiri in porta e due gol. “Arthur – leggiamo – sembra giocare con la Fiorentina da molto tempo, è un centromediano che si muove e che muove la palla come piace a Italiano, che infatti lo schiera sia accanto a Duncan che di fianco a Mandragora nel suo 4-3-3/4-2-3-1 – in cui Bonaventura agisce da cuneo tra i due sistemi”.

Domenica a Napoli, aggiunge su Ultimo Uomo Dario Pergolizzi, con lui al comando la Fiorentina “non ha indietreggiato di fronte a uno stadio ostile, e a una delle squadre potenzialmente più precise in fase di palleggio, puntando più convintamente che mai sulla propria identità. Il confronto tra il pressing della Fiorentina e la costruzione del Napoli ci ha detto molto dell’attuale stato delle due squadre. La squadra di Garcia è sembrata non riuscire mai a trovare la fluidità necessaria a mettere in crisi la “Viola”, forse anche a causa delle molte e discutibili sostituzioni dell’allenatore francese. Quella di Italiano, invece, ha visto premiato il suo coraggio e la sua applicazione difensiva. Per una volta non è retorica dire che i primi difensori sono stati gli attaccanti”.

 

E poi c’è questa cosa, c’è questa cosa dei colpi di testa di Nico Gonzalez, su cui si è soffermato Emanuele Atturo, ancora per Ultimo Uomo. 

“È una scena ormai ricorrente nella nostra Serie A: c’è un cross più o meno lento che arriva da sinistra. Sembra un cross sconclusionato, poco promettente. Il tipo di cross che dal divano ti fa sobbalzare preventivamente di frustrazione. Poi su quel cross, come una specie di cavaliere alato, con i piedi sollevati sopra le nuvole, arriva Nico Gonzalez. Nico Gonzalez sul secondo palo, sempre più in alto del difensore, con la tempia o con la fronte, sta diventando un fattore nel nostro campionato – e un’esperienza estetica interessante, e se non altro poco ortodossa. Nella grammatica del campo da calcio sono i centravanti a saltare più in alto di testa, a dover vincere i “duelli aerei” con i difensori. Gli esterni, i numeri 10, sono quelli che al massimo possono fare il cross, che danno l’ultimo passaggio. Nico Gonzalez produce questo cortocircuito: gioca sul lato destro dell’attacco della Fiorentina di Italiano, indossa la maglia numero 10, eppure è il più bravo di tutti a saltare di testa”.

Fabio Bianchi sulla Gazzetta stamattina elogia “Italia, l’europeo” in una pagina. C’è lui adesso al posto di Prandelli, con la stessa vocazione a costruire. La Gazzetta sottolinea i concetti di gioco molto chiari e solo offensivi, gli schemi cambiati anche in corsa, la crescita di Quarta e Nico, le rotazioni mirate, la rosa allargata e ben sfruttata. 

Le pagine per la Fiorentina sono due sul Corriere dello Sport-Stadio, dove Alberto Polverosi scrive: “La sensazione che oggi trasmette Vincenzo Italiano è quella di un giovane uomo risolto. Non arrivato, ma risolto, consapevole, perfino sereno, fin dove è possibile parlare di serenità per uno che fa il suo lavoro e per come lo fa lui. Quando domenica sera si è presentato ai microfoni di Dazn, mentre scorrevano le immagini degli errori di Parisi e Kayode che hanno portato al rigore e alla palla-gol di Osimhen, ha fatto pure una battuta: «In settimana abbiamo provato lo schema con i nostri terzini che lanciavano Osimhen». Un anno fa, sarebbe stato un fascio di nervi nonostante la vittoria”. 

Il Corriere dello Sport-Stadio individua le colonne di questa ascesa della Fiorentina. I ragazzini: con un Kayode già maturo e “i brividi” per l’esordio di Pietro Comuzzo, difensore centrale del 2005, al debutto in Serie A per schierare nel finale la difesa a tre. “In campo – dice Polverosi – aveva già messo all’inizio e durante la gara Infantino 2003, Parisi 2000 e in panchina c’erano, causa l’assenza di Christensen, il primo portiere di riserva Martinelli 2006, il secondo portiere di riserva Vannucchi 2007, il centrocampista Amatucci 2004 (già una presenza in Serie A) e Beltran 2001”. I 34 anni di Bonaventura sono l’ultimo incanto. Giuseppe Calabrese su Repubblica Firenze dice che “il suo calcio elegante è una certezza”. E poi ancora: “Una cosa l’abbiamo capita, Italiano non è disposto mai a fare un passo indietro. Il suo calcio è questo e non si cambia”. 

A Firenze sta succedendo qualcosa. Cosa, si vedrà.

 

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