Il Tour al passaggio del confine. Il rientro nella Francia che brucia

  Dicono che il Tour sia la festa di piazza della Francia, un grande circo, le bancarelle dei torroni, le caramelle lanciate alla folla, solo che adesso la Francia ha altro per la testa. Per due giorni il suo grande rito d’estate se n’è rimasto oltre il confine, davvero in mezzo alla gioia, la gioia del popolo basco, sospeso in un’altra terra dove la bicicletta è una mezza religione. In due giorni tutta la cupezza e l’angoscia da quest’altra parte dei Pirenei pareva lontana, non se n’è andata. Ne ha scritto stamattina su El Pais una delle firme europee di spicco di ciclismo, Carlos Arribas, raccontando che “la bolla della gara” è tornata in una Francia scossa dai disordini sociali, 28.000 poliziotti e 25 chilometri di recinzioni hanno protetto e isolano la corsa. Guillaume Martin, il ciclista filosofo, gli ha detto che essere ciclisti non significa non essere cittadini. 

| La politologa Nadia Urbinati ha scritto su Domani che con gli scontri di Nanterre, la Francia adesso ha il suo George Floyd e che nel lutto si è avvicinata all’America, pur essendo state tradizionalmente distanti nella concezione della cittadinanza: una religione civile di assoluta eguaglianza nel primo caso; una religione civile di attenzione alle differenze nel secondo.

Il Tour ha insomma attraversato un confine che per molto tempo non era mai esistito e che in teoria l’Ue avrebbe di nuovo cancellato, fermandosi con uno sprint a Bayonne, dove i trattati firmati tra 1856 e 1868 decisero quale pezzo di terra fosse di chi. La rivista Rouleur con Edwards Pickering ha trovato sorprendente che ci sia voluto così tanto tempo per tracciare una linea di frontiera, il geografo Élisé Reclus descrisse quel confine come uno dei più perfetti del mondo. Il Tour lo ha attraversato intorno alle 15:45, quando mancavano poco meno di 60 km al traguardo, passando il Puente de Santiago sul fiume Bidasoa, da Irun a Hendaye. 

| Bicisport qui racconta di come il ponte sia rimasto però chiuso due anni per la lotta contro l’immigrazione clandestina. Questo succede a star dietro al ciclismo, sulle strade. Il primo corridore a mettere le sue ruote in Francia è stato il bretone Laurent Pichon, seguito due minuti dopo dal gruppo. Non ha vinto niente. Tranne una riga su Slalom e un paragrafo più corposo sulla bella newsletter di Leonardo Piccione per Bidon Magazine [si sostiene qui, a partire da 5 euro]. 

 

Trentasette anni tra due settimane, Pichon è tornato quest’anno al Tour dopo quattro stagioni d’assenza, selezionato per la terza Grande Boucle della sua carriera pochi giorni prima della partenza, nell’anno in cui meno se l’aspettava. Ha vinto tre corse in carriera e non troppo importanti, difatti è conosciuto soprattutto per quelle che non ha vinto: quattro Tro-Bro Léon che non ha concluso mai più in alto della quarta posizione ma che, in qualità di bretone meglio piazzato, gli sono comunque valsi il premio-simbolo della corsa più amata del Finistère. I quattro maialini di Pichon avevano ciascuno un nome ispirato al loro padrone: Ty Pich, Ty Pich 2, Pipich e Pitchounette. L’imperfetto è dovuto al fatto che, come ha spiegato Laurent a maggio, quei trofei nel frattempo sono tutti diventati salsicce: «In compenso hanno avuto una bella vita, nella fattoria di un amico dove hanno mangiato buon cibo e vissuto liberamente».

 

| Cosimo Cito su Repubblica racconta allora stamattina che poco oltre Irun il gruppo ha superato alle cinque della sera il cartello “Frantzia” e ha visto spalancarsi le coste infinite di Hendaye. Il Tour è diventato de France dopo due giorni baschi pieni di k e x, di mare, di strade magnifiche. Ora si corre verso la realtà, la paura, il fantasma del povero Nahel, e la guerriglia urbana, un poco meno aggressiva dei primi giorni drammatici, potrebbe trovare proprio nel Tour un obiettivo da centrare. Il Tour, il simbolo della nazione francese, il giallo che unisce i ch’tis del Nord e gli occitani del Sud, è strumento democratico, fotografia dall’alto di un popolo, ma anche una grande vetrina globale

| Eppure, lungo il passaggio su quel ponte, sotto le ruote stava sdraiata la stessa terra. Se il gruppo avesse guardato dal Puente de Santiago verso Konpantzia, o isola dei fagiani, avrebbe scorto un minuscolo tratto di terra di proprietà congiunta tra Spagna e Francia, la cui gestione passa da un paese all’altro ogni sei mesi, da oltre 300 anni. Rouleur racconta che anche quando il confine franco-spagnolo fu stabilito dai Trattati di Bayonne, nessuno sapeva esattamente dove fosse, perché non esisteva una frontiera linguistica. Le autorità misero delle pietre lungo il confine, ma come riportato da Martyn Lyons nel suo libro The Pyrenees in the Modern Era, neppure le pietre erano permanenti, perché ogni tanto venivano sepolte dalla neve, oppure venivano spostate dal bestiame, quando non dai nazionalisti baschi. Sembra un metafora del ciclismo d’oggi, continua ancora Rouleur, dove tutto si confonde, ormai da diversi anni, in questa era dove i corridori da corse a tappe possono vincere le classiche del nord, i velocisti vincono a cronometro, dei saltatori sugli sci come Pogacar vincono i Grandi Giri. Dove un tipo come Mathieu van der Poel sa vincere sul fango e sull’asfalto, ma sa anche fare – come ieri – il gregario di lusso a un compagno di squadra, l’ultimo vagone del treno che tirava la volata a Jasper Philipsen, per delegare lui al duello con Wout van Aert. 

| Alexander Roos, immaginifica firma de L’Équipe stamattina parla di lui, del belga, confuso e infelice dopo la tappa di sabato, irritato con la squadra, ieri costretto a frenare a metà dello sprint, stavolta stizzito in silenzio, lui che solitamente fa l’aguzzino al comando del gruppo con van der Poel, ridotti entrambi a masticare le proprie frustrazioni dopo la partenza da Bilbao sabato e la selvaggia bellezza delle coste dei Paesi Baschi lunedì, in questi panorami da fine del mondo, questa natura selvaggia che probabilmente non è bastata a placare il loro ribollire.

Mathieu si è però ritagliato un ruolo di servitù per uno del suo calibro, ma che ricopre a meraviglia, un Cape Canaveral del lancio per il razzo più veloce del momento, in favore di un Philipsen che non ha battuto ciglio nei dieci secondi di fatica che gli restavano, mentre van Aert deve ancora ancora trovare la sintonia – scrive Roos – con Vingegaard, la sua voglia di doppietta e le proprie aspirazioni personali. Un Van Aert che non può essere trattato da lacchè, perché Vingegaard avrà bisogno di lui, soprattutto in assenza. di Primoz Roglic e Steven Kruijswijk. Il livello di Van Aert sembra meno assoluto rispetto allo scorso anno, ma pur se è meno intoccabile, la sua statura e la sua aura non sono cambiate. Tadej Pogacar osserva tutto questo con un sorriso e un secchio di popcorn in mano.  

In mezzo a bandiere di tutto il mondo, quelle dei baschi, quelle d’Algeria, di Turchia, di Norvegia. A 770 km da Nanterre, qui Bayonne, terra di confine, terra di tutti, e dunque di nessuno. 

 

Tre cose Roland Barthes ricordava bene dei suoi sei anni bambini a Bayonne: il cioccolato, le zanzare, il correre nudo nei campi. Sembra strano, ma c’è qualcosa che lega le zone paludose al correre nudi nei campi, quasi fosse un’attrazione irresistibile. Il cantante dei Creedence Clearwater Revival, John Fogerty, aveva cantato lo stesso nel brano “Born on the Bayou”: Running through the blackwood, bare / And I can still hear my old hound dog barking. C’era mai stato nel bayou John Fogerty, era californiano, ma a fare country rock non si può che finire in qualche modo lungo il Mississipi, anche solo con l’immaginazione. A volte le coincidenze riescono a sorprendere. Ancor più quelle nei nomi. Bayonne, o Baiona in basco e guascone, dovrebbe derivare dal guascone bajones, paludi: era un’enorme palude il territorio compreso tra i fiumi Adour e Nive; Bayou invece viene da bayouk, che nella lingua Choctaw – popolazione nativa americana – voleva dire tortuosità ma anche ambiente malsano”  di giovanni battistuzzi, Il Foglio

Scusate il ritardo

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  la prima tappa LA STORIA DEI DUE YATES L’avrete sentito dire. Sabato i due fratelli Yates hanno fatto primo e secondo, così è diventato semi-imparabile il canone dei fratelli-coltelli. Non si sono neppure azzardati a tagliare il traguardo mano nella mano, oppure abbracciati, da quando la storia dei fratelli Brownlee del triathlon girò di bocca in bocca. Jonathan – un argento e un bronzo olimpico. Alistair – due ori. Una volta ai Mondiali si sorressero fino al traguardo. Jonathan aveva avuto un colpo di calore e aveva iniziato a barcollare, mancava pochissimo alla riga bianca. Alistair rallentò e lo portò quasi a spalle. Erano primo e secondo ma vennero sorpassati dal sudafricano Henri Schoeman, un tipo che nessuno si augura di trovare come compagno di spedizione nel deserto quando è rimasta una sola goccia d’acqua dentro la borraccia. Per non passare la linea insieme – sarebbero stati squalificati – Alistair diede uno spintone a suo fratello, lo mandò avanti con la forza e gli lasciò l’argento prendendosi il bronzo. 

Non ebbero dilemmi del genere Ifumi e Uta Abe, campioni olimpici a pochi minuti l’uno dall’altro, dentro il Nippon Budokan, la Mecca del judo, ai Giochi di Tokyo. Fratello e sorella. Lei si chiama Uta che vuole dire «poesia» – raccontò per il Giornale Marcello Di Dio – lui Hifumi (il cui nome è scritto con gli ideogrammi che indicano 1, 2 e 3 come un simbolico conteggio) .

Lei aveva 21 anni all’epoca e aveva perso un solo combattimento dal 2019. Lui ne aveva 23 e alle Olimpiadi non ci doveva nemmeno andare. Nella sua categoria – i 66 kg – il Giappone avrebbe potuto schierare il campione del mondo in carica, Joshiro Maruyama. La federazione aveva fatto tenere nel dicembre 2020 uno spareggio, per stabilire chi convocare, un incontro singolo, trasmesso in televisione. Servirono 24 minuti di tempi regolamentari e il golden score, il supplementare, Hifumi ce la fece con un wazari, un’immobilizzazione a terra. Fausto Narducci sulla Gazzetta dello sport ricordò che la famiglia Abbagnale all’Olimpiade di Seul ’88 nella stessa giornata vinse l’oro di Giuseppe e Carmine nel due con, quello di Agostino nel quattro di coppia. Ma quando spuntano storie del genere, a Slalom viene sempre in mente quel che raccontava il calciatore Mario Piga. Diceva che quando facevano un fallo al suo gemello Marco – che so – a Torino, in quel momento anche lui sentiva dolore alla gamba, a Cagliari, a Verona, ovunque si trovasse. O forse lo raccontava Marco, e il fallo lo subiva Mario. È lo stesso. 

la seconda tappa LA FACCIA TRUCE DEI DUELLANTI  La seconda tappa è stata vinta con un colpo che viene detto da finisseur, quante ne sanno quelli che sanno di ciclismo. Per anticipare il superfavorito Wout van Aert, il francese Victor Lafay si è inventato uno scatto più folle e da più lontano. La sua squadra, la Cofidis, non vinceva una tappa al Tour da 15 anni. Di lui, Alessandra Giardini su Bicisport ha scritto: Ha ventisette anni e poco passato: viene dal ciclocross, è di Lione, ha un contratto in scadenza con la Cofidis. Aveva già vinto una tappa al Giro d’Italia due anni fa: quel giorno si arrivava in salita, a Guardia Sanframondi, e lasciò lì i suoi compagni di fuga a due chilometri dal traguardo. In questo Tour è partito come un ossesso. Ieri ha tenuto le ruote di Tadej Pogacar e di Adam Yates sull’ultimo gpm, e poi ha chiuso la tappa al sesto posto. Oggi è partito come se lo avessero lanciato con una fionda, sotto la flamme rouge. Gli altri hanno tergiversato, lui no. Le pagelle di Alessandra Giardini sono un servizio per abbonati, e a Bicisport ci si abbona qui

Lafay ha vinto mentre noi avevamo ancora gli occhi pieni delle intimidazioni reciproche fra Vingegaard e Pogacar sullo Jaizkibel, lo strappo dove in genere si decide in pieno agosto la Clasica San Sebastiàn. Giovanni Battistuzzi sul Foglio le ha raccontate così: In cima, fianco a fianco, s’erano presentati Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard, nel modo che hanno loro di farsi i dispetti giocando a fare i capoclasse. In gioco non c’era la tappa, quella si decideva vicino al mare. Lassù a 452 metri sul livello del mare, ci si giocava l’abbuono. In palio c’erano 8, 5 e 3 secondi. Pochini, ma non è la quantità a interessare, è la volontà di intimorire l’avversario a interessare. Difficile che due così possano intimorirsi, ma tant’è. Intanto, a fare i conti, fanno 16-5 per Pogacar, ossia 11 secondi di vantaggio in classifica. Che non vogliono dire niente, ma che è sempre meglio averli che non averli.

 

LA TAPPA DI OGGI | DAX-NOGARD

 

 

Una tappa per velocisti, con l’arrivo nel circuito automobilistico Paul-Armagnac. Una tappa che rende omaggio a qualche leggenda del passato. 

 KM 0 DAX

Si parte da Dax, la città di Darrigade, campione del mondo nel 59 e vincitore di 22 tappe al Tour, una al Giro, oggi 94enne, vive a NNarrosse. 

 KM 93.6 LA CAPPELLA NOTRE-DAME DES CYCLISTES

Intorno alle 15.20 si passa da Labastide d’Armagnac con un traguardo volante alla cappella Notre-Dame des Cyclistes, nata per volontà dell’abate Joseph Massie, lui stesso cicloamatore, al punto da mettersi in sella e raggiungere a Roma papa Giovanni XXIII – così raccontano i testi sacri del ciclismo – per chiedergli di poter adattare al suo sogno questa vecchia cappella. Greg LeMond ci ha portato la sua maglia gialla del 1989, quella combattuta sul filo degli 8 secondi con Fignon. 

 KM 181,8 IL CIRCUITO

Dopo la sua creazione nel 1959, il circuito Paul-Armagnac è stato destinato principalmente ai veicoli a motore, ma la sua connessione con il ciclismo è tutt’altro che inesistente, spiega stamattina il giornale francese. A 4 km si trova Caupenne-d’Armagnac, la tenuta dove visse fino all’ultimo, tragico, dei suoi giorni Luis Ocana, il più francese rra gli spagnoli. Nel 1974 qui vinse in circuito Eddy Merckx. 

 

  FIGURINE Come iniziò la carriera di Darrigade da Dax, campione del mondo nel 59

«I miei genitori erano mezzadri, avevano una fattoria a Narrosse, si produceva soprattutto grano, un po’ di grano, viti che davano vino per tutto l’anno, patate, pollame, anatre, tutto ciò che serviva per provvedere all’inverno. Avevo un fratello, Roger, io ero il maggiore. All’inizio non pensavo che sarei andato in bicicletta, ma avevo uno zio che lavorava a Biarritz e che mi ha comprato una bici piccola, l’aveva vista a Bayonne, con il manubrio da corsa. Avevo nove anni. Con questa bici andavo a scuola e facevo le volate con i miei amici. C’era il Circuit de la Chalosse che passava molto vicino a Narrosse, ho fatto passare i primi, ho preso la ruota dei ritardatari e li ho accompagnati find entro al velodromo di Dax».

 ➣  Hai iniziato in pista…

«Sì, ho fatto di tutto per non restare in fattoria, andando in bicicletta, ho iniziato al velodromo di Bordeaux a fare ciclismo il sabato, nel periodo autunno-inverno. E lì si sono accorti che andavo veloce nella velocità, nell’inseguimento, nell’individuale, nell’americanana. All’epoca c’era la Medal, una gara internazionale per giovani dilettanti. La domenica mattina c’è stato un prologo. Eravamo in 314, abbiamo iniziato con le qualificazioni, dovevamo vincere due volte o andare in finale quattro volte per qualificarci alla Sei Giorni»

 ➣  Qual è stata la tua preparazione?

«Non ero molto ricco, mia nonna mi aveva preparato un confit d’anatra, avevo trovato una stanzetta vicinissima al velodromo, una specie di bordello. Mangiai il mio confit e due ore dopo partii per il Vel’ d’Hiv’. Quando sono arrivato, ho dovuto presentare il documento. C’era padre Chardon che faceva l’inserviente e il riconoscimento. Mi ha detto: – Di dove vieni, ragazzo? Con il mio accento, rispondo: – Da Dax”. Mi battezzarono Darrigade da Dax. Poi mi guarda e fa: _ Ragazzo, hai speso soldi per niente, perché stasera vince Antonio Maspes, che era sette volte campione del mondo di velocità tra i professionisti. Roger Lapébie, quando ha visto che sono entrato in finale, mi ha dato dei consigli, ha staccato una ruota posteriore di Guy, suo fratello, e l’ha montata sulla mia bici. A 20 metri dal traguardo, pensavo di aver forato, perché ho sentito una scossa nella moto e ho tagliato il traguardo, ma fischiava, fischiava… Mi sono chiesto cosa fosse successo e quando Roger Lapébie è venuto ad abbarcciarmi, ha gridato : – Oh il bastardo, non hai visto? Ti ha tirato per la sella. Infatti, il giorno dopo, c’era la foto sulla prima pagina de L’Équipe, la foto in cui Maspes mi prendeva per la sella. Ma l’avevo battuto» – intervista di alexander roos, L’Équipe 

 

  LA DOMANDA DI STAMATTINA

L’Équipe: A cos’altro può puntare Victor Lafay, attuale 4° al Tour de France e maglia verde?” – Vincitore della seconda tappa domenica a San Sebastian, Victor Lafay ha approfittato della sua splendida forma per conservare la sua maglia verde lunedì a Bayonne. Ma il suo entourage lo immagina impegnato in molte altre imprese quest’estate.

  DAGLI ANGOLI DEL TOUR

Marco Bonarrigo su Corriere della sera racconta: “A 38 anni e con 13 Tour nelle gambe Mark [Cavendish] ha il motore ad accensione ritardata come ha dimostrato al Giro d’Italia conquistando l’ultima tappa. Per supportare il suo sogno proibito (il 35° successo con cui diventerebbe il plurivincitore di sempre, liberandosi dall’ex aequo con l’ingombrante Merckx) un piccolo esercito privato di cameraman lo segue passo dopo passo, in gara e fuori. Dopo aver azzeccato la prima stagione di «Tour de France Unchained» puntando sulla Jumbo di Vingegaard (che vinse), dopo aver incassato il no di Pogacar (non vuole estranei tra i piedi), Netflix infatti ha deciso di puntare sulla possibile ultima zampata del Cav.

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