
Oggi e domani, le prime due tappe prevedono la salita del Montjuïc. Per Barcellona non è una novità. Ha già ospitato il Tour de France tre volte, nel 1957, 1965 e 2009, ogni volta con una tappa quassù, una delle principali attrazioni della città e anche uno dei posti chiave dell’olimpismo con il suo museo. I famosi Giochi che fecero diventare Barcellona una specie di Disneyland. Gianni Mura su Repubblica scrisse: “C’è stato un lungo periodo, nella cerimonia di chiusura, illuminata dai fuochi d’artificio, in cui il Montjuic pareva Piedigrotta”.
Montjuïc è il punto alto da cui guardare Barcellona ma pure il luogo dove la città ha demolito e ricostruito più volte il proprio autoritratto. In Barcelona ja no és bona, o mi paseo solitario en primavera di Jaime Gil de Biedma, incluso in Moralidades nel 1966, il poeta immagina una passeggiata tra i resti dell’Esposizione internazionale del 1929.E dunque ci sono i genitori giovani, arrivati lassù con il loro Chrysler giallo e nero, mentre lui è ancora nel ventre della madre. Poi guarda gli edifici ormai malandati e i ragazzi figli dell’immigrazione operaia e chiude augurandosi “che un giorno la città appartenga a loro. Come questa montagna appartiene a loro, questo anfiteatro in rovina delle nostalgie di una borghesia”.
Jacint Verdaguer le ha dedicato direttamente una poesia, Lo Montjuïc. È la montagna stessa a parlare. Ha visto nascere Barcellona, le ha dato la pietra con cui costruirsi e adesso viene scavata, perforata, coperta dai quartieri, “con i suoi morti a ovest, con i suoi vivi a est, mi sta stringendo e distruggendo”.
Nell’Oda a Barcelona, Verdaguer usa invece Montjuïc come un corpo mitologico. Vede la città seduta alle sue falde, tra le braccia di Alcide-Ercole. La collina è il padre gigantesco che tiene Barcellona e contemporaneamente le cede la propria roccia. Ricordando la propria infanzia nel dopoguerra, Manuel Vázquez Montalbán ha scritto invece una volta che i palazzi in rovina dell’Expo erano “spazi aperti dove andavamo a giocare a palla”.
E il Montjuïc è pure nelle pagine di Antoine Blondin, il più grande cantore classico del Tour. Appare quando nel 1965 fa un ritratto di José Pérez-Francés, partito quasi all’inizio della Ax-les-Thermes-Barcellona, in fuga per 223 km e primo in collina. “Pérez-Francés è un ragazzo molto bello, con un bel viso, occhi chiari e capelli neri”, dice, con “un busto da villeggiante”. Pérez-Francés arrivò così stremato e concentrato sul pavé e sui binari del tram del Paral·lel da non vedere neppure sua madre. Viveva nel Poble-sec, ai piedi di Montjuïc. Sua madre, la moglie e il cognato gestivano lì un bar.
La newsletter di oggi
Il Tour de France ai tempi del cambiamento climatico di Lo Slalom
Dove si legge della corsa che parte domani sotto la minaccia delle temperature estreme e che qualche tappa possa saltare
ISCRIVITI