Il 27 giugno 1986 era un venerdì. I giornali avevano finalmente avuto il tempo di tornare sulla semifinale tra Argentina e Belgio, finita due sere prima quando molte edizioni erano ormai in chiusura.Diego Maradona aveva segnato due gol e riportato l’Argentina nella finale del Mondiale dopo dodici anni. Il primo con un tocco morbido sull’uscita del portiere, il secondo attraversando la difesa belga prima di concludere di sinistro.
Arrivavano quattro giorni dopo la mano di Dios e lo slalom contro l’Inghilterra. In meno di una settimana Maradona aveva trasformato il torneo nella propria consacrazione. Non bastava più definirlo il miglior calciatore del Mondiale: bisognava trovare per lui un posto nella storia.

La Gazzetta dello Sport scrisse che Diego era ormai aveva fatto irruzione nella storia del calcio, lo chiamò campionissimo e raccolse una serie di giudizi che aprivano il confronto più grande: «Pelé è stato immenso, ma Diego vale anche di più». Mancava ancora la finale contro la Germania Ovest. Maradona non aveva ancora sollevato la Coppa e l’Argentina poteva ancora perdere tutto. Ma il modo di raccontarlo era già cambiato. Non veniva più misurato con Platini, Zico o gli altri campioni della sua generazione. Il termine di paragone era diventato Pelé.
Guarda Argentina-Belgio 1986 e i due gol di Maradona
Questo è Slalom Vintage. Ogni mattina, su Slalom, il presente dello sport incontra i giornali, le voci e le immagini di ciò che accadde in questa stessa data. Nel numero di oggi c’è il racconto completo di come, nel 1986, la stampa italiana provò a misurare Maradona con Pelé.
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