L’ultima maglia del Napoli con il numero 10

Il 1° maggio del 2006 è un lunedì, sta per arrivare il vento furioso di Calciopoli, ma nel frattempo il calcio italiano accoglie il ritorno del Napoli in serie B dopo i due anni passati in C per il fallimento. Questo significa che nell’1-1 con il Frosinone si è vista per l’ultima volta nella storia una maglia azzurra con il numero 10. Era stata ritirata come omaggio a Maradona, senza immaginare che un giorno ci sarebbe stato il naufragio economico e il precipizio in C, dove si va in campo con i numeri da 1 a 11 dietro la schiena. La indossa quel giorno Roberto Sosa, che chiude il pomeriggio tenendola sollevata in alto durante il giro di campo, come in ostensione sacra. Intorno al Napoli c’è un’aria di lutto. A Ischia c’è appena stata una frana che ha spazzato via delle case e fatto una decina di morti. Ci sono i militari uccisi a Nassiriya che il San Paolo ricorda con un minuto sio silenzio. C’è un ragazzo in gravi condizioni in ospedale, caduto nel fossato da 7 metri d’altezza mentre cercava di scavalcare per aggregarsi alla festa. 

Ma come spesso succede a Napoli, la vita e la morte si mescolano intorno a quel  numero che non vedremo mai più. Sulla Gazzetta ne scrive Erri De Luca, parlando del ritorno in B del Napoli ma soprattutto di Diego e del Sudamerica come di “un continente risorto”. 

Scrive: “Solo nel calcio la periferia è miniera, serbatoio di talenti leggendari. Per ogni altra professione ci vogliono le Bocconi, le Harvard, ci vogliono gli accrediti forniti dall’appartenenza a un ceto e a un censo. Invece il calcio fa spuntare gloria tra gli accampamenti dei mortificati a fianco delle discariche di Buenos Aires, sulle spiagge infuocate del Brasile. Viene dalle magre Americhe del Sud, suddite di Nord, viene dalle tirannie fratricide il più felice guizzo guappo e prestigiatore del calcio di ogni tempo. Maradona, Armando Diego, argentino come il tango, è venuto a far sgranare gli occhi e spellare le mani dagli applausi al Vecchio continente. Il suo piede sinistro è stato il più sofisticato strumento di precisione della geometria e giocoleria del calcio. Venuto a vincere? Sì, anche quello, ma non quanto poteva. Senza una quota di spreco non si dà grandezza. Grandezza è anche infischiarsene dei risultati, delle somme tirate. Badare di più invece all’attimo felice del palleggio, allo scatto, al passaggio che lascia a bocca aperta. Non è stato solo talento. Maradona fu atleta in avanzo sui tempi, allenamento doppio che metteva una molla dentro le gambe corte lanciate a mulinello, più che a corsa, a divorare spazio. Napoli l’ha avuto nei suoi anni Ottanta, nel tempo in cui cambiava i connotati, si staccava dal Sud per agguantare un lembo di Nord. Napoli ha avuto Maradona non come re, ma come anello al dito, quello nuziale. I re spettano a città monarchiche, Roma, Torino. Napoli città anarchica ha avuto Maradona in dono dall’America del Sud, a contropartita dei milioni di emigranti salpati dal molo Beverello per Rio de la Plata. Napoli ha avuto i carati preziosi dei suoi piedi a titolo di restituzione. Maradona le assomigliava. Come lui, la città poi si è lasciata andare, sazia del trionfo, che dev’essere breve, se no opprime. E il trionfo breve a restare perfetto nella memoria; non le dozzine di scudetti, ma il paio. Oggi Maradona è tornato smilzo. Si è sgrassato dalle intossicazioni dell’età di mezzo. Oggi è un uomo del nuovo Sudamerica, avamposto di democrazie fresche, affrancate dalle dittature asservite al dollaro. Nella sua taglia ritrovata c’è il riscatto, e l’immagine, di un Continente risorto.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.