
Luciano Darderi è un Osvaldo che ce l’ha fatta. È quello che il calcio sperava potesse diventare Retegui. Un oriundo che arriva e ti fa diventare indifferente al passaporto, alla sillaba del cognome su cui cade l’accento, se l’accento vada scritto o no, indifferente finanche – addirittura – al precedente di Camila Giorgi. Darderi porta il nome della nonna tatuato sul polso, se lo bacia dopo una partita e ci basta così, ammore, anema e core, benvenuto tra noi, quindici-zero.
Stefano Semeraro su La Stampa ricostruisce la sua traiettoria biografica: “Ha dentro due mondi. Le radici stanno a Villa Gesell, 25 mila anime piazzate sulla costa atlantica a 100 km a Nord Est di Buenos Aires, dove è nato e cresciuto fino ai dieci anni. Fino a quando papà Luciano Enrique, detto Gino, buon agonista da giovane, fra i primi 30 d’Argentina negli anni ‘80 e allievo dell’antico maestro di Guillermo Vilas, Felipe Locicero, «el peloquero», non ha deciso di ripercorrere al contrario la rotta di nonno Antonio, meccanico arrivato a 20 anni da Fano con la valigia dell’emigrante”.
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