Il motore di Darderi e quello di Sinner

Per capire – ancora – cosa sta succedendo al tennis italiano, si potrebbe partire dalla considerazione che il prossimo numero #16 al mondo non ha mai giocato in Coppa Davis con la maglia azzurra. Lo desidera perfino tanto, ma non è successo. È un rincalzo. Il numero #16 del mondo è una posizione raggiunta fino a otto anni fa solo da Panatta, Barazzutti e Bertolucci. È due posti più su del massimo toccato da Omar Camporese e Andrea Gaudenzi, le punte di mezzo secolo trascorso all’ombra di un vecchio ricordo che compie la ricorrenza tonda dei cinquant’anni fra questo mese e il mese di dicembre.

Luciano Darderi è un Osvaldo che ce l’ha fatta. È quello che il calcio sperava potesse diventare Retegui. Un oriundo che arriva e ti fa diventare indifferente al passaporto, alla sillaba del cognome su cui cade l’accento, se l’accento vada scritto o no, indifferente finanche – addirittura – al precedente di Camila Giorgi. Darderi porta il nome della nonna tatuato sul polso, se lo bacia dopo una partita e ci basta così, ammore, anema e core, benvenuto tra noi, quindici-zero.

Stefano Semeraro su La Stampa ricostruisce la sua traiettoria biografica: “Ha dentro due mondi. Le radici stanno a Villa Gesell, 25 mila anime piazzate sulla costa atlantica a 100 km a Nord Est di Buenos Aires, dove è nato e cresciuto fino ai dieci anni. Fino a quando papà Luciano Enrique, detto Gino, buon agonista da giovane, fra i primi 30 d’Argentina negli anni ‘80 e allievo dell’antico maestro di Guillermo Vilas, Felipe Locicero, «el peloquero», non ha deciso di ripercorrere al contrario la rotta di nonno Antonio, meccanico arrivato a 20 anni da Fano con la valigia dell’emigrante”.

 

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