Cosa fu lo scudetto del Torino nel 1976


A Gian Paolo

In quella foto, in quella famosa foto di cinquant’anni fa disponibile in tre scatti, Paolo Pulici è quasi orizzontale, basso sull’erba, il corpo già caduto in avanti e la testa ancora dentro il gesto. I centravanti, soprattutto a quel tempo, segnavano i loro gol restando in piedi, e nessuno più di lui in piedi esultava, facendo un arco con il busto e chiudendo il pugno in aria. Il gol scudetto all’ultima giornata contro il Cesena è invece un gol segnato perdendo l’equilibrio, buttandosi dentro l’ultimo spazio utile. È uno scudetto vinto con un tuffo. Non con un gesto verticale o da statua. Ma con un corpo che si abbassa, si allunga, e quasi striscia. Un corpo che arriva dove può, come può.

È il gol che decide il duello con la Juventus, ribaltato nel giro di tre giornate con la vittoria nel derby e altre due sconfitte – prima e dopo – della capolista che aveva cinque punti di vantaggio. Un anno speso a pensare che sarebbe stato il primo scudetto dopo Superga. Se quello scudetto è stato raccontato subito come una filiazione del ‘49, o come un risarcimento, quella foto diventa allora perfino più potente, perché non ha nulla della celebrazione composta. È un’immagine di caduta e di salvezza nello stesso istante. Pulici è uno che segna portandosi addosso tutta la storia granata del dopoguerra, rimasta dentro un dolore e una contraddizione, una squadra costretta a portare una grandezza perduta, una città che ricordava il Grande Torino come qualcosa di più grande del calcio, un club che per 27 anni aveva vissuto con l’idea di dover essere all’altezza di un’assenza. Quel gol in tuffo diceva che non si torna a Superga, e non si cancella Superga, e non si ripara Superga. Ma per un pomeriggio il Torino aveva trovato un modo fisico, quasi disperato, di rimettere il corpo dove mancava un corpo.

Quella foto suggerisce che un risarcimento non si mette in posa. Arriva così, sporco, sbilanciato, con la faccia vicina all’erba, senza la grazia di una vendetta contro la storia, dentro una partita nervosa. C’è un centravanti che si butta su un pallone e lo accompagna in porta con tutto quello che ha. Con solo quello che ha.

La Juventus avrebbe perso a Perugia, e pure l’1-1 in casa col Cesena sarebbe bastato. Eppure, per capire un po’ l’orgoglio che si porta addosso quel colore, lo spirito del tremendismo granata, bisogna rivivere la festa in campo più spaesata di sempre, quella dell’allenatore Gigi Radice che nemmeno esulta. Non gli viene. Paolo Frajese corre a intervistarlo in campo e lui vuole parlare dell’amarezza per l’autogol di Mozzini, e insiste, e insiste, finché Paolo Frajese glielo deve dire, senti ma lascia perdere questo fatto. Siete campioni, siete campioni d’Italia, e c’è mezza Italia felice insieme a voi.

Quando il Torino vince il campionato è la settima squadra diversa che ci riesce in nove anni. La serie A è una contraddizione. Sta con un piede dentro l’egemonia della Juventus e con l’altro dentro il suo massimo periodo di equilibrio. È lo stesso giorno in cui la squadra di pallavolo di Torino, la Klippan, gioca e perde lo spareggio per lo scudetto a Milano con la Panini Modena, mentre lo scudetto del rugby sta tornando a Rovigo dopo 12 anni.

È lo scudetto della restituzione. La mattina prima di giocare, Gian Paolo Ormezzano su Tuttosport ha scritto: “Sarebbe bello che io trovassi, già all’alba del lunedì, un ragazzo con la barba, e con lui mi mettessi a parlare di quadri, di donne, di automobili, di libertà, e poi facessimo una corsa nella notte sino a casa mia, e venisse ad aprirmi mia moglie assonnata, e io potessi dirle, come quella volta, «è uno che gioca nel Torino, si chiama Meroni, ma stai tranquilla, non parleremo di calcio». Sarebbe bello che la strada verso Superga diventasse improvvisamente in discesa, dopo essere stata per ventisette anni dopo in salita”.

È un sentimento generazionale e trasversale che Italo Cucci spiegherà qualche giorno sul Guerin Sportivo: “Oggi, anche se per poco, siamo tutti un po’ granata. Perché il Torino non eccita repulsioni classiste, perché il Torino è – ripeto – eroicamente legato ad un ricordo incancellabile: quello di Superga. È fin troppo facile chiedere ai lettori una lagrimuccia, un nodo alla gola, parlando di «quel» Grande Torino, paragonandolo a quello d’oggi; eppure della squadra di Valentino Mazzola s’è tramandato qualcosa a quella di Claudio Sala: una ricchezza ch’è in parte spirituale, in parte fisica. C’è un solo modo di essere Torino, e i ragazzi di Radice sono stati fedeli alla consegna, hanno ereditato una vita difficile, con pochi sorrisi, ma l’hanno pian piano portata a esplodere con un tuono d’esultanza. Sangue, sudore e lacrime per il vecchio Toro dal Quarantanove ad oggi. E le lacrime son forse state le più dolci che si potessero piangere”.

La mattina della partita, su La Stampa, Giovanni Arpino dice appunto che “due, tre generazioni di italiani guardano al Torello che si gioca la sua ora e mezzo tricolore. Senza retorica: è un appuntamento con la storia”. Il giorno dopo scriverà parole che ancora vengono citate, tra le sue più celebri nella produzione calcistica – lui che è stato un grande premio Strega.

 

 

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Dove si legge dei cinquant’anni del settimo titolo del Torino, il primo dopo Superga, l’ultimo tuttora della sua storia

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