

A Praia il mare comincia subito. La ferrovia gli corre accanto così vicino che dai regionali si vedono le onde tra i pali della linea elettrica. I treni notturni scendono verso la Calabria attraversando questa costa come stanze illuminate nel sonno, tra le facce blu di telefoni accesi, le endine mezze abbassate, certe bottigliette d’acqua sul tavolino ribaltabile. Poi all’improvviso, dietro un vetro sporco di sale, compare l’Isola di Dino.
L’isola sta lì davanti, enorme e immobile. Ha rocce bianche, grotte marine, una macchia mediterranea piegata dal vento. D’estate le barche le girano attorno continuamente e i pedalò passano sopra l’acqua trasparente. Le spiagge si riempiono di ombrelloni ordinati. A maggio invece vivono soltanto i colori veri. Il verde scuro delle piante. Il bianco della pietra. Il blu spesso del Tirreno.
Sul lungomare molte serrande sono abbassate. Le seconde case aspettano luglio con le tapparelle chiuse e gli stendibiancheria piegati dietro i balconi. Alcuni terrazzi hanno ancora le sedie di plastica impilate dall’estate scorsa. Nei residence il vento muove tende lasciate a metà. La stagione, qui, dura poco. Due mesi pieni, forse meno. Il resto dell’anno Praia torna a essere un posto che guarda il mare senza entrarci davvero.
Tutti i pezzi di Amira Iozzi Bouderbala
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