I distinguo che merita Spalletti, perfino stamattina

E adesso questa valla a spiegare. Nel momento in cui c’era solo da raccogliere la semina cominciata dall’ottavo posto e fiorita fino a -2 dal secondo, con due partite contro una squadra già retrocessa e una già salvata, la Juventus ha fatto un punto su sei, dando fiato alle trombe dei processi e ai resoconti sui molti errori, le spese irrazionali, i giudizi sballati su portieri e centravanti, quel campionario tipico dei momenti in cui la resa dei conti è inevitabile e i distinguo finiscono a mare.

Eppure, ieri a mezzogiorno – non nel 1976 di Panatta, ma ieri a mezzogiorno – la Juventus è scesa in campo con la forza e la consapevolezza di una squadra che non perdeva da 10 partite, una squadra che dal 78’ della partita all’Olimpico con la Roma, nove partite e un morso, aveva preso solo due gol – meno di tutte in Europa. Con gli stessi valori tecnici e gli stessi limiti di ieri. Cos’è successo? Vallo a spiegare.

L’ultima fiammata della Juventus contro la Fiorentina c’è stata intorno al 69esimo. Negli ultimi venti minuti + sette di recupero si è scollata. Si sono viste ali frizzanti e trequartisti brillanti inciampare sulla palla, oltre a centravanti che tirano sulla cifra dell’ingaggio sbagliare appoggi laterali [tre volte] di una decina di metri. In una parola: paura. Anzi: terrore. Agitazione, panico, chi ha giocato conosce quella sensazione. Il tempo passa e non ce la stai facendo. Più pensi che non ce la stai facendo, più il tempo passa. Così la squadra che ieri a mezzogiorno era accompagnata dai titoli sul secondo posto possibile, negli stessi titoli stamattina è un falò da bruciare.

La Juve è solo una delle molte squadre imperfette iscritte a questo campionato. Ha la colpa di essere arrivata dietro le altre. Non è una cosa da poco, ma la prospettiva può cambiare – di poco, di molto – considerando che domenica prossima potrebbe chiudere quinta o sesta con 71 punti. Con 71 punti si va sempre in Champions. Due squadre non ce l’hanno fatta, il Napoli di Gattuso con 77 e la Lazio battuta da un gol di Vecino a otto minuto dalla fine in uno scontro diretto con l’Inter [72 punti]. Se poi con 71 punti chiudesse sesta sarebbe un evento mai accaduto nell’era dei tre a vittoria. Sarri ha perso uno scudetto con 91 punti e il Toro un altro facendo 50 punti su 60. Sono cose che capitano. Ma quando capitano non possono finire dentro il falò.

Insomma. Il lavoro di Spalletti è stato rilevante, quel che gli è mancato e gli manca si vede. Poi le cose le dice a modo suo, a volte male, a volte male interpretate – su di lui pesa sempre un misterioso spirito di condanna e pregiudizio. Ma resta il fatto che David e Openda sono rimasti in panchina fino al 97° di ieri. Non per far dispetto a qualcuno. Questo è. Questo sarà. In altre circostanze, Spalletti ha preferito a loro Milik, in riabilitazione da due anni. La sostituzione della Grande Speranza è stata ieri Gatti al posto di Kelly. Significava fare affidamento nella confusione sporca, un pallone alto, una spizzata, in assenza di altri giocatori di personalità e di temperamento. Per chiudere tutto in una formula: al gioco di Spalletti mancano i Modric, i Rabiot e i Maignan. Al Milan di Modric, Rabiot e Maignan manca il gioco di Spalletti. La sola cosa che possiede la Juventus oggi. Un gioco.

 

CONTINUA A LEGGERLO NELLA VERSIONE COMPLETA SU SUBSTACK

 


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.