
Quando il giovane Prizmic ha chiuso la partita segnando un ace per il suo ultimo colpo è stato inevitabile pensare che in genere certe cose le fanno i grandi, e che per vent’anni quelle cose le ha fatte Novak Djokovic. Ha dominato le partite che andavano dominate e ha rimontato quelle da rimontare. Ha rovesciato le trame di certi pomeriggi difficili strozzando con la sua personalità i giovani che osavano prendersi un set, o un set e un break di vantaggio. Gli faceva sentire il braccio più piccolo e più fiacco nel momento della verità. E invece Prizmic lancia la palla, solleva la racchetta e sbam: fa ace. Game, set e match. Novak Djokovic è fuori dal torneo.
È fuori da un torneo senza Carlos Alcaraz e senza alternative credibili a Jannik Sinner – a sua volta, ogni tanto, in preda a crisi di prosciugamento. È come se il tennis volesse dirci qualcosa e mostrarci una verità più ruvida. Alcaraz ha tutto per essere un re sentimentale e spettacolare, ma il suo tennis è dispendioso, esplosivo, pieno di strappi, accelerazioni, rincorse, torsioni. Se il polso comincia a presentargli il conto, è un avviso sul prezzo da pagare per avere in cambio la grandezza.
Djokovic, dall’altra parte, non sta giocando peggio di altre volte. Sta perdendo la cosa che lo ha reso Djokovic, la sensazione che il suo corpo potesse organizzare ogni soluzione per ogni emergenza.
È fatale. Per vent’anni, gli anni dell’Età dell’Oro, Roger Federer è stato l’Anima perché ha dato al tennis l’illusione della leggerezza. Il gioco senza sudore. Sembrava il protagonista meno toccato dalla materia. I colpi arrivavano prima del pensiero. Anche quando faticava, l’eleganza sopravviveva. Federer è stato il tennis dell’apparizione.
Nadal è stato il Cuore perché ha trasformato ogni punto in agonismo. È stato leale verso la fatica, aveva quasi un bisogno fisico di non concedere niente. Nadal ha giocato ogni punto almeno due volte più dei suoi avversari, e per batterlo tu che stavi dall’altra parte della rete dovevi giocarlo tre. Nadal è stato il tennis dell’ostinazione – e dentro poi ha aggiunto traiettorie mancine e strette.

Djokovic è stato il Corpo perché ha fatto del corpo la sua macchina implacabile. La sua elasticità è stata leggendaria, la sua resistenza rimarrà nei manuali, con i suoi ritorni assurdi, la sua digestione del dolore, la capacità di stare dentro una partita per un concentrato di preparazione atletica, alimentazione senza glutine e filosofia balcanica. Se tu mi porti oltre il limite, io ci arrivo prima di te. E ci resto meglio. Ha vinto molte partite così. Djokovic è stato il tennis della sopravvivenza.
Ha dato al tennis l’idea che il corpo potesse essere la Risposta. Il corpo che non si spezza. A Roma, contro Prižmić, il corpo ha dato un segno portentoso e scenografico dei suoi smottamenti interni. Nei primi quattro game del secondo set Djokovic ha raccolto sei punti, con le mani sulle ginocchia e l’energia che non tornava. Federer ci avrebbe messo la grazia, Nadal ci avrebbe messo la schiuma. Se a Djokovic viene meno il Corpo, che cosa gli rimane da metterci nei momenti più crudeli?
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