Il primo numero de Il Giorno arriva in edicola di sabato. Lo ha fondato Enrico Mattei, ma non si espone. Gli serve un quotidiano che sia di sostegno alla linea economica e politica dentro la quale si muove l’ENI. È un giornale che si rivolge a chi è scontento del Corriere della sera e lo fa nella sola maniera in cui una volta era possibile cercarsi uno spazio nuovo. Non per imitazione, ma per rottura di schemi. Il Giorno va in edicola spezzando la tradizione della terza pagina. La cultura finisce nel secondo sfoglio, prima degli spettacoli. Come oggi. Ma soprattutto: per leggere lo sport non bisogna arrivare fino in fondo. Sta a pagina 5 – e ci sta con una fisionomia molto larga.
Nel primo giorno del Giorno, il 21 aprile del 1956, si stanno avvicinando Italia-Grecia di calcio per la Coppa del Mediterraneo a Napoli e un più appetitoso Italia-Brasile a Milano. Lo sport mette in pagina un pezzo di Gian Mario Maletto sull’Italia [VM con varianti per battere i greci], uno di Angelo Pinasi su Schiaffino – e ancora: Mario Fossati sulla Parigi-Bruxelles di ciclismo, Alessandro Calvesi su un paio di riunioni di atletica a Piacenza e Livorno, Aronne Anghileri sugli Invernali di nuoto a Genova, Dedeo Ceccarelli sul Moto-Giro e Diego De Berra sull’inizio del campionato di hockey a rotelle.
Lo sport viene trattato per la prima volta come un pezzo di società, non come un recinto separato. Il Giorno parlava a un’Italia che stava cambiando pelle — per industrializzazione, consumi, tempo libero — e lo sport entrava lì, in quel nuovo racconto del Paese. C’erano in quelle pagine più sintesi, più ritmo, una titolazione forte, più capacità di far convivere cronaca e interpretazione. Lo sport usciva dalla liturgia ottocentesca, di pari passo con la rivoluzione stilistica che il quotidiano portava in tutti i suoi settori. Il baricentro del giornalismo italiano si spostava verso una scrittura più laica, meno enfatica e dannunziana, molto adatta al racconto sportivo. Si sforzava di stare dentro la modernità, con una grafica del tutto nuova per l’Italia: otto colonne invece delle nove tradizionali, una prima pagina che fosse una vetrina, con titoli grandi e foto, articoli brevi in apertura che continuavano dentro. È il primo quotidiano nazionale italiano a dotarsi di un ufficio grafico, cioè di giornalisti che lavorano stabilmente sull’organizzazione visiva: titoli, testi e immagini. Dentro questa rivoluzione, lo sport beneficia molto di una lingua più rapida, più visiva e meno paludata.
La regia di tutto questo è di Gianni Brera, chiamato apposta per allestire e dirigere una squadra che faccia la Rivoluzione. La fa. La fanno. Con lui ci sono Mario Fossati per il ciclismo, Giulio Signori per l’atletica, Gianni Clerici per il tennis, Gian Maria Gazzaniga per il calcio, Franco Grigoletti per la pallacanestro.
Brera viene da Sport giallo, un settimanale che ha fondato dopo essere stato licenziato dalla direzione della Gazzetta, la leggenda dice per il troppo rilievo dato in prima pagina al record del mondo di Kuts sui 5.00 metri. Kuts ha la colpa di essere dell’URSS nel 1954. È andato in edicola nell’ottobre del 1955, nel tentativo di essere a suo modo classico e militante, fortemente polemico verso le istituzioni, i dirigenti e gli interessi sportivi. Si è dato un compito moralmente alto: “Non provocheremo scandali; semmai scopriremo magagne. Non ci attaccheremo a persone – aveva scritto Brera per spiegare cosa intendesse fare – bensì a fatti che quelle persone possono illustrare a vantaggio o screditare a spese dello sport nazionale. Non siamo legati ad alcun carro e riteniamo, senza jattanza, di non dover nulla a nessuno. Ai dirigenti saremo sempre riconoscenti se il loro sport sarà ben amministrato e diretto; agli atleti saremo sempre onesti debitori di emozioni che si risolvono, parallelamente, in esaltazioni del gesto agonistico della nostra gente. Saremo però inflessibili con chi agirà in modo contrario agli interessi dello sport e al prestigio della patria. Da più parti si lamenta l’inflazione di pubblicazioni sportive. L’Italia è infatti il solo Paese al mondo che possieda ben quattro quotidiani di sport, più tre settimanali in rotocalco, più fogli e foglietti di antica e recente nomea. Sotto certi aspetti la fioritura di tante pubblicazioni sportive è un illecito morale. Non depone troppo bene per i lettori italiani. Il nostro Paese è povero: problemi molto più impellenti dello sport dovrebbero tener vivo l’interesse delle masse. Evidentemente lo sport vi è frainteso con lo spettacolo, vogliamo dire con il circense delle antiche plebi in decadenza. La costante fame di cronaca li guasta e guasta coloro che la cronaca dovrebbero illustrare. Il campionismo di peggior lega è proprio quello nato dal bisogno quotidiano di raccontare qualcosa ai lettori [ … ]. Ebbene: noi crediamo che il nostro giornale sia necessario appunto perche ve n’e troppi che han perso di vista lo sport e la sua funzione precipuamente educativa. La responsabilità della stampa specializzata è grave nell’attuale momento dello sport italiano. Dei recenti scandali non s’è fatto per esempio che motivo di vendita [ … ]. Proprio per questo ci sembra doveroso (non parliamo già d’un diritto) vigilare a che il patrimonio comune venga amministrato per il meglio e nell’interesse di tutti. Né mai, a tale proposito, perderemo occasione per onorare questo dovere che altri ne implica di carattere critico, tecnico e spirituale. Noi preferiamo la verità e tenacemente la ricercheremo ad ogni occasione. Per nessuno nulla indietreggeremo, convinti come siamo che la verità possa giovare alla nostra onesta causa”.
È con questa breve esperienza alle spalle che Brera arriva al Giorno con la forza di un tornado, portandosi dietro le migliori firme, compresi collaboratori come Rino Tommasi, Beppe Viola, Pilade del Buono. “Una linea di continuità che salda organicamente il succedersi di queste esperienze e il divenire professionali di numerosi, prossimi protagonisti del giornalismo sportivo italiano” racconta Sergio Giunti nel capitolo dedicato a Lo sport di Gianni Brera in Il Giorno. Cinquant’anni di un quotidiano anticonformista, libro a cura di Ada Gigli Marchetti.
Brera compare con la sua firma per la prima volta il 22 aprile, con la rubrica Sette giorni e il 23 aprile avviene il suo debutto calcistico, sull’edizione del lunedì. Il 25 aprile firma il pezzo su Italia-Brasile, “classica del calcio con un solo tema: praticità contro fantasia”. La praticità – come al solito – siamo noi.
Il suo debutto sul Giorno è una eloquente dichiarazione di poetica, una critica del sentimento sportivo, della retorica giornalistica e persino della chimica che altera il corpo dell’atleta. La seconda cosa che colpisce è il lessico. Ci sono già tutti i brerismi: la fisicità della frase, i corpi, la pelle, il torso nudo, certe formule che paiono abbellire lo sport, in realtà lo denuda. È un Brera modernissimo. Contro il campionismo sentimentale.
“In Italia sembran tutti circolare a torso nudo. Quante volte non ci siam seccati di veder piangere atleti o troppo fortunati (per una vittoria né meritata né attesa) o viceversa traditi dalla sorte inopinatamente maligna? Eppure le gazzette ridondano di tirate che tanto più irritano quanto più son pervase di estri cutanei. L’atleta che piange si degrada spesso a donnucola lacrimosa. Talora è un altro che agisce in lui e per lui. La chimica, ormai, impronta molto di sé l’agonismo moderno. Bastano tre pillolette per esaltare un bipede a eroe, a spremerne fuori energie tremende, diremmo superumane. Poi d’improvviso si svuota, è una parvenza d’atleta, una larva. E l’omuncolo che è in lui riaffiora pian piano alla luce della coscienza con reazioni inqualificabili. Il ciclismo degli ultimi dieci anni è pieno di esempi che umiliano chi sa vedere. Ma la folla si accende al gesto, all’impresa: ed a sua volta stravede per esaltarne il protagonista. La folla si commuove alla sfortuna di Robic e non allo spettacolo miserando di un nanerottolo che le droghe hanno stecchito ai margini della strada. La folla travolge cordoni e transenne per osannare Coppi trionfatore di Koblet allo Stelvio. I meccanici proteggono il campione da quell’ondata di ossessi. Nessuno lo vede recedere, cadaverico, e sbavare verde come un intossicato. Dicono si sia iniettato simpamina nelle gengive, tuffandosi alla morte giù per i costoni della più alta salita “ciclabile”. Dicono abbia bevuto spumante francese e altro di molto eccitante per “non ricordarsi di sé” e osare”.
È un attacco fortissimo alla religione dell’eroe sportivo così come viene consumata dal pubblico e alimentata dai giornali. Con un finale che non si dimentica. “Il solo che, pur stralunato dalla droga, non abbia mai perduto coscienza di sé e dei propri atti è Toni Bevilacqua. Lo ricordo a Liegi nel 1950. Era tarda sera ed egli appariva ormai rassegnato a non attendere il sonno. Aveva vinto il campionato mondiale dell’inseguimento. «Per favore – disse ad un tratto – quando accende la sigaretta tenga lontana la fiamma dal mio respiro. Facile che si salti in aria, se fa deflagrare il tritolo che ho dentro»”.
È l’atto di nascita di un nuovo racconto e una dichiarazione di liquidazione di uno sport che non sarà più raccontato come favola, ma come un fenomeno umano, fisico, sociale, anche nella sua degradazione. Tutto questo l’ha inventato il Giorno. Tutto questo l’ha inventato Brera.