Un danzatore sul ring, 40 anni fa il Mondiale di Patrizio Oliva

 

 

Quando il 15 marzo del 1986 Patrizio Oliva sale sul ring di Monte-Carlo per il match che vale la corona mondiale dei medi jr è da sei anni campione olimpico, votato come miglior pugile del torneo di Mosca per la sua nobile arte di fare la boxe come la scherma. 

L’uomo a cui deve staccare la cintura dai fianchi è un argentino che della scherma se ne infischia. Gli hanno insegnato che nella boxe si picchia, e lui picchia. Se deve parlare di Oliva – e alla vigilia ne parla molto – lo chiama il ciclista. Nel senso che scappa. Va in fuga. Si sottrae alla battaglia. Del resto, Oliva porta agli scarpini le frange come Muhammad Ali. Gli piace ispirarsi a quella danza. Ha perso i Mondiali del ‘79 contro il russo Konockbaev per un verdetto contestato, ma poi l’ha battuto sul ring di casa sua. 

Nei sei anni impiegati per guadagnarsi la chance mondiale, è passato dal titolo italiano e poi da quello europeo. Ha dovuto fronteggiare l’ascesa parallela di un altro pugile assai diverso da lui, Nino La Rocca, istrionico, scanzonato. È diventato un piccolo fenomeno di costume per i suoi appelli al presidente Pertini. Ha origini mauritane, il suo vero nome è Cheick Tidiane Sidibé, e chiede la cittadinanza. Il pubblico si affeziona. Oliva invece ha sempre un’ombra addosso. 

Franco Daniele, sulla Gazzetta, scrive alla vigilia del match che “per Patrizio è davvero giunto il momento di far vedere tutto quello che vale: fino ad oggi è stato coerente, cocciuto, prudente, ma ora non è più tempo di dialettica. Ha promesso di gettare sul ring ogni risorsa, anche le più recondite: è questo che la gente vuole da lui, pronta anche a smentire volentieri sé stessa, è questo che lui deve dare. Stasera sapremo una volta per tutte se in tanti anni ha avuto sempre ragione o sempre torto”.

Emanuela Audisio è appena tornata da Las Vegas, dove ha visto Hagler-Mugabi, uno dei match più selvaggi nella storia della boxe. Prima di Monte-Carlo, su Repubblica scrive: “Quello che finora Ubaldo Sacco ha dimostrato di avere più degli altri è una lunga esperienza nel fare sempre le cose sbagliate. Chi ama l’ esplorazione in quella pattumiera che a volte può diventare il privato troverà in lui molto materiale, ma soprattutto un’ inguaribile passione per il gusto violento della vita. Quello che finora Ubaldo Sacco ha dimostrato di avere più degli altri è una lunga esperienza nel fare sempre le cose sbagliate. Chi ama l’esplorazione in quella pattumiera che a volte può diventare il privato troverà in lui molto materiale, ma soprattutto un’ inguaribile passione per il gusto violento della vita”.

Il pugilato italiano, scrive Audisio, è pieno di naufraghi, e solo Oliva ha la possibilità “di risalire al timone di una barca. Con la complicità di Sacco”.

In effetti Sacco si impegna. Il giorno prima del match è ancora sovrappeso. Ha mangiato come a Napoli durante le feste di Natale. A Napoli c’è pure un suo tifoso: Diego Maradona. Per questo Oliva si è offeso. 

L’uomo che ha portato Ubaldo Sacco a difendere il titolo mondiale dei medi jr al cospetto di Patrizio Oliva si chiama Tito Lectoure. È raccontato dalla Gazzetta come un uomo di pugilato antico, ma già un po’ fuori dal tempo, e proprio per questo affascinante. Uno che ha vissuto accanto ai campioni, che ne ha assorbito il codice, ma che non si è mai trasformato fino in fondo in un personaggio. Una figura doppia: manager, allenatore, factotum, guardiano morale, quasi più custode che impresario.

Dice di aver fatto “sempre il segretario di un pugile per curare i miei interessi”. È una frase bellissima perché lo colloca nel sottoscala del pugilato, dove spesso le cose si capiscono più che sul ring. Lavora sedici ore al giorno, tiene i campioni “con i piedi per terra”, li rimprovera quando si montano la testa. Crede ancora alla boxe come scuola di fatica, ordine, sobrietà. Anche quando parla di Monzon, lo fa con un tono paterno e un po’ brusco. Ha qualcosa del mediatore artigianale, uno che fa tutto: tratta, accompagna, consiglia, contiene, protegge, sgrida. Non è uno di quei grandi organizzatori industriali della boxe americana, ma una figura più minuta e concreta. Un sergente del pugilato, ma non è riuscito a far allenare Sacco come si deve. 

Il soprannome di Oliva è lo Sparviero. Glielo ha dato Franco Esposito sul Mattino. Ha seguito tutta la sua ascesa da Poggioreale a quel ring, la sua storia è in uno dei capitoli di Il cuore è analfabeta, raccolta di “ottant’anni di battiti regolari e irregolari, tra sport, giornali e il vero amore”. Dario Torromeo ha scandito le tappe di Oliva per il Corriere dello sport-stadio. Quella sera vede e sente “Patrizio che urla il nome di Ciro. Quello di suo figlio, ma anche quello del fratello morto quando era ancora un ragazzo. Urla mamma Catena a bordo ring. Ha urlato per tutto il match e ora può sfogare la gioia. Giovanna, la sorella, non ha resistito. La crisi è arrivata al secondo round. È scappata fuori, aveva bisogno di prendere aria. È tornata e ha ripreso a piangere, sino alla fine. Quando Patrizio è portato in trionfo, lei sviene”.

È successo. Oliva ha vinto. Ha dominato le prime dieci riprese e poi le ha prese fino quasi a perdere. Fausto Narducci è uno degli inviati per la Gazzetta. Il match finisce troppo tardi per essere l’indomani sui quotidiani. Questo fa nascere ogni tanto l’equivoco che si sia tenuto il 16 marzo, e non il 15. Narducci scrive: “È l’una di notte a Montecarlo dove Oliva ha appena ridato all’Italia un titolo mondiale. Il nuovo campione dei superleggeri è nel suo spogliatoio steso sul lettino, ancora intontito e con gli occhi gonfi mentre il suo clan continua a festeggiare la vittoria. Improvvisamente ecco irrompere l’ospite meno atteso: è Ubaldo Sacco, il grande sconfitto. È già vestito di tutto punto e ha pochissimi segni sul viso”. I segni sui volti dei due pugili sono l’appendice visiva alle discussioni della vigilia. Sacco dirà a Narducci: «Sul ring mi hanno messo una mano in tasca e mi hanno rubato il portafogli e anche le mutande. Mi aspettavo che Oliva scappasse ma non fino a questo punto. È un ciclista abilissimo ma come pugile vale meno di zero. Se io così combinato l’ho ridotto in questo modo, figuratevi come sarebbe finita se mi fossi allenato in maniera decente. Sì, lo ammetto ora mi pento della mia preparazione”.

Giuseppe Signori su L’Unità scrive che è stato “un campionato del mondo degno di questo nome; pieno di rabbia, intensità, di fasi roventi. Patrizio Oliva è apparso più furbo, più abile, nel bene come nel male e fino al decimo assalto aveva in mano la partita. Poteva essere un buon ed onesto verdetto di parità, ma la giuria ha premiato Patrizio Oliva con un verdetto contrastato (2 a 1). Possiamo dire che in Argentina avrebbe vinto Sacco, altrove pure”. Parla nella sua cronaca di “verdetto contrastato” e “punteggi incredibili”. Bill McKonkey ha visto Sacco avanti di cinque punti. Yong Sung Chung 147-144, Rodolfo Hill 145-141, entrambi per Oliva. 

La settimana dopo, Mimmo Carratelli sul Guerin Sportivo dirà: “Patrizio è sgusciato dalle mani di Sacco, dai pugni ruvidi e più assillanti dell’argentino, dalla montante sicurezza e superbia e consapevolezza del campione del mondo. … Grande, attento, abile (fino a un richiamo ufficiale) era Patrizio nel governare il momento difficile, la svolta delicata, la curva pericolosa del combattimento dalla quale Patrizio doveva derapare perché ne uscisse dritto e sicuro verso il traguardo vittorioso. Qui l’arte di Oliva, la sua superiorità di classe e di determinazione si trasformavano nella prova più lampante del suo diritto ad essere considerato campione, senza remore e ombre. … Lo sbarramento di Patrizio, il suo gioco di gambe, la sua tattica acrobatica hanno vinto ancora una volta costruendo la base del successo. … Rambo non abita a Napoli, città di gente tollerante e di fantasia che anche dietro un titolo mondiale cerca solo un sorriso e il gusto della felicità, giustamente e inevitabilmente passeggera. E non importa che Maradona applaude Oliva ma giudica Sacco ancora il più forte. È un dribbling del «pibe», alla verità e al sentimento”

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