
I motori che vanno fino a 366 kmh sono all’ultimo ballo – si dice così, no? I 1000 cc della MotoGP scaleranno a 800 dalla prossima stagione, così quest’ultimo Mondiale che inizia nel fine settimane porta un carico doppio di attesa e di curiosità, per quello che dirà subito e per quello che lascerà intuire in vista della rivoluzione 2027. In sostanza, la MotoGP vive nei prossimi mesi quel che la F1 ha attraversato l’anno scorso.
Far scendere di giri i motori è stato necessario perché molti circuiti storici, come Jerez o il Mugello, iniziano a non essere più all’altezza. La riduzione della cilindrata serve a raffreddare le prestazioni prima che nasca un pericolo per mancanza di spazio. Con i motori attuali, l’aerodinamica e gli abbassatori hanno reso le moto dei binari. Riducendo la potenza, si spera di rimettere al centro del circus il talento del pilota nel gestire la trazione, rendendo le gare una sfida di guida. Il famoso controllo al posto della potenza: e infatti Pirelli porterà le gomme.
I nuovi motori utilizzeranno carburanti al 100% sostenibili e la mutazione regolamentare sarà l’occasione per resettare i costi di sviluppo e attirare nuovi marchi. BMW sta osservando tutto con molto interesse, ma non ha intenzione di investire su una tecnologia vecchia.
È una MotoGP che sgonfia un po’ i suoi muscoli per avere più spettacolo e meno rischi. Nell’immediato significa una cosa sola: chi aveva un vantaggio [Ducati] deve solo gestirlo, mentre chi insegue sta giocando d’azzardo totale per non vivere un anno da comparsa.
È il caso della Yamaha e del suo passaggio al motore V4, un motore cioè più stretto. Questo permette di disegnare una carena più aerodinamica, fondamentale nell’era delle ali e delle appendici. Inoltre, scarica la potenza a terra in modo più cattivo ed efficace, quello che serve per non farsi staccare nei rettilinei.
È l’ammissione di una sconfitta tecnologica storica. È come aver cucinato per quarant’anni la miglior pasta del mondo e scoprire di dover passare al sushi perché i clienti non mangiano più nient’altro. Solo che te ne sei accorto in ritardo. Yamaha era l’ultima rimasta, insieme a Suzuki prima del ritiro, a usare il motore a quattro cilindri in linea. Un motore dolcissimo, perfetto in percorrenza di curva, ma oggi flebile contro la potenza bruta di Ducati, Aprilia e KTM. Come presentarsi con un coltello dentro un saloon nel pieno di una sparatoria in un film western.
Per cambiare, Yamaha ha ingaggiato un ingegnere italiano, Luca Marmorini, ex Ferrari e Toyota. Il paradosso è che progettare un V4 da 1000 cc è un controsenso se nel 2027 i motori scenderanno a 850cc. Yamaha sta spendendo dunque una fortuna per un motore che morirà tra meno di dieci mesi. Ma è un test a cielo aperto per capire come gestire la potenza e l’elettronica in vista del futuro.
In pista, tutto questo spingerà Fabio Quartararo a resettare il suo stile di guida. La moto non sarà più la ballerina agile di una volta, ma un mostro da domare in frenata e accelerazione.
Nei siti specializzati che abbiamo sbirciato per capire, tra quelli che ne sanno, molti fanno un paragone con quanto accaduto a Nokia nel campo dei cellulari. Così come la casa svedese dominava il settore ignorando il touchscreen, Yamaha e Honda hanno dominato la MotoGP ignorando per anni l’aerodinamica estrema e l’abbassatore, considerandoli sporcizia tecnologica rispetto alla purezza. Mentre i giapponesi perfezionavano il passato, Ducati – la Apple del settore – gli ha cambiato il mondo sotto il naso. Quando Yamaha si è svegliata, il distacco era diventato un abisso.
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Lo show del Versus
L’altra lente attraverso cui leggere la stagione in arrivo è il Fattore Liberty Media. È il primo vero anno sotto la gestione degli americani che hanno comprato la MotoGP. Promettono uno sportainment spinto, più Sprint Race, più telecamere nei box, più enfasi sul conflitto personale. Vogliono trasformare Márquez e Bagnaia nei nuovi Hamilton e Verstappen. È la polpa di quest’anno, senza giri di parole.
Il Dilemma Ducati – Bagnaia vs Márquez – uscirà dal seminato della corsa e diventerà racconto. Narrazione. L’anno scorso Márquez era l’ospite, ora è il padrone di casa, sotto l’occhio di una regia che dopo aver costruito il prodotto Drive To Survive in F1, pensa alla replica sulle due ruote.
Obiettivo numero uno: cercare il villain e l’eroe, il buono e il cattivo, perché il conflitto vende più di una staccata. Ecco perché i piloti sono diventati improvvisamente più chiacchieroni e presenti sui social. È scritto nei contratti che hanno firmato. Gli viene chiesta minore segretezza e più esposizione del personaggio. La scelta di partire in Thailandia è un altro dettaglio commerciale interessante. Liberty vuole mercati giovani, dove lo sportainment – eccolo che torna – attecchisce subito. Meno circuiti europei così vecchi, più eventi nelle metropoli o in luoghi iconici. Dal 2027 mandano in pensione Phillip Island, in Australia si correrà per le strade cittadine di Adelaide.
Sarà un flusso continuo di Sprint Race, parate dei piloti, musica e interazione social. Se fai il pilota, devi metterti in posa e inventarti pure un po’ content creator in tuta di pelle. Senza engagement su Instagram, il Nuovo Pilota è un pilota a metà. Come sempre avviene dal tempo dei dinosauri e poi del cinema muto, chi non si adatta si estingue.
Se Marc Márquez è finito nel box ufficiale Ducati, c’è anche lo zampino di una logica commerciale. Liberty ha bisogno di vedere i titani contro. Con l’ingresso di questa visione più orientata allo spettacolo, sono stati istituiti dei momenti obbligatori come la Hero Walk. Il sabato [per Moto2/Moto3] e la domenica mattina [per la MotoGP], i piloti devono percorrere un corridoio dedicato tra i fan per firmare autografi e fare selfie.
Dal 2026, inoltre, il regolamento prevede una comunicazione bidirezionale per gli scambi con il box. Significa che il pilota può rispondere durante la corsa e l’audio andrà in diretta tv, esattamente come avviene in F1. Il silenzio è un lusso antico che il regolamento non permette più. Nel 2025 il battito cardiaco appariva ogni tanto in sovrimpressione come curiosità. Nel 2026 sarà un elemento della grafica standard, come il tachimetro. Sapremo in tempo reale se Bagnaia è calmo o se Márquez ha l’adrenalina a mille prima ancora che attacchino la prima curva.
È tutto molto contemporaneo, tutto molto in linea con l’Era dell’Autenticità che stiamo vivendo, un concetto che racconta lo spostamento radicale dei nostri valori collettivi, il passaggio dal dovere di essere persone perbene [il conformismo sociale] al dovere assoluto di essere sé stessi in pubblico.
Nella psicologia tradizionale, la vita sociale era un teatro: ognuno aveva un ruolo fisso e doveva recitarlo bene. Quel modello è fallito. Il ruolo di padre, di madre, di atleta, di manager è una prigione. L’imperativo psicologico è la coerenza interiore: quello che mostro fuori deve coincidere con quello che sento dentro. È un sottile trucco psicologico. Se l’autenticità non esiste finché non viene esibita, esiste il forte rischio che quella esibita non sia autentica. È il grande inghippo dell’epoca, chiamare autenticità quella che in realtà è esposizione. Ecco perché il Nuovo Pilota dovrà essere un atleta bionico, un ingegnere informatico, un animale da account social, un uomo sincero, un impiegato del contenuto. Non siamo nel campo banale di stabilire cosa sia bene e cosa sia male. Siamo da un’altra parte, siamo in un campo dove è stata abbattuta la barriera tra chi guarda e chi si muove. È la moneta di scambio più preziosa. Chi riesce a sembrare più spontaneo – anche se ha studiato il discorso per ore – vince.