DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA
A otto chilometri da Marrakech, le automobili sembravano animali feriti. Erano ferme, inclinate, abbandonate nel fango che la pioggia aveva trasformato in una trappola. La notte prima, mentre allo stadio finiva in pareggio la partita tra Camerun e Costa d’Avorio, la terra accanto alla N9 aveva ceduto senza far rumore, inghiottendo ruote come fanno le sabbie mobili.
La pioggia era caduta forte ma breve, come spesso accade qui. Gli steward avevano guidato i tifosi verso parcheggi improvvisati, lontani dall’asfalto, oltre i limiti della strada. In alcuni punti il terreno aveva smesso di essere solido. Senza carri attrezzi, quelle macchine sarebbero rimaste lì per giorni, monumenti casuali a una serata sfuggita di mano.
La partita era stata una festa africana classica: tamburi, bandiere, un gol per parte. Ma l’esperienza complessiva aveva lasciato un retrogusto amaro, sollevando domande più grandi del risultato. Il Grande Stade de Marrakech, inaugurato nel 2011 e presentato come simbolo dell’ambizione sportiva del Paese, appariva improvvisamente fragile. Non solo per la Coppa d’Africa, ma per qualcosa di molto più grande che incombe all’orizzonte.
Marrakech è una delle sei città marocchine destinate a ospitare il Mondiale del 2030, insieme a Spagna e Portogallo. Un evento pensato come celebrazione globale, con tifosi in arrivo da ogni continente. Eppure, la sera della partita, i cancelli perimetrali dello stadio erano rimasti chiusi fino a poco prima del calcio d’inizio. Migliaia di persone avevano dovuto avvicinarsi a piedi, attraversando controlli successivi e varchi insufficienti.
Davanti ai tornelli si erano formati degli imbottigliamenti. Alcuni tifosi erano entrati solo a metà del primo tempo. Altri avevano rinunciato. Dentro, gli spalti raccontavano un’altra discrepanza: i numeri ufficiali parlavano di oltre trentacinquemila presenti, ma gli spazi vuoti erano visibili anche a occhio nudo.
Il problema non era solo entrare. Uscire dallo stadio era stato peggio. Un’unica arteria collegava l’impianto alla città. Il trasporto pubblico era scarso, le navette poco segnalate. Molti avevano dovuto affidarsi ai taxi, con prezzi che salivano e scendevano come onde irregolari. Chi aveva deciso di camminare si era ritrovato per chilometri senza marciapiede, costretto a condividere la strada con il traffico che avanzava a scatti, cercando ogni varco libero.
C’era chi parlava di spirito AFCON, di caos inevitabile, di adattamento. Ma il Marocco, da anni, si presenta come laboratorio d’eccellenza infrastrutturale. Stadi nuovi, ferrovie veloci, grandi eventi come vetrina. Qui, invece, l’impianto sembrava un grande campo d’atletica travestito da stadio di calcio: isolato, difficile da raggiungere, estenuante da lasciare.
La promessa è che le cose cambieranno. Arriverà una stazione ferroviaria nei pressi dello stadio entro il 2028, avremo una capacità aumentata, accessi ripensati. Ma intanto mi restano negli occhi le immagini del fango che trattiene le auto, i tifosi che camminano nel buio, la pioggia che svela le crepe. Ho visto come una partita può finire 1-1 e come un contesto può perdere il confronto. Al 2030 manca un soffio. Non è una sconfitta che si può archiviare come folklore.