Lo Slalom del 16 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

venerdì 16 gennaio 2026

 # 1  giorno al  derby di Manchester

 

     

►  STANOTTE LA Red Bull ha presentato la livrea per il Mondiale di F1 a Detroit, in casa Ford, nuovo fornitore di alcuni componenti del motore e curatori dello sviluppo di modelli di simulazione e software per la gestione della batteria. Il blù è più scuro. Un ritorno al passato. Presentata pure la livrea dei cuginetti Racing Bulls. Verstappen l’ha definita audace e retrò. 

◇  Jannik Sinner ha vinto poco fa la partita esibizione con Auger-Aliassime a Melbourne, ultimo test prima del debutto all’Australian Open. 

◇  Il Milan ha vinto a Como con la erre moscia, alla francese, due gol di Rabiot e parate di Maignan come nell’anno dello scudetto. Si è riportato a tre punti dall’Inter e chi ne sa dice che è vicino il rinnovo del portiere. Stefano Agresti sulla Gazzetta commenta: Niente fuga. Possiamo definirla, al massimo, una fuitina. Chi pensava che Max con il trascorrere degli anni si fosse impigrito, si sbagliava di grosso. E la capacità di gestire il rapporto con i campioni fa il resto: quanti altri allenatori avrebbero avuto la forza di togliere a Leao un rigore senza farlo infuriare?. Il Bologna ha vinto a Verona e sta ritrovando la verve perduta dopo la finale di Supercoppa a Raid. Oggi Pisa-Atalanta. 

◇  Nella notte NBA, i Lakers hanno trovato 39 punti da Luka Doncic e 29 da LeBron James ma hanno perso la quarta partita di fila contro gli Charlotte Hornets di LaMelo Ball. Oklahoma ha vinto a Houston, San Antonio ha battuto Milwaukee. Qui c’è tutta la sintesi a cura di Sky Sport. In Eurolega, invece l’Olimpia ha perso con la Stella Rossa. 

◇  A proposito di pallacanestro americana. Decine di scommettitori e giocatori hanno truccato partite della NCAA e della Chinese Basketball Association. Le partite addobbate sarebbero almeno 29, secondo l’atto d’accusa formulato dai procuratori federali in un atto desecretato ieri. Gli atleti vengono da università di tutto il paese, tra cui Tulane, St. Louis University, DePaul, Fordham. Il Washington Post ne parla qui e The Athletic qui

 

   

Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina

Agostino d’Ippona

    

Bentornato ciclismo, la primavera prima del tempo

Un tempo si aspettava marzo. Il ciclismo cominciava davvero quando il gruppo arrivava in Europa, quando le strade si riempivano di vento e pavé e il calendario belga diventava il centro di tutto. Gennaio e febbraio servivano a prepararsi per l’appuntamento con l’ombelico del ciclismo, i primi due mesi stavano in agenda per mettere chilometri nelle gambe. Ha da’ passa’ vierno. Le corse che si tenevano prima venivano guardate come un prolungamento dell’allenamento, non era mica una parte della stagione.

E invece eccoci qua, eccoci che il gruppo corre già sul serio. Corre dall’altra parte del mondo, sotto il sole dell’Australia, con una continuità che rende sempre più fragile quella vecchia idea dell’inizio ufficiale a ridosso delle classiche di primavera. Per Matilda Price, che me ha scritto su Cyclingnews, questa abitudine a spostare in avanti il punto di partenza è diventata un modo per perdersi una parte interessante della stagione.

Per anni ci siamo raccontati che queste fossero delle corse amichevoli, in attesa che iniziasse il vero ciclismo. È stata una lettura comoda, ma ormai è superata: il calendario si è allargato, il livello si è alzato, e ignorare quasi due mesi di corse significa scegliere di non vedere come prende forma una stagione.

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Il Giro prima del Tour: Vingegaard ha avuto una buona idea

A fine ottobre, quando di solito il calendario della stagione successiva smette di essere un’ipotesi e prende la forma di una sequenza di corse, Jonas Vingegaard ha inserito il Giro d’Italia prima del Tour de France. Bum. Negli ultimi anni il suo programma era rimasto stabile, con poche gare, dei lunghi periodi in altura e un avvicinamento lineare al Tour. Questa volta la linea è stata spezzata. Il Giro entra nel programma di un corridore che ha già vinto due Tour e una Vuelta, e che nelle ultime due edizioni di luglio ha trovato davanti a sé sempre lo stesso ostacolo. Lui. 

Dopo l’exploit di Tadej Pogacar che ha riportato la doppietta Giro-Tour dentro il perimetro del possibile, l’idea non appartiene più solo a lui. È diventata una variabile concreta, quasi logica, per un Vingegaard che deve trovare un modo diverso di colmare un divario che non si è chiuso né nel 2024 né nel 2025. Per replicare e non certo per imitare. Si cambia metodo per cambiare il risultato.

Cyclingnews, con la lettura di James Moultrie, inquadra la scelta come un passaggio tecnico prima ancora che simbolico. Non è un’ammissione di resa, ma un modo per tornare competitivo sul terreno che oggi conta di più.

Per anni Vingegaard ha seguito un calendario costruito interamente attorno al Tour. Funzionava quando il margine era sottile e la corsa si decideva su dettagli minimi. Ma contro un avversario che arriva a luglio con più giorni di gara nelle gambe, più adattamenti metabolici e una tolleranza allo sforzo superiore, continuare nello stesso modo significa accettare che il risultato non cambi.

Il Giro, in questo senso, non è un rischio calcolato ma una leva. Vingegaard ha già dimostrato di saper correre due Grandi Giri nella stessa stagione, e soprattutto di migliorare con il passare delle settimane. La Vuelta vinta dopo un Tour logorante, con le prestazioni migliori arrivate nella terza settimana, resta il precedente più solido a sostegno di questa strategia.

Le sue migliori giornate non sono state quelle di picco isolato, ma quelle in cui la fatica si accumula e il corpo impara a gestirla. Anche con quaranta giorni di gara nelle gambe, il danese ha mostrato una qualità rara: non perde brillantezza, ma guadagna controllo. È una caratteristica che oggi pesa quanto la potenza pura, soprattutto contro un corridore che trasforma ogni salita in un test di resistenza totale.

Il percorso del Giro 2026 rafforza quest’idea. C’è meno dislivello complessivo rispetto ad altre edizioni, è stata disegnata una prima settimana relativamente gestibile, e le vere difficoltà sono concentrate nel finale. Una costruzione che permette di entrare gradualmente in forma e di cercare il massimo rendimento quando la corsa si decide davvero. Non è il Giro più duro possibile, ed è proprio questo il punto.

Con le salite più impegnative collocate negli ultimi giorni, il Giro offre a Vingegaard la possibilità di affinare la condizione senza bruciarla. Non serve dominare dall’inizio, ma arrivare all’ultimo weekend con la capacità di fare la differenza. È lo stesso schema che gli ha permesso di vincere la Vuelta, ed è un modello che si adatta alla sua fisiologia più di quanto non faccia una preparazione fatta solo di allenamenti e attese.

C’è anche un aspetto meno misurabile, ma altrettanto centrale. La necessità di rompere la routine.  Cambiare corsa – spiega Cyclingnews – significa cambiare stimoli, pressioni, imprevisti. Significa esporsi a un tipo di stress diverso, imparare a gestirlo e portarlo con sé a luglio. In un ciclismo dove i margini si assottigliano, anche questo può fare la differenza. Non garantisce la vittoria, ma evita la ripetizione sterile di un modello che ha già mostrato i suoi limiti.

È una scommessa, ma non è un azzardo. È la scelta di chi ha capito che per tornare a battere Pogačar non basta aspettare che qualcosa cambi da sola.

  ore  00.00    su Sky Sport

 


  

Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤   L’Equipe dedica la sua prima pagina di stamattina a PSG-Lille, la partita di Ligue 1 in cui le due squadre devono ritrovare il filo come dice il titolo. Nel senso che sono state eliminate qualche giorno fa dalla Coupe de France eccetera eccetera. Nel soppalco della prima, spazio per la vittoria della Nazionale di pallamano all’esordio europeo, per Gabriella Papadakis del pattinaggio artistico, per la Dakar di Sebastian Loeb. 

⬤   Come sempre, il calcio domina le prime pagine dei quotidiani sportivi spagnoli. Oddio, il calcio. Il Real e il Barcellona, il Barcellona e il Real. Marca mette una fotona di Florentino Pérez corrucciato e parla della peggiore crisi da anni, dalla surreale uscita di Ancelotti all’esonero di Xabi, passando per l’addio di Modric, al mancato acquisto di un regista, all’eterno caso Vinicius, all’eccedenza di rumore interno. Il titolo: Otto mesi da incubo. Aggiunge la carne al fuoco una intervista definita esclusiva con Endrick – che dice: Volevo solo giocare e segnare. Oh, solo che l’intervista esclusiva sta pure sulla prima pagina di As, dove si occupano di Real Madrid allo stesso modo. Il club annuncia supporto ad Arbeloa [e ci mancherebbe l’esonero dopo una partita] e fa sapere allo spogliatoio che sarà ritenuto responsabile della crisi. Mundo Deportivo si compiace della crisi blanca nella mansarda della prima pagina e dedica il titolo grosso alla vittoria per 2-0 del Barcellona in Coppa a Santander. “Così si fa” titola grosso grosso Sport, gettando altro sale dalla Catalogna sulle ferite della Castiglia. 

⬤   Oh, e veniamo a noi. La vittoria a Como fa titolare Il Milan c’è alla Gazzetta. Allegri è rimasto a tre punti dalla testa. Tutto il resto è calciomercato con un riquadro sul sorteggio dell’altra notte a Melbourne, foto di Sinner e Alcaraz, titolo: Ci vediamo in finale [ma si sapeva anche prima del sorteggio, anche a dicembre, anche a ottobre scorso]. Raboom titola invece il Corriere dello sport-stadio, con una intervista [esclusiva] del direttore Ivan Zazzaroni a Costacurta. Il Corriere della sera titola: Il campionato adesso parla milanese.

Tuttosport dice che il dopo Vlahovic è Mateta, QS che il Milan c’è. Allora deve essere vero. Leo Turrini scrive un editoriale sul passaggio di Fornaroli alla McLaren, e dopo aver visto Kimi Antonelli alla Mercedes, si domanda se questa fuga di piedi sull’acceleratore non imponga una una garbata riflessione sulle scelte della Ferrari. È quantomeno curioso che ragazzi nati nella Terra dei Motori trovino consacrazione oltre Manica. Potrebbe essere una suggestione per il dopo Hamilton, quando sarà. O no?.


 

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Le analisi

 

   

La trasformazione implacabile del City è forse un indizio su Guardiola

Quando al Manchester City bisognava preparare un piano, la soluzione era facile e immediata. Bastava aggiungere uomini tra le linee, moltiplicare i passaggi e togliere ossigeno alla partita. È stato così per anni, al punto che ha cominciato a esistere un profilo del giocatore del City, un profilo immediatamente riconoscibile, un calciatore pulito, a suo agio nello spazio stretto. 

L’arrivo di Antoine Semenyo rompe quella riconoscibilità. Non in modo clamoroso, ma abbastanza da chiedersi quanto si sta spostando il Manchester City verso qualcos’altro. Su The Athletic, Sam Lee legge l’operazione come l’ennesimo segnale di una direzione che il club ha iniziato a prendere senza dichiararla apertamente. Semenyo, acquistato dal Bournemouth per 62,5 milioni di sterline, non è il tipo di giocatore che ti immagini subito in un rondò di passaggi. E il rondò a Manchester per anni è stato un criterio estetico oltre che tecnico.

Per oltre un decennio il City ha costruito squadre che sembravano nate per stare in cerchio, muovendo il pallone in spazi minimi. Era una scelta identitaria, prima ancora che tattica. Ma anche in passato il club ha fatto eccezioni, e quelle eccezioni — da Haaland a Rúben Dias — hanno finito per ridefinire i confini di cosa significhi davvero essere un giocatore di Guardiola.

Semenyo si inserisce qui, in questa zona ambigua. È potente, imprevedibile, a suo agio quando la partita si apre invece di chiudersi. Delle qualità che fino a poco tempo fa al City venivano considerate complementari, non la tazza del tè come dicono gli inglesi, o la chiave dell’acqua come ribattono in Partenope. 

Il contesto è cambiato. Nella stagione successiva a una delle peggiori serie di risultati dell’era Guardiola, la squadra ha iniziato a fare cose che prima evitava: per esempio correre di più, attaccare più velocemente, cercare la profondità con una frequenza inedita. I numeri sui passaggi filtranti e sulle azioni di contropiede raccontano una squadra meno ossessionta dal dominio territoriale.

Per anni il contropiede è stato trattato quasi come un fallimento del sistema. Oggi, invece, è diventato una risorsa accettata. Il City ha segnato più gol in transizione rapida in pochi mesi che in intere stagioni recenti, e ha ridotto il possesso medio a livelli mai visti sotto Guardiola.

Non è solo questione di Semenyo. Negli ultimi diciotto mesi sono arrivati giocatori come Savinho, Omar Marmoush, Abdukodir Khusanov, tutti profili più verticali e meno rifiniti. Per non dire di Gianluigi Donnarumma, il simbolo più netto di questo scarto, un portiere scelto per parare, prima ancora che per costruire.

Anche lo staff ha seguito lo stesso movimento. L’uscita di Juanma Lillo, da sempre allineato alla visione più ortodossa di Guardiola, e l’arrivo di Pep Lijnders hanno accompagnato una squadra che oggi accetta partite più caotiche, più fisiche e più aperte.

Quello che emerge non è l’abbandono di un’idea, ma una trattativa continua con la realtà. La Premier League è diventata più aggressiva, più atletica e meno controllabile. Il City ha risposto scegliendo giocatori capaci di reggere quel ritmo, anche a costo di sacrificare parte della pulizia che aveva definito la sua egemonia.

Guardiola, però, non sembra del tutto a suo agio in questa versione della squadra. I dati sulla distanza percorsa lo infastidiscono più che rassicurarlo. Continua a parlare di costruzione dal basso come di qualcosa che “non è ancora abbastanza buona”. Accetta il compromesso, ma non lo celebra. È pur sempre un piano-B. Semenyo entra in qusta cornice. È uno dei volti di un City che vince anche correndo all’indietro, che accetta di difendere più basso. Quanto sia una fase e quanto una trasformazione vera si vedrà. Non dipende solo dal mercato, ma da ciò che Guardiola deciderà di tenere, da ciò che lentamente lascerà andare e soprattutto da cosa intende fare a fine campionato. Cosa continui a comprare giocatori alla Guardiola, se non sei certo che Guardiola resti?

 

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Il DNA di una squadra è un’invenzione

Il nostro corpo muore, ma il nostro DNA continua. Lo ha detto una volta Umberto Veronesi. I figli hanno la stessa carne, lo stesso metabolismo, la morte è solamente quella del corpo. Chissà se è la stessa cosa che in fondo sosteneva Álvaro Arbeloa quando sottolineava che al Real Madrid tutto ruota attorno alla vittoria, alla vittoria e ancora alla vittoria. “È nel nostro DNA” ha detto, e in effetti questo DNA del club appare e riaffiora ogni domenica sulla bocca di molti. È una di quelle espressioni che funzionano meglio quando non devono essere spiegate. Evocano tutto e niente, le vittorie che ci sono state quando smettono di arrivare, uno stile che si è fatto incerto, un’appartenenza messa a dura prova dalle delusioni, una continuità che comunque resiste al tempo e alle persone. 

Ma nel calcio esiste davvero qualcosa di simile a un DNA? È una proprietà reale, un patrimonio che si trasmette, o solo un racconto costruito a posteriori per dare ordine a successi, fallimenti e decisioni contingenti? È la domanda che si pone Jonathan Liew sul Guardian, partendo proprio dal Real Madrid e da ciò che è accaduto intorno a Xabi Alonso.

La scelta del successore pare rafforzare una tendenza antica. Il club pesca quasi sempre nello stesso bacino, come se l’appartenenza pregressa sia una forma di assicurazione. 

Negli ultimi decenni – scrive Liew – il Real Madrid ha ristretto sempre più il campo delle sue scelte, affidandosi a uomini che avessero già respirato quell’ambiente. Dalla fine della guerra in poi, la maggioranza degli allenatori nominati aveva un passato nel club. È una continuità che alimenta l’idea di un’essenza riconoscibile, di un’identità trasmissibile come un codice genetico.

Quando le cose vanno male, il DNA è utile. Diventa una scorciatoia, una formula magica, basta tornare alle origini, basta rimettere uno dei nostri e l’equilibrio si ricompone, non lo vedete quanto è facile?

Il DNA  – dice Liew – offre una via d’uscita simbolica nei momenti di crisi. Se perdi il controllo della partita, se vieni travolto in contropiede, se il presente si fa scomodo, puoi sempre rifugiarti nei testi sacri — che a ben vedere somigliano più a una rubrica interna che a una filosofia calcistica.

Lo stesso meccanismo si ripete altrove. In Inghilterra, il Manchester United ha reagito a un cambio traumatico appellandosi alla propria essenza. Il DNA, quella roba là. Il ritorno di una figura familiare, l’insistenza su uno stile autentico, l’idea di una liberazione dopo una gestione percepita come estranea. Il problema è che, messa così, l’identità diventa una lista di desideri generici. C’è chi parla di calcio offensivo, chi di giovani, chi di coraggio, chi di creatività. Dentro ci puoi mettere tutto. Sono concetti talmente ampi da poter essere rivendicati da chiunque, in qualunque contesto. Se il DNA è questo, allora smette di distinguere e inizia solo a decorare.

Quando si chiede maggiore precisione, allo United finiscono quasi sempre per tornare a due figure: Matt Busby e Alex Ferguson. Due allenatori che ironicamente non avevano alcun DNA da United prima di arrivare. La loro grandezza non è stata nella continuità, ma nella rottura. Non erano una replica di mille riassunti, erano un’invenzione.

Le dinastie – dice Liew – non nascono dalla fedeltà al passato, ma dalla sua trasformazione. La storia insegna che il successo duraturo arriva quando qualcuno tradisce il modello, non quando lo conserva intatto.

Liew allarga lo sguardo e mette in crisi il concetto stesso di identità calcistica. Prendiamo club come Brentford, Brighton, Manchester City o Wolves: cosa lega davvero le versioni attuali a quelle di venti o trent’anni fa? Quanto di ciò che chiamiamo DNA è un racconto costruito dopo, per spiegare ciò che ha funzionato?

Forse il DNA è soprattutto una storia che ci raccontiamo a posteriori. Non è falso, ma è narrazione. Serve a dare un senso, non a produrre risultati. Il problema nasce quando lo scambiamo per una strategia sportiva, quando dimentichiamo che il racconto è l’effetto di qualcosa, non la causa.

Nel caso del Real Madrid, il mito dell’inevitabilità nasconde un potere economico e politico sedimentato, una capacità unica di attrarre risorse, e poi relazioni, infine consenso. È un’infrastruttura che precede e supera gli allenatori certamente, qualche volta i giocatori.

Le rimonte, il carisma, la mistica servono a coprire una realtà molto più concreta, datta di decenni di supremazia finanziaria, operazioni immobiliari favorevoli, credito abbondante, influenza istituzionale. Ventuno stagioni consecutive tra i primi tre club al mondo per fatturato non sono un tratto genetico.

Eppure sono le storie che il calcio fatica a raccontare di sé. È più semplice parlare di DNA che di bilanci, meglio chiamare in causa il destino che le decisioni giuste prese al momento giusto con i soldi giusti. Così i casi che smentiscono il mito — Alonso, Solari, Mourinho, Ancelotti stesso — vengono assorbiti come eccezioni, non come segnali. No, dice Liew, nel calcio non esistono i geni. Né quelli della lampada né quelli dell’acido desossiribonucleico. Tutto il resto è chiacchiera. 

 

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Dai campi

 

L’Europa si allarga: le squadre mediorientali alla prossima Champions 

Per molto tempo la Champions League di pallamano ha avuto un perimetro definito, con una geografia che non lasciava spazio a interpretazioni. La riforma annunciata per la stagione 2026-27 introduce un elemento nuovo, la possibilità dichiarata di guardare oltre come ha fatto l’Eurolega di basket quando ha aperto a una franchigia di Dubai.

Con l’allargamento a 24 squadre e un nuovo sistema di assegnazione dei posti, la European Handball Federation ha previsto fino a quattro inviti non vincolati ai tradizionali criteri geografici. Non è un’apertura automatica, ma un segno di quel che si prepara, in modo esplicito l’ipotesi di nuovi arrivi dal Medio Oriente. A giustificare la riforma è stato il presidente Michael Wiederer, che ha insistito sulla necessità di tenere insieme qualità sportiva, pianificazione e sostenibilità: La Champions League a 24 squadre rimane la competizione premium della pallamano europea, ma è pensata per raggiungere più mercati rispetto al passato, senza aumentare ulteriormente la pressione sui calendari e sul fisico degli atleti.

Impianti, mercato televisivo, risultati, capacità di gestione del brand e dell’ambiente digitale. L’accesso non avverrà solo per meriti tecnici, ma per compatibilità complessiva con il prodotto. Questo è. In altre discipline indoor come il futsal, club asiatici hanno già trovato spazio in competizioni europee. Gli indizi cominciano a girare, se SportsIn segnala che negli ultimi vent’anni l’Arabia Saudita è salita quattro volte sul podio del campionato asiatico maschile, qualificandosi al Mondiale e accumulando esperienza internazionale. L’Asia – si legge – è diventata uno dei pilastri della pallamano mondiale, non solo per le risorse finanziarie ma anche per lo sviluppo sportivo: campionati più strutturati, budget più solidi e un livello competitivo in costante crescita

Come sono cominciati gli Europei

Intanto la prima giornata degli Europei di è finita con le vittoria della Norvegia sull’Ucraina [39-22], della Germania sull’Austria [30-27], della Francia sulla Cechia [42-28], della Spagna sulla Serbia [29-27]. 

Il terzo gol di Sander Sagosen per la Norvegia è stato il suo 200esimo gol agli Europei. È la vittoria più larga della nazionale nel torneo, il precedente record era di 11 gol di scarto. Patrick Anderson, eletto mvp della partita, ne ha segnati sette e Gulliksen sei. L’ultima volta che la Norvegia ha giocato un Europeo in casa erano davanti alla tv. 

La Germania ha battuto l’Austria grazie a una panchina più lunga e un Wolff affamato come un lupo [ah ah bella battuta]: ha vinto il duello tra portieri con Constantin Möstl. 

I francesi hanno iniziato la difesa del titolo segnando con tutti i 16 giocatori disponiili e con 42 gol hanno battuto il loro precedente record [41, risaliva alla finale del 2014 contro la Danimarca]. Per la prima volta in oltre 20 anni, la Francia gioca senza Nikola Karabatic e pure senza l’mvp del 2024 Nédim Rémili. Ma Aymeric Minne, difensore centrale, ha fatto meraviglie. 

Oggi debutta l’Italia, un ritorno nel torneo dopo 28 anni.- Prima partita: con l’Islanda. 

  ore  18   su Sky Sport

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