mercoledì 14 gennaio 2026
# 3 giorni a Manchester United vs Manchester City
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► MIKAELA SHIFFRIN ha vinto pure lo slalom notturno di Flachau, successo numero 107 in carriera e il sesto della stagione. Seconda Paula Moltzan, pure lei americaana.
◇ Il Torino ha eliminato la Roma negli ottavi di finale in Coppa Italia con una doppietta di Che Adams, ma abbiamo scoperto Antonio Arena, che non è uno stadio intitolato a Conte, ma un attaccante italo-australiano di 16 anni che ha segnato al debutto in giallorosso. Antonio Conte è stato squalificato per due giornate per le proteste di domenica sera a San Siro dopo il rigore assegnato all’Inter. Deve pagare pure 15mila euro di multa.
◇ La Nazionale di pallanuoto ha vinto anche la seconda partita agli Europei, 17-12 alla Slovacchia con quattro gol di Di Somma. Ventitré espulsioni fischiate contro il Settebello, sottolinea Lia Capizzi sul Corriere della sera. “Urge un confronto del gruppo arbitrale sulle nuove regole per affinare l’uniformità di giudizio”. Domani la partita con la Romania vale il primo posto nel girone.
◇ Jonas Vingegaard correrà il prossimo Giro d’Italia. Se non puoi battere Tadej Pogacar al Tour, prova almeno a mandarlo in bestia raggiungendo prima di lui la Tripla Corona: la maglia rosa dopo il Tour e la Vuelta. Il progetto, più o meno maliziosamente, dovrebbe essere questo.
◇ Lo snowboarder Ueli Kestenholz, bronzo per la Svizzera nella gara inaugurale di questo sport ai Giochi di Nagano 1998, è morto intrappolato da una valanga sulle Alpi svizzere. Aveva 50 anni. La valanga si è staccata domenica nella valle Lötschental, Canton Vallese, dove Kestenholz stava facendo snowboard con un amico che invece sciava. Secondo un comunicato della polizia vallesana, la valanga si è staccata a 2.400 metri e ha seppellito l’uomo.
L’Africa è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera
Claudia Cardinale
L’orgoglio africano siede in panchina
Ora davvero l’Africa è cambiata, ora davvero sembra pronta a cominciare una storia nuova. Non è soltanto una questione di risultati, come sempre, né di orgoglio simbolico, stavolta è una questione di indipendenza tecnica. Per la prima volta dagli anni Sessanta, le quattro semifinaliste della Coppa d’Africa sono guidate da allenatori locali. Per la quarta edizione consecutiva il titolo finirà nelle mani di una nazionale che ha in panchina un tecnico nato nel continente. Non è più un’eccezione, ma una linea coerente che attraversa il torneo. Quattro su quattro per la prima volta dalla fine della stagione del colonialismo. È una rivendicazione di autonomia pure questa. È la fine della cosiddetta stagione dello stregone bianco. Le panchine africane sono state a lungo dei luoghi di supplenza, oggi sono spazi di progetto, dove la circolazione delle idee dell’età digitale ha prodotto una generazione di allenatori che non ha bisogno più di una legittimazione dall’esterno, dalla zona del mondo che si sente egemone. Sono nati qui e si sono formati altrove, come capita in tutti gli ambiti della società, ma poi sono tornati, sono tornati a casa con più strumenti, una lingua nuova e nuovi metodi. Sono capaci di muoversi tra culture calcistiche differenti senza doverle imitare. Quindici dei 24 commissari tecnici al via del torneo erano africani. Le panchine reclutate in Europa o in Sudamerica sono scese quest’anno a nove. Vent’anni fa gli europei erano il cinquanta per cento del totale, trent’anni fa la maggioranza.
Per chi ha voglia di guardare le cose come stanno, la Coppa d’Africa ha smesso di essere il laboratorio esotico del calcio mondiale per diventare un luogo di competenza riconoscibile. Ma è in questo spazio che si inserisce il paradosso raccontato da Martin Mosnier su Eurosport France: l’Africa ha trovato i suoi allenatori, l’Europa continua a ignorarli.
Non è stata certo una rivoluzione improvvisa, ma una maturazione lunga. Il successo degli allenatori africani nasce da una familiarità profonda con il contesto, con il peso simbolico della nazionale e con una dimensione emotiva
“Un allenatore africano sa cosa significa indossare quella maglia e lottare per una bandiera. Conosce la pressione e le aspettative. Non è un dettaglio romantico, è un sapere concreto che incide sulla gestione del gruppo e sul rendimento”.
Sono ex calciatori rimasti culturalmente bilingui. Questo ha dissolto una barriera che per decenni aveva limitato la loro credibilità interna. “La prima generazione di calciatori africani cresciuti grazie all’accordo Cotonou oggi popola le panchine. Hanno giocato in Europa, conoscono i codici dei grandi campionati e allenano giocatori che hanno seguito lo stesso percorso. La legittimità non è più in discussione”. Il prossimo passo sarà uscire da questo corto circuito. Andare a prendersi le panchine dell’Europa, demolendo il vecchio complesso di inferiorità.
“In Europa, i blocchi restano solidi. Nessun grande club ha ancora affidato la propria panchina a un allenatore africano. Le esperienze esistono, ma sono rare, marginali, spesso provvisorie. La fiducia si ferma sempre un passo prima del vertice”.
I casi di Djamel Belmadi e Aliou Cissé sono emblematici, vincitori della Coppa d’Africa ma rimasti ai margini del grande calcio europeo. Non per mancanza di competenze, ma per un credito che non viene mai del tutto concesso. “Non è un problema di diplomi o di risultati. È un problema di fiducia. Dopo un titolo continentale, le proposte arrivano, ma non quelle che contano davvero. Il riconoscimento resta incompleto, come se il successo africano avesse un valore inferiore”. Mosnier chiude lasciando aperta una possibilità futura. Forse la breccia non verrà dagli allenatori che hanno vinto ora, ma da quelli che hanno scelto percorsi laterali, apprendistati lunghi, ruoli di secondo piano nei grandi club europei.
“Se l’Africa è ormai il regno dei suoi allenatori, l’Europa resta una fortezza. Alcune porte potrebbero aprirsi dall’interno, grazie a chi ha accettato di entrare senza clamore, aspettando il momento giusto”.
L’ultima occasione per Salah
All’inizio ci si ride sempre sopra. Ogni Coppa d’Africa comincia con lo stesso rispetto a metà. L’Egitto è lì, certo, tra le favorite, ma non sembra mai davvero la protagonista annunciata. Poi passano i giorni, i turni vanno avanti e quella squadra torna a occupare lo spazio che conosce meglio, quello delle partite a eliminazione diretta. Racconta Rachid Laïreche su Libération che pure l’edizione marocchina non ha fatto eccezione. Al grande stadio di Tangeri, oggi l’Egitto si presenta in semifinale contro il Senegal con la solita aria da squadra che nessuno mette in cima alla lista, ma che tutti hanno paura di incontrare. Ha sette stelle cucite sulla maglia, più di chiunque altro nel continente, e la possibilità di aggiungerne un’ottava senza cambiare una virgola della propria ricetta.
“Ogni volta sembra che non debba essere l’anno giusto, e ogni volta l’Egitto riappare nella come una presenza inevitabile, capace di trasformare il torneo in un esercizio di pazienza e nervi per chiunque provi a sfidarlo”.
L’ultima vittima è stata la Costa d’Avorio, caduta ai quarti dopo una partita finita ai rigori. A fine gara la frustrazione è rimasta sospesa nello spogliatoio, racconta ancora Libération. Il presidente federale Yacine Idriss Diallo ha ringraziato i suoi, ma non ha evitato di dire l’essenziale: contro l’Egitto, prendere gol subito equivale a condannarsi da soli. Una frase che fotografa la squadra. Non la sua. L’Egitto.
Il ct ivoriano Emerse Faé ne ha fatto una questione antropologica. Gli egiziani aspettano, incassano, spezzano il ritmo, sfruttano ogni regalo. Non cercano lo spettacolo, ma il punto debole degli altri. Quando lo trovano, non lasciano scampo.
“Da decenni costruiscono le loro vittorie su un’attesa paziente e spietata, trasformando l’errore dell’avversario in una colpa capitale e svuotando la partita di qualsiasi romanticismo”.
Gli occhi del pubblico, come sempre, finiscono sugli attaccanti simbolo. Sono Mohamed Salah, reduce da tutto ciò che si può vincere con il Liverpool, e Omar Marmoush, oggi al Manchester City. Ma Libé insiste: il segreto è altrove. Nella massa di giocatori cresciuti e rimasti nel campionato locale, lontani dai riflettori europei, capaci però di moltiplicare intensità e disciplina ogni volta che indossano la maglia della nazionale. Gli osservatori, come spesso accade, cercano paragoni per spiegare ciò che vedono. L’Egitto viene accostato a due potenze del calcio del Novecento. L’Italia del catenaccio, capace di trascinare una partita fino allo sfinimento senza concedere nulla, e la Germania dalla mentalità inflessibile, la squadra che ha ribaltato le illusioni altrui più volte di quanto si riesca a ricordare. Due scuole che non hanno sempre dominato il gioco, ma che importa.
“La loro forza non è mai stata nell’abbondanza di occasioni create, ma nella capacità di restare in piedi quando gli altri pensano di aver già vinto, e di colpire proprio lì, nel momento in cui l’avversario abbassa la guardia”. Una dimensione simbolica attraversa questo cammino, sottolinea ancora Libération. I giocatori combattono per ribadire il primato continentale, ma anche per il loro capitano. Salah ha conquistato tutto in Europa, ma l’Africa gli è sempre sfuggita. Un’ottava stella non sarebbe solo un trofeo in più, cambierebbe il modo in cui la storia racconterà il più grande volto della squadra più vincente del continente.
ore 18 su Sportitalia
Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe apre il giornale con una intervista a Pauline Ferrand-Prévot, l’ultima maglia gialla al Tour de France, vincitrice alla Roubaix. Amo sentirmi libera è la frase da copertina.
⬤ ⬤ ⬤ In Spagna sono ancora pienamente dentro lo psicodramma del Real. Le prime pagine sono tutte occupate dalla presentazione di Arbeloa come nuovo allenatore. La frase che ha colpito sia Marca sia As è: «Voglio che Vinicius sorrida e balli». Giusto per chiarire ulteriormente chi ha vinto il braccio di ferro tra il brasiliano e Xabi Alonso. Tutti se ne occupano tranne il Mundo Deportivo che mette Arbeloa nel soppalco della prima e dedica fotona con titolo a Cancelo culé. Olé.
⬤ ⬤ ⬤ E veniamo a noi. “Ring scudetto” titola la Gazzetta per il duello a distanza di oggi tra il Napoli e l’Inter, impegnate nei recuperi delle partite rinviate per la Supercoppa. Celebrata la qualificazione del Torino ai quarti di Coppa Italia, in prima c’è ancora spazio per il “caso tedofori” con Piero Gros che dice: si erano scordati anche di me.
Il Corriere dello sport-stadio ironizza: “Step on scudetto”, mentre Tuttosport avverte: “Inter e Napoli, Spalletti vi studia”. QS considera: “Inter, corsa senza respiro”.
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Dai campi
La sottile linea rossa che l’Arsenal non passa più
Se il calcio avesse una componente sovrannaturale, si direbbe una maledizione. Sei volte l’Arsenal di Mikel Arteta ha perso una semifinale e due volte l’ha pareggiata dal 2020, dal trionfo lontano in Coppa d’Inghilterra. È un tormento che si ripete con una regolarità crudele. Gary Jakob ne parla sul Times alla vigilia di una nuova partita con il Chelsea per la Coppa di lega. La diagnosi è che ci sia poca cattiveria sotto porta.
La necessità di diventare più clinici è stata una delle ragioni che hanno portato all’investimento pesante su Viktor Gyökeres, 64 milioni di sterline. Ma l’effetto è stato opposto. Cinque gol in 19 partite di Premier, due su rigore, nessuna rete su azione nelle ultime nove presenze. Più che risolvere un enigma, lo svedese ne ha aggiunto uno nuovo. Arteta conosce il peso di certe notti. Ha abitato spogliatoi che vivevano le coppe come un laboratorio di formazione. José Mourinho, ai tempi del Barcellona, e Pep Guardiola, al Manchester City, gli hanno insegnato che la Carabao Cup è un acceleratore di consapevolezza. Mourinho la usava come trampolino verso la Premier, Guardiola come un esercizio di abitudine alla vittoria.
“Guardiola – dice il Times – ha sempre sostenuto che sollevare un trofeo serve prima di tutto a far credere ai giocatori di poterlo fare ancora, perché vincere genera vittorie: il City ha conquistato la Carabao Cup per quattro stagioni consecutive e, nello stesso arco di tempo, ha trasformato quella sicurezza in titoli di campionato”.
Arteta era il suo assistente durante i primi due anni di quella sequenza e oggi ripete concetti simili, parlando di energia, di memoria collettiva, di quella sensazione che resta addosso quando tocchi l’argento. Sa quanto può pesare l’idea di andarci vicino. Guardiola attribuiva a quella pressione mentale le eliminazioni europee dei suoi primi anni a Manchester. Una dinamica che l’Arsenal ha rivissuto contro il PSG: partenza timida a Londra, occasioni sprecate a Parigi, un 3-1 complessivo che ha lasciato rimpianti e rabbia.
“In quelle semifinali – scrive Jacob – l’Arsenal ha spesso dato l’impressione di una squadra presente ma incompleta, capace di arrivare fin lì ma non di reggere il peso emotivo del momento, come se la prossimità alla finale rendesse ogni scelta più lenta e ogni errore più definitivo”.
Gyökeres, paradossalmente, i suoi trofei li ha già vinti in Portogallo con lo Sporting. Non è l’unico. Altri come Timber, Hincapié, Gabriel Jesus, Kepa hanno coppe europee o medaglie internazionali. Ma con l’Arsenal solo Bukayo Saka, e senza giocare la finale del 2020.
È anche la prima chance di luce per Liam Rosenior, e di passare per l’allenatore del Chelsea che ha fatto felice l’Arsenal, francamente, non gli va.
Le immagini della giornata di ieri
I gol di Borussia, Manchester City e della Coppa Italia
🟨 Il tennis di ieri dall’Australia
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Tendenze
Chi sei tu e chi sono io: le gerarchie invisibili ai campi d’allenamento
Il campo d’allenamento non ha il pubblico, non ha il punteggio, non ha il teatro e le luci della sera. Eppure certe volte su quei campi laterali il tennis mostra la sua vera gerarchia, un piccolo nonnismo di minuti rubati a qualcun altro. Lo racconta Tumaini Carayol del Guardian, partendo da un pomeriggio qualunque prima degli US Open. Sul campo del Louis Armstrong Stadium, Daniil Medvedev e Alexander Zverev stavano giocando un set d’allenamento più intenso del previsto. L’orario era finito, ma nessuno dei due sembrava volerlo accettare. Dall’altra parte del campo, Danielle Collins e Christian Harrison, puntuali, aspettavano di entrare. Medvedev e Zverev si erano persino rimessi in posizione per iniziare un altro game, poi hanno ceduto. Per imbarazzo.
“In quel breve momento sospeso, mentre due dei migliori al mondo indugiavano oltre il tempo concesso e la coppia americana restava in silenzio a bordo campo, il tennis mostrava la sua grammatica non scritta: non si occupa un campo più del dovuto, non si forza il rispetto, si spera che arrivi da solo”.
Allenarsi insieme è normale sul tour. Dividere spazi, campi e orari anche. Ma il campo d’allenamento è un ecosistema dove pochi minuti possono trasformarsi in una mancanza di rispetto. Esiste una regola non scritta e universale. Non ti trattenere. Non farlo apposta. Non fingere di non sapere che il tempo è finito. Per Gabriel Diallo, canadese, numero 41 del mondo, è una questione quasi culturale. Racconta che c’è chi porta l’ora a 1.05, 1.10, come se nulla fosse. Lui lascia correre, evita il confronto. Ma non dimentica.
Anche Coco Gauff riconosce il fenomeno, oggi succede più tra i professionisti che da junior. C’è chi si spinge sempre due o tre minuti oltre. Lei controlla l’orologio e si ferma prima, soprattutto sulla terra, dove il campo va risistemato. Non vuole essere quella che sfora.
“Il passaggio di consegne sul campo è un piccolo teatro dell’imbarazzo: chi esce cerca un ultimo punto decente, chi entra aspetta trattenendo il peso del proprio staff, e spesso l’ultimo scambio diventa o un disastro assoluto o qualcosa di inspiegabilmente perfetto” racconta il Guardian. Lo dice Emma Raducanu, che spiega come sette volte su dieci l’ultimo punto finisca con un doppio fallo. La pressione arriva dai lati del campo e dai volti che osservano, dal rumore invadente delle borse che si avvicinano. È una scena strana, mai davvero neutra. Il tempo, nei tornei, è scarso. E non tutti i campi sono uguali. La differenza tra chi sta in alto e chi sta dietro passa anche da lì. Jessica Pegula ricorda bene quando, fuori dalla top-100, si allenava lontano dagli stadi principali, su campi velocissimi e diversi da quelli di gara. Oggi è cambiato tutto. Ha orari migliori, superfici più simili, gode di un trattamento che prima non c’era.
“Non è solo una questione di ranking, ma di spazio concesso: chi sale di livello si accorge che il tennis, lentamente, gli apre porte che prima restavano chiuse, e lo fa senza mai dichiararlo apertamente”.
Quando qualcuno sfora, Pegula non si fa problemi. Entra, resta lì, fa rimbalzare la pallina. Un messaggio silenzioso e chiarissimo. Anche Gauff adotta una strategia simile, avanza piano piano dentro il campo, aspettando almeno un cenno, qualcuno che chieda scusa. Il vero fastidio nasce quando chi resta fischietta, finge di non rendersi conto di essere in torto.
Negli stessi giorni di New York raccontati dal Guardian, Cameron Norrie aspettava che Novak Djokovic e Zverev finissero. A 59 minuti passati, provò a mandare avanti il preparatore per mettere pressione. Nessuno voleva essere il primo a rompere l’equilibrio. Diallo sceglie l’attesa. Guarda. Conta mentalmente i secondi di troppo. “Resta l’idea che a quel punto quei minuti in più – riconosce il Guardian – non cambieranno nulla della partita che verrà, ma dicono molto del giocatore che se li è presi, del tempo che gli serve per sentirsi pronto, e di quello che pensa di poter togliere agli altri”.
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La Macchina del tempo
Cosa c’è dopo il colonialismo
Il 14 gennaio del 1966 è un venerdì e all’ambasciata russa di Nuova Delhi si sono incontrati il presidente del governo russo Kossighin e il vice presidente americano Humphrey per due ore. Hanno parlato del Vietnam ed è stato l’incontro più importante da qualche mese a questa parte. Il governo italiano è invece alla Camera per il dibattito sulle dimissioni di Fanfani da ministro degli Esteri. Con una sorpresa. “Mai come oggi Fanfani aveva avuto tanti elogi dai comunisti. Elogi che sono stati estesi, in forma addirittura plateale a La Pira e alla sinistra cattolica in generale. I discorsi hanno avuto un obiettivo preciso e scoperto: cercare di dimostrare che le vere ragioni delle dimissioni dipendono da un contrasto con Moro”. Come aveva dichiarato La Pira in un’intervista imbarazzante qualche settimana prima.
Fuori da Montecitorio c’è un mondo nuovo che si affaccia sulla scena internazionale e che chiede di essere ascoltato. Il Corriere della sera lo sta raccontando con Gianfranco Piazzesi, inviato in Africa alla scoperta degli stati più giovani, quelli della fresca indipendenza. Guido Piovene su La Stampa è invece in viaggio in Sudamerica. Quel 14 gennaio il Corriere della sera si occupa del Congo e dice che “è colpa dei diamanti se non è ancora risolto dal caos. La lotta scatenatasi intorno ai colossali profitti delle miniere fu all’origine della guerra civile subito dopo la proclamazione dell’indipendenza e ora impedisce la stabilità politica”.
Il Congo possiede il nove per cento della produzione mondiale di rame, il 49 per cento del cobalto, il 69 per cento dei diamanti industriali, il 6 per cento dello stagno. “Qui – racconta Piazzesi – si estrae gran parte dell’uranio e di altri materiali strategici che vengono consumati nel mondo occidentale. Il possesso di questo impero è stato di decisiva importanza per lo sviluppo dell’economia del Belgio e per il benessere dei suoi abitanti. Nessun altro Paese ha mai tratto tanti vantaggi da una sua colonia, Ma purtroppo queste fortunate circostanze hanno portato col tempo anche a gravi conseguenze. Il caso ha voluto che proprio il Paese più ricco dell’Africa e il più facile ad essere sfruttato capitasse sotto il controllo di uno degli Stati più piccoli d’Europa. I belgi, dopo essersi arricchiti sul Congo, ne sono rimasti prigionieri, Dope aver fondato gran parte della loro prospera economia sul possesso di questo Paese, si sono trovati nell’impossibilità di rinunciarvi. Una colonia troppo ricca per una a madrepatria troppo piccola gia rappresentava una pericolosa anomalia: questo iniziale squilibrio si è ulteriormente aggravato. Le compagnie private che hanno sfruttato il Congo sono divenute, grazie ai loro colossali profitti, potenze industriali e finanziarie di tale portata da imporre il peso delle loro decisioni non solo alle popolazioni africane, ma anche allo stesso governo belga”.
Piovene è invece a Cuzco e l’avvicinamento si rivela una prova fisica. Il viaggio mette il corpo in allarme, prima ancora che la città si lasci osservare. Il primo contatto con il luogo ha qualcosa di minaccioso e ironico insieme. “Scendendo nella conca l’aereo dà l’impressione che il pilota abbia deciso di suicidarsi andando a sbattere su pareti di roccia; lo rifà due o tre volte, poi finalmente atterra. La prima cosa che si scorge è una curiosa scritta a caratteri cubitali: «È proibito giocare a foot-ball sul campo di atterraggio»”.
Cuzco gli appare come una capitale ferita, sopravvissuta più a delle distruzioni che a delle trasformazioni. L’impero che l’ha generata viene ricostruito senza indulgenze. “Quando crollò, quasi a metà del secolo XVI, ignorava ancora la ruota. Non conosceva la mobilia, né il ferro; non avendo cavalli non possedeva animali da cavalcare. I sacrifici umani si fecero fino all’ultimo, ma solo nei casi più gravi e quando l’interesse pubblico pareva minacciato”.
L’incontro con gli spagnoli fu l’irruzione di una logica incomprensibile, una violenza motivata da un valore che gli indigeni non riconoscevano. “Una civiltà aggressiva per lucro si trovava davanti a una civiltà diversa, a cui era incomprensibile la causa di tanta violenza; insomma gli indi, come agnelli che non capiscono perché il lupo li voglia mangiare, furono colti di sorpresa da una volontà micidiale di genere sconosciuto. Non sono mai stato un patito di folclore, anche quando è autentico; figurarsi poi se si unisce a una sporcizia, a una miseria, a un avvilimento, a una debolezza vitale che solo i ciechi o gli interessati non vedono”.
Cuzco resta per Piovene una città a strati, non solo architettonici, sotto le chiese e i conventi spagnoli, sotto il mito e il turismo, continua a premere una storia irrisolta. Non è gloria perduta e neppure cartolina esotica.
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Il Teleco-Slalom
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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