
Ventisette Stati americani hanno uno legge o una politica che vieta la partecipazione alle gare femminili di atlete passati da un percorso di transizione di genere, ma due corti d’appello dicono che è sbagliato. Oggi scendono dunque in campo gli arbitri della Corte Suprema per esaminare i ricorsi presentati da Idaho e West Virginia. Il primo: Lindsay Hecox ha cercato di gareggiare nelle squadre femminili di atletica leggera e corsa campestre della Boise State University. Il secondo: B.P.J., minorenne, ha gareggiato per la squadra scolastica sia nella corsa campestre sia nel getto del peso e del lancio del disco. Entrambi gli Stati le hanno escluse.
Le memorie presentate dalle atlete ai giudici contestano l’idea che chi proviene da un percorso di transizione di genere abbia un vantaggio indiscutibile rispetto alle donne biologiche. B.P.J. ha assunto estrogeni in sesta elementare. I suoi risultati sono da ultime posizioni in tutte le discipline a cui ha preso parte. Lindsay Hecox lo stesso. Ha provato anche con il calcio e i suoi legali sostengono che i suoi livelli di testosterone sono dello stesso livello di altre ragazze cisgender.
L’Idaho sostiene che i vantaggi atletici maschili iniziano prima della pubertà, citando dati secondo cui i ragazzi di 9–10 anni, al 50º percentile, completano in media “il 14,8% di addominali in più in 60 secondi” e percorrono “il 13,4% di distanza in più in una corsa di 9 minuti”.
Il West Virginia afferma che la scorsa primavera “B.P.J. ha escluso concorrenti femmine dal torneo statale, per poi classificarsi terza nello Stato nel lancio del disco e ottava nel getto del peso”. Quanto di questi risultati sono dovuti a un qualche vantaggio biologico, e chi dovrebbe deciderlo? Lindsay Hecox e B.P.J. non contestano in generale la divisione tra sport maschili e femminili. Ma sostengono che non sia legittimo escludere ogni atleta transgender. Dicono che tutto ciò viola il Quattordicesimo Emendamento. Un argomento che ha prevalso in Corte d’appello contro l’Idaho.
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Il West Virginia afferma invece che la sua legge rispetta il principio dell’eguaglianza tra le persone e “affronta la preoccupazione specifica del vantaggio maschile sulle concorrenti femmine”. Tutti i maschi biologici, “indipendentemente da come si identifichino”, sono esclusi dallo sport femminile. Le donne, invece, possono “passare alle squadre maschili (perché in quel caso non sorgono problemi di equità e sicurezza)”. Chi dovrebbe valutare ogni atleta, ogni sport, caso per caso? B.P.J. sostiene inoltre che la legge del West Virginia violi il Title IX, la legge del 1972 contro la discriminazione sessuale nell’istruzione. La Corte d’Appello ha concordato.
Questo accade oggi e l’aria che tira in America da tempo è chiara. Vi si allinea il Wall Street Journal con un commento di Chad Carlson che definisce sleale e pericolosa la partecipazione di uomini negli sport femminili.
Ora, a parte la posizione davvero- diciamo così – sgraziata di chiamare uomo chi uomo non è più, il pezzo dello specialista in medicina sportiva ed ex presidente dell’American Medical Society for Sports Medicine riesuma molti di quegli studi altrove contestati sulla centralità del testosterone come unico parametro per decidere. Il professor Carlson arriva a scrivere: “Non permettiamo ai bambini di praticare sport di contatto con gli adulti a causa dell’evidente rischio fisico. Allo stesso modo, sebbene esista una certa variabilità tra i gruppi maschili e femminili, la normale gamma di caratteristiche fisiche differisce così ampiamente tra i sessi che consentire agli uomini di competere negli sport femminili esporrà inevitabilmente le donne a un rischio maggiore di danni fisici”.
Ma nella corsa campestre, nel lancio del giavellotto e nel getto del peso non ci sono contatti fisici. Per giunta il professor Carlson ha partecipato alla causa West Virginia contro BPJ. Come consulente di West Virginia. Mmm.
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