Il ruolo dei soldi di papà per Lando Norris
Ci sono rumori che restano incastrati nella memoria. Per Terry Mitchell, quel suono arriva da Brands Hatch, era una mattina del 2014 quando sentì «il rombo familiare delle Ginetta, ma non era un giorno di gara». Fu il giorno in cui capì che suo figlio Jack avrebbe iniziato a inseguire Lando Norris, senza poterlo veramente raggiungere. Owen Slot racconta su The Times come Mitchell, incuriosito, si fosse affacciato al circuito e avesse visto la scena destinata a segnare un’epoca: un Lando quattordicenne aveva due giorni di pista tutta per sé, due vetture, un coach personale. «L’intero circuito prenotato». Un altro mondo.
Mitchell non è uno che si lamenta. Suo figlio Jack chiuse quel campionato davanti a Norris. E di Adam Norris — il padre, ex Hargreaves Lansdown, un uomo da 200 milioni secondo la Sunday Times Rich List — dice anzi che è «un tipo d’oro». Ma poi gli scappa sempre da dire quella solita frase: «Se avessi i suoi soldi, comprerei il circuito e impedirei agli altri di correre. Così mio figlio vincerebbe ogni volta».
È l’aneddoto che finisce nel faldone su Lando Norris e sulla ricchezza di suo padre, un archivio vasto, inevitabile, che riemerge ora che il titolo mondiale si avvicina e riprende fiato una domanda taciuta: il talento di Norris è suo, oppure è stato comprato?
Slot smonta tutto con calma: “Se davvero bastasse il denaro, Lance Stroll sarebbe in cima al mondiale e non sedicesimo senza un podio”. Ma la verità è che senza ricchezza, nel motorsport, non arrivi nemmeno a bussare alla porta. Un Hamilton e un Lawson sono eccezioni rare. È vero anche il contrario: il privilegio può diventare pregiudizio, e Norris lo sa. Anche Max Verstappen è “nato dentro il sedile di una F1” e diventa inevitabile ricordare che pure l’olandese ha avuto un’infanzia orientata, ha ha corso più degli altri fin da bambino.
Nel 2014 Lando chiuse terzo dietro Mitchell e Kellett. «Una competizione feroce, gare dure, spingevamo uno l’altro», ricorda James Kellett. Ma aggiunge che Norris «poteva permettersi molte più giornate di test». Lui no. La stagione di Jack Mitchell costò 40.000 sterline, quella di Lando — tra coaching, test privati, viaggi, elicotteri occasionali — almeno tre volte tanto. E soprattutto: quando lo sbarramento economico crebbe davvero, nei passaggi chiave della carriera, Norris poté fare il salto. I suoi rivali no.
È lo snodo che Slot descrive: dopo le Ginetta, Norris passa alle monoposto — British F4, poi F3 — mentre Mitchell e Kellett restano bloccati. «Dieci giorni di test contro cento», ricorda Ricky Collard, secondo in F4. «Io guardavo nei bidoni le gomme scartate per capire se potevano essere meglio delle mie». Norris, invece, correva in tre campionati diversi, in tre paesi diversi, con macchine diverse: «Era in un’auto quasi ogni giorno». È la famosa regola delle 10.000 ore applicata con rigore.
Eppure nessuno di loro — e qui sta la complessità — nutre rancore. Collard dice che «non ha imparato da nessuno più che da Lando»: i dati condivisi, i video, la dieta, il lavoro fisico. «La sua etica del lavoro era incredibile». Kellett insiste: «Aveva tanti soldi e anche talento. Suo fratello aveva gli stessi soldi, ma non il suo talento né la sua attitudine al lavoro». Mitchell padre sintetizza il punto: «Aveva tutto, e avere tutto è ciò che serve. Avere il pacchetto completo».
Il pacchetto completo significa predisposizione, soldi, dedizione, comprensione tecnica, intelligenza — «un fattore enorme nel motorsport», dice Steven Hunter, che ha visto passare migliaia di giovani piloti. Tutti riconoscono che la ricchezza non spiega da sola l’ascesa di Norris, «lavorava più di tutti, piangeva quando perdeva, ma quando perdeva imparava delle cose», ricorda Hunter. Il denaro elimina le barriere, ma non guida una macchina.