domenica 28 dicembre 2025
# 1 giorno a De Rossi avversario della Roma
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► LA JUVENTUS ha vinto a Pisa e si è portata al secondo posto con il Milan, a un punto di distanza dall’Inter ma con due partite in più. La Fiorentina è ricaduta a Parma, il Torino è stato battuto in rimonta dal Cagliari, il Como ha vinto a Lecce, Udinese e Lazio hanno pareggiato.
◇ In Premier League, il Manchester City ha vinto a Nottingham nel pomeriggio del tributo a John Robertson e il Liverpool ha sconfitto il Wolverhampton nella partita fra le due squadre di Diogo Jota. L’Arsenal ha risposto battendo il Brighton, l’Aston Villa ha vinto l’ottava partita consecutiva in casa del Chelsea.
◇ Federica Brignone è tornata ad allenarsi tra le porte a Courmayeur nel giorno del debutto in Coppa del mondo maschile della pista di Livigno [“forse troppo corta” secondo Vanetti sul Corriere della sera], dove l’austriaco Marco Schwarz ha vinto il Super-G. Quinto Paris. Nel gigante femminile di Semmering, ottavo posto per Sofia Goggia. Ha vinto l’austriaca Scheib.
◇ L’altro debutto atteso era quello di Anna Trocker, la diciassettenne altoatesina alla sua prima gara di Coppa del mondo. Col numero 63 ha sfiorato la qualificazione alla seconda manche, si è piazzata 3esima a 23 centesimi dal taglio. Oggi fa il suo esordio in slalom Giada D’Antonio, ancora più piccola, 16 anni e mezzo. Parte con il pettorale 70.
Non so come sia cominciata questa guerra. È passato tanto di quel tempo
Ryszard Kapuściński
Il calcio nel Sudan in guerra
Nei campi al confine con il Ciad, nei quartieri abbandonati di Khartoum, sulle strade che portano verso il Nord, milioni di sudanesi guardano a un futuro incerto. Da oltre due anni, il paese vive la sua guerra più devastante: più di 150.000 morti, oltre 12 milioni di persone costrette alla fuga, 25 milioni in condizione di fame. Le città si svuotano, gli ospedali chiudono, la vita quotidiana si sposta nei campi profughi o in esili improvvisati. Ecco perché – in questo contesto – la qualificazione della nazionale di calcio alla Coppa d’Africa è diventata più di un risultato sportivo. È una notizia che ha superato il rumore delle armi.
Malgrado una storia antica — prima sede a ospitare la Coppa d’Africa nel 1957, squadra campione nel 1970 — il Sudan ha vissuto mezzo secolo lontano dai piani alti del calcio. La qualificazione è arrivata con il secondo posto nel girone dell’Angola, davanti al Niger e soprattutto al Ghana: un pass conquistato con orgoglio e con un paese alle spalle che chiede almeno ogni tanto un respiro.
Il Sudan ha perso al debutto con l’Algeria, si giocherà il passaggio alla seconda fase con il Burkina Faso e la Guinea Equatoriale. I Faucons de Jediane sono outsider. Hanno l’obiettivo di restituire un frammento di normalità a un popolo esausto. Per capire il peso di questa storia, bisogna tornare alla radice del conflitto. Dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir nel 2019, la transizione è naufragata. «Il conflitto attuale fu innescato da uno scontro interno alle forza armate» racconta So Foot, lo scontro tra le milizie del generale al-Burhan e le forze di supporto rapido del generale Hemedti. Così un Paese già fragile è diventato un campo di battaglia senza confini. Le armi arrivano da ogni lato, le posizioni cambiano, la popolazione resta spaesata nel mezzo.
Nel silenzio internazionale — «la più grande crisi umanitaria del mondo» secondo l’ONU — il calcio continua a essere un riparo emotivo. «La gente si rifugia nel calcio anche in tempo di guerra» testimonia Guessouma Fofana, centrocampista dell’Al-Hilal che sente il peso e l’amore dei tifosi anche senza poter mettere piede nel Paese. Kwesi Appiah, il ct ghanese del Sudan, ha costruito una squadra compatta. Undici giocatori dell’Al-Hilal nel gruppo, un’ossatura che ha giocato insieme CHAN, qualificazioni alla CAN, qualificazioni al Mondiale e Coppa Araba. «Si conoscono benissimo e hanno quel qualcosa in più di speciale» dice Fofana. Alchimia non è una parola astratta, il Sudan è andato vicino alla qualificazione per il Mondiale 2026. Ha ritrovato risultati e fiducia.
E allora perché non crederci? «Oggi in Africa non ci sono più piccole squadre» sorride Fofana. Nessuno chiede a questa squadra di cambiare la storia. Ma regalare un torneo di speranza, in mezzo al buio, sarebbe un traguardo enorme. Ritrovare il sorriso per qualche giorno, come un popolo che si ricorda di poter vincere qualcosa.
Nessuna delle partite casalinghe del Sudan può essere giocata nel paese per motivi di sicurezza. Il campionato è sospeso dal 2023. Il quartier generale temporaneo della nazionale è stato fissato in Arabia Saudita. I giocatori del Sudan tendono a riunirsi nel regno durante le settimane dedicate agli allenamenti internazionali, ma hanno spesso utilizzato Bengasi come stadio di casa, per il numero significativo di sudanesi sfollati in Libia.
«Quello che sappiamo – dice Appiah con una soddisfazione – è che quando giochiamo, le armi vengono abbassate, forse anche per una settimana». I momenti peggiori, ha raccontato al Times, sono quei giorni in cui notizie disperate raggiungono i campi di allenamento e gli hotel lontani da casa. «La maggior parte delle volte che siamo stati insieme, abbiamo ricevuto un messaggio che qualcuno del gruppo ha perso un parente, persino un genitore». Il Times dice che i calciatori possono anche essere una sottocategoria privilegiata dei milioni di sfollati a causa della guerra civile, ma vivono comunque lo stesso orrore quotidiano.
Alcuni campionati nordafricani hanno fatto eccezioni alle regole che limitano il numero di stranieri nelle squadre di club per facilitare l’ingaggio di calciatori sudanesi. L’idea più ingegnosa è stata quella di trasferire completamente i due club più importanti del paese, l’Al Merrikh e l’Al Hilal, in altri campionati africani. Nella scorsa stagione hanno giocato nel modesto campionato della Mauritania, a condizione che non fossero ammesse alla vittoria del titolo: l’Al Hilal è infatti arrivato primo in classifica. Quest’anno giocano nel campionato del Rwanda. Quando Appiah rivede i suoi, gli dice di non sminuirsi, non sottovalutarsi, se ancora resistono e giocano a calcio, e sono là, dentro di loro c’è qualcosa di speciale. C’è la capacità di parlare agli sfollati nei campi del Ciad, del Sud Sudan e dello stesso Sudan. Pensate a chi ci guarda e ci ascolta, si raccomanda.
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Il Sud Sudan ai Mondiali di basket
Un Paese nato nel 2011 da una guerra civile con 4 milioni di morti. Oggi è tra i 10 paesi più poveri al mondo. Eppure, la sua nazionale di basket ha fatto un doppio miracolo qualificandosi prima per i Mondiali del 2023 e poi per i Giochi del 2024, in uno Stato che non ha nemmeno un palazzetto. Il suo leader Anunwa Nuni Omot è nato in un campo profughi nel 1994. Qui si ascolta il podcast che un paio di anni fa raccontava tutto questo
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Spagna dedica la copertina a Thibaut Courtois, portiere del Real Madrid definito il migliore dei primi cinque campionati d’Europa. Una convinzione a cui sono giunti con alcuni parametri statistici. Marca mette in prima anche l’intervista a Sonia Bermúdez, la cittì della nazionale che analizza il momento del calcio in Spagna tra le donne e parla del suo incarico. Dice che è tutto bello, tutto splendido, tutto meraviglioso. Quando le domandano di Jennifer Hermoso, slittata un po’ indietro nelle gerarchie dopo il caso del bacio di Rubiales, risponde come farebbe il conte Mascetti.
🟨 L’Equipe ha messo in prima pagina il rugby – perché stasera c’è Tolosa-La Rochelle in campionato. Tolosa è in testa alla classifica, ma l’ambiente è scosso dal caso Jaminet. il club è stato accusato di aver aggirato il tetto salariale per prenderlo dal Perpignan. È arrivata una multa di 1,3 milioni di euro e 2 punti di penalizzazione in classifica, oltre al fatto che Jaminet è passato al Tolone: non aveva ricevuto i soldi promessi. L’Equipe scrive stamattina che “il Tolosa a volte ama trovare nemici per tirare fuori il meglio di sé. Immaginare che il mondo intero sia contro di loro, che stiano combattendo da soli contro tutti, che stiano avanzando allo scoperto con un puntino rosso sulla fronte, in balia di ogni cecchino in zona”.
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Le analisi
Cosa nascerà dal guardiolismo
Negli ultimi vent’anni il calcio ha vissuto dentro una convinzione diffusa. Per vincere sarebbero serviti possesso palla e pressing, su campi diventati così perfetti da rendere la tecnica un presupposto chiave. La fisicità è contata meno della capacità di leggere gli spazi. Nel 2024 questa certezza ha iniziato a vacillare, prima con un’ondata di contromisure, poi con la contro-ondata alle contromisure.
Jonathan Wilson sul Guardian racconta allora come il consenso al guardiolismo abbia iniziato a sgretolarsi. Il monolite non c’è più. “Il gioco era diventato una partita a scacchi con un pallone, una questione di strategia più che di fisicità”. Il risultato oggi è questo ritorno improvviso e massiccio alle palle inattive: il 21,8% dei gol nasce da calci d’angolo e rimesse laterali, erano il 13,9% solo una stagione fa. Una piccola rivoluzione verticale mentre tutti pensavano in orizzontale.
Nicolas Jover, Austin MacPhee, Bernardo Cueva e l’esercito di specialisti dei piazzati hanno intuito una vulnerabilità nel calcio perfetto. “Quando il gioco diventa sempre più basato sul possesso – scrive Wilson – i difensori mettono meno concentrazione nel colpo di testa, nella marcatura e nei contrasti, più nella loro abilità col pallone». È lì che si aprono le crepe.
I nuovi numeri hanno creato una sorta di panico morale. “Come può sopravvivere il calcio se diventa solo una serie di palle inattive, se la fluidità viene spazzata via da una generazione di guru con l’iPad?”. L’IFAB ha persino pensato di imporre un limite di 30 secondi per battere i calci da fermo.
Ma il calcio – dice Wilson – ha una prodigiosa capacità di riequilibrarsi. Gli allenatori hanno reagito, tornando a difendere nel vecchio stile. Wilson cita un esempio: i tre giocatori lasciati alti da Enzo Maresca contro il Tottenham hanno prodotto un’area meno intasata sulle rimesse laterali. “Non è che abbiano smesso di essere uno strumento, solo che non sembrano più devastanti o impossibili da combattere come un paio di mesi fa».
La percentuale di gol da palla inattiva è scesa di 5 punti nelle ultime settimane.
L’era delle certezze è finita. Anche Guardiola ha ridotto l’idealismo dei tempi di Barcellona: “Preferirebbe una rosa corta da indottrinare con i suoi principi ma il calendario fitto non lo permette più”. Serve adattarsi, darsi a un calcio ibrido, rubare dal passato ciò che il presente non ricorda più.
Il Leeds è l’esempio: Daniel Farke ha rimesso due punte e i centrali inglesi si ritrovano catapultati negli anni Novanta. “La coppia di centrali, abituata ad averne uno da marcare e uno da coprire, si ritrova a dover controllare entrambi”. Così Dominic Calvert-Lewin segna come mai prima. «È un po’ come il calcio inglese dopo la sconfitta con l’Ungheria nel 1953. I vecchi modi – dice WIlson – sono finiti e al loro posto è arrivata un’epoca di piccoli esperimenti e contro-esperimenti da cui prima o poi nascerà una nuova era”.
Cosa succede alle squadre che stanno in testa a Natale
Guidare la classifica a Natale non è garanzia di nulla. Lo sanno meglio di tutti all’Emirates, dove sono stati quattro volte in testa il 25 dicembre, quattro volte sono stati raggiunti e superati. In un campionato che si vince a maggio, come direbbe Geolier dicembre è solo una fotografia, che me ne faccio ‘e ‘na fotografia.
“Solo 17 squadre delle ultime 33 in testa a Natale hanno chiuso con il titolo”, ricorda The Athletic, un dato che non fa coraggio a chi ricorda di aver già vissuto 248 giorni in cima nel 2022-23 per poi guardare il Manchester City apparecchiare la festa. Quando l’Arsenal ha vinto la Premier, è stato rincorrendo. Nel 1997-98 partiva dal–13 di Natale e rovesciò il tavolo, “la rimonta più grande nella storia del torneo” ricorda The Athletic.
Sukhman Singh si domanda “cosa significa davvero essere primi il 25 dicembre”. Per l’Arsenal, l’unica certezza è che il vantaggio può evaporare. Nel 2022-23 era a +5 sul City e ha chiuso a –5. Nel 2023-24 era a +6 con una gara in meno e alla fine è stato di nuovo secondo. Klopp insegna che per trasformare un primato natalizio in un titolo servono tempo e investimenti. Anche lui aveva guidato il Liverpool quattro volte prima del 2019-20 senza successo. Solo alla quinta stagione piena ha convertito quell’intermedio in un trofeo da 99 punti. Arteta potrebbe essere in una fase simile della sua parabola. Ha due quasi alle spalle, una squadra ormai adulta, ma anche una rivale che non perdona.
Il Manchester City è una sentenza. “Più della metà dei titoli di Guardiola è arrivata rimontando”, nota The Athletic. Nel 2020-21 erano ottavi a Natale. Nel 2022-23 e nel 2023-24 hanno chiuso con uno sprint da 18 vittorie e 3 pareggi nelle ultime 21 giornate. È l’arte del sorpasso messa a sistema grazie a una profondità della rosa, aggiustamenti continui, picchi di forma nei momenti giusti. Eppure, dice The Athletic, “la storia non è destino”.
Questa versione dell’Arsenal è costruita sulla difesa: 0,59 gol subiti di media, nove partite su 17 senza prendere gol, in Champions League sei vittorie su sei senza un solo gol incassato. Non sono numeri occasionali, anche la qualità delle occasioni concesse è crollata, un dato non solo statistico. Significa che l’organizzazione tiene lontano il pericolo. Le proiezioni di Opta dicono che l’Arsenal chiuderà con cinque punti di vantaggio sul City. È la prima volta che i numeri e la classifica puntano nella stessa direzione. “Natale non decide il titolo, ma comincia a mostrare quali squadre sono in grado di mantenere il proprio livello nel periodo invernale, quando rotazioni e infortuni smettono di essere concetti teorici”.
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Dai campi
IL CALCIO ITALIANO
Più della terza vittoria di fila in campionato, della Juventus impressiona la settima nelle ultime otto partite. Nell’ultimo mese ha battuto tutte tranne il Napoli. Per trovare una tale continuità, una simile normalizzazione del concetto di vittoria bisogna tornare all’ultima stagione con Allegri in panchina. Prima di poter restituire alla Juventus una classifica da Juventus, quasi sotto traccia, fra ali di folla inconsapevole, Spalletti ha riportato dentro la Continassa l’abitudine al risultato.
Fino alla caduta al San Paolo veniva difficile riconoscerglielo. L’1-0 di Bologna e il 2-1 alla Roma hanno reso evidente la traccia del suo lavoro. Sono da Juventus anche certe circostanze paranormali che portano a conquistare le partite in modo sporco, com’è avvenuto dopo un primo tempo di rara consistenza. Il Pisa ha colpito due pali sullo 0-0 e per un’ora è stato più convincente, come spesso succede alla quadra di Gilardino. Sa stare benissimo in campo, toglie il fiato quando aggredisce, ma soffre gli ultimi 20 minuti di partita, specialmente contro squadra più attrezzate a cambiare la trama con qualche ingresso dalla panchina. Il Pisa ha fatto faticare Napoli e Roma, ha preso un punto al Milan, ma adesso non vince da sei partite e ne ha perse quattro.
“Anche se ridurre tutto alla riffa degli episodi sarebbe ingiusto, nei confronti di una ripresa che Madama ha almeno giocato con una convinzione e una continuità d’azione fin lì sconosciute, pure per l’innesto, a mezzora dal gong, di Zhegrova e David: il primo ricamava, l’altro riempiva l’area” – riconosce Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera.
Emanuele Gamba su Repubblica considera che “quando giochi male ma segni (e vinci), può darsi che sia l’anno tuo”. Nella sua analisi si legge che “Spalletti ha finalmente dato il via al rimpasto, presentando per la prima volta la difesa a 4 e costruendo la squadra sulla base di una linea di mezzali/trequartisti protetti alle spalle da Locatelli. Per lungo tempo non ha funzionato benissimo, un po’ perché Openda non è il centravanti più adatto per fare da terminale offensivo di una squadra costretta ad attaccare dentro un imbuto, un po’ perché sarebbe servito più movimento da parte dei quattro di mezzo, che invece si sono limitati ad ammucchiarsi in area (dove già c’era un mucchio di pisani) anziché cercare di allargare il gioco o variarlo, slabbrando la difesa nerazzurra”.
cameo Il figlio di Buffon contro la Juve
Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera: “Tra i numeri, una lacrima sul viso, all’entrata in campo di Louis Thomas Buffon, 18 anni oggi, figlio di SuperGigi e Alena Seredova. Che, da commossa mamma, era in tribuna per quelle foto che finiscono dritte nel cuore”.
protagonista Checco Zalone sembra Ronaldo
Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, Gabriele Romagnoli offre un parallelo tra Checco Zalone nel film Buen Camino e Cristiano Ronaldo per parlare di fama, ricchezza e paura del dopo. La ricchezza ostentata – piramidi per i compleanni, ville su isole inaccessibili, oggetti unici – è un modo per esorcizzare il timore di diventare irrilevanti. CZ7, questo ibrido fra Zalone e CR7, diventa il simbolo di un idolo che si costruisce un paradiso artificiale per continuare a sentirsi speciale quando la carriera finisce. I calciatori, scrive Romagnoli, muoiono due volte, e la seconda vita – senza folla, senza sponsor, senza applausi – può essere spaventosa. Tutti i gesti eroici e tutte le ostentazioni di grandezza servono a rimandare l’inevitabile: l’arrivo della solitudine. Dietro al mito c’è un uomo vulnerabile, come il personaggio di Zalone che scopre la propria [la prostatite, la macchia all’ecografia]. Comprare un’isola non protegge dalla noia, né dalla nostalgia di ciò che sei stato. “Nella sala natalizia in cui ho visto il film di Zalone – scrive Romagnoli – alla fine il pubblico ha applaudito, credo più per la conversione inscenata che per le risate provocate. C’è sempre un posto da aggiungere nella fila dei pellegrini diretti a Santiago di Compostela. In caso: buen camino, Cristiano”.
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I muscoli di Cristiano
Questa è una foto da guardare alla fine di tutti gli scroll dopo Fem Van Empel. Un corpo scolpito fino all’eccesso, lucido e granitico, perfetto. Un monumento. Come tutti i monumenti è più fermo che vivo.
No, Ronaldo non è un vecchio. È un dodicenne
Certe volte la realtà diventa più ridicola della finzione. Se ne dice sicuro Simon Briggs sul Telegraph ripensando alla partita del Portogallo in Irlanda del nord, la partita del primo cartellino rosso in nazionale per Cristiano Ronaldo.
carnet
Le partite di oggi
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Rafa Leão non ci sarà. Dopo una settimana di sensazioni positive, nell’ultimo allenamento ha sentito di nuovo un fastidio e Allegri non vuole rischiare. Neppure a Cagliari è scontato il rientro – ma per quel giorno potrebbe essere pronto Fullkrug. Così il tema è quale Leão ritroveremo, se la freccia laterale o l’apprendista centravanti. Al fianco di Pulisic ci sarà ancora Nkunku, il Corriere della sera sottolinea: 40 milioni e ancora zero gol. Tra voci di cessioni e la speranza del club che l’investimento si sblocchi. Il Milan ha preso solo due punti in tre partite contro squadre della zona bassa della classifica. Ha subito 6 gol nelle ultime tre partite, una fragilità mentale e tattica che preoccupano Allegri, in attesa del mercato dove resta prioritaria l’aggiunta di un difensore.
Il filo di Mina tra Cremona e Napoli
Le canzoni sono otto. È il numero di maglia che a Cremona porta Attilio Tassi. Gioca mezzala. In quel gennaio del 66 ha appena segnato due gol alla Biellese e uno sul campo del Treviglio. In serie C, uno come lui incanta. Le canzoni sono otto e il disco si chiama Mina canta Napoli, dove invece si stanno godendo Omar Sívori e José Altafini, aggiunti l’estate prima alla squadra che aveva vinto la Coppa Italia, mentre saliva dalla B alla A.
Il disco comincia con ‘Na sera ‘e maggio – il mese in cui nel calcio si festeggia in genere qualcosa – e finisce con Celeste – che non è ancora Azzurro [1968] ma quasi, siamo nei paraggi. Accanto agli otto pezzi di Mina in napoletano, da Te vulevo scurda’ a ‘O ffuoco, da Sciummo a Malatia, ce ne sono altri 12 di artisti vari, più uno cantato nella prima parte in napoletano e nella seconda in inglese. Si chiama Lassame / Let Me Go.
L’Inter di Chivu ha trascorso il Natale da sola in testa alla classifica, eppure manda ancora segnali di una squadra in costruzione. Paolo Tomaselli lo racconta stamattina sul Corriere della sera nella sua anteprima della partita di Bergamo. Chivu sente l’urgenza di una fase-2 del suo progetto: in sostanza stabilità, continuità negli scontri diretti, un’identità più solida. Tomaselli sottolinea che i risultati comandano su tutto e che il panettone mangiato da Chivu (“ai tre cioccolati”) è stato guadagnato sul campo, ma il margine d’errore resta minimo.
Per restare in vetta, serve un cambio di passo nel ciclo di partite che arriva: Atalanta, Bologna, Parma e Napoli. Tomaselli indica tre priorità tecniche. L’Inter deve ritrovare il miglior Çalhanoglu; deve risolvere la falla a destra dove l’assenza di Dumfries pesa, deve ritrovare una compattezza difensiva che comprenda anche il portiere. Sommer è di nuovo titolare a Bergamo.
L’Inter ha vinto tutte le sue ultime sei partite contro l’Atalanta, ma oggi la squadra dipende molto dai movimenti della coppia Thuram-Lautaro. Tomaselli coglie un Chivu motivato, che chiede ai giocatori di essere meno belli e più concreti, non parla di mercato per non mancare di rispetto al gruppo — pur lasciando intendere che qualche intervento sarebbe utile.
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32. Un’altra sconfitta di Conegliano con Milano
I punti di Paola Egonu contro Conegliano, nella seconda vittoria in un paio di mesi di Milano sulle campionesse d’Italia e d’Europa. Il posticipo della A1 è finito 3-1. Un supporto alle schiacciate dell’azzurra è arrivato dai muri della centrale serba Hena Kurtagic. Il quarto posto occupato da Chieri è di nuovo a portata di mano [-1]. È la prima sconfitta in stagione regolare per una Conegliano improvvisamente più fragile, già reduce dalla sconfitta nella finale mondiale dei club contro Scandicci.
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Tendenze
Lo sport che viaggia sul filo
il ciclismo sta spingendo più in là la frontiera del lecito, rifugiandosi in una zona grigia farmaceutica che non è doping dichiarato, ma una medicalizzazione estrema per aumentare la performance. È il senso del pezzo di Cosimo Cito su Repubblica, dove racconta che cos’è la borraccia degli ultimi kn, o la finishing bottle come si chiama in giro. Un simbolo di questa deriva non meno interessante del monossido di carbonio che i ciclisti si sono inalati fino alla sua messa al bando. Nella borraccia c’è un mix di sostanze al limite, fra cui il potente oppioide Tapentadol, dieci volte più forte del Tramadol, usato non per curare un dolore clinico, ma per spingere oltre il corpo in gara. Il movimento per un ciclismo credibile lancia un allarme doppio: 1] la credibilità dello sport è in pericolo. I record di velocità e certe prestazioni senza regole chiare alimentano nuovo scetticismo, 2] la salute dei corridori è a rischio se atleti sani si sentono costretti ad assumere farmaci per restare al passo di altri. Repubblica dice che finché l’UCI e la WADA non chiuderanno questa zona grigia, il ciclismo continuerà a convivere con ambiguità etiche e costi umani, come ricorda anche il riferimento alla morte di Sivert Bakken. Che però non faceva il ciclista.
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Discussioni
Come si chiamerebbe la Battaglia dei Sessi se fosse boxe
Aryna Sabalenka avrebbe potuto consegnare agli archivi del tennis, se non vogliamo dire allo storia, un 2025 pieno di tre finali slam, il titolo agli US Open, un’evoluzione tecnica evidente: dalla potenza ruvida dei suoi inizi è passata a una completezza che giustifica il numero 1 del mondo per il secondo anno consecutivo. Un periodo che dovrebbe essere celebrato. Invece ha rovinato tutto. Ha messo al centro della scena la Battaglia dei Sessi di Dubai. Se ne parlava qui qualche giorno fa a proposito di Joshua vs Paul. Il mondo della boxe è molto più feroce verso sé stesso e verso la purezza della sua classicità. Chiama con più facilità le baracconate con il suo nome. Altri sport lo fanno meno, si auto-assolvono. Non basta mettere un uomo contro una donna per avere la Battaglia dei Sessi. Aryna Sabalenka non è Billie Jean King. Non si sta battendo per i diritti di nessuna delle sue colleghe, quel circuito nato per rivendicare equità e diritti, finito a giocare le sue finali in un paese [l’Arabia Saudita] dove l’equità e i diritti sono messi in discussione. Obiezioni? Nessuna.
Tumaini Carayol sul Guardian ha definito la Battaglia dei Sessi “uno dei format più insensati mai concepiti”. La logica di Kyrgios è trasparente. Viene da tre anni di infortuni, ha giocato sei partite ufficiali, ha un futuro agonistico incerto. A trent’anni cerca incassi, finché può. Molto più significativa — e deludente — pare la scelta di Sabalenka.
La partita del 1973 fu “un momento cardine per lo sport femminile”. Mezzo secolo dopo, quella retorica nobile viene usata in modo cinico, per un engagement di bassa lega. Così dice Carayol, al quale questo evento pare “un autogol per Sabalenka e per il tennis femminile”.
Nessuno avrà qualcosa da imparare da questa messa in scena. Kyrgios resta fisicamente irraggiungibile. Perché sporcare il tennis femminile che è già uno spettacolo di prim’ordine? Se è per un bisogno di attenzione – scrive il Guardian – allora di dovrebbe puntare sull’eccellenza, non su confronti tossici. Il rischio è alimentare gli stessi dibattiti stanchi sui tre set o i cinque set. Il ruolo di chi guida la WTA dovrebbe essere l’opposto: proteggere il proprio sport, non aprire la porta a chi vuole denigrarlo.
Il contesto è diventato ancora più cupo. In un’intervista con Piers Morgan, Sabalenka ha attaccato la presenza di atlete trans nel tennis, eppure Carayol ricorda che “non esiste una sola donna transgender nel Tour WTA”. Ci sono invece “misoginie quotidiane”. Anche dall’interno. Sabalenka deve ignorarlo. Il Guardian le rimprovera di sedere oggi accanto a un uomo che ha ammesso un’aggressione all’ex fidanzata, ha dovuto smarcarsi da Andrew Tate e si porta dietro accuse di sessismo. L’attenzione non manca: la BBC trasmetterà l’evento, Sabalenka è volata da Jimmy Fallon, l’arena di Dubai avrà probabilmente 17.000 spettatori. Ma non tutta l’attenzione è oro. Carayol sottolinea che siamo nell’epoca “in cui gli influencer pugili guadagnano più dei pugili veri” ma nessuno potrà correggere il senso di questa serata: non c’è nessuna causa nobile. Solo soldi. Sabalenka e Kyrgios condividono anche la stessa agenzia. Il paradosso è feroce: nel suo miglior anno recente, il movimento femminile del tennis sceglie di spostare i riflettori su una trovata vuota. “Come sempre, il modo migliore per comprendere la grandezza del tennis femminile è guardare il tennis femminile”.
artefici
La morte della pioniera del calcio spagnolo
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Non poteva arbitrare. Non poteva allenare. Non poteva giocare. In Spagna, nel 1963, il calcio non era un posto per una donna. Amelia del Castillo trovò la falla in cui infilarsi: «Non dicevano nulla sul fatto che una donna non potesse essere presidente», raccontava a El País.
Aveva 18 anni quando nel suo paese, a Pinto, organizzò una squadra per un torneo regionale: «Io volevo giocare. Ero brava, ma era impossibile. Questa fu la mia maniera per restare nel calcio». Vinsero, convinsero, in autunno arrivò l’iscrizione alla federazione. Da quel giorno, Amelia del Castillo fu una pioniera autentica in un movimento che oggi è il primo al mondo, per tecnica, per risultati, per diritti conquistati.
Gestiva contratti, allenava come poteva, bussava a ogni porta per far crescere la sua creatura. Vicente Calderón, presidente dell’Atlético Madrid, la convocò per curiosità. Nacque un legame. Calderón fornì palloni, regalò maglie, mise a disposizione perfino i medici dell’Atlético. E il nome cambiò, da Flecha de Pinto diventò Atlético de Pinto.
Nel calcio, diceva, si sentì sempre trattata come una persona e basta. «Né privilegi né discriminazioni. Le barbarità arrivavano dalla gente comune. Ma io avevo il rispetto della mia gente». Nel 1975 ricevette anche la medaglia del merito sportivo di Madrid. La sua storia si incrinò quando un politico le intimò di farsi da parte: «Il calcio non è cosa da donne». Fu costretta ad allontanarsi per anni. Tornò nel 2000, quando il club la nominò presidente onoraria e lo stadio prese il suo nome. Sabato, Amelia del Castillo è morta a 82 anni. Pinto ha decretato tre giorni di lutto. «Una donna pioniera, esempio e riferimento», ha scritto il sindaco Salomón Aguado.
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Interpreti
Solo i cavalli commuovono Nikola Jokić
Un video dell’estate scorsa ha fatto il giro del mondo. Nikola Jokić in un ippodromo serbo, scoppia in lacrime di gioia mentre abbraccia il driver del suo cavallo. Quando aveva vinto l’anello NBA se ne era rimasto calmo, placido e freddo. Disse che finalmente era tutto finito e poteva tornare a casa, anzi poteva tornare dai suoi cavalli.
È in quel mondo che Jokić si sente intero e vero. Come racconta a Nick Friedell di The Athletic, «se da giovane ingoi un pelo di cavallo, non smetterai mai di amarli». Gli interessa tutto: come corrono, come respirano, come riposano. Li osserva, li allena, vorrebbe gareggiare in pista perché «mi manca quella sensazione in cui tu e il cavallo siete una cosa sola».
La scena che ha fatto il giro del mondo — quelle lacrime in pubblico — risponde a una domanda semplice: perché questo ragazzo che domina la NBA si scioglie per una corsa di ippica a Sombor? Il suo assistant coach ai Nuggets, Ogi Stojaković, offre una chiave di lettura: «Onestamente, penso che siano il suo primo amore».
Aaron Gordon ricorda la volta in cui ha camminato con lui per le strade della città. Lo chiamano per nome, lo trattano come sempre. «Capisci perché è così umile», dice. Perché lì non è una superstar. Per tutti è ancora lo stalliere. «Trova qualcosa di maestoso e puro nei cavalli. Gli danno una pace che non ha prezzo», aggiunge Gordon.
Jokić dice che quella è la sua via di fuga. «Loro non mi guardano come un giocatore NBA», spiega. I legami sono quelli di una vita. Il driver che ha vinto è un amico di famiglia, «peschiamo insieme, beviamo insieme, perdiamo insieme, vinciamo insieme». Il figlio è stato il suo testimone di nozze. Cam Johnson, nuovo compagno a Denver, lo dice ridendo: «A parte la famiglia, non credo di amare qualcosa quanto lui ama i cavalli». E Bruce Brown aggiunge: «A volte mostra più emozione lì che in partita».
Perché i cavalli per Jokić significano libertà, radici e memoria. Li segue da ogni angolo del mondo, si consulta con gli amici di sempre. Quando qualcuno a Sombor chiede: – Dov’è Nikola, la risposta è sempre la stessa: «Nikola è nella sua scuderia con i cavalli. È là che è felice».
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L’ultimo scroll
L’Equipe celebra Holly e Benji
In Francia arrivò nell’autunno del 1988 e fu una rivoluzione. Un cartone animato sul calcio arrivava dal Giappone, lo trasmetteva La Cinq e avrebbe conquistato una generazione. Il campo era lungo quanto un’autostrada, il pallone si deformava in aria, il tempo si dilatava. Titolo: Olive e Tom (Captain Tsubasa), una serie che avrebbe avuto un impatto sui campioni del futuro. Olive e Tom non è altro che Holly e Benji, il fenomeno a cui L’Equipe dedica oggi la prima di sei puntate di una serie su fumetti e calcio. «Mi dicevo che un giorno sarei diventato come lui», ha ricordato Lionel Messi, intervistato da L’Équipe, spiegando come Olivier Atton abbia alimentato i suoi sogni da bambino.
Il creatore, Yoichi Takahashi, era cresciuto nel baseball. Aveva scoperto il calcio solo a 18 anni, guardando l’Argentina di Kempes al Mondiale ‘78. Maradona e Kazuyoshi Miura diventarono i modelli per il protagonista del manga, in Giappone vendette oltre 90 milioni di copie. La prima versione animata arrivò a 128 episodi, una progressione vertiginosa per un autore che – come nota la ricercatrice Bounthavy Suvilay – visivamente libero fino all’improbabile. Il suo obiettivo non era la precisione anatomica, era l’azione a dover esplodere.
La formula funzionò perché in Europa il calcio era già una religione. Il racconto a episodi creava immedesimazione: Atton, gli avversari che diventavano protagonisti a loro volta, ognuno con un talento, un trauma, un carattere. Come osserva Suvilay, «il vero fascino era negli altri, non erano mai perfetti ma non erano mai neutri».
A portarlo in Europa era stato Silvio Berlusconi. L’allora presidente del Milan programmò il cartone prima su Italia 1, poi su La Cinq. Il jingle francese è diverso dall’originale. L’audience decollò quando nel ’91 arrivò su TF1. Il paradosso è che gli elementi meno realistici diventarono i più amati. Una corsa poteva durare minuti interi. Un tiro poteva assumere forme impossibili. Nel 2013 uno studente giapponese calcolò la lunghezza del campo in 18 chilometri. Le mosse speciali — la catapulta infernale, il tiro dell’aquila — alimentavano l’immaginazione, anche se Tahahashi spiegò che «cerco di non oltrepassare il limite che ci farebbe cadere nella fantascienza pura».
Chi è cresciuto con la serie lo conferma: «Finivi una puntata e correvi a giocare», dice il giornalista Sébastien-Abdelhamid. Il culto è stato tramandato. Il Valenciennes ha una maglia ispirata alla New Team. Gignac porta Atton tatuato. Mbappé ha incontrato Takahashi durante un viaggio in Giappone, «un onore» per il campione del mondo.
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