Agrigento
52 giorni a Milano
La fiaccola olimpica e le fiamme di Camilleri

Il primo legame che viene in mente tra il fuoco e Andrea Camilleri è minimalista. È la fiamma breve dell’accendino, il gesto ripetuto e quotidiano con cui accendeva la sigaretta, come se quel piccolo incendio fosse un modo per rimettere ordine nel mondo. Il fuoco non serviva a illuminare ma a pensare, una brace domestica e controllata che dava il tempo alle parole di disporsi. In quel secondo sospeso, prima dell’aspirazione, la realtà smette di correre e accetta di farsi raccontare.
Oggi che il fuoco di Olimpia tocca la provincia di Agrigento e resta a dormire fra i templi, viene da ripensare al fuoco in Camilleri come un bagliore ricco di sfumature metaforiche. La zona di Porto Empedocle e di Agrigento, dove il commissario Montalbano indaga nella Vigata immaginaria delle due avventure, è una terra che brucia d’estate. Il fuoco è il simbolo del caos che irrompe nella quiete apparente della bella stagione siciliana, un’irruzione violenta che distoglie Montalbano dalle indagini. In Morte in mare aperto [Sellerio, 2014], Livia e Salvo assistono per caso all’incendio dell’albergo Panorama. Riescono a salvarsi il proprietario e sei clienti. Ma c’è fuoco nella passione di Montalbano e della sua fidanzata storica, c’è fuoco in modo più leggero nelle cucine che il commissario frequenta, il fuoco che prepara la pasta ‘ncasciata o la fiamma sotto la padella dei purpiceddi.
Il fuoco di Camilleri è in Autodifesa di Caino, quando i due fratelli s’incontrano dopo l’omicidio. Il fuoco acceso nel deserto simboleggia il loro ricongiungimento e il perdono, con la citazione finale di Borges. “Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: «Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima ». «Ora so che mi hai perdonato davvero» disse Caino «perché dimenticare è perdonare»”.
E il fuoco riappare da protagonista in un testo di Camilleri che introduce La volata di Calò di Gaetano Savatteri. “A un tratto mi venne di traversare un paesaggio che mi sembrò un’immagine dell’inferno dantesco. Decine e decine di alberi troncati, arsi, anneriti dal fuoco, le stoppie diventate macchie scure sulla terra uniformemente bruciata, non un filo d’erba, niente più che fosse vivo”.
Oh, comunque c’è anche un Camilleri più calcistico e tempo fa se ne parlava qui