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# 4 giorni al GP di Interlagos in F1
► JASMINE PAOLINI non riuscirà a qualificarsi per le semifinali del Masters femminile di Riad. Ha perso anche la seconda partita con Cori Gauff [6-3 6-2]. Le restano una partita ininfluente da giocare domani con Jessica Pegula e una chance in doppio con Sara Errani: partita decisiva oggi con Viktoria Kudermetova e Mertens – le vincitrici di Wimbledon.
◇ David Beckham è stato fatto cavaliere dal re d’Inghilterra, ma non come al Quirinale. È stato fatto cavaliere come nei libri delle favole, tipo che si è inginocchiato, ha tenuto la testa bassa e il re gli ha posato la spada sulla spalla, forse – forse – prima l’ha pure tirata fuori dalla roccia.
◇ Desiré Doué ha vinto il premio Golden Boy che Tuttosport assegna al miglior under-21 dei campionati europei
◇ La Virtus Bologna ha vinto l’anticipo di campionato a Varese [83-77] e si tiene in testa alla classifica aspettando Brescia-Milano di oggi, la riedizione della scorsa finale di Supercoppa. Diciassette punti per Niang e 15 per Edwards. Giorgio Burreddu sulla Gazzetta ha scritto che “bisogna fare grandi complimenti a Varese per una partita piena di energia”.
Il catenaccio non esiste più
Marcello Lippi
In Europa ci hanno rubato la idea
La Champions italiana è ancora un desiderio inespresso. Su 14 partite le vittorie sono state cinque, il 35 percento, e tre sono venute dall’Inter. Le altre squadre sono ferme a 2 su 11 [18%]: neppure con il tiro da tre ormai si sbaglia così tanto. Sette delle otto squadre che in classifica sono dietro a Napoli e Juventus stasera hanno la chance aritmetica di passare davanti. Ne bastano quattro per farle scivolare entrambe fuori dalla zona che vale il passaggio ai play-off: che non sono la qualificazione agli ottavi di finale, ma il suo ultimo desiderio – ancora.
Cosa stia accadendo si spiega come sempre con una somma di fattori, nei quali vanno compresi pure il caso e certi infortuni, ma il caso e certi infortuni agiscono pure quando le cose vanno bene e ci scappa una finale. Su un altro fronte, ma in ogni caso agiscono. Nella classifica stagionale UEFA, l’Italia continua a galleggiare all’ottavo posto, davanti alla sola Francia fra i tornei dell’élite, dietro Inghilterra, Germania e Spagna, ma pure dietro Portogallo, Polonia, Danimarca e Cipro. A metà strada per due delle quattro, suona come un allarme serio, se non già come una sentenza.
Segnali di Juventus
Ci ha imprigionato il catenaccio altrui. Come in quel famoso aneddoto su Bruno Pesaola: ci hanno rubato la idea. Fabio Licari sulla Gazzetta ha scritto che comunque “Resta la Juve più bella della stagione, all’attacco dall’inizio all’ultima goccia di sudore del recupero, alla ricerca ossessiva, ma mai insensata, del gol, e qui le lezioni del prof Luciano si vedono già. Due partite sono poche per giudizi definitivi, ma la mano di Spalletti non può essere contestata. C’è una Juve diversa adesso, tatticamente più fluida e offensiva, meglio organizzata, con carattere e personalità. Anche bella. Se un’italiana avesse fatto come lo Sporting, due azioni pericolose e poi tanto contenimento, possesso, attacchi individuali e perdite di tempo, avremmo parlato di solito viziaccio “italianista”: per una notte i ruoli si sono invertiti”.
Licari considera pure che “Vlahovic sembra tornato quello della Fiorentina, un toro che lotta su ogni pallone, anticipa il difensore, va al tiro con facilità. La maglia non gli pesa più addosso, i movimenti sono coordinati e potenti. Se Vlahovic è sempre così, i gol a raffica saranno solo questione di tempo (e di portieri meno ispirati)”.
carnet
Le partite di stasera [non tutte]
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qarabag vs chelsea
COSA SUCCEDE IN CITTÀ È stato inaugurato un centro culturale per il “mugham” – la musica tradizionale – con teatro, cinema, sale e un anfiteatro all’aperto per diffondere la cultura della regione di Karabakh. Il piano urbanistico prevede che Agdam diventi una città smart con zone verdi [parchi, canali, lago artificiale], edifici moderni ispirati alla tradizione locale, infrastrutture pensate per attrarre non solo residenti ma anche nuovi investimenti.
ajax vs galatasaray
LO SPECCHIO Wout Weghorst e Hakan Şükür | Weghorst all’Ajax è un gigante che cammina come se il campo fosse suo: colpi di testa, sponde e passaggi lunghi. Şükür al Galatasaray era il predatore perfetto: passo corto, scatto letale, intuito infallibile. Nello specchio c’è il contrasto tra due forze e due leggerezze differenti.
COSA SUCCEDE IN CITTÀ La crescita demografica di Amsterdam rallenta: nel 2024 la città è cresciuta di solo 2.626 persone, molto meno rispetto agli anni precedenti. Molti residenti segnalano un peggioramento della qualità della vita: minor coesione sociale, più disturbo, sensazione di insicurezza.
benfica vs bayer leverkusen
LO SPECCHIO | Nicolás Otamendi e Lúcio. Otamendi è il generale della difesa portoghese: un muro dietro ma con i suoi passaggi si trasforma in un ponte con l’altra metà della squadra. Lúcio era il difensore con un cuore da attaccante, rompeva le linee e trasformava ogni rilancio in un pericolo.
COSA SUCCEDE IN CITTÀ Le autorità portoghesi hanno intercettato un semi‑sottomarino carico di circa 1,7 tonnellate di cocaina, nell’ambito di un’operazione internazionale.
bruges vs barcellona
COSA SUCCEDE IN CITTÀ Il Comune ha lanciato un appello ai visitatori affinché non rimuovano i ciottoli dalle strade storiche: si stimano 50‑70 pietre al mese sottratte dagli angoli più turistici, con costi che superano i 200 euro a metro quadro per la riparazione. Le autorità stanno anche adottando misure per limitare l’over‑turismo: divieto di apertura di nuovi alberghi nel centro storico e stop a nuovi permessi per case vacanza.
inter vs kairat
IL TEMA Dice Cristan Chivu che Lautaro «deve sorridere di più, essere felice. A volte invece mi sembra che le responsabilità lo annebbino e non è il caso». È la seconda volta che si esprime da maestro zen. Dopo Napoli-Inter era rimasto turbato da quella canèa sotto le panchine e alla fine delle partita giurò che per coerenza lui non si sarebbe mai lamentato. Potremmo aver trovato un bel protagonista, speriamo che il tempo non lo guasti e che diventi il Cafu delle panchina, fuori dalle esasperazioni di cui pare sia obbligatorio nutrirsi: la garra, la cazzimma, quella roba là. Antonio Barillà su La Stampa fa notare che “dopo Allegri che ne ha fatto un marchio, dopo Spalletti che l’ha invocata appena insediato, la voglia di leggerezza contagia l’allenatore nerazzurro, bella eccezione con il suo punteggio pieno in una Champions avara per le squadre italiane”.
manchester city vs borussia dortmund
IL DUELLO MAI VISTO | Colin Bell vs Matthias Sammer | Colin Bell è stato il King of the Kippax, regista box-to-box degli anni in cui il City si affermava internazionalmente. Ebbe un ruolo decisivo nel City che dal 1968 al 1970 vinse senza sosta il campionato, la FA Cup, la Coppa di Lega, la Coppa delle Coppe. È morto quattro anni fa. Il Guardian scrisse che “non era una superstar ma un calciatore brillante. Non seppe mai quanto fosse davvero forte. Un uomo silenzioso, discreto”. Sammer è stato un interprete prezioso del ruolo di libero-metronomo con il Dortmund, vincitore di un Pallone d’oro.
COSA SUCCEDE IN CITTÀ La città continua a puntare sull’espansione abitativa e sul recupero edilizio: nel quartiere Victoria North è in fase avanzata il progetto Riverside, con tre torri residenziali che aggiungeranno oltre 600 case. Si fa strada anche l’iniziativa CyanLines, un progetto che collegherà per 100 miglia vie d’acqua, parchi e canali in città per favorire mobilità dolce e spazi verdi integrati.
newcastle vs athletic
COSA SUCCEDE IN CITTÀ Il marchio di bakery‑pub Greggs ha inaugurato nella città i locale Golden Flake Tavern, un esperimento che fonde la tradizione della pasticceria britannica con l’atmosfera del pub locale, menu rivisitati e birre artigianali.
marsiglia vs atalanta
LO SPECCHIO | Angel Gomes e Cristiano Doni. Gomes è un creativo, muove il pallone, tocchi rapidi, dribbling. Doni aveva il passo, la visione, il lancio. Nello specchio tra i due si vede l’evoluzione del gioco di mezzo.
COSA SUCCEDE IN CITTÀ Al museo MuCEM è esposta l’ultima ghigliottina utilizzata in Franci. Fa parte della collezione donata da Robert Badinter, l’ex ministro della Giustizia che guidò l’abolizione della pena di morte nel Paese.
Djokovic e il Masters: vado, non vado, vado
Sospeso tra la voglia di continuare e la necessità di dosare le energie, Novak Djokovic ha appena raggiunto il 225esimo quarto di finale della sua carriera, questa volta in Atene, dove la sua famiglia ha trasferito il torneo Atp originariamente previsto a Belgrado. Dopo la vittoria contro Tabilo [7-6, 6-1] ha spiazzato tutti dicendo che per la partecipazione al Masters di Torino deciderà alla fine del torneo, rimettendo in discussione la sua presenza nonostante il presidente federale Binaghi avesse già confermato la partecipazione. Più che una marcia indietro, pare un orgoglioso messaggio: l’annuncio lo do io, non Binaghi.
Ma il dilemma è reale e ne parla Marco Iaria sulla Gazzetta: Djokovic sta cercando di gestire le forze e concentrarsi solo sui tornei che contano davvero, i quattro Slam. Quest’anno ha ottenuto la qualificazione alle Finals per l’ottava volta di fila, giocando appena dodici tornei e raggiungendo le semifinali in tutti gli appuntamenti principali. Dopo gli US Open si era visto solo a Shanghai, dove aveva sofferto le condizioni climatiche; ora è tornato in campo in Grecia, accolto dal pubblico della sua città d’adozione. Nel match contro Tabilo, scrive Iaria sulla Gazzetta dello Sport, Djokovic ha mostrato qualche segno di fatica fisica, pur mantenendo il controllo tecnico del gioco: “Più che l’avversario, è stato il fisico a impensierire Djokovic… Poi, una volta vinto l’incontro, si è avvicinato alla rete come a dire: ‘Anche questa è andata’.”
Nole si è trasferito in estate con la moglie Jelena e i figli, dopo alcune tensioni politiche in patria: «Il trasferimento in Grecia non l’ho pianificato da molto tempo. Negli ultimi due anni sono successe tante cose… Ad Atene le persone sono molto gentili e amichevoli con noi», sono le sue parole. E nonostante le voci di ritiro ha chiarito il suo stato d’animo: «Non gioco a tennis solo per i risultati. Mi piace la competizione, mi piace ciò che il tennis porta a me e alla mia famiglia, e ciò che io porto al tennis».
I Panda dei rovesci a una mano
MUSETTI VS WAWRINKA | ATENE – PRIMO TURNO
Alle decisioni di Djokovic è parecchio interessato pure Musetti. Si è iscritto al torneo di Atene per provare a scavalcare di nuovo Félix Auger-Aliassime e conquistare un posto per Torino. Oppure sarà la riserva che aspetta un ritiro. Oggi comincia da una sfida che contiene un passaggio di testimone simbolico, stilistico. Stan Wawrinka, 39 anni, è stato un artigiano del rovescio a una mano, l’ultimo superstite della generazione che osava sfidare Federer e Nadal sul piano estetico. Musetti è il suo erede spirituale per sensibilità e geometrie di gioco. Entrambi legano il tennis alla forma e al rischio, più che al calcolo; entrambi hanno costruito la propria carriera attorno a un gesto che nel tennis moderno è quasi un atto di resistenza. Una partita che promette un duello di linee eleganti e di fragilità emotive: Wawrinka cerca ancora scampoli di ritmo perduto, Musetti alterna lampi di genio a improvvisi vuoti d’aria. Due giocatori che vivono il tennis come mestiere e arte, non come algoritmo.
su Sky Sport
Il debutto di Moez Echargui. Età: 32 anni
Parla con voce calma, musicale, ma sul campo Moez Echargui è un piccolo vulcano: il rovescio netto, l’energia nei gesti, l’oscillazione tra l’italiano fluente e l’arabo. Vive in Italia, viene da La Marsa, Tunisia, e a trentadue anni ha il viso di un ragazzo. I capelli ricci, l’apparecchio ai denti, due anelli all’orecchio sinistro. «Quando dico agli altri giocatori che ho 32 anni, non ci credono», ride in francese — una delle cinque lingue che parla correntemente.
Julien Reboullet racconta su L’Équipe la storia di un tennista che arriva tardi sulla scena, ma con una serenità disarmante. Numero 140 del mondo, Echargui è pronto a giocare il suo primo match nel circuito maggiore dell’ATP, al Moselle Open di Metz. “Dal 1990, solo due giocatori hanno atteso più a lungo di lui prima di debuttare nel circuito principale” spiega L’Equipe. Terzo in questa curiosa classifica, dietro Jan Mertl e Matija Pecotic, Echargui diventa uno dei debuttanti più tardivi della storia recente.
«Di solito, se uno deve arrivare a questo livello, ci arriva molto prima, è vero. Ma io ho solo sette anni di carriera», spiega. A sedici anni era tra i 100 migliori junior del mondo, poi gli infortuni e le difficoltà economiche lo hanno spinto lontano. «A diciotto anni, con i miei genitori, abbiamo deciso che partissi per studiare in Nevada, con il tennis universitario in parallelo». Ha fatto cinque anni negli Stati Uniti, ha preso una laurea in ingegneria informatica e ha seguito un percorso di crescita personale: «Lì sei da solo, lontano da casa, e impari su tutti i piani».
Per molto tempo il grande tennis gli ha voltato le spalle. Ma gli ha lasciato due ricordi che – scrive Reboullet – “restano immensi per la vita”: aver interrotto la serie di Marcos Baghdatis in Coppa Davis e aver giocato alle Olimpiadi di Parigi, strappando un set a Dan Evans.
«Alla fine della scorsa stagione, dopo un nuovo stop, ero sceso dal 260° al 500° posto. I miei allenatori mi hanno detto: Moez, cosa vuoi fare? Hai 32 anni, pensi a un’altra strada?». Echargui ha risposto no, non voleva smettere. Voleva un declic e lo ha trovato. È diventato un adepto della meditazione e della visualizzazione. Racconta: «Non conosco il nome del mio prossimo avversario finché non apro la mail che l’ATP ci manda la sera prima, con la programmazione. Cerco di staccarmi e concentrarmi su di me».
Il tennis cambia — dice — e con esso i tempi del corpo. «Si vedono atleti che continuano la carriera dopo i quarant’anni, quindi…». Il suo tennis è «intensità, la prima parola che mi viene in mente. Non sono un grande battitore, quindi il resto deve essere feroce. Diciamo che a volte entro in una modalità in cui soffoco gli avversari con la mia rapidità».
Ha rischiato due volte l’eliminazione nelle qualificazioni di Metz, il caso gli ha aperto la porta con il forfait di Daniil Medvedev. È stato ripescato direttamente al secondo turno. Giocherà dunque sul Centrale per un posto nei quarti di finale, contro la grande promessa americana Learner Tien [19 anni, 39°]. Tredici anni li separano, ma il debuttante è lui.
su Sky Sport
▥ In un’intervista con Federico Ferri, direttore di Sky Sport, Jannik Sinner è tornato sulla indisponibilità a giocare quest’anno le finali di Davis a Bologna: «Sono orgoglioso di essere italiano – risponde nell’estratto diffuso ieri – molto felice di essere nato in Italia e non in Austria o da un’altra parte: questo Paese merita molto di più, anche di quello che sto facendo io. Alcuni dicono che l’Alto Adige sia diverso, la Sicilia è totalmente diversa: però è anche la nostra fortuna, la forza è nelle differenze». Oggi l’intervista integrale.
Le finali WTA: le partite di oggi
Rybakina vs Keys
In apparenza solo potenza contro potenza, in realtà è un duello di silenzi. Rybakina gioca senza mostrare emozioni, come se il tennis fosse un’equazione. Keys vive di cuore e di slanci, quando sbaglia si piega come chi ha perso molto più di un punto. Una partita che in Arabia Saudita pare ancora più simbolica: sono due donne che colpiscono forte in un luogo dove la forza femminile è ancora una rivoluzione.
Swiatek vs Anisimova
Un incontro che sa di fantasmi. È la partita del 6-0 6-0 in finale a Wimbledon. Dopo un anno senza tennis per ritrovare la sua serenità, Anisimova si era ritrovata e ha rischiato di restare sbriciolata su quell’erba dalla giocatrice più implacabile del circuito. Invece si è rimessa in piedi, si è presa una rivincita, uno 0-6 l’ha preso la polacca nell’ultima partita di Riad. Swiatek si travesta da macchina impietosa, ma poi chi lo sa. La perfezione presunta contro la memoria del dolore.
charlie brown Roberto Donadoni
Roberto Donadoni. Esatto. Quel Roberto Donadoni. Non il sacerdote che una decina d’anni fa conversò con Fausto Bertinotti su globalizzazione, socialismo e cristianesimo [Sempre Daccapo]. Roberto Donadoni nel senso di Roberto Donadoni, l’ex ala che Giuseppe Pacileo oltre trent’anni fa non amava, pensava fosse un passaparola mediatico, lo aveva soprannominato L’Eco di Bergamo. Insomma: lui. Poco meno di una settimana dopo Spalletti, un altro vecchio c.t. della Nazionale torna in panchina. Qui l’affare è perfino più complesso perché ra fuori dal giro da cinque anni, fuori dall’Italia da sette e le sue interviste in tutto questo tempo erano più colme di ricordi che di prospettive. Ma ha solo 62 anni, così stamattina non c’è da chiedersi perché abbia scelto lo Spezia ma perché sia stato fuori così tanto.
“Resta un’anomalia che un tecnico come lui debba ricominciare dall’ultimo posto della Serie B, ma questo è il calcio” scrive Andrea Schianchi per la Gazzetta. Roberto Donadoni è stato un paio di volte almeno la persona giusta nel posto giusto al momento sbagliato. È stato l’ultimo c.t. dell’Italia per il quale un’eliminazione contro la Spagna è stata considerata contro pronostico, una mezza disfatta. Successe peraltro ai rigori agli Europei del 2008, stava cominciando l’era del tiki taka e non lo sapevamo. È stato pure l’ultimo allenatore di De Laurentiis a Napoli prima del decollo, e in un pezzo memorabile su Repubblica Gabriele Romagnoli scrisse che probabilmente venne licenziato con una frase rubata a Sorrentino: «Donadoni, il calcio è un gioco e lei è un uomo fondamentalmente triste».
“È noto – scriveva Romagnoli – che tra un uomo bravo e un brav’uomo non c’è un confine, ma un abisso e Donadoni è sprofondato dalla parte sbagliata. Come presidente si è sempre trovato un cugino di Belzebù”. Ricordò una frase di Demetrio Albertini su di lui [«Se parlasse di meno sarebbe meglio»] e considerò che “se parlasse di meno sarebbe muto” mentre qui e ora – sono di nuovo parole di Romagnoli – “un allenatore è un ayatollah, un predicatore da pulpito di conferenza stampa, il detentore unico della verità rivelata in forma cifrata (4-3-1-2 o 3-5-2, poco importa, invertendo l’ordine dei giocatori il prodotto non cambia). È un attaccante, non un difensore: deve accusare tutti e scusare soltanto se stesso. Deve prendersela con i colleghi, gli avversari, i propri giocatori, gli arbitri, il calendario, le fasi lunari e le usanze religiose. Deve impersonificare la sicumera e non assumerne la maschera facendosi crescere il pizzetto. Se ci riuscirà, un giorno anche Donadoni sarà un allenatore felice. Ma che tristezza”.
Chi lo sa in quale versione torna. Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio lo definisce “un atto di giustizia” e scrive: “Gli auguro di aggiungere al buonsenso e alla competenza, che gli appartengono, quel pizzico di rabbia maturata nella fase dell’espiazione di una colpa mai commessa”.
iron man Il prossimo allenatore della Fiorentina
Alberto Polverosi interviene sul Corriere dello sport-stadio con un commento duro e disilluso sulla crisi totale della Fiorentina — una crisi che non è solo tecnica, ma anche societaria e identitaria. Polverosi racconta la fine del ciclo di Stefano Pioli, esonerato dopo giorni di caos tra richieste di dimissioni e trattative per la risoluzione del contratto. La squadra sarà affidata provvisoriamente a Daniele Galloppa, ma tutto il club è in uno stato di smarrimento, “fra la società e la squadra non si sa chi sta peggio”.
Polverosi punta il dito soprattutto contro la gestione di Rocco Commisso, troppo lontano fisicamente e simbolicamente da Firenze: il patron, scrive, non può guidare una società “a ottomila chilometri di distanza” [mmm – editoriale di Slalom]. La sensazione è di una Fiorentina senza guida, senza nervi e senza sangue, con ruoli dirigenziali rattoppati da promozioni interne [Ferrari, Goretti] e una squadra che scivola sempre più verso la zona retrocessione. Dal Corriere dello sport-stadio arriva quasi un appello: il nuovo allenatore non dovrà essere semplicemente un buon tecnico, ma un leader carismatico, “un domatore di leoni” capace di scuotere un gruppo spento, di restituire identità e orgoglio. Non serve uno che “provochi una scossa”, scrive Polverosi, ma “un elettroshock”.
Infine, il discorso si allarga: anche se la squadra dovesse salvarsi, la società dovrà ricostruire il legame con la città. L’isolamento al Viola Park e le tensioni legali con il Museo Fiorentina sono per Polverosi il simbolo di una frattura profonda tra club e ambiente. Il monito finale: “La Fiorentina è Firenze, mai dimenticarlo”.
L’ultimo dei Maldera
È morto l’ultimo dei fratelli Maldera, Attilio, quello di mezzo, sugli album delle figurine era Maldera II. Aveva 76 anni, era nato a Corato, in provincia di Bari. L’ultimo di una stirpe gentile che ha attraversato il Milan come una storia di famiglia, di lavoro e di calcio. Prima Gino, poi Aldo, infine lui. Tutti rossoneri, tutti figli della stessa educazione.
“Erano buoni, uomini gentili e dolci, lavoratori, legatissimi” scrive Germano Bovolenta sulla Gazzetta. Il padre Antonio arrivò a Milano nei primi anni Cinquanta con la moglie Antonia e due figli piccoli. Prese una bancarella all’Ortomercato, poi un negozio di frutta e verdura a Bresso, infine un motocarro. Diceva: «Vedrete che qui staremo bene, Milano è grande, a Milano c’è lavoro per tutti». Era l’Italia che si spostava in cerca di futuro, e i Maldera portarono con sé il proprio, dentro un pallone. Gino, il maggiore, diventò Maldera I: difensore centrale elegante, vinse la Coppa dei Campioni. Attilio crebbe nel vivaio ma non arrivò alla prima squadra. Aldo, il più piccolo, fu il terzino fluidificante della stella, con lo stadio che cantava «Rivera/Maldera/Italia rossonera».
Attilio non ne fece un dramma. Diceva: «Non eravamo gelosi. Io non ho mai giocato in Serie A, pazienza. Ma non tutti i Maldera potevano fare i titolari nel Milan». Si era rotto il famoso ginocchio, ma Cesare Maldini lo stimava: «Fisicamente è perfetto, il migliore dei tre». Giocò in Serie B — Cesena, Bari, Alessandria — e chiuse in C2, al Sant’Angelo Lodigiano, prima di allenare le giovanili del Milan. Il padre li portava agli allenamenti con un motocarro Guzzi che faceva un rumore d’inferno. «Si arrivava rintronati», ricordava Attilio. Aldo diceva che voleva diventare calciatore solo per poter comprare al padre un camioncino nuovo. Oggi che anche Attilio se n’è andato, si chiude la loro storia. Bovolenta scrive che resta l’immagine di una famiglia che ha vissuto il calcio come un mestiere onesto e una forma d’amore.
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Tendenze
Il mucchio selvaggio in testa alla Superlega
C’è un mucchio selvaggio lassù pure nel campionato di pallavolo. Mario Salvini sulla Gazzetta dello sport racconta l’inizio anomalo e spettacolare della stagione di Superlega, senza padroni, nessuna squadra è mai uscita dal campo a zero set vinti nell’ultima giornata — evento raro, quasi inedito. Salvini osserva che mai, dal ritorno al formato a 12 squadre [2018-19], si erano visti così pochi 3-0 nelle prime quattro giornate: sono appena 7, cioè il 29% delle partite. Negli ultimi anni erano stati molti di più. “Così pochi 3-0 significano che solo due squadre ne hanno imposti più di uno: Verona capolista e Trento campione in carica”, scrive.
Anche le squadre più in difficoltà, come Grottazzolina, hanno comunque lottato: un solo 0-3 subito, peraltro contro la prima in classifica. Il dato, spiega Salvini, segnala un equilibrio diffuso e un livello medio alto che rende ogni partita aperta, con effetti positivi anche sul pubblico: “L’affluenza nei palazzetti è cresciuta, nonostante due dei quattro turni fossero infrasettimanali”.
In testa c’è Verona, sorpresa e unica squadra a non aver ancora lasciato punti per strada. Dietro, Perugia [campione d’Europa] e Trento [campione d’Italia] non dominano: entrambe hanno già perso set o partite, e navigano in un gruppo denso di contendenti. Prossima giornata: Civitanova-Verona e Piacenza-Perugia. Un successo dei veneti, scrive Salvini [senza parentela], “oltre a provare definitivamente che gli equilibri stanno mutando, potrebbe innescare un loro tentativo di fuga”.
Jacobs non si ritira, si restringe: sta pensando agli Europei
Ullallà, Jacobs chi si rivede, dice la Gazzetta. Ferme tutte: che succede. Succede che Andrea Buongiovanni racconta il momento sospeso di Marcell Jacobs, dopo i Mondiali di Tokyo in cui è stato eliminato in semifinale nei 100 metri e nella 4×100. Aveva lasciato intendere un possibile ritiro, confessando di essere esausto: «Devo capire se vale la pena continuare… Non ho più 22 anni, le rinunce pesano».
Da allora, Buongiovanni ricostruisce le settimane di silenzio: un periodo di riflessione tra Florida, Bali e Seul, senza annunci ufficiali ma con segnali che ora fanno pensare che Jacobs non sia pronto a dire addio. Ora si prepara a un mese di lavoro fisico in vista della prossima stagione, probabilmente ancora con il coach Rana Reider, attualmente in Cina.
Buongiovanni passa in rassegna anche le ipotesi tecniche valutate — da gruppi di allenamento in Florida fino a università come la North Carolina A&T — spiegando che per ora sono state scartate. Marcell resterà a vivere in America, con la famiglia, mantenendo però un legame forte con Desenzano, dove ha aperto il suo centro sportivo.
Dopo la stanchezza e i dubbi, la voglia di competere sta tornando. Gli Europei di Birmingham del 2026 diventano il nuovo obiettivo. “Nella storia, vada come vada, c’è già – conclude Buongiovanni – e non lo toglierà nessuno: un terzo oro continentale consecutivo sui 100 lo renderebbe leggenda”.
Il cammino di Achille Polonara
Lia Capizzi sul Corriere della sera racconta stamattina il percorso terapeutico di Achille Polonara, che dopo un tumore al testicolo due anni fa sta affrontando una nuova malattia: la leucemia mieloide acuta. Capizzi racconta il suo cammino medico ed emotivo: dal trapianto di midollo a Bologna, con una donatrice americana compatibile al 90%, fino alla gravissima complicazione sopraggiunta il 16 ottobre — un’embolia cerebrale che lo ha portato al coma farmacologico. Nel pezzo c’è la paura della moglie Erika Bufano, la protezione del mondo del basket che ha mantenuto il silenzio per rispetto, e infine la lenta risalita: Polonara è sopravvissuto, parla della sua esperienza con gratitudine e ironia [«non vi liberate così facilmente di me»], sta riacquistando mobilità e ha potuto tornare brevemente a casa.
Il tono è commosso e positivo: la strada resta in salita, ma ora c’è una prospettiva di ritorno alla vita, alla famiglia e alla normalità. Dopodomani rivede figlia e figlio.