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#1 giorno a Italia vs Israele
► NELLE GARE di qualificazione ai Mondiali hanno vinto l’Olanda, la Croazia, la Danimarca e la Scozia. Hanno stupito le Isole Faroe con il 2-1 sulla Repubblica Ceca e hanno riaperto una chance per andare ai play-off.
◇ Il Ghana è la ventunesima squadra qualificata per i Mondiali di calcio, la quinta che viene dall’Africa. È stata decisiva la vittoria per 1-0 sulle Isole Comore. Si tratta della quinta qualificazione per il Ghana, stasera potrebbe arrivare la prima di sempre per Capo Verde in caso di successo su Eswatini [se ne parlava qui qualche giorno fa]
◇ Prima di partire per i Mondiali in Indonesia, la Nazionale di ginnastica artistica è stata in ospedale a far visita a Lorenzo Bonicelli, infortunato a Essen nel luglio scorso.
◇ Jacob Kiplimo ha vinto la maratona di Chicago per la seconda volta. Ha chiuso in 2 ore, 2 minuti, 23 secondi, e per 30 km ha corso al ritmo del record del mondo. Tra le donne primo successo in una Major per Hawi Feysa, che ha migliorato il personale di oltre 2 minuti.
La cosa più bella di Montecarlo è che ci sono tanti giocatori con cui allenarsi
Jannik Sinner
Il nuovo principe di Monte-Carlo
Un qualificato che batte suo cugino in finale. Sembra la storia di un torneo di circolo. È successo a un Masters 1000 di tennis. “Una delle storie dell’anno, il materiale per il prossimo film sullo sport” dice dalla Germania Die Zeit. Un gigantesco what if che molte volte sarebbe potuto non succedere.
Se Joao Fonseca non si fosse ritirato dal Brasile dopo la Coppa Laver, in Asia non sarebbe successo questo poco di sconquasso. Invece Fonseca si è fatto da parte, al suo posto è entrato in tabellone Luca Nardi, e nella griglia delle qualificazioni si è liberato un posto per ripescare Valentin Vacherot, il numero 204 del mondo.
Cosa ci facesse fra gli iscritti alla lista d’attesa del torneo in Cina rimane un mistero. Il Caso aveva deciso che le cose si dovessero incastrare in questo modo. Anziché scegliere un posto garantito in un challenger, Vacherot aveva fatto i bagagli per Shanghai, senza alcuna certezza che ci sarebbe stato per lui un posto. Non è che avesse in valigia tutta ‘sta fiducia. A metà agosto aveva perso a Todi dal numero 308 del mondo: il kazako Timofey Skatov. Le sue vittorie precedenti in carriera in un torneo ATP: una.
E una sarebbe rimasta, se all’ultimo turno di qualificazione il canadese Liam Draxl non avesse lasciato spazio alla sua rimonta, dopo averlo portato a due punti dalla sconfitta. Stamattina Vacherot conta invece un balzo inaudito di 164 posizioni in classifica per aver messo sotto Bublik [#17 al mondo], Machac [#23], Griekspoor [#31], Rune [#11], Djokovic [#5°] e in finale Rinderknech [#54].
Quanta nostalgia di Blatter
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarebbe mancato Sepp Blatter. Eppure sì — confessa Christian Spiller su Die Zeit — almeno l’ex presidente della FIFA faceva finta di provare imbarazzo per il suo mondo corrotto. “Indimenticabile quell’immagine di lui, impacciato, mentre attorno volavano i dollari lanciati dal comico inglese Simon Brodkin durante una conferenza stampa”.
Gianni Infantino, invece, probabilmente ne sarebbe entusiasta. Sarebbe ottimo materiale per il suo profilo Instagram. Chi aveva sperato che dopo gli scandali dell’era Blatter la FIFA potesse solo migliorare, “si sbagliava di grosso” dice la rivista tedesca. Infantino ha gonfiato il Mondiale a 48 squadre, da anni evita i giornalisti, ha creato un’improbabile Coppa del Mondo per club e – nota Spiller – “si è infilato così a fondo nel didietro di Donald Trump che riemerge appena sotto i suoi cappellini MAGA”. [editoriale di Slalom: Gulp. Fine dell’editoriale].
I tifosi, abituati a sbuffare al solo sentir nominare la FIFA, un tempo di consolavano pensando che il gioco vero, quello sul campo, fosse ancora fuori dal raggio d’influenza dei potenti. Chi lo pensa ancora, scrive Die Zeit, dovrebbe dare un’occhiata alla qualificazione mondiale della zona asiatica. Il Qatar ha ospitato la Coppa del Mondo 2022, la più discussa di sempre. L’Arabia Saudita avrà quella del 2034 “per acclamazione, senza candidati alternativi”. In cambio, un’azienda saudita è ora sponsor principale della FIFA. Non solo: il Paese ha acquistato il 10% di DAZN, poco dopo che la piattaforma aveva comprato — per un miliardo di dollari — i diritti della nuova Coppa del Mondo per club. Nessun altro li voleva. Ma si sa – scrive con malizia Die Zeit – “gli amici di famiglia” si aiutano.
Il dettaglio curioso è che né Qatar né Arabia Saudita si sono ancora qualificate per il Mondiale 2026. Con il suo sarcasmo sfacciato, Spiller spiega che “c’è sempre un altro turno, altre due mini-griglie con i vincitori che si qualificano direttamente” – e guarda caso i due Paesi del Golfo partono favoriti. Perché? Perché giocano in casa.
La federazione asiatica ha deciso che fossero loro a ospitare i gironi, “senza spiegare perché”. Altri Paesi, dall’Indonesia all’Iraq fino a Oman e Emirati Arabi, si erano candidati. In alternativa hanno chiesto il campo neutro. L’Iraq ha protestato: “Questa decisione può minare l’equilibrio della competizione”. L’Oman, più diplomaticamente, ha invocato “trasparenza e correttezza in ogni fase”. Carlos Queiroz, Ct dell’Oman, è stato più diretto ancora: «Hanno messo i sauditi in Arabia Saudita e i qatarioti in Qatar. Se la FIFA non vede che c’è qualcosa di sbagliato, tanto vale che giocatori e allenatori tacciano».
Non è finita qui, denuncia Die Zeit. Le due squadre del Golfo godono anche di un vantaggio logistico. “Hanno avuto sei giorni di pausa tra le partite, mentre le avversarie solo tre”. È curioso che nessuno, dice Queiroz, sembri sentirsi a disagio per una simile sproporzione.
Come se non bastasse — ironizza Spiller — la FIFA e la federazione d’Asia troveranno senz’altro una soluzione creativa. “Una qualificazione automatica, magari, per tutti i Paesi con abbastanza petrolio o gas naturale. O per quelli con almeno due A nel nome. O per quelli governati nel modo più antidemocratico possibile. Peccato, Indonesia”.
A proposito di Indonesia. Al Paese più popoloso del pianeta che mai si sia qualificato per un Mondiale ha dedicato un pezzo Marco Salami per Sky Sport Insider. Salami riassume le iniziative della federcalcio con gli oriundi olandesi per rinforzare la squadra [se ne parlava qui] e alla fine considera che “non vinceranno un Mondiale, ma andare a giocarlo, in futuro, forse non sarà più una missione così impossibile”.
Le mani della criminalità sugli appalti di Milano-Cortina
Giovanni Malagò è fiducioso come uno sciatore in partenza che finge di non vedere la nebbia sul traguardo. A tre mesi dai Giochi di Milano-Cortina si dice certo che daranno prestigio e credibilità al Paese. Nel frattempo è uscita fuori dai confini la storia del tentativo di infiltrazione mafioso negli appalti. L’Italia si ritrova davanti a un riflesso opaco nella sua vetrina più brillante, “un’ombra scomoda”, l’ha definita Javier Carro su Inside the Games.
Cinque giorni fa un’operazione della procura di Venezia ha scoperchiato un sistema che intrecciava criminalità organizzata, violenza e l’ambizione di mettere le mani sui contratti pubblici legati ai cantieri olimpici. Due fratelli romani, con trascorsi nel mondo ultrà della Lazio, sono stati arrestati dopo aver tentato di ottenere appalti in modo illegale. I magistrati parlano di un sistema di controllo di tipo mafioso, che partendo dal traffico di droga e dalla gestione della notte a Cortina puntava a estendersi fino al tesoro delle opere olimpiche.
Ne ha parlato pure Al Jazeera. I due si vantavano dell’amicizia con Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà Diabolik ucciso nel 2019 in un parco di Roma. La loro fama negli ambienti più violenti del tifo li aveva resi figure di spicco del sottobosco criminale romano. Le modalità di estorsione raccontate dagli inquirenti superano la fantasia cinematografica: un organizzatore di eventi trascinato nel bosco, picchiato e minacciato con una pistola; un uomo con debiti di droga rinchiuso nel bagagliaio e lasciato lì a riflettere; due spacciatori rivali pestati per aver osato lavorare senza permesso. Tutto parte di una strategia per affermare il potere nel cuore delle Dolomiti.
La pressione del gruppo non si è fermata ai locali notturni. Nel 2023, racconta la procura, i fratelli tentarono di ricattare un consigliere comunale cercando di scambiare “voti per appalti olimpici”. Il politico rifiutò e ricevette minacce dirette: “Questa è Cortina, qui comandiamo noi”, diceva uno dei messaggi intercettati, citato da Il Dolomiti.
Oggi uno dei due fratelli è in carcere, l’altro ai domiciliari. Altri cinque uomini sono indagati per estorsione aggravata. Il sindaco Gianluca Lorenzi, intervistato da Il Dolomiti, ha difeso la tenuta civile del paese: «Cortina ha reagito, ha mostrato unità e dimostrato di avere gli anticorpi contro questa violenza. Quando si sta uniti, il sistema non passa».
Ma il virus dell’infiltrazione, avverte Javier Carro, non si ferma ai confini del Bellunese. Secondo il Ministero dell’Interno, nel solo Trentino sono stati individuati 169 lavoratori, 57 aziende e 70 mezzi legati a strutture mafiose coinvolti in lavori collegati alle Olimpiadi. I numeri mettono paura: la CGIA di Mestre stima che la criminalità organizzata generi ogni anno 40 miliardi di euro e che una parte sempre più ampia scorra proprio nei canali legali delle costruzioni.
Il budget dei Giochi Milano-Cortina è passato da 1,36 a quasi 6 miliardi di euro. Dovevano essere i Giochi dell’autonomia dal pubblico, il trionfo dell’imprenditoria lombarda e del nord-est, le locomotive del Paese. Invece il Paese sta pagando la locomotiva e pure le carrozze. “Una cifra che per la mafia brilla come neve al sole” scrive ancora Carro.
La procura di Venezia continua a raccogliere prove su possibili legami con altre organizzazioni del Centro e del Nord Italia e Inside the Games scrive che “l’Italia si sta impegnando affinché l’evento olimpico non venga offuscato dallo spettro della criminalità organizzata”.
Ineos non ha smesso di inalare monossido di carbonio
All’inizio di quest’anno, in un hotel spagnolo assai ordinario, i corridori dell’Ineos Grenadiers facevano la fila davanti alla stanza 101. Andavano incontro a un appuntamento con un rebreather di monossido di carbonio, due tubi e un boccaglio. “Vi sedete sul letto e inspirate una miscela di ossigeno e gas velenoso per cinque o sei minuti”, racconta Matt Lawton sul Times.
Tra i partecipanti c’erano sia professionisti navigati sia teenager e la data del test ha sollevato qualche perplessità. L’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) aveva da poco annunciato che solo una singola inalazione sarebbe stata consentita e per fini diagnostici, mentre Ineos, racconta ancora Lawton, “nel momento in cui le altre squadre stavano annunciando di non farne più, iniziava i propri test”.
Sviluppato negli anni ’80, il rebreather serve a misurare l’emoglobina nel sangue così da valutare l’impatto dell’altitudine sull’organismo. Ma come sottolinea The Times, un’inalazione regolare di monossido di carbonio aumenta la capacità del sangue di trasportare ossigeno e una linea sottile tra uso diagnostico e possibile vantaggio prestazionale resta difficile da monitorare, quasi impossibile da rilevare.
Dice il giornale inglese che quattro corridori hanno fatto il test il 31 gennaio, tre il giorno dopo. L’hotel, fondato dall’ex professionista russo Alexandr Kolobnev, positivo a un diuretico nel 2011 e poi scagionato, era già noto per le sue strutture di simulazione in quota. Alcuni corridori hanno accusato nausea e difficoltà respiratorie. La Ineos di Sir Jim Ratcliffe e da Sir Dave Brailsford — tornato in squadra dopo l’esperienza al Manchester United — ha già alle spalle delle controversie sul confine etico tra prestazioni e medicina, ricorda il Times: dal caso delle esenzioni terapeutiche di Wiggins nel 2012 ai sospetti sollevati quest’estate durante il Tour de France su un collaboratore legato a un giro di doping tedesco.
Ineos ha ammesso al Times l’uso del rebreather dicendosi non responsabile di violazioni delle nuove norme, ma secondo Lawton la scena dei corridori seduti davanti al boccaglio metallico, respirando un gas velenoso sotto lo sguardo di un professore norvegese, resta una delle immagini più inquietanti e surreali del ciclismo contemporaneo. Come nota Lawton, “un test di due o tre minuti che sembra semplice, ha trasformato una stanza d’hotel in un laboratorio quasi militare”.
La perdita del ciclo mestruale: perché non se ne occupa nessuno
Veronica Ewers non parlava, nonostante tutti i segnali, nonostante gli esami del sangue le sbattessero n faccia una verità pericolosa: gli ormoni nel suo corpo erano quasi assenti. E tutto questo accadeva nell’indifferenza medica, quella calma glaciale che accoglie come normale l’anormale. «Basandosi sul fatto che fossi un’atleta d’élite, non avere il ciclo era accettato» racconta la ciclista americana trentunenne a The Athletic, ripetendo con un mezzo sorriso amaro il referto medico del 2022.
Doveva essere un punto di allarme. Invece Ewers continuava a credere a un’altra verità: «Quando una donna perde il ciclo – le dicevano – è al massimo della forma». Lo stesso schema che aveva seguito ai tempi del calcio a Willamette University, un piccolo college di Salem, Oregon: segnali ignorati, prestazioni in calo, il corpo che arrancava per stare al passo. Alla fine era stata messa in panchina.
Per quasi un decennio, nel gruppo delle professioniste Ewers sembrava sana. Nel 2022 ha chiuso nona al Tour de France. Qualcuno notava il suo rapporto con il cibo, nessuno parlava della continua assenza del ciclo. Solo una clavicola rotta nel 2023 ne mise in luce le conseguenze: si fratturò un tallone correndo, scoprì che la densità ossea era compromessa. Osteopenia: un passo verso l’osteoporosi.
Ewers non è un caso isolato, dice The Athletic. Scambiarsi esperienze simili sta diventando un esercizio di solidarietà tra le atlete nel mondo. Secondo il Female Athlete Health Report di Project RED-S e Kyniska Advocacy, il 36% delle sportive ignora i cicli mancanti, credendo sia normale o addirittura utile per le prestazioni. Il 30% viene rassicurato dai medici: le anomalie mestruali sono la norma.
Megan Feringa su The Athletic sottolinea come questa sia una “cultura silenziosa ma diffusa, dove il ciclo femminile viene percepito come un ostacolo da ignorare”.
«Prima lo sport, poi il ciclo» ricorda di aver sentito dire Kerry McGawley, fisiologa sportiva, riferendosi al mantra di una sciatrice svedese più di dieci anni fa. «È stato scioccante sentirlo la prima volta, ma la quantità di volte che me l’hanno ripetuto da allora è più preoccupante».
Lo sport di élite è un’arena di sacrifici corporei, dice The Athletic, e i miliardi di dollari scorrono come sangue nel circuito. Le cause: mancanza di ricerca scientifica sul ciclo mestruale, idealizzazioni fisiche irrealizzabili, assenza di educazione alla relazione tra allenatori e atlete, il tabù secolare di parlare apertamente di salute sessuale. Le conseguenze: salute compromessa, carriere accorciate, opportunità perdute.
Eppure, scrive Megan Feringa, c’è una via d’uscita: comprendere il ciclo come un superpotere. Non perché il ciclo stesso lo sia, ma perché offre la consapevolezza dei ritmi e dei segnali del corpo.
Gli esperti distinguono tra perdita temporanea [uno-tre mesi] e l’assenza prolungata che può indicare disturbi alimentari, stress o RED-S [Relative Energy Deficiency in Sport], con impatti su ossa, fertilità, metabolismo, recupero, ciclo del sonno, equilibrio emotivo. Il caso di Demi Vollering al Tour de France ha portato il tema alla luce: seconda classificata, la 28enne olandese ha parlato di magrezza e peso, sollevando la questione che molte evitano: perché il sacrificio della salute è ancora considerato un requisito per vincere?
«Dobbiamo badare alle giovani ragazze che ci guardano» dice Vollering a The Athletic. Cédrine Kerbaol, compagna di squadra di Ewers, ricorda: «Prima siamo donne, poi siamo atlete. Vogliamo che le giovani comprendano le possibili conseguenze».
Il passato rende il tabù ancora più forte. Il ciclo è stato considerato come qualcosa da nascondere, non da comprendere: dall’adorazione e la paura mescolate nelle antiche civiltà come quella egizia, alle pubblicità vietate negli USA fino al 1972, alle sitcom che evitavano di pronunciare la parola “periodo” per decenni. Grazie a ricercatrici come Georgie Bruinvels, oggi il ciclo è riconosciuto come un indicatore vitale, «un biomarcatore gratuito che i maschi non hanno», un segnale per salute e prestazioni.
Conoscere il proprio corpo – dice The Athletic – significa capire perché sanguinamenti abbondanti accadono, come gestire sintomi come dolori o variazioni di temperatura, soprattutto definire cosa è normale per sé. Questo è il vero superpotere, sottolinea McGawley: la capacità di adattarsi e decidere la gestione delle fasi del ciclo per ottimizzare le prestazioni. Le ricerche mostrano che le atlete senza ciclo regolare accumulano più infortuni e saltano più allenamenti. Non tutte le variazioni sono patologiche: picchi di stress o carichi fisici intensi possono spiegare assenze temporanee. Il problema è quando manca un’educazione adeguata o sono assenti degli screening mirati. La maggior parte dei programmi di allenamento resta progettata per il corpo maschile.
Ewers non ha ancora recuperato il ciclo, ma ci sono miglioramenti ormonali e ossei. Tornata nel gruppo dopo oltre un anno, dice di essere uscita mentalmente dal buio. Ha chiuso il Giro d’Italia a luglio in 87esima posizione. La settimana scorsa è arrivata 25esima alla Bucks Country Classic. Ma senza ricerca, istruzione e supporto, il rischio di ricadute resta. «Voglio vincere il Tour de France. Tutte lo vogliono. Ci sono modi per migliorare le prestazioni. Ma c’è un rischio. Se non ci sono regole, come fermiamo le giovani atlete dalla caduta in questo abisso profondo?».
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I corpi magri del ciclismo
Dieci giorni dopo la vittoria al Tour de France, Pauline Ferrand-Prevot è ancora sulla bocca di tutte. Per il suo fisico. Per il suo corpo smagrito di proposito, per essere leggera in salita, scattare in montagna e lasciarsi tutte alle spalle. Ci sono troppi corpi troppo magri nel ciclismo [se ne parlava qui] e Ferrand-Prevot si è dovuta premurare di dire che per lei si tratta di una condizione transitoria, non fate come me, mi serviva solo per il Tour [se ne parlava qui].
Corriere della sera: “Vacche, sogni e biciclette. A casa sua il mito Pogacar lascia vincere i dilettanti” – Viaggio tra i segreti del fenomeno nella Slovenia delle ciclabili. ➔ Marco Bonarrigo disegna il ritratto di un idolo che ha trasformato il piccolo club di Vikrce in un tempio del ciclismo. Dai trofei lasciati in sede alla corsa benefica per la sua fondazione, si è fatto simbolo di un Paese che pedala unito dietro al suo campione. “In mezzo ai suoi concittadini Tadej Pogacar, di solito monosillabico con i giornalisti, si trasforma ed esalta: li motiva, li arringa, balla con loro. Per la Slovenia, per il turismo dolce che la rende un paradiso, non esiste un testimonial migliore” conclude.
L’ultimo passo prima dei play-off
Tredici gol segnati in tre partite giocate contro la squadra numero #129 e la squadra numero #76 della classifica FIFA hanno riportato l’altalena dell’umore del calcio italiano sul versante dell’euforia o quasi. Questo nuovo giro di giostra nel quale Gattuso è unguento e cura, accompagna l’Italia alla partita che domani sera può portare l’aritmetica certezza di un posto nei play-off per i Mondiali. Addirittura. Nulla che non fosse raggiungibile anche dopo la sconfitta in Norvegia.
“Centravanti, la grande fioritura” titola il Corriere della sera per la riscoperta dei gol dei 9. La Gazzetta strilla: “Avanti tutta verso i playoff” con “Pio mio” titolare di fianco a Retegui, quell’Esposito che è “già fuori dal mercato” perché è “un tesoro mondiale” e “non ha prezzo”, in fondo Chivu “ha scelto lui al posto di Hojlund”.
Il Corriere dello sport-stadio titola: “Pio esiste” e aggiunge Camarda alla lista degli attaccanti del futuro. È del tutto evidente che quando Pio Esposito chiederà prima o poi un ingaggio vero, una cifra che sia all’altezza di tutto questo virgolettato, sarà il solito ragazzo che si è montato la testa.
Cristiano Gatti, sempre sul Corriere dello sport-stadio, dice che “appena un ragazzo lascia intravedere qualità particolari, entriamo in scena con i nostri amabili tocchi di classe e prontamente li roviniamo. Noi titolisti, noi esperti, noi ambiente, noi mentalità. Tra tutti gli ostacoli e i rischi che adesso gli Esposito e i Camarda si trovano davanti, il peggiore sta da questa parte dell’età, dove ci sarebbero le guide. In un mondo normale, basterebbe dire che gli Esposito e i Camarda non sono arrivati, sono solo partiti. Ma non siamo in un mondo normale, qui valgono altre regole. E così. Stiamo già leggendo e ascoltando. Alla prima partita indovinata i ragazzini sono subito emblemi di riscatto e di rivincita, la dimostrazione che il calcio italiano non è poi così in crisi. Sulle loro gracili spalle carichiamo immediatamente il peso immane delle nostre frustrazioni. Cominciamo persino a rinnegare le granitiche certezze, una su tutte questa idea del calcio italiano rovinato dai troppi stranieri che tolgono spazio ai nostri giovani: ecco, contrordine, non è così, chi ti dice che invece crescere vicino a tutti questi stranieri non sia il metodo migliore per farsi le ossa e diventare più forti. Vale tutto”.
Una cosa non torna. Come mai una Nazionale così improvvisamente ricostruita dal Ct Rinus debba poi considerare la Svezia un rischio ai play-off.
Pur riconoscendo che “era dai tempi di Toni e Gilardino che non riempivamo l’area con quel mix di fisico, tecnica e presenza scenica che abbonda in Kean, Retegui e persino in Pio Esposito”, Paolo Condò sul Corriere della sera introduce il tema che definiremo Dalla-De Gregori: cosa sarà. “Se infine ci qualifichiamo a questo benedetto Mondiale – si domanda – cosa ci andiamo a fare?”, e con apprezzabile cautela di Gattuso dice che “siamo curiosi di vederlo alla prova in condizioni meno agevoli (la Norvegia a San Siro, per esempio)”.
A’ja Wilson è la migliore di sempre: lo dice Sports Illustrated
Un giorno guarderemo la stagione WNBA del 2025 come quella in cui A’ja Wilson ha cambiato le regole del dibattito sulla GOAT, la più grande di sempre. E anziché aspettare quel giorno dovremmo iniziare a farlo subito. Così dice Michael Rosenberg su Sports Illustrated stabilendo in via definitiva che Wilson è la miglior giocatrice di sempre del basket. “Se volete provare a sostenere il contrario, fate pure. Ma il peso della prova è tutto vostro”.
A’ja ha 29 anni. Tre titoli WNBA, due volte MVP in finale, quattro volte nella stagione regolare, più di chiunque altra — e probabilmente ne avrebbe meritati cinque. Cinque giocatrici hanno vinto il titolo MVP e quello di Defensive Player of the Year nella stessa stagione, ma Wilson è l’unica ad averlo fatto due volte, e l’unica negli ultimi diciotto anni.
La WNBA non è mai stata così ricca e profonda di talento, eppure Wilson è chiaramente la migliore. Qualsiasi critica, secondo Sports Illustrated, suona soltanto come bastiancontrarismo. È la miglior marcatrice della lega e la migliore a proteggere il ferro. In più lo è da anni. “In questa era, le giocatrici che entusiasmano i tifosi sono quasi sempre guardie, e ci potrebbe essere una mezza dozzina di giocatrici che preferireste guardare. Ma se volete vincere, la scelta è Wilson”.
Quando Gara-3 era ancora in bilico, Wilson ha segnato all’ultimo secondo il canestro della vittoria per le Aces. Nelle ultime 16 partite di stagione regolare ha viaggiato alla media di 26,1 punti, 12 rimbalzi, 2,6 assist, 2,3 stoppate, 1,6 recuperi e solo 1,9 palle perse, tirando con il 52,7% dal campo, 59,3% da tre e 89% ai liberi.
Il modo migliore per fermarla è sperare che esca per falli. Peccato che Wilson abbia giocato 267 partite e sia uscita una sola volta. Nei 55 match di playoff: mai.
Chi la conosce, sapeva da tempo che sarebbe andata così. Nel 2022 Chelsea Gray, playmaker delle Aces, disse che Wilson sarebbe entrata presto nel dibattito sulla GOAT. Gray aveva appena vinto il premio di MVP delle finali. L’anno dopo Wilson finì terza, “pareva ingiusto allora e pare assurdo oggi” sottolinea Sports Illustrated. Davanti le finirono Breanna Stewart e Alyssa Thomas. Grandi giocatrici. Delle future Hall of Famer. Ma Wilson era la migliore, e lo dimostrò dominando Stewart e le Liberty in finale. Le Liberty avevano due MVP [Stewart e Jonquel Jones] e in Gara-4 a New York le Aces erano senza Gray e senza Kiah Stokes. Wilson segnò 24 punti e prese 16 rimbalzi. Finito y chiuso.
L’anno successivo: MVP all’unanimità. Quest’anno tutto congiurava per favorire Napheesa Collier, “una grande giocatrice in entrambi i lati del campo. Ha giocato nella miglior squadra della regular season, non aveva ancora mai vinto un titolo MVP”. Se ci fosse stato un po’ più di equilibrio nella serie, probabilmente l’avrebbe spuntata. Macché.
Per giunta – dice Sport Illustrated – A’ja è naturalmente solare. Molte giocatrici supportano Collier nel suo braccio di ferro con la commissioner Cathy Engelbert, ma solo Wilson si è riferita a Collier come a una “business girlie”. Come raccontava la sua coach universitaria Dawn Staley «vuole sempre essere apprezzata e ora sta realizzando che il modo per esserlo è dire e fare le cose giuste». È diventata una distruttrice spietata. “È la migliore di sempre – chiude SI – e siamo solo all’inizio del suo percorso”.
I Kansas Chiefs stanno perdendo il loro fascino
C’è stato un tempo in cui i Kansas Chiefs erano adorati. Erano gli underdog divertenti, capaci di porre fine alla lunga e grigia dittatura dei New England Patriots. Avevano un quarterback capace di improvvisare come Michael Jordan faceva con le schiacciate. Ma nella loro caccia a una striscia storica di Super Bowl si sono trasformati nella squadra che tutti amano odiare. Forse non tutti, in senso assoluto. Taylor Swift per esempio li apprezza. Per motivi familiari. Anche negli uffici della NFL vengono considerati una calamita per lo spettacolo, perché sono programmati per giocare più partite di alto profilo di qualsiasi altra squadra. Hanno aperto la stagione a São Paulo, in Brasile, contro i Los Angeles Chargers. Hanno sfidato gli Eagles nella settimana-due, in una riedizione del Super Bowl trasmesso su Fox. Giocheranno tre volte la domenica sera in prime time, due volte al Monday Night Football. Nel giorno del Ringraziamento affronteranno i Dallas Cowboys: tradizionalmente è la collocazione della partita più importante dell’anno. Per chiudere il quadro, affronteranno i Broncos a Natale.
Ne ha scritto Louisa Thomas sul New Yorker facendo notare che la partita contro gli Eagles ha registrato quasi trentaquattro milioni di spettatori, il massimo mai raggiunto per una domenica di regular season su Fox. Tutti col tifo contro. Thomas sottolinea i motivi più ovvi: “I terribili spot pubblicitari di Patrick Mahomes per State Farm; la fatica da sovraesposizione; le piccole esplosioni di rabbia che scattano nel cervello di alcuni uomini ogni volta che si parla del successo di Taylor Swift”.
C’è anche una fastidiosa impressione di ingiustizia: come fanno i Chiefs a essere così fortunati? Dodici delle vittorie dell’anno scorso sono arrivate di un solo punto. Una partita venne vinta grazie a un field goal bloccato; un’altra di una distanza misurabile in centimetri.
Insomma: c’è qualcosa di malinconico nei Chiefs di oggi. Una squadra che una volta era sinonimo di creatività e dinamismo sembra vecchia e lenta. Altre squadre hanno adottato e adattato le loro innovazioni, l’attacco non è più esplosivo come quando Tyreek Hill era in campo. Kelce è uno dei running back principali ma ha trent’anni. Mahomes continua a incantare con lanci impossibili, ma anche lui in alcune giocate appare stanco. Thomas osserva in via definitiva: “Forse il dominio è una forma stessa di declino”.
ho visto un re Abbiamo scoperto come fa Velasco a capire l’adolescenza
Julio Velasco è quel signore che qualche tempo fa diede a Valentina Desalvo per Repubblica una intervista-manifesto, una specie di saggio sullo stato dell’arte delle relazioni fra il mondo adulto e quello dell’adolescenza [se ne parlava qui]. Con la forza dei suoi settant’anni e con il solco di una generazione di mezzo, Julio ha la lucidità per accorgersi del fatto che «non so se il web aumenta la stupidità, ma so che aumenta la possibilità di accedere a certe cose, di imparare a farle, di esprimerti se vuoi cantare o suonare. Trovo ingeneroso dire che i giovani hanno poca voglia di fare: il problema è che fanno troppe cose, il corso di inglese, l’allenamento sportivo, lo studio, e hanno poco tempo davvero libero, per la noia e l’ozio creativo. Ma soprattutto penso che ad essere cambiati siano i genitori. Forse per il senso di colpa di non poter stare tanto a casa. Oggi i genitori hanno paura della frustrazione dei figli, pensano che i traumi danneggino la loro anima per sempre. E per questo intervengono troppo. Parlano con l’allenatore, parlano con l’insegnante. Per aiutarli, ovviamente, ma non capiscono che ciò che ti rende forte è un buon sistema immunitario. Per costruirlo, però, devi anche ammalarti e superare il virus. E lo devi superare tu, da solo».
E ancora: «A volte i genitori usano i figli come specchio narcisistico. Per avere conferme su di loro. I figli ti devono piacere perché sono tuoi, non perché sono i migliori. La vita non è un campionato. I giovani nella maggior parte dei casi sanno risolvere le cose, hanno meno paura di cambiare perché non hanno molto da perdere, c’è chi attraversa momenti difficili, ma spesso questi momenti fanno parte dei problemi comuni a tanti ragazzi. Non tutto è patologico».
Bene. Questo succedeva a gennaio. Ieri Velasco è stato ospite del Festival dello sport di Trento e dal suo intervento è stato definitivamente chiaro come sia approdato a una tale lucidità di pensiero e chiarezza di visione, come abbia fatto a entrare in sintonia con le ventenni della Nazionale, oro olimpico e mondiale. Ha detto di essersi fatto mandare le loro canzoni preferite. «Per capire quello che sentono, le parole che ascoltano».
Perché prima del giudizio – come nei talent show – viene l’ascolto.
Cosa si dice in giro del nuovo disco di Taylor Swift
A proposito. È uscito il nuovo disco di Taylor Swift e non ne abbiamo ancora parlato. Non è imperdonabile tutto questo? Di The Life of a Showgirl hanno detto le cose più diverse in ogni angolo del mondo, chi lo ha trovato glamour e sfrontato, chi ci ha letto crepe e tensioni sotto la superficie.
Per il Washington Post è un disco che “punta al benessere, ma altri sentimenti continuano a mettersi di mezzo”. Sul Wall Street Journal, Jared Diamond ha individuato nel progetto un tema centrale: la fama, la colpa e la fatica di essere all’altezza del proprio mito.
L’album arriva nella scia dell’Eras Tour e dell’anello di Travis Kelce, portando allora “una miscela di scintillii e contraddizioni”. Il WSJ scrive che “Swift torna a indossare i panni della performer globale, ma lo sguardo che l’accompagna sembra più inquieto che trionfante”.
Il New York Times, più affilato, definisce il disco “uno spettacolo di reinvenzioni che rivela della stanchezza”, pieno di echi e di autocitazioni. “Quel che era confessione ora suona come performance, quel che era ironia è diventato mestiere”.
Sul Washington Post, ancora, si nota come “la cantante sembra esibirsi anche quando non c’è nessuno a guardare”. L’immagine di un’icona al limite del proprio personaggio.
In Inghilterra The Times parla di un disco b”teatralmente impeccabile, ma emotivamente sfocato”. Il Telegraph rincara: “È il suono di qualcuno che cerca di sfuggire alla propria leggenda”. Swift, scrive il critico Neil McCormick, sembra “prigioniera della sua grandezza, costretta a rinnovare un mito che non si lascia reinventare”. Ma alla fine concede tre stelle definendo l’album “raffinato, una raccolta spiritosa, colta e melliflua di canzoni pop romantiche in stile cantautore”, osservando tuttavia che “nonostante la sua sofisticatezza, Showgirl mostra Swift nel suo momento meno intenso”.
Il Guardian, più generoso, osserva che questo disco è “il suo modo di far pace con la fama, tra ironia e confessione”. Ma anche qui fra le righe si percepisce un’obiezione, quando si parla di “pop solido, ma prevedibile”.
In Spagna, El País tratteggia l’album come “audace e con una estetica più disinibita e teatrale”, un disco che alterna la profondità lirica a un suono più ballabile. Così, Swift “balla sulle rovine della sua immagine”, come l’umanità sui frammenti di T.S.Eliot. [Ci sta sempre bene T.S.Eliot quando si parla di Taylor Swift, fa l’effetto di una glossa di Wislawa Szymborska ai testi di Annalisa].
In Italia, la recensione di Gino Castaldo su Repubblica non nasconde un certo disincanto: “Il nuovo disco non graffia. Un solo sussulto: la risposta velenosa, in ‘Actually Romantic’, a Charli XCX che la definì Barbie noiosa”. Castaldo trova il disco un po’ “soft pop inoffensivo”.
Sul Corriere della Sera, Andrea Laffranchi riconosce che “Swift trasforma la vulnerabilità in coreografia, ma l’eccesso di controllo finisce per raffreddare il risultato”. È un giudizio che si trova anche in Wired Italia, dove si enfatizza la macchina da record che ha accompagnato l’uscita di The Life of a Showgirl: “Un nuovo capitolo nell’evoluzione musicale ed estetica dell’artista ma la perfezione rischia di uccidere la sorpresa”.
In Rolling Stone Italia c’è più entusiasmo: “È un disco superpop. Le melodie sono immediate, è un disco breve, 12 tracce, siamo ben lontani dalle antologie da 50 pezzi a cui ci aveva abituato recentemente”. Swift insomma torna al pop diretto, alleggerendo la poetica intimista dell’album precedente. Vince il New York Times: “The show must go on, ma la ragazza è stanca”.
Ryan e l’odore della sconfitta: romanzo di un’adolescenza formata dal ping-pong
Nel nuovo libro di E.Y. Zhao, Underspin (Astra House, 2025), il ping-pong diventa romanzo di formazione, o più precisamente “un’educazione sentimentale attraverso la pallina più leggera del mondo”. Scrive Zhao – scrittrice, editor di Joyland e giocatrice di tennistavolo da una vita – che “per un tempo frizzante, dorato in retrospettiva, ci allenammo con il ragazzo preferito dell’Allenatore, sul tavolo preferito dell’Allenatore”.
È da lì che parte tutto: un gruppo di ragazzini nel Sud della California, ossessionati da colpi perfetti e gerarchie invisibili. Li chiamano i Court One Boys. Hanno genitori che li scaricano in macchina o nonni che li accompagnano. Rahul arriva invece a bordo di un autobus che “arrancava ogni ora su per la collina, oltre il deposito dei camion e il magazzino del pesce”. La loro vita si misura tra due estremi: “la casa gialla infestata” – meta e punizione di ogni corsa – “e il tavolo blu brillante”, simbolo di privilegio e tortura.
La rivista Racquet ha recensito il libro, una storia nella quale ogni sera è uguale all’altra. Loro si riscaldano contando insieme – “uno, quattro, sette, dieci… trentuno, ventotto, venticinque… uno” – poi scattano, saltano, sudano. La palla vola, il coach osserva, corregge, punisce. La sua mano è “fredda quando ti riposizionava il polso, il gomito, il braccio”. È un dio minore dell’autocontrollo, capace di decidere, con la calma di un giudice, quanto si aggraverà la tua giornata.
Tra i ragazzi c’è Ryan, il migliore. Non il più alto né il più forte, ma il più preciso. “Il suo viso era un triangolo magro di concentrazione; quando la sua palpebra sinistra cominciava a tremare, sapevi che eri morto”. Ryan non parla, non si lamenta, incarna la perfezione che gli altri fingono di volere e in realtà temono. A tenerli insieme è il culto della disciplina, la convinzione che la punizione sia parte del gioco: cinquanta flessioni per l’ultimo, pesi alle caviglie per il primo.
Zhao descrive questo mondo con una voce ipnotica, sospesa tra fiaba e documentario. L’allenatore non urla mai, “solo ti informava, calmo come un giudice, in modo inconfutabile e quasi piacevole, su come la tua vita sarebbe peggiorata”. L’unica vera paura dei Court One Boys è la retrocessione: essere mandati al Court Two, il campo dei mediocri, sotto la guida dell’assistente Haesun. “Com’era laggiù? Come odora la sconfitta?” chiedono i privilegiati, quando si sentono benevoli o crudeli.
Nel microcosmo di Underspin, Zhao mostra un’adolescenza che confonde il talento con il sacrificio, la lealtà con l’obbedienza. In quella palestra illuminata da neon e ossessioni, tutto si riduce a un’equazione elementare: chi vince resta, chi perde sparisce. L’allenatore non costruisce soltanto atleti, ma quello che Racquet ha letto come “un piccolo culto della sofferenza felice”, dove persino l’umiliazione diventa un mezzo di appartenenza.
Eppure, il mondo esterno non smette di girare: “La guerra cominciò. Le luci si spensero sulla costa orientale. Il presidente fu rieletto”. La storia scorre indifferente mentre i ragazzi restano prigionieri del loro cerchio perfetto, della loro palestra chiusa come un mondo. Alla fine, scrive Zhao, “Ryan fu retrocesso tre volte”. Nessuna morale, nessun riscatto. Solo il colpo secco di una pallina che continua a rimbalzare nel vuoto.