Il catenaccio contro le italiane | I rumori della Champions

In Europa ci hanno rubato la idea

La Champions italiana è ancora un desiderio inespresso. Su 14 partite le vittorie sono state cinque, il 35 percento, e tre sono venute dall’Inter. Le altre squadre sono ferme a 2 su 11 [18%]: neppure con il tiro da tre ormai si sbaglia così tanto. Sette delle otto squadre che in classifica sono dietro a Napoli e Juventus stasera hanno la chance aritmetica di passare davanti. Ne bastano quattro per farle scivolare entrambe fuori dalla zona che vale il passaggio ai play-off: che non sono la qualificazione agli ottavi di finale, ma il suo ultimo desiderio – ancora. 

Cosa stia accadendo si spiega come sempre con una somma di fattori, nei quali vanno compresi pure il caso e certi infortuni, ma il caso e certi infortuni agiscono pure quando le cose vanno bene e ci scappa una finale. Su un altro fronte, ma in ogni caso agiscono. Nella classifica stagionale UEFA, l’Italia continua a galleggiare all’ottavo posto, davanti alla sola Francia fra i tornei dell’élite, dietro Inghilterra, Germania e Spagna, ma pure dietro Portogallo, Polonia, Danimarca e Cipro. A metà strada per due delle quattro, suona come un allarme serio, se non già come una sentenza. 

Segnali di Juventus

Ci ha imprigionato il catenaccio altrui. Come in quel famoso aneddoto su Bruno Pesaola: ci hanno rubato la idea. Fabio Licari sulla Gazzetta ha scritto che comunque Resta la Juve più bella della stagione, all’attacco dall’inizio all’ultima goccia di sudore del recupero, alla ricerca ossessiva, ma mai insensata, del gol, e qui le lezioni del prof Luciano si vedono già. Due partite sono poche per giudizi definitivi, ma la mano di Spalletti non può essere contestata. C’è una Juve diversa adesso, tatticamente più fluida e offensiva, meglio organizzata, con carattere e personalità. Anche bella. Se un’italiana avesse fatto come lo Sporting, due azioni pericolose e poi tanto contenimento, possesso, attacchi individuali e perdite di tempo, avremmo parlato di solito viziaccio “italianista”: per una notte i ruoli si sono invertiti

Licari considera pure che Vlahovic sembra tornato quello della Fiorentina, un toro che lotta su ogni pallone, anticipa il difensore, va al tiro con facilità. La maglia non gli pesa più addosso, i movimenti sono coordinati e potenti. Se Vlahovic è sempre così, i gol a raffica saranno solo questione di tempo (e di portieri meno ispirati).

Le grandi fatiche del Napoli

La stessa considerazione sull’ammucchiata davanti alla porta l’ha fatta Conte a Napoli contro l’Eintracht, ma è il secondo 0-0 a tre giorni da quello con il Como. Pierfrancesco Archetti sulla Gazzetta considera: Al Napoli mancano la genialità dell’ultimo passaggio, il dribbling che crea superiorità (solo 5 in 95 minuti), la velocità nel servire la punta, prima che gli altri si organizzino. E mancano anche De Bruyne e Lukaku: in Europa si sente di più. Non che Hojlund si divori tante opportunità; ne ha pochissime, usa male una palla all’ultimo istante, ma è spesso fuori dalle trame, nascosto tra i difensori o ignorato quando scatta. Questione di tempi e di conoscenze. Forse.

Al catenaccio dell’Eintracht si collega in qualche modo la rubrica di Stefano Agresti sulla Gazzetta di stamattina. Nel calcio, e forse non solo nel calcio – dice – gli italiani hanno una curiosa tendenza: ammirano di più ciò che fanno gli altri. È un riflesso quasi automatico, una forma di esterofilia radicata, che ci fa parlare con entusiasmo delle meraviglie straniere e con diffidenza dei nostri successi. Se il Bayern Monaco domina la Bundesliga, applaudiamo la grandezza dei bavaresi e il modello tedesco; se una squadra italiana fa lo stesso, come il Napoli di Spalletti o la Juventus dei nove scudetti consecutivi, manca la concorrenza, la Serie A è noiosa, il campionato è deciso troppo presto. Se in Premier una piccola ferma una big – dice Agresti – raccontiamo che là c’è un equilibrio straordinario; se accade in Serie A, diciamo che le grandi non sono più così grandi. Amiamo ricordare a noi stessi che il calcio italiano è brutto, sporco e cattivo, anche se non è esattamente così 

Ora – continua – ci lamentiamo perché si segna poco: 226 gol contro i 282 dell’anno scorso, cioè 56 in meno in 100 partite. La media di 2,26 gol a gara sarebbe la più bassa dal 1989-90. Ma siamo sicuri che questo dato — i pochi gol — sia negativo come lo dipingiamo per valutare il livello del nostro campionato? Tanti gol portano emozioni, ma sono anche frutto di tanti errori da parte di chi quei gol li incassa. Non a caso lo scudetto va quasi sempre alla squadra che subisce meno gol e non va quasi mai alla squadra che ha il capocannoniere. Agresti chiude dicendo che per sentire qualcuno che celebra quanto sia importante saper difendere, bisogna aspettare che questo accada altrove, in Spagna, in Francia o chissà dove.

In effetti il Napoli non ha preso gol per la terza partita di fila. Ma basta? Su questa storia delle difese che vincono gli scudetti, un giorno facciamo una bella chiacchierata. Tremate.

Il collasso del PSG

E adesso sono cinque, sono cinque le sconfitte consecutive del PSG contro il Bayern criptonite. Vincent Duluc su L’Équipe fa una lunga e lucida analisi della disfatta: un 1-2 che va molto oltre il risultato, perché — scrive Duluc — ha mostrato la distanza reale tra le due squadre. Il punto di partenza è una speranza ironica, che la Champions resti sempre fatta di due verità, una per l’autunno e una per la primavera, cioè che il Bayern irresistibile di novembre possa smarrirsi quando tornerà la bella stagione. Ma la verità del momento, dicel’editorialista de L’Equipe, è netta: undici contro undici, il PSG è stato travolto come mai prima, incapace di uscire dalla propria metà campo sotto la pressione tedesca.

Duluc descrive un Bayern di Kompany dominante, che avrebbe potuto chiudere il primo tempo con tre o quattro gol di vantaggio. L’espulsione di Luis Díaz ha solo riequilibrato il punteggio, non il senso della partita: il Bayern ha smesso di spingere, il PSG ha provato a reagire ma senza reale convinzione.

Duluc se la prende – ops – anche con Luis Enrique e la gestione fisica dei suoi uomini, soprattutto quella di Dembélé: È curioso dare lezioni allo staff della nazionale su come gestirlo, e poi essere costretti a sostituirlo dopo mezz’ora. E su il Ballon d’Or che ogni volta si dichiara pronto  considera che nemmeno un fuoriclasse può ignorare una crisi personale che richiederebbe equilibrio e tempo.

Il secondo tempo è stato un esercizio di stile, anzi di contro-stile, giocato su mezzo campo contro un Bayern ridotto in dieci e più prudente: Lee ha ispirato tutte le occasioni parigine [Neves, Zaïre-Emery] ma il ritmo è rimasto spento e il pubblico ammutolito.

Per Duluc, ciò che resterà di questa serata è la sensazione di soffocamento, quel PSG che “ha dato l’impressione di non riuscire a respirare. Il PSG ha mostrato i suoi limiti più strutturali: un centrocampo spento, attaccanti incapaci di risalire il campo, difensori persi. Duluc chiude con un pensiero quasi morale: il PSG è campione d’Europa ma non è più la migliore d’Europa — e non c’è nulla di ingiusto in questo. È la natura della Champions: ogni anno rimette tutto in discussione e ricorda ai vincitori che certe sconfitte insegnano più di una vittoria.

Ciao Trent, adesso abbiamo Bradley

E allora? Com’è andato ‘sto ritorno di Alexander-Arnold a Liverpool? È andato come si pensava che sarebbe andato. Lo racconta Nick Ames per il Guardian in parallelo alla partita di Conor Bradley, il suo giovane erede che si è preso la scena. La partita è stata giocata sotto la pioggia e dentro un’atmosfera elettrica. Il Guardian ne ha fatto un racconto di successione e redenzione: Alexander-Arnold è stato accolto dai fischi del pubblico che un tempo lo idolatrava. È entrato solo nel finale, mentre Bradley dominava la sua vecchia fascia destra, neutralizzando Vinícius Júnior e diventando il simbolo di un Liverpool tornato feroce.

Solo un anno fa, sempre Bradley aveva annullato Mbappé, e ora ha ripetuto l’impresa contro il Real. Tutto questo mentre Anfield riversava su Alexander-Arnold la collera rituale che viene promessa agli ex. A certi ex. Ai traditori. Non era veleno vero, spiega il Guardian, ma un bisogno collettivo di voltare pagina. Il giovane Bradley incarna la ripartenza: e quando al fischio finale i due si sono abbracciati, il Guardian dice che c’è stato il sigillo simbolico della notte

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