Leggi tutto nella versione web
#1 giorno a Italia vs Norvegia
► JANNIK SINNER ha chiuso il girone del Masters di Torino con la terza vittoria su tre battendo Ben Shelton. Oggi gioca la semifinale contro Alex De Minaur, “la sua vittima preferita” dice Repubblica perché l’ha battuto 12 volte su 12. Nel bilancio c’è anche un ritiro prima di cominciare ma nel bilancio ATP non viene conteggiato come successo dell’australiano. L’avversario di Carlitos Alcaraz sarà invece Félix Auger-Aliassime che ha sconfitto Zverev in due set. Oggi c’è anche la semifinale di Bolelli e Vavassori in doppio, prima coppia italiana di sempre a giocarla.
◇ La trentesima nazionale qualificata per i Mondiali è la Croazia di Modric. Ha battuto le Isole Faroe per 3-1 dopo il brivido e il batticuore per essere andata in svantaggio. Germania e Slovacchia proseguono il loro testa a testa dopo aver battuto Lussemburgo e Irlanda: si decide tutto nello scontro diretto fra due giorni. L’Olanda ha pareggiato in Polonia e ormai ci siamo pure per loro.
◇ La Nazionale Under-21 ha perso in Polonia una partita cruciale per il primo posto nel girone di qualificazione agli Europei. L’ha persa in rimonta dopo un gol prodigioso di Pisilli, un sombrero su un avversario in area di rigore e scalciata al volo in stile mulo sul palo lontano.
◇ Milano ha trovato il passo in Eurolega. Ha vinto la quinta partita consecutiva battendo l’Olympiakos per 88-87. La Virtus Bologna invece è stata battuta a Barcellona [88-81] subendo un parziale di 16-0 nel quarto periodo.
◇ Pedro Acosta è stato il più veloce delle Pre-qualifiche a Valencia, ultima corsa stagionale della MotoGP. Bezzecchi e Morbidelli alle sue spalle, Bagnaia 14esimo, Jorge Martin è rientrato con un 22esimo posto. Oggi le qualifiche e la gara sprint.
La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo
Milan Kundera
Quattordici secondi per tirare e battere i più forti
La nuova strategia NBA che contagia tutto lo sport
Control C, control V. Uno fa una cosa, gli altri la copiano. Uno vede una strada nuova e gli altri corrono dietro. Uno si inventa un concetto nuovo e nel giro di tre settimane quel concetto appartiene a tutti. Ecco perché in America molti chiamano la NBA la Copycat League. La serie Copia-incolla. Una lega dove Max Giusti e Ubaldo Pantani farebbero grandi cose. È una gara a chi imita meglio gli altri e l’ultima tendenza che adesso piace alla gente che piace è alzare la velocità del gioco. Azad Rosay spiega su L’Équipe che cosa sta succedendo. La velocità come una ossessione contemporanea. Le squadre tirano prima, corrono più forte, strappano secondi alla sirena come fosse un duello di resistenza. Due terzi delle squadre in NBA vivono sotto la soglia dei 14 secondi a possesso, un ritmo che due anni fa sembrava da estremisti. Giocavano così gli ayatollah del corri-e-tira. Ora è la norma.
“La velocità può far pendere tutto da una parte” dice L’Equipe, ricordando che le finaliste della scorsa stagione, Indiana e Oklahoma, trasformarono il campo in un pendolo impazzito: pressare, rubare, correre prima che la difesa fosse piazzata. Il modello Oklahoma è scolpito adesso in una specie di equazione: recuperi più alti, transizioni più frequenti, metà campo quasi abolita. Nell’anno in cui il titolo di mvp è andato a Shai Gilgeous-Alexander, i Thunder hanno avuto una palla persa ogni sei possessi avversari. Il loro stile di gioco si è diffuso. Boston l’ha abbracciato per necessità dopo aver perso i suoi migliori giocatori al ferro. Joe Mazzulla ha capovolto l’identità dei campioni 2024: basta difendere il canestro, meglio impedire alla palla di arrivarci. In un anno, i Celtics sono passati dal 26esimo posto per palle perse forzate al primato provvisorio: 17,6%. Una mutazione radicale più che un aggiustamento.
E poi c’è Portland, la versione più estrema. Rosay dice che “esercita una pressione a tutto campo sul 24,5% dei possessi, cinque volte più della media NBA». Tiago Splitter ha portato in Oregon la sua idea di pressione permanente: non si rientra, si assalta. Un tiro libero diventa un pretesto per soffocare la rimessa avversaria. Il risultato è brutale: una perdita di palla ogni cinque attacchi subiti. Il caos come sistema.

▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Le analisi
I bastoni tra le ruote di Sydney McLaughlin-Levrone
Sydney McLaughlin-Levrone, i tuoi sforzi sono stati vani. Hai speso molte delle tue energie negli ultimi due anni per metterti alla prova sui 400 piani, e non solo sul giro di pista con gli ostacoli, sognando di arrivare ai Giochi di Los Angeles del 2028 per vincere due ori. Hai dimostrato agli ultimi Mondiali che sì, la doppietta non sarebbe stata impossibile, quando hai vinto il titolo in 47.78, il miglior tempo mai corso nella storia tranne una volta, quarant’anni fa da Marita Koch [47.60]. Hai fatto tutto questo, ma dei signori dentro una stanza hanno deciso che la doppietta 400/400 ostacoli non potevi neppure tentarla. Eppure sono gli stessi signori che dicono di voler proteggere e valorizzare lo sport femminile. Così dicono quando mettono al bando le persone che hanno scelto di esser donne con un percorso di transizione di genere. La doppietta è impossibile dopo la pubblicazione del programma olimpico del 2028, già contestato per aver piazzato nel medesimo giorno batterie, semifinali e finale dei 100 metri.
Sydney McLaughlin-Levrone poteva diventare un poster dei Giochi, come Michael Johnson lo fu nel 1996 ad Atlanta vincendo 200 e 400. Invece no, e secondo Let’s Run si tratta di una vergogna.

Il piano della Nord Corea per eccellere nel calcio giovanile con le donne
E sono due. Le diciassettenni nordcoreane hanno vinto i Mondiali per la seconda volta di fila, trionfi a cui si aggiungono i tre Mondiali Under-20 conquistati entro il 2024. Un dominio assoluto e allora la domanda sospesa, la domanda che si si pone Jonathan Harding su Deutsche Welle è come faccia un paese che “non ha alcun rapporto con il mondo contemporaneo” a crescere calciatrici così brave.
Harding parte dalla cornice geopolitica. Lo sport, in Corea del Nord, è una vetrina. «È uno dei pochi modi per dimostrare sovranità, esistenza e identità davanti alla comunità internazionale», spiega il professor Jung Woo Lee. Lì dentro, ogni vittoria diventa una bandiera sventolata, fuori e dentro i confini. «Lo usano per glorificare i leader e mostrare quanto sia grande il Paese».

▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Discussioni
Emergenza o percezione: il dibattito sulle scommesse nello sport USA
Nelle ore che precedono l’incontro del 2 novembre tra i pesi piuma Isaac Dulgarian e Yadier Del Valle, il mondo del betting osserva rapito cosa accade. Le quote su Dulgarian, il favorito, crollano improvvisamente, come reazione immediata dei bookmaker a un improvviso afflusso di milioni di dollari di scommesse su Del Valle. Tutto sembra sospetto. Dana White, presidente della UFC, chiama lo staff di Dulgarian e chiede cosa diavolo sta succedendo, se per caso si sia infortunato, o se deve dei soldi a qualcuno, se per caso sia stato avvicinato da qualche tipo losco. Dulgarian si rizela. «Assolutamente no. Se si avvicina qualcuno lo ammazzo». Il combattimento conferma ogni sospetto. Dulgarian perde rapidamente il vantaggio presunto e permette a Del Valle di dominare. Dopo qualche tentativo fiacco e teatrale, si arrende con oltre un minuto ancora sul cronometro nel primo round.
A raccontare tutto questo è Albert Burneko su Defector, scrivendo che è difficile immaginare un epilogo del genere se non fosse vero che Dulgarian ha gettato via il match. C’è un’indagine in corso del FBI. Siamo negli stessi giorni in cui il Dipartimento di Giustizia USA pubblica un’incriminazione di 23 pagine contro i pitcher Emmanuel Clase e Luis Ortiz dei Cleveland Guardians, accusati di manipolare dei lanci durante le partite. Per le scommesse. Secondo il DOJ, «i due hanno cospirato con alcuni scommettitori non identificati per vincere almeno 400.000 dollari combinando intenzionalmente i lanci». Le accuse dovranno essere provate in tribunale. Se saranno confermate, le loro carriere sono finite.

▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Dai campi
I nove gol che non segneremo contro la Norvegia
E dunque Italia-Norvegia di domani a cosa serve? Scartata l’ipotesi di poter vincere per 9-0, serve a regalarsi qualche carezza e provare a riscaldarsi il cuore. Ma se Haaland dovesse continuare a mostrarsi l’Insensibile che è, lunedì mattina sarà un disastro emotivo.
“Non possono essere i 5 successi in fila con Estonia, Israele e Moldova, due peraltro arraffati con grandi patemi d’animo nel recupero, a illuderci che l’Italietta vista a Oslo e stropicciata dai vichinghi, sia rinata sotto l’effetto del nuovo allenatore. Serve un test, almeno uno, che ci misuri la temperatura prima degli spareggi di marzo. La Norvegia è in tutto e per tutto l’occasione giusta, per dare un segno all’interno del gruppo e anche fuori. Se non siamo guariti, almeno dimostriamo di essere sulla strada giusta” avverte Alessandro Bocci sul Corriere della sera.
Marco Tardelli era nell’Italia di Bearzot 1982, quella che fece tre pareggi a Vigo e si sbloccò a Barcellona, andando a Madrid per alzare la Coppa. Dunque è votato all’ottimismo e all’idea che possano accade cose impreviste. Su La Stampa stamattina vede Gattuso addirittura sulla soglia di un piccolo miracolo, così lo chiama. “Gattuso – scrive – ha subito capito cosa serviva ed è riuscito a ribaltare la situazione con le armi che lui conosce meglio: il lavoro, il coraggio, la determinazione, il merito e soprattutto l’amore che ha per la maglia azzurra. Ha avuto il coraggio di mandare in campo giovani che hanno ripagato la sua fiducia, riportato in nazionale giocatori che si erano persi per strada come Cristante e se qualcuno rifiuta la convocazione non ne fa un dramma, significa che non era da maglia azzurra. È vero che queste vittorie non sono avvenute con squadre di altissima qualità, ma sono vittorie che prima non arrivavano”. Per la verità l’Italia ha battuto Estonia, Israele e Moldavia; quattro anni fa è stata campione d’Europa e perfino con Spalletti – perfino con Spalletti – ha vinto in Belgio e in Francia.
Ma bon – direbbe Baricco – in effetti al povero Gattuso è stata affidata una missione difficile. Forse non è ancora definitivamente chiaro come il mondo corra e sperimenti, mentre noi siamo irrimediabilmente fermi sulle nostre incomprensibili certezze, più o meno racchiuse nel mantra siamo l’Italia. Come forse dicevano in Austria cent’anni fa e in Ungheria alla fine degli Anni Cinquanta. Gattuso è l’uomo ideale per inseguire, perché ha speso tutta la sua vita calcistica a far quello. Lo scrive Veronica Baldaccini nel ritratto del Ct sul secondo numero di Sky Insider, il magazine quindicinale per gli abbonati alla tv o all’area premium del sito.
No, Ronaldo non è un vecchio. È un dodicenne
Certe volte la realtà diventa più ridicola della finzione. Se ne dice sicuro Simon Briggs sul Telegraph ripensando alla partita del Portogallo in Irlanda del nord, la partita del primo cartellino rosso in nazionale per Cristiano Ronaldo. Briggs si diverte a paragonarlo al Competitive Dad del Fast Show: quell’adulto che umilia i figli in ogni sport come se stesse giocando una finale mondiale. Solo che Ronaldo, ricorda l’autore, le finali le ha davvero giocate — e vinte — e questo rende ancora più surreale il fatto che a 40 anni continui a comportarsi come un dodicenne.

Il colpo di Malta e le nobili decadute
Prima di ieri sera, Malta aveva segnato un solo gol in sei partite, due pareggiate e quattro perse. Un altro lo ha pescato Jake Grech a nove minuti dalla fine della partita in Finlandia, e con quel gol la Finlandia si è giocata la tredicesima. Tre punti che parevano sicuri, buoni a restare in corsa per un posto agli spareggi, sono andati al macero. Restano ancora tante le nazionali senza nemmeno una partita vinta, 12 su 50. L’elenco mostra due cose. La prima: nel quadro di crescita diffusa ci sono ancora paesi che non ce la fanno. San Marino, per esempio. Sette sconfitte su sette, un solo gol segnato e 32 subiti. Oppure il Liechtenstein che ha perso sei volte su sei senza segnare mai. La seconda: il passato non conta. Nel girone A sono senza vittorie sia la Svezia sia la Slovenia. La prima ha fatto la finale nel ‘58, la semifinale nel ‘94, i quarti di finale nel 2018. La seconda ha chiuso gli Europei dell’estate scorsa in Germania senza perdere. È vero: anche senza vincere. Quattro pareggi su quattro, ma due di quei pareggi – due 0-0 – sono arrivati con Inghilterra e Portogallo. L’altro grosso nome a zero è la Bulgaria, un solo gol segnato nelle quattro sconfitte su quattro, avendo nella storia una semifinale nel ‘94 con la meravigliosa squadra del Pallone d’oro Stoichkov, dei centrocampisti Lechkov e Balakov.
Le scie chimiche di Marcos Llorente
Marcos Llorente è un calciatore totalmente fuori schema, con eliche del dna fuori dal comune. È figlio di Paco, sua madre ha giocato a basket, c’è Gento nel suo albero genealogico. In campo cambia posizioni come fossero le quattro stagioni, e soprattutto si distingue per uno stile di vita che sembra uscito da un manuale di biohacking estremo. Filippo Maria Ricci gli ha fatto stamattina sulla Gazzetta un’intervista strepitosa, partendo dal ciclo del sonno alla forma della Terra. «Rotonda, o sferica. Non sono un terrapiattista», risponde Llorente, che ci tiene a precisare come certe etichette gli siano state appiccicate solo perché ha abitudini diverse dagli altri. Molto diverse.
Quando si passa alle scie chimiche, invece, nessuna esitazione: «Assolutamente, sono aumentate e hanno effetti negativi». Ma aggiunge che non è lì per convincere nessuno. Sul tema sole, creme e tumori della pelle ha idee ancora più nette: niente protezioni, mai. Per lui la luce naturale fa solo bene e i veri pericoli sono altrove: «Il cancro alla pelle può colpire chi si espone al sole come chi vive in una grotta. Le lampade UV sì che sono pericolose, non il sole». Vent’anni senza crema, dice, e suo padre quaranta. Anche gli occhiali da sole sono banditi: gli occhi, per lui, traggono solo benefici dal vivere nudi alla luce, purché non si fissino direttamente i raggi.
Poi c’è la dieta paleolitica, fatta di carne sì, ma solo se l’animale ha mangiato erba vera sotto il cielo. Mai prodotti industriali, mai carne lavorata: è tutta una questione di filiera, non di ideologia. Ma pur difendendo queste convinzioni, si adatta alla vita di squadra: «Ci vuole equilibrio, è l’unica via alla felicità». Tra tutte le sue passioni antiche, ce n’è una molto moderna: il vino. Llorente racconta che negli ultimi anni ha iniziato ad apprezzarlo: prima comprava orologi, ora bottiglie – più discrete da portare in giro. Ama la dimensione sociale del bere, la ritualità attorno al tavolo. I gusti: Francia, Stati Uniti e Italia. Cita Case Basse di Soldera, Monfortino di Conterno, Masseto e un Sassicaia 1985 che mette tra i suoi vini del cuore.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Interpreti
Il silenzio di Florentino che ha tolto autorevolezza a Xabi Alonso
Avete voglia di citare il Leonard Cohen di Anthem – quello che canta: “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”. È arrivata pure sulla bocca di Diego Abatantuono in La vita va così. Avete voglia di citarlo, ma certe volte la vita va veramente così e dalle crepe entrano solo grandissimi casini. Il Real Madrid, per esempio. Quel gran cuore così blanco di Jorge Valdano ne scrive stamattina su El País, lanciandosi in una riflessione — filosofica come sempre, ma anche molto concreta — sul momento che vive Xabi Alonso, e su come una ferita pubblica abbia alterato gli equilibri interni.
Valdano parte dall’episodio che ha cambiato tutto: la rabbia di Vinícius al momento della sostituzione nel Clásico. In una notte in cui il Madrid aveva spezzato una striscia di quattro sconfitte consecutive contro il Barça, le luci si sono spostate sul brasiliano e sulla sua sfida aperta all’allenatore. Il suo rifiuto di uscire non è stato solo un gesto: per Valdano ha indebolito l’autorità di Xabi, ha distratto la squadra in mezzo alla battaglia e ha tolto valore al trionfo.
Il club, nota Valdano, non ha reagito. Ha preferito evitare di irritare Vinícius invece di proteggere il proprio allenatore. E quel silenzio ha avuto un costo: dopo il Clásico sono arrivati risultati peggiori e, diversamente da quanto accade a Londra, Monaco o Napoli a Madrid la colpa è ricaduta subito su Xabi.
Così dice Valdano e poi allarga lo sguardo. L’irregolarità del Madrid non è un mistero, dice: la squadra domina nella normalità, soffre contro l’élite. E forse — questa è la domanda centrale del pezzo — il problema non è l’allenatore, ma la struttura della rosa. Anche con il miglior portiere e il miglior attaccante del mondo, le grandi partite si giocano in mezzo, dove servono ordine, ritmo e strategia. Lì, oggi, il Madrid “pensa lento”. Senza la scienza di Modric e Kroos, ciò che era semplice è diventato complicato: manca un regista, un cervello. Valdano analizza il centrocampo sovraffollato ma senza un vero stratega: Tchouameni inamovibile, Bellingham affidabile, Valverde da riportare nel suo ruolo, Güler in crescita, Mastantuono boh, più Camavinga, Rodrygo, Brahim, Ceballos. Tante soluzioni, nessuna che garantisca un’identità collettiva. Il compito dell’allenatore, conclude, è rendere competitiva la squadra con ciò che ha. “Ma non si fa in cinque minuti”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Oggi
Guida alle semifinali del Masters
La Gazzetta dello sport: “Tennis mania in tv: il calcio non è lontano” – Marco Iaria analizza gli ascolti televisivi della serata in cui si sono sovrapposti Moldavia-Italia e Alcaraz-Musetti. I numeri totali sembrano fotografare una distanza netta – 5,6 milioni per la Nazionale su Rai 1 contro 2,8 milioni complessivi per il tennis su Rai 2 e Sky – ma la lettura più interessante arriva quando si guarda la sovrapposizione oraria reale tra i due eventi. Tra le 20:42 e le 22:07, cioè mentre le due trasmissioni erano contemporaneamente in onda, la forbice si restringe: per Moldavia-Italia 4,9 milioni di spettatori medi, per Alcaraz-Musetti: 2,8 milioni. Un divario molto meno largo di quello apparente. Iaria aggiunge un dettaglio decisivo: la curva degli ascolti si muoveva, e in vari momenti – soprattutto nel finale del primo set e nell’ultimo tratto del match – la distanza si era ridotta fino a 1,5 milioni. E durante l’intervallo della partita di calcio c’è stato addirittura un travaso di pubblico verso il tennis, che ha temporaneamente ribaltato l’audience.
Inghilterra vs Nuova Zelanda di rugby
Sono passati tredici anni dall’ultima volta che l’Inghilterra ha battuto gli All-Blacks a Twickenham. Charlie Morgan sul Telegraph ricorda come allora Manu Tuilagi travolgesse corpi come oggi travolge i ricordi, e come tutto questo appartenga appunto a un passato troppo lontano. Questa partita pare un’occasione per “poter prendere uno scalpo significativo” è la frase scelta per raccontare la vigilia.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.