Come funziona il nuovo Wembanyama

 

Meno tiri da tre e più lavoro sotto canestro

Victor Wembanyama ha passato le prime due settimane di NBA a fare qualcosa che nostalgici e puristi apprezzano moltissimo. Ha ridotto i tiri da tre ed è tornato tornare a dominare dentro l’area come quei bei centri di una volta, quelli che addirittura chiamavamo pivot. Il francese dei San Antonio Spurs, secondo Ben Golliver del Washington Post, ha abbandonato la tentazione del perimetro, cercando schiacciate, penetrazioni e tiri ravvicinati. 

Lo scorso anno, il 47% dei suoi tentativi erano triple, solo il 20,8% veniva entro il metro di distanza. Quest’anno la percentuale di triple è scesa al 18,5%, mentre il 33,9% dei tiri arriva da distanza ravvicinata. Un’evoluzione netta che ha subito trasformato San Antonio. «Ho fatto molto lavoro quest’estate per capire le situazioni — quando tirare e quando no — così da prendere tiri della massima qualità possibile». Il risultato è una squadra più efficiente e un leader che sembra aver trovato un equilibrio tra istinto e disciplina. 

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Il percorso di Wembanyama è una lezione di pazienza e misura. Dopo il problema al gomito che ha chiuso prematuramente la sua seconda stagione NBA, arriva questa sterzata per ricalibrare il gioco. Gli Spurs, partendo dalla tradizione dei centri classici, gli hanno permesso di sperimentare fino a trovare il compromesso perfetto tra atletismo e intelligenza tattica: più penetrazione, più falli guadagnati, più tiri dalla media distanza. Coach Mitch Johnson lo ha spiegato chiaramente: «È uno sforzo intenzionale, mirato a essere efficiente e giocare attorno al canestro. In generale, è molto più facile partire da qui e costruire il resto del gioco, piuttosto che il contrario».

Ma il ritorno alla zona calda porta con sé nuovi ostacoli. Contro Suns e Lakers, difensori più piccoli lo hanno pressato vicino al canestro, costringendolo a perdere più palloni: sei contro Phoenix, cinque contro Los Angeles. In più, l’altezza che gli regala vantaggi incredibili sotto canestro lo espone a falli offensivi strategici, come quelli che Marcus Smart dei Lakers ha saputo prendersi nell’ultimo quarto. Stephon Castle  sintetizza così: «Per quanto sia bravo, le squadre cercano di toglierlo dal gioco. Due difensori su di lui sono la nuova norma».

Nonostante questi ostacoli, Wembanyama sta mostrando numeri da superstar. La sua media di tiri liberi è passata da 4,1 a 8,4 per partita; l’efficienza offensiva degli Spurs è cresciuta dal 19° al 13° posto; e la squadra è al quinto posto a Ovest. È la consacrazione di un talento che aveva debuttato come fenomeno precoce. Golliver osserva come il nuovo Wembanyama ricordi quei grandi del passato capaci di armonizzare fisico e strategia: non un atleta dominante e basta, ma un centro che sceglie con cura quando esplodere un colpo studiato, potente e preciso. «Se avessi potuto farlo a 19 o 16 anni, l’avrei fatto. Alcune cose richiedono tempo. Ora potevo» ha spiegato. Se tutto procede secondo i piani degli Spurs — difesa d’élite, attacco equilibrato e salute preservata — il francese diventerà il prossimo volto della NBA.

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