Lo Slalom del 30 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 5 giorni ai sorteggi per i Mondiali

     

►  OSCAR PIASTRI ha vinto la Gara Sprint di Losail e ha chiuso le qualifiche con il miglior tempo. Partirà dalla pole position nell’ultimo GP della stagione dopo aver ridotto a 22 punti lo svantaggio da Lando Norris. Ma se Norris vince in Qatar è campione del mondo qualunque altra cosa accada. E parte dalla prima fila, di fianco a Piastri. Verstappen è dietro di loro [-25 in classifica] e deve augurarsi un pasticcio. Un pasticcio, un altro, l’hanno fatto in Ferrari. Leclerc è stato decimo, Hamilton 17esimo fuori dal Q1: «Non capisco come sia stato possibile rallentare la macchina».

◇  Il Milan è andato dormire in testa alla classifica dopo aver battuto 1-0 la Lazio. La Juventus ha vinto 2-1 con il Cagliari. De Rossi ha tirato il Genoa fuori dalla zona retrocessione rimontando il Verona [2-1] e l’Udinese è entrata fra le prime-10 con i tre punti presi a Parma. 

◇  Il Flamengo ha battuto 1-0 il Palmeiras e ha vinto la sua quarta Coppa Libertadores. 

◇  A poco più di due mesi di distanza dai Giochi di Milano-Cortina, la stagione di Coppa del mondo di biathlon è cominciata con il secondo posto della staffetta femminile italiana nella tappa di Östersund. Ha vinto la Francia: e non si dica che Slalom non vi aveva avvertito. L’incantevole Alice Robinson ha invece vinto il gigante di Copper Mountain con Sofia Goggia 17esima. 

◇  Conegliano e Novara non hanno perso set negli anticipi della A1 di pallavolo: doppio 0-3 a Cuneo e Perugia, con 18 punti di Tolok e 17 di Haak. Nella Superlega maschile, Piacenza ha vinto 3-0 a Monza. 

◇  Luca Banchi ha aggiungo Nico Mannion ai convocati per la partita di stasera in Lituania rispetto al gruppo che ha perso con l’Islanda la partita d’apertura delle qualificazioni ai Mondiali. 

◇  Walter Monti, coach di Kelly Doualla, ha detto a Tuttosport che la teen potrebbe andare ai Mondiali indoor in Polonia a marzo. Sempre che abbia il tempo minimo per partecipare. 

◇  In un’intervista con Rai Sport, Tadej Pogacar ha risposto a Roger De Vlaeminck che lo ha definito un corridore sopravvalutato parlando a Het Laatste Nieuws. «Pogacar – ha detto – non si avvicina neppure a Merckx. Se avessi 22 anni e corressi come Pogacar, non mi perderebbe mai di vista». Pogačar ha detto in sostanza che non gliene frega niente: «Se qualcuno mi sopravvaluta, non mi dà fastidio. Se qualcuno mi sottovaluta, nemmeno».

   

Dicono che fuggire non sia un gesto molto nobile. Peccato, è così piacevole

Amélie Nothomb

  

Il nono mondiale di Ogier, un campione che ha scelto il part-time

Ogni volta che Sébastien Ogier irrompe con la sua Toyota in un’inquadratura, sembra un fotogramma rubato a un western contemporaneo, in una tonalità sospesa tra l’alba e il pomeriggio, senza un’ora precisa, un tempo della vita. Ogier arriva quando vuole, se ne va quando crede, fa il pilota part-time, ma quando passa lascia il segno. A fine giugno, la sera dopo il secondo posto al rally dell’Acropolis, al ritorno a casa dalla Grecia, ha deciso di cambiare i suoi programmi e di provarci. Aveva saltato quattro corse e aveva stabilito di lasciar perdere pure il GP d’Estonia. Invece le ha inseguite tutte. Potrebbe aver sentito l’odore del napalm, ma non è il tipo. 

Era da diciannove anni che un pilota non vinceva il Mondiale di rally senza aver partecipato a tutte le gare. C’era riuscito proprio quel Sébastien Loeb affiancato adesso a nove titoli in totale, il suo punto di riferimento, la sua condanna. Sono passati 12 anni fra il primo e l’ultimo titolo di Ogier, il 17 dicembre ne compirà 42 e ha superato di 164 giorni il primato di longevità di Hannu Mikkola, il campione del 1983. Gli ultimi quattro titoli sono arrivati tutti all’ultima gara in programma, la traccia che ci lascia un uomo non più giovane e forse adesso tentato di mollare del tutto, non più obbligato a vincere, ma come dice lui «impossibilitato a perdere», perché ha fatto pace con il deserto dentro di sé.

Esiste una categoria di sportivi che costruisce la propria leggenda attraverso l’eccesso e il rumore. E poi c’è Sébastien Ogier, che al rumore ha sempre preferito la scia silenziosa lasciata sulla ghiaia. Ha vissuto abbastanza per non dover inseguire più nessuno, nemmeno Loeb e il suo mito, il suo seguito, i titoli che i giornali gli hanno dedicato in maggioranza. Le cose adesso vanno in un altro modo: quando Ogier decide che è il suo momento, gli altri spariscono.

È l’anti-star per eccellenza. Risponde piano, sorride poco, non offre aneddoti né boutade. Per anni si è sentito raccontare in funzione di qualcun altro. L’altro era l’altro Sébastien, l’ombra, il faro. Il primo a riuscire in tutto, il simbolo popolare che con i suoi nove mondiali sembrava un limite invalicabile. Ogier ha reagito come fanno i personaggi dispari [cit.], alimentando una rivalità feroce e un rispetto profondo, costruendo la propria strada fuori dal cono di luce del predecessore, senza sottrargli nulla. «Essere il secondo cambia la percezione delle cose – ha detto una volta – ma non ha cambiato la mia vita».

La sua forza è sempre stata una freddezza quasi chirurgica. È stato leader per istinto, ossessivo per natura, riluttante per scelta. Il dovere della perfezione lo ha logorato insieme con i viaggi continui, il tempo sottratto alla famiglia. Nel 2021 ha detto basta: mai più stagioni complete. Avrebbe corso solo quello che gli andava, per tornare a sentirsi qualcos’altro, non solo un pilota.

Sembrava un commiato elegante, un lento addio. Invece è stata una rinascita. L’intermittenza gli ha restituito freschezza, fame, gioia. Ha scoperto che scegliere significa vivere meglio, e vivere meglio significa guidare meglio. Ha trovato un copilota giovane — Vincent Landais — che lo guarda come si guarda un maestro. La vita familiare ha smesso di essere un rimpianto per diventare un equilibrio. «Non avrei mai capito da solo quanto fosse importante stare con mio figlio» ha ammesso.

Ogier non cercava il titolo, ma quando in Grecia ha visto una breccia ha allungato la mano. Ha aggiunto rally su rally al programma, ha fatto i conti non per inseguire Loeb, ma per farsi seminare da sé stesso. «Non ho più il diritto di perdere» è stata dunque la sua frase dell’anno, le parole che hanno svelato l’uomo nascosto sotto la maschera.

Così, nella polvere del deserto saudita, con i nervi tesi e in mezzo a traiettorie impossibili, Ogier è tornato il cacciatore di sempre. Elfyn Evans ha ceduto, le dune si sono aperte, per la quinta volta in carriera ha chiuso al secondo posto. Adesso Ogier è davvero diventato l’alter-Loeb, ma senza volerlo. 

L’Equipe stamattina lo celebra dandogli la foto principale della prima pagina, ma scrivendo ancora con Jean-Denis Coquard che i suoi successi mancano del fascino di qualcosa di inedito. Ci è tornato in mente l’appello di Kenenisa Bekele, dopo la sua prestazione ai Mondiali di atletica leggera del 2009: – Per favore, non dimenticatemi. L’etiope viveva da circa due settimane all’ombra del giamaicano Usain Bolt dopo tutta una vita all’ombra di Haile Gebrselassie. Eppure aveva superato i record di Bolt ed era riuscito dove il suo predecessore aveva fallito, vincendo l’oro sia nei 5.000 metri che nei 10.000 alle Olimpiadi e ai Mondiali. Era senza dubbio il più forte, ma taciturno e discreto, gli mancavano l’acclamazione del suo illustre predecessore, il suo carisma luminoso e il suo sorriso contagioso. Sébastien Ogier è arrivato a questo punto.

Ogier non è né Neil Armstrong né Cristoforo Colombo. Non è sbarcato per primo su nessun nuovo mondo, ma ha capito che arrivare dopo non toglie valore al viaggio. Ha nove titoli come l’altro Sébastien – lui con tre case differenti [Volkswagen, Ford, Toyota], l’altro sempre e solo sulla sua Citroen – ma soprattutto ha qualcosa che Loeb non avrà mai, una storia che non è fatta per piacere, una leggenda artigiana costruita senza spettacolo e senza clamori, con la calma di chi ha imparato che puoi decidere di non cercare più il successo. Ogier corre solo quando vuole. Per questo è il successo che lo va a cercare.

|  fonti   Le Monde  |  L’Equipe

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L’uomo che fa le previsioni del tempo ai rally

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Il lavoro di Nicolas Mazet è capire il tempo che fa. Non sta in tv per le previsioni del tempo, lavoro come uomo meteo per la Toyota, ed è una delle figure fondamentali per Sébastien Ogier e gli altri piloti del team: aiuta a scegliere le gomme giuste in ogni speciale. Jérôme Bourret su L’Équipe ha raccontato questo mestiere invisibile e decisivo, il mestiere di chi scende con  la sonda in mano a misurare la temperatura dell’aria, del terreno, l’umidità, il punto di rugiada; percorrendo chilometri a piedi e spesso al buio per raccogliere dati accurati. Sono uomini che presidiano il cielo, letteralmente. Controllano sole, nubi, vento, la pioggia imminente, e poi riportano tutto a un previsionista che elabora proiezioni per gli ingegneri. Le informazioni servono agli equipaggi per scegliere le gomme e regolare l’assetto e l’altezza da terra. Ogni dettaglio può decidere una tappa.

Mazet spiega a L’Équipe che il suo compito è il più scientifico possibile, ma riconosce che i piloti — Ogier in primis — a volte chiamano per un “sentimento umano” quando sono indecisi. E quando sul display dello smartphone compare il numero di Sébastien Ogier, Mazet ammette che «è un bel colpo di pressione». L’Équipe racconta allora la storia condivisa tra i due: entrambi originari delle Hautes-Alpes, si sono conosciuti nei programmi di selezione del Rallye Jeunes. Ogier è decollato verso una carriera mondiale; Mazet è rimasto ai margini della competizione per mancanza di fondi, così è finito dall’altra parte della storia, a fare il meteorologo da speciale.

È stato Ogier a riportarlo dentro la grande scena. Quando il francese è arrivato in Volkswagen nel 2012, il copilota Julien Ingrassia mise in piedi un team affidabile e selezionarono Mazet come uomo-meteo di riferimento. Da allora, racconta Bourret su L’Équipe, la collaborazione è diventata una lunga avventura — tredici anni. 

Oggi la Toyota gli affida un ruolo centrale: continua a seguire tutte le gare del Mondiale, anche da quando Ogier è assente. Mazet è diventato un punto fermo per tutti. Vive tra aeroporti e prove speciali che si tengono alle quattro e mezza del mattino. C’è una frase che riassume perfettamente la sua vita: «La mia casa è il lounge Air France a Charles de Gaulle».

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Gregari, mediani e navigatori: l’arte di fare da spalla

Nella colonna di sinistra, la lettera maiuscola G sta da sempre sulla mappa per Gauche. Cx significa cailloux. È sul sedile di destra che stanno seduti questi occhi supplementari puntati su carta e strada, mappa e sterrato, quando la voce, che a volte è ferma, altre volte agitata, dice: doppio pericolo, tornante a sinistra con pietre. Leggere la mappa significa intuire. Intuire significa guidare prima dell’altro. L’altro è quello che guida per davvero, il compagno che tiene il volante tra le mani. Tecnicamente un capitano. Ma non esiste un capitano senza un mozzo di bordo.

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Una partenza da non perdere

Il Qatar si era appisolato nel pomeriggio sulla gara sprint più piatta dell’anno, ma la qualifica ha riaperto gli occhi al weekend, uno scossone lo chiama Maxime Malet su L’Equipe. Per Piastri è la prima pole da agosto, la più pesante della stagione, e gli altri del triello sono subito dietro di lui. Il quadro è quello perfetto che L’Équipe aspettava: Norris secondo, occhi fissi sul titolo. Verstappen terzo. Dopo la prima curva non ci sarà protezione, ma alla prima curva bisognerà arrivarci, attraversando quello spazio senza logica e senza strategia, quel primo cambio di direzione — destra-sinistra, lungo, largo, insidie, ghiaia — che è il posto dove il titolo può rompersi. «Una partenza da non perdere», scherza Zak Brown, spiegando che McLaren non darà ordini, neppure stavolta. Oscar e Lando sono liberi di battersi.

Verstappen ha promesso che sarà il primo a provarci., «tutto quello che si può, alla curva uno», dice, ricordando che con più carburante l’auto si muove diversamente, e che altre macchine — soprattutto quella di George Russell quarto — possono influenzare il quadro. Russell ha finito la sprint al secondo posto, da buon amico di Norris non disdegnerebbe un po’ di caos controllato.

Norris ha risposto a modo suo: «Sarà quella l’opportunità di guadagnare posizioni, e dopo sarà una gara noiosa». Gioca la carta dell’ironia per nascondere il dilemma profondo: tentare di chiudere il Mondiale questa domenica, oppure amministrare, prendere punti, trascinare la resa dei conti fino ad Abu Dhabi?

Il punto è che Norris potrebbe anche avere ragione. I sorpassi potrebbero essere pochi, a Losail il caldo distrugge le gomme in scia. Gli imprevisti possono arrivare dai due pit stop obbligatori: massimo 25 giri per ogni set di gomme, e la strategia diventa un campo minato.

Il nemico più grande di Norris sono le sue piccole sbavature. L’errore in frenata a Las Vegas è ancora fresco; a Losail un sottosterzo alla due proprio nel finale della Q3, mentre credeva di aver già messo via il giro buono. Un replay del genere sarebbe una catastrofe per la classifica di Norris. Per tutti gli altri, il segnale che il finale può essere ancora più esplosivo del via.

 

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I temi del giorno

 

 

protagonista   Il peso di Yildiz nella Juventus

  Chi lo vuole a sinistra, chi lo vuole al centro, a Spalletti basta che ci sia. Emanuele Gamba su Repubblica racconta così: Yildiz funziona anche quando fa meno freddo e anche se non c’è una situazione pessima da cui uscire. Yildiz risolve, semplicemente e naturalmente, vale a dire con la semplice naturalezza di chi vale più degli altri e quindi lo fa valere. Poi si potrebbe aprire un ponderoso dibattito su dove sarebbe la Juventus senza il suo numero 10, ma sarebbero ragionamenti oziosi: Yildiz ce l’ha e se lo gode, lo sfrutta, raccoglie ciò che aveva seminato portandolo a Torino da ragazzo. Stavolta i gol, anziché farli fare ai compagni, il giovane turco li ha fatti da sé.

Meno male che la classe esiste ha scritto Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio, mentre Antonio Barillà su La Stampa parla di leadership a doppio taglio e scrive: Sottolineate le qualità del gioiello, guai lasciarsi abbagliare fino a ignorare i limiti che occultano: la squadra ha sbagliato approccio, riproposto amnesie inconcepibili, faticato ancora nelle finalizzazioni, Openda e David sono ripiombati nell’oblio, Vlahovic s’è infortunato e mancherà per un pezzo

montaggio  Lo spogliarello di Allegri

  Con l’arbitro alla VAR per giudicare un gomito di Pavlovic, Allegri si è sfilato di nuovo il cappotto e l’ha lanciato, così quella che era una scena memorabile sta diventando come i baci di Katherine Hepburn e Spencer Tracy al cinema. Quando sono nella stessa stanza, accadrà. Alla fine non l’hanno dato, il Corriere dello sport-stadio parla di partita rovinata, il Milan ha vinto e Carlos Passerini sul Corriere della sera fa due considerazioni. La prima è che è sempre più a immagine e somiglianza del suo allenatore: pratico, solido, concreto, sa soffrire e colpire al momento giusto. La seconda è che il passo è da scudetto. Non è solo la classifica a dirlo, ma la mentalità e l’attitudine di una squadra che ha sì limiti strutturali, ma anche la testa per provarci. La strada resta lunga. E il mercato dovrà dare una mano. Prima però ci sarà da alzare il livello contro le cosiddette piccole, visto che dopo la trasferta a Torino all’Immacolata ci saranno Sassuolo, Verona, Cagliari, Genoa e Fiorentina. Se c’è un momento per tentare l’allungo, è questo.

LA MORTE DI PADRE ELIGIO – Don Eligio è stato negli anni Settanta una figura popolare. Era il padre confessore di Rivera e come ricorda Repubblica stamattina portava i Ray-Ban, i boccoli e gli stivaletti come i Beatles. È morto all’età di 94 anni e proprio a ridosso di Milan-Lazio, memorabile nel dicembre del ‘72, quando al minuto 78 con i rossoneri sull’1-0 Eligio perse la sua partita con padre Lisandrini, il sacerdote che frequentava il gruppo della squadra di Maestrelli. Mentre il frate caro a Rivera stringeva mani come se il gol del vantaggio su punizione lo avesse segnato lui e non Chiarugi, padre Lisandrini si portò le mani alle tempie in uno sforzo sovrumano. Mormorò qualcosa e la leggenda tramanda che le sue frasi furono: «Sorella Nebbia, scendi a visitarci. Sorella Nebbia, ti prego, scendi in campo».

Come si sa, nel giro di qualche minuto la nebbia davvero arrivò. L’arbitro rimandò le squadre negli spogliatoi, la partita fu annullata [all’epoca non si riprendeva da dove ci si era fermati]. Il Corriere dello sport-stadio lo ricorda chiacchierato e lo definisce un ciclone che travolse anche Rivera

Oh comunque non fui concorrenza sleale: l’Inter aveva don Butti, il Torino don Ferraudo, la Sampdoria don Galli, il Napoli don Sciccone al Napoli, la Juventus don Monti, il Bologna don Nanni, il Palermo don Muscarello.

carnet

Le partite di oggi

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  Due squadre in difficoltà ma con obiettivi e problemi diversi. Nel 2025 nessuno ha fatto meno punti in casa del Lecce. In questo anno solare i giallorossi hanno chiuso 11 partite interne senza segnare, incluse le ultime tre. Il Torino – come Giorgio – è strano. Ha preso 21 gol in 12 partite, uno dei bilanci più pesanti degli ultimi 65 anni a questo punto del campionato [peggio solo nel 2002-03, 2013-14 e 2020-21], ma allo stesso tempo ha cinque partite immacolate. Il Lecce è imbattuto nelle ultime quattro partite giocate alle 12.30  e il Torino ha vinto tre volte a mezzogiorno, incluse le due con Roma e Genoa in questa stagione. In sostanza si affrontano la peggior difesa del campionato e il secondo peggior attacco 

LO SPECCHIO  |  Tiago Gabriel vs Ngonge – Tiago Gabriel trasforma ogni duello in una questione fisica — marcature strette, gioco aereo duro.. Quando allarga le braccia e prende posizione sembra riscrivere i confini dell’area di rigore.  Ngonge con la sua agilità cerca spazi, cambi di passo, movimenti rapidi. Una testa fredda e la creatività. Il difensore del Lecce offre solidità, letture preventive e precisione. Se regge la pressione, può diventare il prossimo tesoretto del club. È il migliore della squadra finora. Ngonge prova a inventare l’azione con un lampo o una giocata improvvisa. L’urto primordiale tra due nature opposte: la roccia e la fiamma. Ogni sua lettura è un anticipo della battaglia, ogni spallata un promemoria del corpo.

  Pisa e Inter non si vedevano in A dal 1991. La squadra di Chivu con le neopromosse ha vinto otto vittorie nelle ultime nove di A, l’eccezione è il 2-2 di aprile contro il Parma [di Chivu]. Il Pisa è solido: imbattuto da sei giornate. I numeri profetizzano un assedio: l’Inter è la squadra che tira di più [219] ed è quella che concede meno tiri alle avversarie [107]. Il Pisa è all’estremo opposto: ha subito di più [196] tiri e ha calciato di meno [30 volte]. M’Bala Nzola ha già eguagliato i tre gol segnati un anno fa con la Fiorentina. 

    È  la prima volta dal gennaio 1987 che Atalanta e Fiorentina si affrontano dopo 12 giornate con meno di 15 punti a testa. L’Atalanta non vince da 8 partite in A e la Fiorentina non è mai partita così male. Inoltre la Fiorentina è la squadra che ha subito più gol da fermo in questo campionato [10] e l’Atalanta quella che ha segnato meno su palla inattiva [2]. 

LO SPECCHIO  |  De Ketelaere vs Mandragora   Due modi diversi di pensare il centro del campo. Il belga controlla il pallone muovendosi tra le linee, vede corridoi che non esistono e li rende possibili con i suoi tocchi diagonali. Mandragora vive nella frizione del gioco. Sporca le linee di passaggio e costringe a scegliere giocate indesiderate.  È un mediano che accompagna, ti porta dove vuole. Ha una durezza gentile.

    La partita del giorno. Negli ultimi 11 confronti la Roma ha vinto solo nel dicembre 2023 con i gol di Pellegrini e Lukaku. La novità è la classifica: Roma e Napoli si presentano entrambe con almeno 25 punti dopo 12 giornate, cosa mai successa nella storia della A. La Roma è in testa da sola per la prima volta dopo oltre 10 anni. Non è una macchina da gol [15 reti], non lo è stato neppure il Napoli dello scudetto di Conte – che non segna su azione fuori casa da settembre, quando Højlund lo fece a Firenze.

LO SPECCHIO  |  Soulé vs Rrhamani  – Soulé arriva come una corrente elettrica: tocchi rapidi, testa alta, un’andatura da funambolo tra gli spazi stretti. Entra, rientra, sterza, sparisce. Rrahmani ha posture larghe e pensieri calmi, il senso della posizione che anticipa il pericolo. È un difensore che non colpisce con un gesto, ma con la somma delle cose che fa.

 

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Le analisi

 

L’arbitro di Monaco-PSG ha fatto un po’ di disastri

Monaco-PSG non è finita. Cioè. Sì, è finita. È finita 1-0 per il Monaco e potrebbe essere una occasione di rilancio [lo spiega qui L’Equipe]. Non è finita nel senso che l’arbitraggio di Clément Turpin è la più grossa discussione di stamattina, più grande della partita stessa. Una partita deludente, bruttarella, con il PSG convinto di essere stato penalizzato. Ha iniziato a far trapelare il proprio malumore in privato, come solo i grandi club hanno il potere di fare, e poi hanno scelto di uscire allo scoperto. Il caso principale è un tackle di Camara su Lucas Chevalier. Turpin ha mostrato solo il giallo e la VAR non è intervenuta. L’ex arbitro internazionale Saïd Ennjimi, citato dal giornale, è categorico: – È rosso cento volte. Un intervento in ritardo, senza possibilità di prendere il pallone. Il PSG, durante l’intervallo, ha fatto girare ai giornalisti le immagini della caviglia di Chevalier, sottolineando la gravità dell’episodio. 

L’Équipe ricorda che non è la prima volta: a dicembre 2024 Donnarumma era stato colpito al volto da Singo senza che il difensore venisse espulso. C’è un pattern [tra poco lo sentiremo dire anche da noi].  Turpin invece ha corretto una decisione a favore del PSG, espellendo Kehrer all’80’ dopo una revisione alla VAR. Qui è stato il Monaco a protestare: «Le settimane passano e gli errori continuano». Luis Enrique ha detto che è stata la peggiore partite stagionale del PSG, ma il Marsiglia non ne ha approfittato: 2-2 con il Tolosa.

Il cinema muto del Nizza

Il Nizza è in difficoltà, e Franck Haise lo sa meglio di chiunque altro. Non lo hanno cacciato — anzi, Ineos gli ha rinnovato la fiducia — ma proprio per questo oggi deve inventarsi qualcosa, qualsiasi cosa, per far ripartire una squadra impantanata. L’Équipe racconta il suo ultimo tentativo: una seduta video che sembra uscita da un laboratorio di psicologia più che da un centro sportivo. Niente audio, niente spiegazioni, niente staff che parla per dieci minuti mostrando frecce e cerchi. Solo immagini. Haise le ha fatte scorrere una dopo l’altra, e poi ha chiesto ai giocatori di raccontare cosa hanno visto. Il messaggio è semplice: adesso tocca a voi. È il vostro sguardo che deve cambiare, non solo le mie parole.

L’obiettivo è responsabilizzare il gruppo, far sì che ognuno capisca da solo dove e perché le cose non funzionano. Un espediente simile è stato usato da Palladino a Bergamo, quando ha chiesto alla squadra di scrivere su un foglio un tratto del DNA dell’Atalanta. Era un invito a ritrovarlo in campo. Il secondo gol subito dal Nizza a Oporto è un’azione che in teoria avevano preparato e che in pratica hanno subito come fosse una novità. Haise insiste: certe prese di coscienza non arrivano con i discorsi, arrivano quando ti rivedi mentre sbagli. 

Il portiere Yéhvann Diouf l’ha chiamata una seduta di autocritica collettiva. Forse tra ciò che Haise chiedeva e quel che la squadra faceva c’era un disallineamento, un piccolo scarto ripetuto tante volte da diventare una crepa. Così nascono le incomprensioni, le posizioni sbagliate in campo, le letture non condivise. Haise non ha alcuna intenzione di epurare qualcuno: L’Équipe spiega che non vuole creare conflitti, non cerca colpevoli. C’è chi gioca di meno e magari è frustrato, come sempre, come dovunque, ma per lui conta solo che l’etica del lavoro resti alta e che nessuno si tiri fuori con atteggiamenti sbagliati. Il video muto è un passo di lato dell’allenatore. Lascia che siano i giocatori a riempire quel vuoto, a doversi parlare. Un piccolo rituale, un atto di fiducia per capire insieme, vedere insieme, ripartire insieme. È un tentativo. Ma in un momento così, dice L’Équipe, vale la pena provare anche il cinema muto, se può aiutare il Nizza a ritrovare la propria voce.

 

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Tendenze

 

 

La strategia della Germania con i suoi Under-20

C’è una nuova ondata di talento fra gli Under-20 di Germania, un movimento che non nasce per caso ma da una filosofia condivisa: il Nachwuchs — la “nuova generazione”, i “figli” — è la colonna portante del sistema calcio tedesco. Niccolò Omini su Sky Sport Insider spiega perché oggi la Bundesliga è tornata a essere la lega europea che lancia più giovani, e non per necessità, ma per visione.

Nachwuchs è la nuova generazione che cresce dentro la famiglia del calcio tedesco. Una cultura che considera i vivai non come un settore accessorio ma come la base dell’intera industria. In Germania non esiste l’idea che un giovane sia una scommessa. O è pronto o non è pronto. Il Bayern Monaco ha Lennart Karl [anno di nascita 2008] e Tom Bischof, l’Eintracht Francoforte conta su Can Uzun, il Lipsia si gioca le carte di Yan Diomande e Assan Ouédraogo, nel Colonia c’è Saïd El Mala. Non sono comprimari, sono titolari, responsabilizzati e centrali nei piani [si legge per intero qui]

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Discussioni

 

Con Slot c’è in ballo la diversità del Liverpool

Il West Ham ha fatto 7 punti nelle ultime 3 giornate, quasi il doppio di quanto raccolto nei tre mesi precedenti, vincendo le ultime due in casa. Il Liverpool arriva da due 0–3 consecutivi [City e Forest] e un’altra scoppola in Champions, qualcosa che non succedeva dai primi anni ’50. La frase che circola da giorni è che se continua così, il Liverpool farà peggio della decadenza vissuta dal Leicester campione. Siamo in area Napoli post-Spalletti, solo che Slot è là. Serve sempre un precedente per misurare l’incredibile e Martin Samuel — sul Sunday Times — si diverte a raccontare questo specchio imperfetto. Il Leicester 2016-17 rimane un caso-limite: un crollo verticale, 37 punti in meno, quindici sconfitte in più, la differenza reti passata da +32 a –15. Ma Samuel ricorda che il vero fondo della storia è altrove: I peggiori campioni restano quelli del Manchester City 1936-37, addirittura retrocessi l’anno dopo

La traiettoria del Liverpool è persino più inquietante: 18 punti totali, 15 conquistati nelle prime cinque partite, poi il vuoto. Da settembre, 0,42 punti a partita, nota Samuel: con questo passo il Liverpool non arriverebbe nemmeno ad altri 11 punti. L’orizzonte, insomma, non è il Leicester. È un’eco del 1937-38.

Il paragone che tutti cercano è Arne Slot come Claudio Ranieri. Il tecnico che vince l’impossibile e viene divorato 298 giorni dopo. Ma questo Liverpool non è quel Leicester. Non lo è per storia, per struttura, per risorse, per capacità di spesa — “450 milioni lordi sul mercato, tre dei migliori attaccanti d’Europa, due terzini di fascia alta” — e non lo è per aspettative. Lo stupore del titolo, l’anno scorso, era relativo: non è un Grand National vinto da un gatto, come scrisse Mark Steel a proposito del Leicester.

Ranieri fu esonerato quando era sull’orlo del baratro: 17° posto, cinque sconfitte di fila, nessun gol in campionato dal 31 dicembre, la paura concreta della retrocessione. Slot no. Slot ha margine di recupero. Ma la soglia d’allarme — scrive Samuel — “arriverà molto presto”, perché a Liverpool il traguardo non è la salvezza. È tutto il resto: titolo, Champions, qualificazione europea. Jamie Carragher sul Telegraph ha ridotto la questione a un calendario: West Ham fuori, Sunderland in casa, Leeds fuori. Una settimana di sopravvivenza. Tre partite che possono valere nove punti o un cratere. Lla differenza cruciale è che il Leicester cedette Kanté e Drinkwater, l’asse che dava un senso a tutto. Ranieri perse il cuore della squadra. Il Liverpool no. Trent A-A è stata l’unica uscita non voluta, il resto è stata scelta, strategia, investimento.

Se il tabellone di Champions si congelasse oggi, il Liverpool troverebbe il Napoli nei play-off. “Nessuna certezza”, concede Samuel [figurati per il Napoli – ndSl]. Slot non è sull’orlo di Ranieri, ma non è nemmeno intoccabile. Gli investitori osservano, i nomi circolano — incluso quello di Nagelsmann — e se cade Slot, cade anche chi l’ha portato, Edwards e Hughes.

Simon Hughes su The Athletic parte invece da una scena famosa di Indiana Jones: il duello che non si fa mai perché Harrison Ford ha la dissenteria, tira fuori la pistola e risolve la questione in un secondo. Ecco, dice Hughes, quel momento è la metafora del Liverpool di due mesi fa: le squadre avevano capito che contro i campioni d’Inghilterra non servivano grandi piani o finezze tattiche, bastava colpirli in modo diretto. Hughes racconta la crisi con un tono quasi stupito: il Liverpool non sta solo perdendo — sta crollando. Dieci gol subiti in tre partite, uno solo segnato, tutto questo ad Anfield, dove di solito si decide il destino degli allenatori. Eppure, nonostante tutto, il pubblico non è ancora insorto contro Arne Slot. Anzi: si sente che c’è una memoria recente del trionfo. Il punto del pezzo è questo: può una squadra che ha appena vinto il titolo avere il suo allenatore in discussione

È sensato usare la vittoria stessa come arma contro Slot, insinuando che fosse merito dell’eredità di Klopp? Hughes dice di no. Se Klopp non ci era riuscito con quel gruppo, non si può sminuire chi invece il titolo l’ha portato a casa. La squadra ha perso equilibrio, ha perso fiducia, ha perso identità. Che cosa farà Fenway Sports Group? Gli americani non sono impulsivi, ma nemmeno immobili: senza considerare Klopp, negli anni hanno licenziato Rodgers, Dalglish e Hodgson. E in Premier League l’idea che un allenatore campione sia al sicuro non esiste più. È capitato a Mourinho, a Ranieri, con Ancelotti, tutti cacciati subito dopo aver vinto.

Hughes insiste su un punto: il Liverpool non è un club come gli altri, almeno nella sua mitologia interna. Sfiduciare un allenatore pochi mesi dopo un titolo significherebbe ammettere che quella diversità non esiste più. E c’è un altro elemento essenziale, quasi sottotraccia ma decisivo: la morte di Diogo Jota. Nessuna scusa, dice Hughes, ma chi fa valutazioni dovrebbe ricordare che si tratta di una stagione segnata da un lutto tremendo, che ha squarciato lo spogliatoio. 

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Oggi

 

Chelsea vs Arsenal, il meglio che c’è

    Il Chelsea non batte l’Arsenal in Premier da sette partite e ha vinto una volta nelle ultime 11. L’Arsenal non perde a Stamford Bridge da sei e tutte le volte che si è presentata da capolista in questo stadio ha vinto. Opta Analyst presenta la partita tra la seconda contro la prima con quattro sotto-trame possibili da leggere. 1] I calci piazzati dell’Arsenal – e ormai ne parlano pure all’asilo. 2] Caicedo contro Rice. Il primo è fra i più abili nel recupero dei palloni in Premier. L’altro è diventato un giocatore d’élite a tutto tondo. Fa tutto. 3] Quelli che Arteta chiama i finisher. I giocatori che finiscono la partita. I subentrati. Che spesso la risolvono. 4] Cucurella come chiave per fermare Saka. Cucurella non è sempre il più affidabile dei difensori. Bisogna essere quasi perfetti per avere qualche possibilità, ma Cucurella ci è riuscito mercoledì in Champions League con Lamine Yamal.

  ore  17.30    su Sky Sport

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L’ultimo scroll

   

Naoussa

68 giorni a Milano

Dove morì Volonté

La fiaccola olimpica continua il suo viaggio verso il nord della Grecia attraverso la Macedonia occidentale, aspettando di sbarcare in Italia nel prossimo week-end. Il primo luogo dove oggi porta le sue scintille è Florina, il posto dov’è morto Gian Maria Volonté, mentre era sul set del film di Theo Angelopoulos Lo sguardo di Ulisse. Laura Putti su Repubblica scrisse che se n’era andato come un partigiano, in montagna. Incastonata tra le brulle montagne della Macedonia, a più di seicento metri di altitudine, diciassette mila abitanti, quasi alla stessa distanza con Atene e Sarajevo. Florina ha un’architettura più bulgara che greca, un centro che somiglia alla periferia di una qualunque delle nostre città. Florina ha un nome troppo gentile per un lutto così grande. Un giornale locale titola Volonté si è fermato a Florina, ma Eboli è lontana e chissà se Levi e la letteratura italiana qui sono conosciute come lo è il nostro cinema.

La tappa successiva sarà alla vecchia Agios Athanasios, un villaggio in pietra restaurato sul monte Voras, la più grande città di rifugiati della prefettura, fondata negli anni Venti del Novecento da chi era in fuga dalla Tracia orientale e dall’Asia minore. La prima scuola materna è stata aperta nel 1968. Il viaggio prosegue verso Edessa, prima del Mille capitale provvisoria della Bulgaria, conquistata dagli ottomani, incendiata nel 1944 dai nazisti come rappresaglia all’uccisione di un soldato da parte della resistenza. Si passa poi da Skydra, posto di frutteti [pesche soprattutto] per raggiungere in serata Naoussa, dove durante la guerra d’indipendenza del 1822 numerose donne si diedero la morta insieme con i propri bambini pur di non tornare sotto il dominio ottomano. Si gettarono nelle acque del fiume Arapitsa.

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

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