L’imbuto nel quale si è ficcato Slot a Liverpool

 

   

Una settimana per salvare la panchina. scrive il Telegraph

Non era nemmeno passata un’ora dall’inizio del disastro contro il PSV che nella tribuna stampa di Anfield qualcuno si è girato e ha chiesto: «Ma questo è il livello Roy Hodgson o il livello Brendan Rodgers?». Andy Hunter sul Guardian racconta che la risposta corretta sarebbe stata un’altra: «Don Welsh bad», “una disfatta da Don Welsh”, perché era dal 1953-54 il Liverpool non cadeva così in basso. Ma la scelta collettiva — «il livello di Brenda Rodgers» — basta e avanza per capire l’ansia che attraversa il club mentre la proprietà FSG aspetta con sempre meno pazienza il riscatto di Arne Slot.

Hunter ricuce il presente all’ultima grande spirale discendente del Liverpool, quella che chiuse l’era Rodgers nel 2015: “La fiducia in un allenatore non si era mai prosciugata così da allora”, scrive, e quel solco di somiglianze comincia a diventare scomodo. Anche perché la stagione 2014-15 fu figlia di una strategia di mercato che virò verso l’autolesionismo. L’impressione è che qualcosa di analogo possa essersi ripetuto nell’estate 2025 [se ne parlava a suo tempo qui]. 

Slot non si nasconde: parla di crollo «ridicolo» e «incredibile», accetta che dopo nove sconfitte in dodici partite persino il suo futuro sia in discussione. Ha discusso della batosta con Richard Hughes, come sempre dopo ogni gara, e ne è uscito rassicurato: sostegno totale, nessuna crepa. Ma il Guardian è netto: la fiducia nel calcio è una materia deperibile, la frequenza delle sconfitte rende tutto insostenibile.

Il problema non è solo l’allenatore. È la costruzione della squadra. Un’estate da 450 milioni di sterline [se ne parlava qui], due record britannici infranti in poche settimane, un equilibrio andato in frantumi. Conte direbbe che sono arrivati troppe teste nuove. Florian Wirtz, magnifico ma ingombrante, non ha ancora trovato un ruolo stabile. Hugo Ekitiké e Alexander Isak sembrano dei doppioni e non delle soluzioni; soprattutto Isak, arrivato dopo aver forzato l’addio al Newcastle, appare spaesato e molle, il Guardian nota che si può solo immaginare “che cosa pensi lo spogliatoio del suo comportamento”. 

Il Liverpool voleva raffinatezza, ha ottenuto un organismo irregolare: “da creatura di Frankenstein”. A destra, poi, la falla è aperta: l’uscita di Trent Alexander-Arnold verso il Real Madrid era inevitabile, ma non sostituirlo non lo era affatto. Da allora si sono alternati Frimpong, Bradley, Gomez, Jones, Ramsay, Szoboszlai. Ogni rotazione ha tolto qualcosa: in un caso stabilità, in un altro connessioni con Salah, oppure inventiva in mezzo. Ve lo meritate: Alexander-Arnold lo apprezzi quando non c’è più. Paradossalmente, spostare Szoboszlai dietro ha amputato il reparto che funzionava meglio.

Il Guardian non assolve nemmeno la parte più delicata del progetto, la relazione tra la direzione sportiva e l’allenatore. Wirtz doveva sciogliere le partite sporche, come Wenger ha lasciato intendere: non è successo. Isak doveva essere il finalizzatore totale: non lo è. La squadra, priva di Jota e piena di nuovi equilibri sbagliati, ha perso struttura ed è scossa emotivamente per la morte dell’amico portoghese.  E in tutto questo, Slot è sembrato incapace di governare il nuovo mostro che gli è stato affidato. È riuscito a ripetere una sola parola, prima del West Ham, prima del Sunderland e prima del Leeds: «fight», combattere. Il Liverpool deve mostrare di più, subito, dice il Guardian. “Perché se non lo farà, l’impensabile farà un altro passo avanti.”

C’è solo una settimana di tempo per evitarlo, dice Jamie Carragher sul Telegraph, scrivendo un pezzo durissimo e personale su ciò che sta accadendo, dall’alto delle sue 500 presenze in maglia Reds. Il tono è quello di chi conosce la casa dall’interno e vede un crollo che non riesce più a spiegarsi: meno di 7 punti fra West Ham, Sunderland e Leeds “renderebbero insostenibile una situazione già inaccettabile”. 

Il cuore del suo intervento è un interrogativo identitario: com’è possibile che un club che non licenzia mai gli allenatori che vincono titoli sia arrivato fin qui? Da Shankly a Klopp, chi porta in dote un campionato resta fino a quando decide lui. Slot ha seguito il solco: Premier vinta alla prima stagione, primo allenatore olandese nella storia del campionato, e la stessa familiare sensazione che sarebbe rimasto per anni. Sei mesi dopo sta appendendo un popolo.

Carragher ammette che nessuno aveva previsto un declino così brutale, ma insiste sul fatto che “i segnali c’erano già”. Dalla trasferta di Parigi alla finale di Coppa di Lega persa malamente contro il Newcastle, fino alle ultime partite del 2023-24, vissute come una festa anticipata invece che come un dovere professionale. La squadra, secondo lui, ha “iniziato a comportarsi da piccolo club”, festeggiando troppo presto e spegnendosi prima che la stagione fosse davvero finita.

Da quel momento, la traiettoria è stata in picchiata. “Il Liverpool ha vinto meno della metà delle sue 30 partite”, ricorda Carragher, e questa statistica è la sintesi della decadenza: una squadra senza equilibrio, senza difesa, senza convinzione. Anche tatticamente, scrive, ci sono state scelte che lo preoccupavano già in estate: un Liverpool più aperto, meno fedele alla tradizione, con troppi centravanti e poca copertura sugli esterni. Ha mancato l’acquisto di Marc Guehi per dieci milioni, un risparmio che rischia di costare più di cento se la Champions svanirà. “È come puntare su due cavalli nella stessa corsa”. 

Carragher difende Slot su un punto: il titolo della scorsa stagione non fu eredità di Klopp. L’olandese prese decisioni coraggiose, ha rilanciato Salah, ha cambiato ruoli e gerarchie. Un merito che oggi rischia di restare schiacciato dall’attualità. Il finale è chirurgico. Con tutto il rispetto per gli avversari, scrive, non esiste momento migliore di questo per tentare la risalita. Ma se la crisi continuerà e Slot non troverà risposte, “il club dovrà trovare qualcun altro che le trovi al posto suo”.

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