Il ritorno di LeBron James

 

 

   

Non starò mai zitto davanti alle ingiustizie sociali

LeBron James

 

  

Il ritorno di LeBron James

Qualche settimana prima di compiere quarant’anni, Michael Jordan espresse un certo scetticismo su un adolescente di Akron che stava cambiando il modo di parlare di basket. Era il 2003, e il bambino prodigio si chiamava LeBron James. Jordan pensava che l’esposizione smisurata, le aspettative, la saturazione mediatica avrebbero reso il suo ingresso in NBA più duro di qualunque altro debutto prima di allora. «Sarebbe ingiusto aspettarsi che sia già bravo come Kobe Bryant o Tracy McGrady» diceva, aggiungendo con un mezzo sorriso che in quel momento era «un giocatore medio nella nostra lega, con il potenziale per diventare un giocatore migliore».

Medio. Potenziale. In quell’altra epoca, molto prima che il numero 23 dei Lakers arrivasse dove nessuno è mai stato — alla ventitreesima stagione in NBA — quelle parole sembravano addirittura avere un senso. LeBron aveva avuto una copertina su Sports Illustrated da junior e una fama globale prima che i social diffondessero video e meme in quel modo che definiamo come un’epatite. Davvero esisteva qualcuno che poteva essere così forte, e così presto?

Ian O’Connor su The Athletic  ricorda  che per capire come stessero le cose, per lavoro, chiamò al telefono Ernie Grunfeld, un ex NBA, un oro olimpico con la nazionale USA nel 1976 e gli chiese cosa pensasse delle parole di Jordan su quel ragazzino, prima di mettersi in macchina verso Trenton e andare vedere il fenomeno negli Scholastic Tours. Grunfeld rispose con una sola parola: Don’t. Non sottovalutarlo. Non ti azzardare.

Era l’8 febbraio 2003, e al ritorno da una sospensione assurda per aver accettato due maglie autografate, James mise in scena uno spettacolo definitivo del basket liceale: 52 punti, gli stessi dell’intera Westchester High. Tiri da tre, schiacciate in volo, un buzzer-beater da dieci metri. Trevor Ariza, designato a marcarlo, si ritrovò sommerso. «Non c’era nulla che potessimo fare», avrebbe detto. O’Connor racconta che come gli altri 9.000 presenti scoprì quanto la realtà superasse la leggenda girata attorno a un adolescente con un corpo da semidio greco, che aveva la visione di un playmaker e la fisicità di un centro. In quel momento, l’idea che i Lakers potessero scambiare un ventiquattrenne Kobe per la prima scelta del Draft 2003 gli sembrò improvvisamente logica, quasi scontata.

Ventidue anni dopo, a sei settimane dal compleanno numero quarantuno, quell’ex ragazzino ha saltato l’inizio di stagione per la prima volta in vita sua. Colpa di una sciatica o «letteralmente un dolore al culo», come ha detto con il suo parlare schietto. Doveva anche recuperare giato e polmoni, portandoli da quelli di un neonato a quelli di un adulto. Ma quando è tornato l’altra notte, nella quindicesima partita dei Lakers, LeBron ha fatto quello che fa da sempre: ha cambiato la serata.

The Athletic scrive che giocato con una gioia infantile, distribuito passaggi ovunque e consentito a Luka Dončić di farne 37 nella vittoria per 140-126. Suo figlio Bronny, seduto in prima fila, è entrato nel finale per segnare una tripla davanti a lui. Trenta minuti, 12 assist, 11 punti, una sola palla persa: una dichiarazione di poetica cestistica. Nella città del cinema, LeBron è pronto a fare l’attore non protagonista: la star principale può essere Luka.

O’Connor dice che il vero miracolo è la durata. LeBron arriva alla stagione numero 23 e ci costringe a fermarci. A misurare. A contare. A capire. Ha superato l’hype. E l’hype, nel suo caso, era una montagna. Ha segnato più punti di Jordan e Bryant. Ha servito più assist di Magic. Ha vinto più anelli di Bird. A quarant’anni è ancora considerato uno dei dieci migliori giocatori al mondo. Per 21 anni consecutivi è stato inserito nei quintetti ideali All-NBA. Invece di giocare a softball o sistemare lo swing del suo golf, LeBron sfida la gravità e il tempo. Per battere Robert Parish nel record di partite di regular season gli servono ancora 50 presenze. Per arrivare ai 60.000 minuti gliene mancano 959. È già un uomo-record nei playoff: per partite giocate, per minuti giocati, per punti segnati — nessuno gli si avvicina. E tutto questo in uno sport che consuma le gambe, prosciuga la velocità, accorcia le carriere. The Athletic sottolinea come in NBA non puoi essere un quarantenne Tom Brady protetto da una linea offensiva. Devi correre, saltare, spezzare il ritmo, ricominciare. Negli ultimi anni a Washington, Jordan viveva di turnaround jumper. LeBron sembra ancora in ascesa.

LeBron è passato attraverso due decenni di esami continui e di trappole. Senza affondare. In un’epoca nella quale i social amplificano ogni respiro, ha commesso pochissimi errori e nessun peccato capitale. È cresciuto nella povertà estrema, e il basket, dice, «mi ha permesso di scappare dalla realtà per due, tre, quattro ore». Oggi il campo è ancora il suo rifugio. La sua casa dolce casa, la chiama O’Connor su The Athletic. Un santuario. Un posto dove la vita torna semplice e dove l’immaginazione torna possibile. LeBron James ha superato assolutamente tutti. Non ha ancora finito e l’unica cosa che si possa fare è la stessa che in principio. Don’t. Non sottovalutatelo. Non vi azzardate. 

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