Lo Slalom del 31 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 1 giorno alle Finali WTA

     

►  LUCIANO SPALLETTI ha firmato. Oggi a mezzogiorno la Juventus lo presenta. 

◇  Nei due posticipi che hanno chiuso il turno della Serie A, il Cagliari è stato battuto in casa dal Sassuolo, la Lazio ha pareggiato 0-0 a Pisa con un palo. Cioè: non è che ha pareggiato con un palo. Ha pareggiato con il Pisa ma ha preso un palo [come in fondo a tutti già accadeva al liceo con Fiorella della IV N].

◇  Jannik Sinner si è qualificato per i quarti di finale del torneo di Paris-Nanterre battendo Francisco Cerundolo in due set: oggi c’è Ben Shelton. Stefano Semeraro su La Stampa riferisce gli esiti di un sondaggio dell’istituto Piepoli che lo incorona terzo personaggio più importante della settimana dopo il Presidente Usa Donald Trump e il giornalista di Report Sigfrido Ranucci. Sonego invece ha perso con Medvedev e ha fatto un secondo danno a Musetti nella corsa al Masters di Torino dopo averlo battuto [unica vittoria dell’anno contro uno dei primi-20]. Musetti deve guardarsi anche da Auger-Aliassime, avversario di Vacherot. Domani cominciano le finali WTA con Jasmine Paolini: ma ne parliamo domani. 

◇  La migliore Olimpia della stagione ha vinto in Eurolega per 86-77 su Paris, mentre la Virtus Bologna è crollata nel quarto periodo in casa del Bayern Monaco. 

◇  Senza Giannis Antetokounmpo, i Bucks hanno battuto Golden State Warriors con 32 punti di Ryan Rollins, massimo in carriera, cinque in più di Steph Curry. Oklahoma ha vinto la sesta partita su sei e San Antonio la quinta su cinque, migliore partenza della sua storia. Però Fontecchio ha segnato 18 punti per Miami nonostante la sconfitta di fronte a Wembanyama. 

◇  Né Marcell Jacobs né Filippo Tortu fanno più parte del gruppo degli atleti d’élite della federazione atletica leggera. Sono fuori dai nove super top e dagli otto top – qualunque cosa significhi. Quasi certamente significa soldi. Letta sul Corriere della sera

   

Quel profondo eros di memoria che separa il baseball dagli altri sport

Don DeLillo

  

La grande notte di Toronto

Sono davvero sul punto di rovinare tutto, questi Dodgers patinati, questi Dodgers così improvvisamente votati al baseball retrò [se ne parlava qui]?  Se fossimo persone migliori, scrive Jason Gay sul Wall Street Journal, parleremmo invece dei Blue Jays di Toronto e di Trey Yesavage — ventidue anni, rookie, partito dalla Single-A, sette inning perfetti, dodici strikeout, nessuna base ball. Ha eliminato almeno una volta ogni battitore dei Dodgers. Solo Randy Johnson e Bob Gibson ci erano riusciti in una gara delle World Series. Ha anche battuto un record vecchio 76 anni. 

Se fossimo persone migliori, ogni volta che c’è un risultato a sorpresa, ci metteremmo a celebrare i vincitori come facciamo sempre, anziché concentrare le attenzioni sulla caduta dei potenti, i ricchi, i migliori. In questo caso, nelle finali di Major League, una squadra costruita come una multinazionale, 350 milioni di dollari di monte ingaggi, tasse di lusso da capogiro [se ne parlava qui], una squadra accusata di aver diviso il baseball in due caste — i Dodgers e i Non-Dodgers. 

Ora, sotto 3-2 nella serie, si sono imbarcati per il Canada con l’abisso davanti. Ancora un successo e Toronto festeggia il suo nuovo titolo a distanza di 32 anni dal precedente. Un titolo in faccia ai maligni e ai superbi [leggi qui], in quello sport che era un giocattolo americano e che i giapponesi hanno cominciato a dominare [qui]. In quello sport che Don DeLillo un giorno ha pensato potesse essere il migliore attrezzo narrativo per chiudere il cerchio con la grande ossessione degli scrittori USA: mettere nero su bianco il grande romanzo americano. Questo fa Underworld. Segue una palla da baseball che passa di mano in mano e racconta cos’è [stata] l’America. 

I Dodgers avevano abbracciato il ruolo dei cattivi, con un gusto da film di Bond. James Bond. «Prima della stagione dicevano che stavamo rovinando il baseball» ha urlato Dave Roberts alla vigilia delle World Series, il manager più sorridente d’America. «Allora vinciamone altre quattro e roviniamolo per davvero»

Da quell’epica vittoria in diciotto inning di Gara-3, il sorriso gli si è congelato. Il lineup è crollato, la magia è finita. Ora si aggrappano a Yoshi Yamamoto, che in Gara-2 aveva incantato, sperando in un’altra notte perfetta. Dovrà lanciare come un dio, perché l’attacco dei Dodgers è diventato una zucca scrive il WSJ. In tutti play-off battono 0.201, solo quattro punti in ventinove inning. Mookie Betts — 3 su 23 — ha ammesso: «Sono terribile».

Shohei Ohtani, la superstar da mezzo miliardo di dollari, è stato ridotto a uno strikeout in più tra i tanti. Questi Dodgers – scrive Gay – non dovrebbero congelarsi così. Hanno le mega, mega, mega stelle. Ma il loro vantaggio è sempre stato la profondità: ingaggiare talenti a frotte e rimpiazzarli appena si rompono o deludono. Gay non li accusa di rovinare il gioco: Si muovono dentro le regole. Ma sono implacabili, e sarebbe sciocco fingere il contrario. La favola del piccolo club magico non può nulla contro risorse senza limiti.

I Blue Jays non sono certo dei poveracci. Hanno 250 milioni di monte stipendi, quinto posto nella lega. Hanno superato Yankees e Mariners senza Bo Bichette, ora tornato, e pure senza George Springer. [Quanti hanno pensato: “Ok, sono finiti” quando si è fatto male Springer?]. Eppure è impossibile non vederci uno scontro fra ricchezze, magari di Mulholland Drive contro Bridle Path. Malibu contro Muskoka ma una differenza esiste. Spendere montagne di soldi non garantisce vittorie — chiedetelo a qualsiasi tifoso dei Mets— dice il WSJ, ma quei soldi dovrebbero poter comprare almeno un po’ di dignità. E invece, questi Dodgers così esibiti, così sfacciatamente ricchi, stanno imparando la più vecchia e semplice lezione del baseball: Se non riesci a colpire la palla, non puoi vincere. Se non ci riescono neppure stanotte, servirà un Don DeLillo per il Canada. 

  ore  1.00    su Sky Sport: Gara-6 World Series

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I temi del giorno

 

 

Andiamo a comandare  Rovazzi canta Spalletti e la Juventus

È diventato tutto ufficiale poco dopo le sei e mezza del pomeriggio, ma al mattino presto Spalletti era già alla Continassa per le visite, la firma, le foto e i selfie con quella cinquantina di persone che lo aspettavano, un bagno di folla si legge da molte parti. Il Corriere della sera dice che la sua missione sarà possibile solo se comanda Spalletti. Massimiliano Nerozzi ha scritto: A casa Juve è ormai un via vai di tecnici, da far sembrare Zamparini un tipo paziente: via Allegri, Motta, Tudor, per l’unica panca (vincente) di Massimo Brambilla, un traghettatore al posto di un altro traghettatore, il croato, confermato per mancanza di tempo, tra il Mondiale presente e la preparazione incombente. Per non parlare dei nomi girati: da Conte a Gasperini, il colloquio di lavoro più veloce della storia. L’idea meravigliosa, per dirla con Cesare Ragazzi, sarebbe mettere una buona volta il punto a ricostruzioni e anni zero: del resto, Spalletti non ha la storia (32 anni di panchine) e il curriculum (9 trofei, tra Italia e Russia) del traghettatore.

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Le analisi

 

La ribellione di Vinicius: le conseguenze di un’adolescenza infinita

Campo Paradiso di Soccavo. Dove un tempo si allenava il Napoli. Prima che il centro andasse in malora perché giudicato porta-sfortuna, dopo due retrocessioni in B e un fallimento. Anni Novanta. Un giorno Vujadin Boskov sta parlando della sua rosa e dice che c’è futuro, hay grande futuro in Napoli, perché Fabio Pecchia ha 21 anni, Fabio Cannavaro ha 21 anni, Freddy Rincon ha 21 anni. 

Allora dal mucchio un cronista gli dice mmm Vuja, no, guarda che Rincon non ne ha 21, ne ha 25. Vuja aveva quella testa dura che aveva, e allora ripete: venti y uno. Ma il cronista ce l’aveva ancora più dura – uno di quei tipi convinti che Nelissen fosse un grande velocista. Così ribatte: no, sono venticinque. Allora Vuja mette le mani in tasca, fruga e tira fuori un foglietto. Lo apre, legge e s’arrende: – Hai ragione, venti y cinkve. Ma hay una età mighliore per essere calciatore?

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Dai campi

    

Valentin Vacherot non era la favola di una settimana

La storia più bella dell’anno forse non era la storia dell’anno. La famosa partita fra cugini, la folle finale al Master 1000 di Shanghai fra Arthur Rinderknech e Valentin Vacherot, rischia di non essere stata la famosa favola di un giorno. Il nuovo principe di Monte-Carlo è ancora qua. È salito fra i primi-40 del mondo e non ha intenzione di smettere. Stamattina L’Equipe dedica la prima pagina a Vacherot, anzi l’hype Vacherot, perché si è qualificato per i quarti di finale del torneo di Paris-Bercy diventato Paris-Nanterre. Ha battuto Cameron Norrie. Il tipo che aveva eliminato Alcaraz, e adesso si propone come follia ordinaria. Sinner e Alcaraz al torneo stavolta c’erano, eppure Vacherot è arrivato al venerdì, con un tasso stagionale dell’83% di successi contro i primi-50 al mondo. Solo Alcaraz e Sinner ne hanno vinte di più. Come la mettiamo adesso con la storia dell’imbucato grazie alle defezioni altrui? 

Ma quale settimana magica, scrive adesso Louis Boulay sul giornale francese. Di uno come questo qui bisogna sempre diffidare, con la sua calma apparente, con quel sorriso da bravo ragazzo e l’incedere tranquillo di chi venderebbe un televisore anche a un cieco. Valentin Vacherot è riuscito a ingannare tutti. La favola è la realtà che si ripete. Il soufflé non si è ammosciato dice Louis Boulay su L’Équipe [in effetti serive retombé: la libertà in traduzione non è chiaramente sua].

A ventisei anni, Vacherot è uscito dal nulla e ha trasformato l’improbabile in una nuova normalità. In un solo mese ha fatto passare l’extra-ordinario per una follia ordinaria, ribadisce ancora L’Équipe. Un mese fa si discuteva se meritasse o meno una wild card. Oggi il pubblico francese lo applaudecome un parente ritrovato, in un misto di rimpianto e schizofrenia, lo considera quasi come uno dei suoi, ironizza Boulay.

Giovedì contro Norrie ha pescato energie da qualche serbatoio come un veteran. La sua fiducia è talmente alta che se vince è normale, e se perde non è scandaloso. Il suo compagno monegasco di Davis, Romain Arneodo, prova a spiegarlo al giornale francese: «Non c’è tanta differenza tra chi è numero 100 e chi è numero 20. Val ha avuto un po’ di fortuna, ma anche una fiducia enorme. È più maturo, gioca lo stesso tennis di due anni fa ma adesso lascia andare i colpi. Quando sente il momento, lo segue, è questione di emozioni».

Oggi Vacherot è già sicuro di entrare tra i primi trenta del mondo e di essere testa di serie all’Australian Open. In caso di vittoria a Parigi, potrebbe spingersi persino fra i primi-20. Sembra folle a dirsi, ma né lui né il suo staff sembrano toccati dalla frenesia, scrive Boulay. Il fratellastro e allenatore Benjamin Balleret descrive la loro bolla come un piccolo esperimento zen: «Surfa sulla fiducia, si mette i paraocchi e va. Finché funziona, restiamo dentro. Se scoppierà fisicamente, pazienza. Per ora ogni match è una vacanza in più prima di pensare al futuro».

E se il titolo di Shanghai è stato la svolta, la sconfitta di Basilea contro Taylor Fritz ha consolidato il tutto. «Era il peggior sorteggio possibile, ma Vacherot ha dimostrato di appartenere a quel livello». Due punti lo hanno separato dal quarto giocatore del mondo: abbastanza per capire che non era più un intruso. «Se avessi perso 6-2, 6-2, tutti avrebbero detto che era solo la storia di una settimana», ha spiegato. «Ma da quel match ho tratto ancora più fiducia. Ho dimostrato a me stesso che posso continuare. Tennisticamente sapevo di poterlo fare, mentalmente era più difficile. La mia vita è cambiata, ma io cerco di restare lo stesso sognatore di prima».

 

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Tendenze

 

 

Attenti a chi baciate: la kiss cam negli stadi dopo i Coldplay

Lo fareste? Se il vostro volto e quello della persona accanto comparissero sul maxischermo di uno stadio che urla «Bacio, bacio» come ai matrimoni: lo fareste? Certo che lo fareste. Perché, come ricorda Bruno Garay su L’Équipe Magazine, da quando la prima camera ha inquadrato una coppia al Dodger Stadium di Los Angeles nel 1982, la kiss cam non è stata nient’altro che una bolla di piacere e dolcezza condivisa.

Lo show è diventato un rito collettivo. Il baseball ha cominciato, ma è la NBA ad aver trasformato quello sbaciucchiamento in un simbolo della cultura pop americana. Gli altri sport sono venuti nella scia. Anche l’Europa l’ha adottata. La sola differenza è che in Italia si chiama kiss cam e in Francia la cam bisou. Durante gli Europei di calcio del 2016 era dovunque. Una sera era pure in un ristorante di Bordeaux. Lasciamo stare. 

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Interpreti

 

Alfie Whiteman

Alfie Whiteman non è mai stato un calciatore come gli altri. Portiere di riserva del Tottenham, fra terza e quinta scelta, sapeva che le possibilità di lasciare un segno con la maglia del club in cui era cresciuto erano scarse come le monete in tasca a un santo. Così, nel tempo libero, ha cercato altre cose altrove: frequentava corsi di recitazione, imparava a fotografare, conduceva un programma radio mensile con scalette che andavano dal folk al dream pop.

Come racconta Elias Burke su The Athletic, mentre i compagni arrivavano al centro sportivo a bordo di supercar, lui preferiva viaggiare sui mezzi pubblici. Per fortuna non ha mai giocato nel Napoli. Quest’estate, lasciato il Tottenham a parametro zero, avrebbe potuto tirare avanti, cercarsi una squadra in una città con una buona rete delle metro — magari più in basso, o all’estero, dove dimostrare di valere un posto da titolare. Invece ha scelto il silenzio di un’altra vita: si è ritirato, a 26 anni, pochi mesi dopo aver vinto l’Europa League.

Oggi Whiteman è un fotografo e aspirante regista, sotto contratto con la casa di produzione londinese Somesuch — la stessa di The Long Goodbye, il corto premiato agli Oscar. Una decisione nata da un’inquietudine antica. 

«A diciassette, diciotto anni, mi sono chiesto: è tutto qui? Andare agli allenamenti, tornare a casa, giocare alla PlayStation. Mi sono accorto presto che non ero felice».

Cresciuto dentro lo spogliatoio con Hugo Lloris, Michel Vorm e Joe Hart davanti a lui, Whiteman ha scoperto di vivere in un mondo chiuso, dove tutto era già deciso. «Lo stereotipo del calciatore è vero: golf, borsette firmate, le stesse macchine. Sei il prodotto dell’ambiente. Io compravo Gucci e guidavo Mercedes. Ma poi ho capito che non ero quello».

Il cambio è arrivato quasi per caso, grazie a un incontro: «Quando avevo diciotto anni ho conosciuto la mia ex, che era una modella. La sua migliore amica era una regista. Mi si è aperto un mondo. Ho capito che là fuori c’era la vita, e che il calcio era una bolla».

Durante un prestito in Svezia, tra le foreste e il silenzio, ha trovato un linguaggio nuovo. Faceva autoritratti, fotografie “strane”, come le chiama lui. Per capire se stesso. «Non l’avevo programmato, ma quel periodo è diventato un viaggio di introspezione». È tornato a Londra cambiato, ma anche deciso a riprovare. Ha firmato un rinnovo biennale, poi si è fatto male in una tournée estiva a Singapore.

Quell’incidente, dice, è stato un bivio. «Lavoravo durissimo per tornare, e alla fine sono finito in tribuna. Era come vivere in un eterno Giorno della Marmotta. Allenarsi con i migliori ma senza sentirsi parte di nulla. Non era appagante. Anzi, era regressivo».

Dopo la riabilitazione chiese di andare in prestito, ma il Tottenham lo trattenne per ragioni burocratiche: servivano giocatori cresciuti in casa per la lista UEFA. Restò. Vinse la coppa, salì sul pullman del trionfo che passava per le strade, salutò la sorella e gli amici che lo vedevano dal marciapiede. «C’era anche una ragazza del centro dove facevo volontariato. Le avevo fatto le foto per il suo portfolio da attrice. Mi ha visto sul bus e mi ha urlato: “Ma che ci fai lì sopra?”».

Poi, finita la stagione, arrivarono i provini: uno in League One, fallito per problemi finanziari del club; un altro in Championship, con un contratto di sei mesi sul tavolo. Ma quando la proposta diventò concreta, lui aveva già deciso. «Ho passato un weekend a casa a riflettere. Ho capito che ero più felice altrove. Ho scelto di chiudere alle mie condizioni. Mi sono detto: – Meglio affrontare l’ignoto che giocare dove non voglio. È stato spaventoso e liberatorio».

Spaventoso e liberatorio.

Pochi giorni dopo era sul set con il fotografo Harley Weir e il rapper Central Cee per uno spot Nike. Poi in Norvegia e in Ucraina per girare un documentario. E quando un amico lo ha chiamato per assisterlo a un servizio fotografico — una gara di toe wrestling, la lotta con le dita dei piedi — Whiteman ha accettato al volo. «Non c’era un budget, né un copione. Ho portato la mia camera, ho montato tutto, e il video è uscito. È andato benissimo. Poco dopo mi hanno messo sotto contratto da Somesuch».

Ora lavora a cortometraggi e progetti fotografici. Sogna di girare un film lungo. Non ha più guardato una partita da quando ha smesso, ma non rinnega il pallone. «Prima o poi torno a giocare il mercoledì sera con i miei amici. Solo per divertirmi».

   

La longevità di Alex Ovechkin

Sarà la birra che beve dopo la partita

Aveva vent’anni e ancora la barba incerta, era appena arrivato da Mosca quando giocò la sua prima partita in NHL. Sabato scorso, Alex Ovechkin è arrivato alla numero 1.500, gli anni sono 40 e i capelli argentati. Ma la furia è rimasta intatta. Come scrive Barry Svrluga sul Washington Post, c’è molto da ammirare nella carriera di Alex Ovechkin, ancora in corsa nella sua ventunesima stagione, ma ciò che colpisce di più è che non ha mai compromesso il modo in cui la vive.

Ogni carica contro le balaustre, ogni birra bevuta fuori dal ghiaccio: è sempre lui. «Mio padre mi ha sempre detto: non importa chi sei, devi restare la stessa persona», racconta Ovechkin. Niente yoga, niente camere iperbariche, nessuna dieta vegana. «Ha sempre fatto ciò che voleva fare», dice Brian MacLellan, dirigente dei Capitals e testimone di un’epopea che va avanti dal 2005. «È come se vivesse in uno stato mentale d’invincibilità».

 A questo punto della carriera, anche i traguardi rischiano di sembrare ordinari. Novecento gol? Yawn, uno sbadiglio. Ma Svrluga avverte: Non lasciate che un’altra cerimonia faccia dimenticare quanto tutto questo sia incomprensibilmente unico.

Perché Ovechkin non è solo il miglior marcatore della storia, ma anche uno dei giocatori più fisici di sempre: terzo nella classifica dei colpi dati in tutta la NHL. Il più grande goleador della storia gioca come uno dei più duri picchiatori del campionato, scrive ancora il Post. In teoria, uno stile simile dovrebbe accorciare la carriera; in pratica, la sua l’ha resa indistruttibile.

«I giocatori fisici hanno una durata limitata», spiega MacLellan. Ma Ovechkin non ha solo incassato: ha restituito ogni colpo, moltiplicandoli. Tom Wilson, compagno di lunga data, lo riassume in poche parole: «È una macchina».

La verità è che la sua gioia è contagiosa. È la stessa di quando segna, quando festeggia un compagno, quando abbraccia il ghiaccio come se fosse ancora il suo primo giorno. La cultura dei Washington Capitals è cambiata; lui non molto. «Fa quello che vuole fare. Nella sua testa sa come funziona. Perché dovresti disturbarlo?», aggiunge MacLellan. 

Da quando ha compiuto trentasei anni, ha segnato 169 gol — più di chiunque alla sua età nella storia della lega. «Forse c’è qualcosa nel suo stile di vita», sorride Wilson. «Non ne fanno più come lui. È un personaggio più grande della vita stessa».

Ovechkin invece ammette che qualcosa è mutato. «A quarant’anni ti devi prendere cura di te in modo completamente diverso», dice. «D’estate serve un po’ di lavoro extra per restare in forma». Ma quando gli chiedono se si concede ancora una birra dopo le partite, ammette: «Sì, certo. Perché no? Devi vivere la tua vita».

 

La numero 1 del golf ha cambiato la mano con cui tira

Non molto tempo fa, Yani Tseng era la golfista più dominante del pianeta. A diciannove anni aveva già vinto il suo primo major, poi ne arrivarono altri quattro in rapida successione. Cinque in totale in quattro anni. Numero uno del mondo per 109 settimane consecutive: un impero costruito con la grazia di un gesto e la fiducia di chi sente il futuro tutto suo,  come la città per l’Equipe 84. Poi improvvisamente il vuoto.

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La Macchina del tempo 

 

     

Quando i calzettoni calano sulle scarpe

Le partite, scriveva Carlo Masera sulla Gazzetta dello Sport del 31 ottobre 1965, non cominciano davvero col fischio dell’arbitro. Cominciano quando i calzettoni di Corso, di Sivori e di Hamrin calano sulle scarpe. Da quel gesto, umile e disordinato, nasceva qualcosa che andava oltre il gioco: una liturgia.

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Renato Villalta

Giorgio Burreddu intervista l’ex centro della Virtus Bologna e della Nazionale italiana. Per parlare di Lucio Dalla, Bologna, le risse. E poi Prodi e le sue guardie del corpo, il basket, i nipotini. «Noi in pullman giocavamo a briscola e ramino. Oggi usano i social. Le pareti degli spogliatoi non esistono più: la notizia è in tempo reale. Però i giovani li vedo responsabili: ecologia, democrazia, obiettivi chiari. Bravi». E sulla sua bocciatura a scuola: «Dopo la terza media andai all’Istituto tecnico per geometri. Mi alzavo alle 6. Scuola. Allenamento coi cadetti. Alle 20 l’allenatore mi portava a Mestre dove si allenava la prima squadra. Alle 23 tornavo a casa con una fame boia. Non dormivo, fui bocciato. I miei dissero: non giochi più. Giomo fu bravissimo, convinse i miei e mi trasferii a Mestre. Riuscii a diplomarmi e iniziò la mia vita professionale».

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L’ultimo scroll

 

 

Il ritiro di Mahut, nella storia con una sconfitta

È ancora difficile guardare le foto di quel giorno senza posare gli occhi sul volto di Nicolas Mahut: stordito, sudato, sconfitto, eppure quasi incredulo davanti a ciò che aveva appena vissuto. Dopo undici ore e sei minuti di battaglia, quando gli misero un microfono davanti, disse soltanto: «Abbiamo giocato la miglior partita di sempre, nel miglior torneo del mondo». Non c’era ironia, né commedia. Aveva appena perso il match più lungo della storia del tennis e cercava disperatamente di dargli un senso. Ma non ne aveva.

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