La finale dei cugini
In effetti, come scrive L’Equipe stamattina, bisogna darsi un pizzicotto per crederci: ci sono due cugini nella finale di un Masters 1000. I fratelli John e Patrick McEnroe ne giocarono una a Chicago nel 1991, Emilio e Javier Sanchez lo avevano fatto quattro anni prima a Madrid. Ma era stato meno sorprendente. Valentin Vacherot è all’ultimo atto di Shanghai a quel modo che phil Collins direbbe against the odds. Era il numero 204 al mondo quando ha cominciato il torneo. Il mese scorso aveva perso al challenger di Saint-Tropez dal numero 311 [un certo Robin Bertrand] e ieri ha messo sotto Novak Djokovic. Aveva vinto una sola partita finora nel circuito ATP e ora ne ha infilate otto di seguito lasciando appena tre set. Aveva guadagnato in tutta la sua carriera 594 mila dollari e solo a Shanghai ne ha messi insieme finora 597 mila.
Un viaggio irrreale, lo chiama Julien Rebouillet su L’Equipe. “Vacherot aveva solo sette anni e non sa più dove siano finiti la fascia e il polsino di Roger Federer, due reliquie che suo fratello uterino Benjamin Balleret gli aveva recuperato subito dopo aver stretto la mano all’icona svizzera sullo Stadio Centrale di Monte-Carlo, dove aveva appena resistito come meglio poteva negli ottavi di finale dell’edizione 2006. Diciannove anni più tardi, Vacherot si è regalato un ricordo che non svanirà mai.
Domani sarà almeno al numero #58 della classifica oppure #40 se dovesse battere Arthur Rinderknech, figlio di Virginie Paquet, ex professionista negli anni Ottanta, sua zia. Arthur è anche lontano cugino per parte di madre di Chloé Paquet, la 218 della classifica fermminile attuale. Il padre Pascal è il direttore di un circolo parigino.
Quentin Moynet ha intervistato Barnaby Smith, tennista americano e compagno di college dei due alla A&M University. Racconta che Rinderknech era magro come una giraffa e adesso gli pare una bestia muscolosa. Pare che abbia saltato un solo allenamento in quattro anni. Il giorno del matrimonio. Facendo infuriare l’allenatore. ‘Sto Rinderknech pare che sia un gran burlone. Quando una volta Smith gli chiese di poter usare la sua lavatrice, dentro ci ficcò delle sardine e i panni vennero fuori che puzzavano di pesce.
“Per quanto ci si sforzasse – ha scritto Romain Lefebvre – un simile livello sulla scala dell’improbabilità non era mai stato raggiunto”. Il giornale francese dedica ovviamente la prima pagina a questa catene di circostanze che hanno reso possibile questa finale, a cominciare dall’assenza di Carlos Alcaraz, visto accanto a Jon Rahm all’Open di Madrid di golf, al ritiro di Jannick Sinner negli ottavi di finale in preda ai crampi [“si muoveva come un vecchio decrepito tra i corridoi del Qi Zhong Tennis Center”], e insomma certamente “c’è voluto qualche colpo di fortuna”]. Ma come dice Lucas Pouille, ora sappiamo che quando non ci sono i primi due del mondo in giro, «c’è spazio per tutti». Ma proprio per tutti.
Scrive L’Equipe che ci vogliono ancora nervi saldi e soprattutto energia per affrontare la finale. “Perché questi Masters 1000 che si protraggono all’infinito, al punto che non sai più se durano 12 giorni o settimane, sono maratone estenuanti, soprattutto nell’umidità soffocante di Shanghai. Nonostante il giorno di riposo tra ogni turno, bisogna gestire le risorse fisiche che in questo periodo della stagione sono esaurite”.
Rinderknech dice che il gruppo WhatsApp di famiglia è esploso. Si erano sfidati una volta sette anni fa in quarto di finale al torneo Futures di Ajaccio. Finì 6-2 6-4 per Arthur.
ore 10.30 su Sky Sport