Lo Slalom del 30 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

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#10  giorni al GP di F1 in Brasile

 

   

►  COLPO DI scena. I Los Angeles Dodgers campioni in carica, la squadra del prodigioso Sohei Ohtani ha perso per 6-1 Gara-5 della finale di Major League e adesso i Toronto Blue Jays sono a una partita di distanza dalla World Series. Una squadra canadese non le vince dal 1993. 

◇  La Roma ha battuto il Parma e ha ripreso il Napoli in testa alla classifica della Serie A. L’Inter ha battuto la Fiorentina con una doppietta di Calhanoglu. La Juventus è tornata a vincere dopo 8 partite con l’interim di Brambilla in panchina e in giornata annuncia Luciano Spalletti. 

◇  Jannik Sinner ha battuto il belga Zizou Bergs a Parigi e stasera sfida Francisco Cerundolo agli ottavi. Sonego ha vinto il derby dei Lorenzi, aspetta Medvedev agli ottavi e ha messo un po’ nei guai Musetti nella sua corsa verso il Masters di Torino. 

◇  Il giovane pilota svizzero Noah Dettwiler dopo l’incidente a Sepang e le molte operazioni chirurgiche necessarie. Il bollettino medico dice che le sue condizioni non sono più considerate critiche. 

◇  L’Athletics Integrity Unit ha ufficializzato la squalifica di Esphond Cheruiyot, 24 anni, un altro maratoneta kenyano risultato positivo alla Trimetazidina. 

◇  L’Australia ha negato il visto d’ingresso a Steven van de Velde, giocatore olandese di beach volley condannato per aver violentato una ragazzina di 12 anni quando ne aveva 19. A novembre sono in programma i Mondiali in Adelaide. Van de Velde era stato selezionato per rappresentare l’Olanda come aveva fatto alle Olimpiadi di Parigi dello scorso anno.

◇  Nella vittoria dei Denver Nuggets sui New Orleans Pelicans), Jokić ha realizzato la sua quarta tripla-doppia consecutiva, raggiungendo Oscar Robertson [1961-62] nella ristretta cerchia di giocatori capaci di farlo nelle prime quattro partite della stagione. Robertson divenne il primo giocatore nella storia NBA a raggiungere una media di una tripla-doppia per un’intera stagione, un’impresa eguagliata da Jokić nella scorsa stagione e da Russell Westbrook quattro volte. James Jackson ha scritto su The Athletic: Non c’è mai stato un giocatore che domina come Jokić. In qualsiasi possesso palla, non ha bisogno di più di due palleggi, vede senza voltarsi un compagno di squadra completamente libero e pronto per una tripla dall’angolo, orchestra un canestro in transizione dopo aver preso il rimbalzo o usa il suo tocco abile per segnare una tripla a sua volta dalla distanza.

◇  La Reyer Venezia ha vinto 104-92 in Eurocup sul campo dei polacchi dello Slask Wroclaw. MVP Tessitori e Cole – entrambi 19 di Performance Index Rating [PIR]. Dice Backdoor Podcast nonostante altri giocatori abbiano fatto meglio a canestro, il capitano della Reyer e il nuovo play si sono distinti in due momenti diversi della gara in aiuto ai compagni, non solo a canestro ma anche con un aiuto diretto in campo e nelle piccole cose come i 7 falli a favore di Tex.

◇  Nel turno infrasettimanale del campionato di pallavolo, Civitanova ha battuto i campioni d’Italia di Trento con 18 punti di Alex Nikolov.

◇  Domani si chiudono le iscrizioni alla America’s Cup e il Corriere della sera riferisce che potrebbe trattarsi della prima edizione senza barche USA. American Magic ha annunciato il gran rifiuto. Gaia Piccardi scrive: Eppure gli statunitensi avevano insistito per una coppa riveduta e corretta e il defender, Team New Zealand, pareva aver accontentato gli sfidanti creando una nuova governance, con l’obiettivo di spartirsi gli utili. Forse American Magic sta bluffando ma per ora rimangono in corsa i kiwi, agli inglesi di Athena e Luna Rossa. Di Alinghi e dei francesi si sono perse le tracce

   

Dove men si sa, più si sospetta

Niccolò Machiavelli

    

L’inchiesta di ARD sulla trasparenza della WADA

Da quando l’inchiesta Geheimsache Doping: Die Akte China è andata in onda su ARD ed è stata ripresa dal Times, l’Agenzia mondiale antidoping non ha più ritrovato pace. Quella che doveva essere un’indagine su ventitré nuotatori cinesi risultati positivi a un farmaco proibito nel 2021 è diventata un caso internazionale di trasparenza, di potere e di paura. Così dicono gli autori dell’inchiesta, Hajo Seppelt, Nick Butler e Jorge Mebus: la WADA avrebbe chiesto a diverse agenzie nazionali di fornire informazioni in grado di identificare possibili informatori legati al dossier cinese. Un’indagine interna, battezzata Operation Puncture, aperta dal dipartimento Intelligence and Investigations dell’agenzia, con l’obiettivo ufficiale di scoprire chi avesse fatto filtrare i documenti alla stampa. Una mossa che rivela più interesse per le fughe di notizie che per la verità che contengono.

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Vieni anche tu ai Mondiali di tapis roulant

World Athletics inaugura una nuova frontiera: i primi Mondiali di corsa su tapis roulant. In collaborazione con Technogym. Il format unisce atletica, fitness e tecnologia, aprendo la partecipazione a chiunque nel mondo voglia mettersi alla prova sui 5 chilometri. Non serviranno piste o stadi: basterà un tapis certificato. Le palestre potranno iscrivere i propri membri e le qualificazioni si terranno online a partire da aprile 2026. I migliori accederanno alla finale mondiale, prevista per la fine dell’anno, con un montepremi da 100 000 dollari per il vincitore. L’iniziativa nasce con l’idea di creare una “comunità globale attorno alla corsa”, spiega World Athletics, “un nuovo modo di vivere la competizione, connesso e inclusivo”. Non è solo un esperimento digitale, ma una strategia per intercettare un nuovo pubblico, il popolo del fitness da palestra e degli allenamenti connessi. La corsa su tapis roulant è un linguaggio universale”, sottolinea Technogym. L’Equipe ha scritto che con i Mondiali virtuali, l’atletica prova a reinventarsi — e a scoprire il suo pubblico del futuro. Forse. 

  ▥   Marca: Nel 2026 Ingebrigtsen punterà a stabilire i record mondiali nei 1.500 metri, nel miglio e nei 5.000 metri

 

   

Il Canada a una partita dal Grande Dispetto

Un anno e mezzo fa Trey Yesavage era all’università. Sei mesi fa era in A ball. Ma quel che conta è che nella notte scorsa fosse al Dodger Stadium, a portare i Toronto Blue Jays a un passo dal titolo nelle World Series. In una partita che ha evocato i ricordi dei grandi lanciatori, questo rookie di 22 anni ha messo in crisi i Los Angeles Dodgers. Con slider che non riuscivano a colpire e con split-finger che non hanno neanche provato a prendere [e come si vede – grazie a Toronto ci stiamo facendo una cultura]. Yesavage ha dominato per sette inning magistrali. Chad Jennings su The Athletic sottolinea che si tratta di un ragazzo al suo ottavo lancio in Major League e cinque di questi sono arrivati nei play-off, sottolineando l’incredibile velocità della sua ascesa.

Ora è vero che ci stiamo facendo una cultura, ma mai e poi mai in questa gleba si dirà che Yesavage è stato draftato la scorsa estate [ops], sì, insomma, lo hanno scelto e chiamato in squadra a metà settembre. Yesavage ha lanciato il suo slider il doppio delle volte rispetto al al debutto nei playoff contro gli Yankees, totalizzando 12 strikeout, 14 swings-and-misses sullo slider e otto strike chiamati sullo split-finger. Tre soli hit concessi, 23 swing mancati in totale: sono numeri da leggenda, qualunque cosa significhi tutto quel che c’era nelle righe precedenti. È il primo rookie dal tempo di Don Newcombe a raggiungere dieci strikeout in una partita di World Series e il primo lanciatore dai tempi di Sandy Koufax a collezionare almeno dieci strikeout nei primi cinque inning di una gara del genere. Ha battuto il record di Smoky Joe Wood per il maggior numero di strikeout in World Series per un lanciatore di 22 anni o meno: tutto questo a un mese e mezzo dal suo debutto in Major League.

Se il Canada si trova a una partita di distanza dal Grande Dispetto all’America trumpiana [se ne parlavba qui], perfino più grande che portarle via l’anello NBA come accadde ai Raptors del 2019, lo deve al ragazzino Yesavage che non ha tremato di fronte a Blake Snell, due volte vincitore del Cy Young e il lanciatore più in forma del momento. Dal 10 settembre, tra le ultime tre partite della stagione regolare e le prime tre dei play-off, Snell vantava un passo da 56 strikeout in 40 inning. E ora lo sguardo è già rivolto a Gara-6, nella notte italiana tra venerdì e sabato a Toronto. Il Rogers Centre è pronto a esplodere, nella zona della città dove si concentrano tutte le grandi arene dello sport, dove la sera per andare a mangiare un panino si deve fare lo slalom [ehm] fra gente con il cappellino blu dei Jays, con la giubba dei Maple Leafs, con le canottiere rosse dei Raptors. 

[Oh, comunque un ottimo panino in zona si mangia al Loose Moose – casomai]

Se poi ci dovesse essere un’eventuale Gara-7, Dio lo sa e la Madonna lo vede. La prossima sfida sarà tra Yoshinobu Yamamoto e Kevin Gausman, rivincita di Gara-2, quando Gausman aveva lanciato splendidamente fino al settimo inning ma Yamamoto aveva dominato concedendo quattro hit e un solo punto, senza basi ball. È stato perfetto, ma dovrà esserlo di nuovo, scrive Jennings su The Athletic. È una storia da non crederci,

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Fortissimi e in futuro imbattibili: il titolo 2024 dei Dodgers

[31 ottobre 2024]  Uno passa tutto l’inverno a spendere un miliardo e 200 milioni di dollari per mettere insieme la più impressionante raccolta di talenti mai assemblata, conta i numeri e i record di una stagione da sogno del giocatore più straordinario che abbia mai calcato un campo da baseball, e tutto si riduce alla fine al braccio destro di un trentenne, due volte operato e ancora gonfio. È così che i Los Angeles Dodgers hanno afferrato il loro secondo titolo in cinque anni, ma pure il secondo negli ultimi trentasei.

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LeBron e l’arte complicata di dire goodbye

Non lo abbiamo ancora visto in campo nella nuova stagione. Ma LeBron James è comunque in mezzo a noi. Con la grande ombra sul suo futuro, su cosa sarà di lui dopo questa stagione con il contratto in scadenza. Quando esordì nell’ottobre 2003 George W. Bush al primo mandato, la seconda stagione di The Wire si era appena conclusa, Michael Jordan si era appena ritirato per la terza volta. Da quel debutto da 25 punti, sei rimbalzi e nove assist contro Sacramento, James ha dominato la lega, diventando volto, campione, antagonista, un ecosistema di titoli e polemiche. Ora, a due mesi dai 41 anni, si trova in un territorio sconosciuto. 

Così dice Justin Tinsley per Andscape spiegando che il rivale di LeBron non è mai stato Kobe Bryant o Michael Jordan. È sempre stato il tempo. Per la prima volta in 23 stagioni James non ha giocato alla prima giornata. Forse è la sciatalgia, forse un’uscita graduale dai Lakers, forse la sfida di riconciliarsi con un futuro dove non è più il fulcro indiscusso della squadra. Forse LeBron James sta tentando di compiere l’atto più difficile dello sport. Capire quando lasciare. Come ricordava Steve Nash: «Devi prenderti del tempo per elaborare il lutto per il tuo vecchio io». E Yaron Weitzman, autore di A Hollywood Ending: The Dreams and Drama of the LeBron Lakers, sottolinea che LeBron vuole avere il potere di decidere, non – come direbbe Carmelo Bene – di essere deciso [ma di Carmelo Bene, onestamente, Weitzman non parla]. 

A differenza di Jordan o Bryant, James non può permettersi un addio romantico con una squadra in declino. In campo, ha continuato a battere record e a mostrare una resistenza quasi sovrumana, mentre fuori il tempo stringe e la famiglia resta una presenza forte nella sua vita. Il suo percorso nei Lakers, tra vittorie e incomprensioni con la città e con i tifosi, rimane una parabola complessa. Ogni mossa, dalla gestione di Anthony Davis a Luka Doncic, ha avuto un riverbero su di lui. Ma, come ricordano Chris McKenna e Thom Harris su Andscape, l’unica certezza è che la fine è vicina

  ▥   Diario AS: Arrestato in Francia un giocatore di basket accusato di cyber attacchi contro gli USA➔  La giustizia francese ha accolto la richiesta di estradizione presentata dagli Stati Uniti contro il cestista russo Danil Kasatkin, arrestato a giugno all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi su richiesta di Washington, con l’accusa di coinvolgimento in crimini informatici.

La partenza sorprendente dei 76ers

Fermi tutti. A Philadelphia sta succedendo l’arrevuoto. I 76ers hanno giocato quattro partite e le hanno vinte tutte. Anche chi non ha mai giocato minuti importanti come Adem Bona inizia a imporsi come forza difensiva, quando i falli glielo consentono. E Quentin Grimes conferma il valore di un sesto uomo di qualità. Marco Marchese per Around the Game sottolinea come questo avvio di stagione mostri entusiasmo, talento, ma anche le lacune della rosa.

“Non esiste modo migliore per descrivere i Sixers”, scrive Marchese, raccontando il miglior avvio dal 5‑0 del 2019/20. Il calendario è stato favorevole offrendo Hornets e Celtics dimezzati, ma la squadra si diverte grazie alla sorprendente coppia formata da Tyrese Maxey e il rookie VJ Edgecombe. Marchese evidenzia come “il backcourt dei Sixers è una vera minaccia da evitare per gli avversari in fase difensiva”.

Assenze pesanti hanno accompagnato le prime giornate: Joel Embiid è in una convalescenza controllata, Dominick Barlow infortunato, Paul George e Jared McCain ancora fermi. Eppure la squadra è riuscita a brillare negli ultimi minuti delle partite, mostrando resilienza e cuore rispetto al 24‑58 della passata stagione. Kelly Oubre Jr. ha aggiunto 25 punti e 10 rimbalzi contro i Magic, alimentando la sensazione che la squadra, seppur fortunata, sia anche intrigante. Marchese dedica attenzione a Bona: “Apporta energia, forza e protezione del ferro. Deve solo smettere di commettere tanti falli”. Il centro turco ha mostrato voli difensivi impressionanti, alternati a episodi di falli rapidi che ne hanno limitato i minuti.  Infine, Grimes emerge come gregario fondamentale: 14 punti, 5 rimbalzi e 3 assist nell’ultima sfida, con un ruolo di playmaker dalla panchina che amplifica l’impatto offensivo e difensivo della squadra. Non sarà The Process ma finché dura. 

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La nostalgia per Iverson

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Sul fiume Delaware, i 76ers hanno intanto rispolverato un gioiello del passato: a quasi venticinque anni dall’ultima apparizione dei Sixers in finale NBA (2000‑2001), la mitica canotta nera con sottili bordi rossi e bianchi torna per 14 partite sotto il nome Hardwood Classic Edition Uniform. Una risposta necessaria per voltare pagina dopo una stagione disastrosa e senza play-off. «Non è solo un pezzo di stoffa, questa canotta rappresenta un’epoca segnata da un’identità distintiva che ha affascinato l’intera città», spiegava Lara Price, dirigente della franchigia, al momento dell’annuncio, come riportato da Sami Sadlik su L’Équipe. Ma oltre all’identità, quella maglia vintage, con la stella sulla “I” di Sixers, custodisce il ricordo di una leggenda di cinquanta anni: mister Allen Iverson, undici stagioni in Pennsylvania [1996‑2006 più un ritorno nel 2009].

Un incompreso, come nel film di Comencini e come dice il titolo della sua autobiografia. Il suo tatuaggio sul braccio destro proclamava: «Solo i più forti sopravvivono», mentre a voce aggiungeva: «Tutto ciò che conta è giocare ogni partita come se fosse l’ultima». La carriera di The Answer rischiò di naufragare quando, a 17 anni  fu condannato a cinque di carcere per un’aggressione in un bowling. Con una grazia e l’intervento del college di Georgetown, volò in vetta al Draft 1996 destinazione Philadelphia, una città elettrizzata dall’idea di aver conquistato il grande premio. Con la canotta nera addosso, Iverson firmò il crossover più devastante della sua carriera, mandando Tyronn Lue a terra e realizzando il canestro della vittoria in overtime del primo match della finale 2001 contro i Lakers. Kent Babb, biografo dell’ex playmaker, ricorda: «È una persona allo stesso tempo complessa, affascinante e insopportabile… troppo spesso i media americani etichettano gli atleti come incompresi invece di cercare di capirli». 

Tra Iverson e i media, l’amore non è mai decollato. Il 7 maggio 2002, dopo l’uscita dei Sixers al primo turno di play-off, Iverson esplose sotto le domande sul suo allenamento, pronunciando venti volte la parola practice: «Mi state davvero parlando di allenamento adesso?». Quell’episodio segnò l’inizio della discesa dei Sixers, che superarono un solo turno di play-off prima della partenza del playmaker per Denver nel dicembre 2006. Yakhouba Diawara, ex compagno ai Nuggets, sottolinea: «Da fuori, la gente pensa che sia antipatico ma è l’opposto». Iverson era una megastar che la NBA non sempre voleva, ma oggi – come osserva Sami Sadlik su L’Équipe – la sua influenza è chiara: dai dreadlocks ai tatuaggi, la cultura del basket è cambiata.

«Allen Iverson ha modificato l’immagine dei giocatori, incarnava un cambiamento culturale», ricorda Diawara. Con lui, il basket di strada è entrato in NBA, e la generazione dei piccoli playmaker ha trovato un modello. Giannis Antetokounmpo, Steph Curry e Chris Paul, citano Iverson come punto di riferimento. Anche dopo la fine della carriera, tra bancarotta e divorzio, Iverson non ha perso la sua aura di icona. «Ho smesso di bere da sei mesi, non posso andare da nessuna parte senza essere riconosciuto, ma sono come voi. Ho giorni buoni e giorni meno buoni», ha confessato a Stephen A. Smith di ESPN. Ora, agli store di Philadelphia, il ritorno della canotta nera promette di riportare il numero 3 e il nome di Iverson sulla bocca dei tifosi.

 

 

Gli inattesi disagi del  PSG: una stagione nata senza preparazione

    Il Paris Saint-Germain avanza come un gigante distratto. Implacabile in Champions League, rallenta in campionato, lasciando dietro di sé punti, ritmo e ora anche uomini. Così scrive Vincent Duluc su L’Équipe, aggiungendo che perde punti e giocatori, la frase che più fotografia il commento. A Lorient è arrivato un 1-1 e la seria lesione muscolare di Désiré Doué, il talento che avrebbe dovuto illuminare l’autunno parigino, un infortunio – dice il giornale francese “che cambia tutto”.

È la quarta partita di fila senza una vittoria piena: Lille, Strasburgo e Lorient hanno resistito alla squadra Luis Enrique, incapace di vincere duelli, di creare, di alzare il ritmo in una partita che Duluc definisce la più spenta e la meno creativa dell’era Luis Enrique.

Il PSG resta comunque in cima alla Ligue 1 e al girone europeo, ma il cammino è irregolare, condizionato da un’estate senza preparazione e dall’impossibilità finora di schierare la formazione tipo. Contro Lorient, il centrocampo – Mayulu, Ndjantou, Zaïre-Emery – non ha dato ritmo né dominio, solo Nuno Mendes ha portato un lampo di superiorità. Il vantaggio nato dal suo gol, servito da Doué, è durato due minuti, cancellato dal pareggio di Igor Silva.

Poi Yvon Mvogo, portiere di Lorient, ha respinto tutto: prima Barcola, poi Kvaratskhelia. Luis Enrique, breve nelle risposte fino all’insolenza, ha lanciato un avvertimento ai suoi: «Conosco questa storia. Se non siamo nel ritmo giusto, diamo fiducia all’avversario». E Vitinha, come un’eco, ha aggiunto: «Ci voleva più intensità, più fluidità. Abbiamo dato speranza al Lorient, senza creare spazi né occasioni per fare male».

Duluc osserva che la Ligue 1 non è più una priorità, oggi è soprattutto un modo per far giocare i giovani e reinserire lentamente i titolari che ritrovano il campo. Ousmane Dembélé, Ballon d’Or e simbolo di questa gestione prudente, ha messo insieme 27 minuti a Leverkusen, 24 a Brest e un’ora a Lorient senza segnali di crescita. Sabato c’è il Nizza, tre giorni prima della sfida al Bayern. E se l’Europa resta il terreno dove il PSG si sente immortale, il campionato francese continua a ricordargli la sua mortalità, una partita alla volta.

 

    

Questo Paris indoor sembra il Roland-Garros

Un anno fa, Alexander Zverev aveva conquistato Bercy come un predatore: sicuro, solido, quasi inesorabile. Dodici mesi dopo, lo stesso torneo — spostato dalla riva est a quella ovest, nella nuova Paris La Défense Arena di Nanterre — lo ha visto sopravvivere per un soffio contro Camilo Ugo Carabelli, un argentino di quelli che appartengono a una categoria in via di estinzione: i puri specialisti della terra battuta, secondo la definizione di Victor Lengronne e Julien Reboullet su L’Équipe.

C’era una volta una città che aveva un torneo sul rosso che era il trionfo della lentezza e uno su moquette, dove si apriva puntualmente il dibattito sull’eccessiva velocità del servizio. Il carpet è stato mandato in pensione e il tennis a Parigi è cambiato più del paesaggio. Il Court Pace Index, quel parametro che misura la velocità del gioco grazie ai dati Hawk-Eye, è crollato da 45,5 a 35,1 per il torneo indoor dopo l’addio a Bercy, più del 20% in meno di velocità. Una metamorfosi che ha reso il torneo irriconoscibile, quasi un altro sport – azzarda il giornale francese. Il direttore Cédric Pioline l’aveva annunciato: «Sarà un po’ meno rapido dell’anno scorso, e questa è una nostra scelta. Abbiamo ascoltato i giocatori».

Tra questi, Carlos Alcaraz sembrava il più favorevole. Alla vigilia, prima di cadere contro Cameron Norrie, aveva spiegato che «il campo è molto più lento, ma credo sia una buona velocità, che permette di vedere punti costruiti, del vero tennis». Ecco. Pare che tutto questo  suo entusiasmo si sia sciolto con la sconfitta.

Zverev, invece, ha provato a misurare le parole. Dopo il debutto, ha detto di non voler sembrare il solito che si lamenta, ma poi in effetti si è lamentato come un qualsiasi allenatore italiano di calcio: «La differenza rispetto all’anno scorso è incredibile. Fino a poco tempo fa aspettavo Parigi e Shanghai perché erano i tornei più rapidi della stagione, ora sono i più lenti. Quando colpisci bene la palla, non ottieni il beneficio pensato, perché frena. Anche le palle liftate restano basse, senza rimbalzo».

Dietro la statistica e le lamentele, c’è un cambio d’epoca. Gli autori di L’Équipe ricordano che Alcaraz e Sinner, pur generazionalmente affini, sviluppano stili diversi: lo spagnolo vive di tocchi, improvvisazioni e accelerazioni; Jannik può mantenere la funzione di rullo compressore anche in condizioni così lente. Cameron Norrie, dopo aver battuto il numero uno, lo ha detto con semplicità: «Sono riuscito a portare il gioco sul terreno che amo, con punti lunghi e molta intensità, e mi sono sentito a mio agio così».

Fuori dal campo, la lentezza è un tema globale. Coach e giocatori si lamentano per lecerte superfici spugnose e certe palle inconsistenti. Olivier Malcor, ex allenatore di Michaël Llodra, riassume il sentimento diffuso: «A quel tempo Mika mi diceva: a Indian Wells non serve andarci, è troppo lento. Ora è Indian Wells tutte le settimane». E lancia la domanda che aleggia su tutto: «Dove vogliamo portare i giocatori, e il tennis?». Da Shanghai a Parigi, gli indici di velocità sono ai minimi dal 2018. Félix Auger-Aliassime si è spinto oltre, denunciando la qualità delle palle: «Sono pessime, non sono davvero rotonde, non rimbalzano dritte. Se ne parla dal Covid, ma nulla cambia». 

Ugo Blanchet le ha definite «pompelmi». Taylor Fritz ha proposto di cambiarle più spesso, ogni sette giochi invece che nove. Giocato in quell’arena che una volta è campo di rugby e una volta diventa una piscina olimpica, nel passaggio da Bercy a Nanterre, il torneo di Paris 2025 somiglia sempre meno a Paris 2024. Il trionfo di Zverev sembrava annunciare la riscossa del tennis potente, oggi, la lentezza è diventata la vera protagonista del Master 1000, l’inerzia che inghiotte tutto — perfino la velocità. Pioline, più pragmatico, confida nel tempo: «La superficie, molto ruvida all’inizio, si liscerà col torneo. Alla fine vedremo se abbiamo fatto la scelta giusta». 

La battaglia dei sessi e del pickleball contro il tennis

Ferme tutti, ma anche fermi tutti. Non solo avremo presto la battaglia dei sessi fra Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios. Avremo presto anche la battaglia dei sessi e delle discipline. Pickleball e tennis si uniranno in una grande orgia moderata e democratica quando la campionessa Anna Leigh Waters e Andre Agassi giocheranno questo evento che pare si chiami Pickleball Slam, aprile 2026, diretta su ESPN dalla Florida. Siamo ben oltre, molto oltre, pizza e fichi. Waters, 18 anni, giocherà contro James Blake, Agassi sfiderà Eugenie Bouchard – che da tempo si è data alla versione del gioco con le palle di plastica dopo una finale a Wimbledon nel 2014. La formula è simile a quella alla Coppa Laver. 

L’anno scorso Andre Agassi giocò l’evento in coppia don Steffi Graf e questa loro presenza in campo, spiega The Athletic, illustra la crescita – e i limiti – della popolarità del pickleball, sottolinea la tensione tra la popolarità del gioco in termini di partecipazione e la sua fattibilità come prodotto televisivo a patto che ci siano stelle sportive riconoscibili. Waters ha vinto oltre 100 tornei. È di di gran lunga la giocatrice migliore, ma non ha lasciato un segno nel tennis. Ora dice: «Molte persone pensano ancora che le migliori giocatrici non potrebbero battere i migliori giocatori in nessuno sport di racchetta. Siamo pronte a dimostrare che si sbagliano. Eugenie e io nutriamo grande rispetto per l’eredità di Andre e James, ma stanno per scoprire quanto sia difficile padroneggiare lo sport che pratichiamo per vivere».

Agassi ha vinto tutti e tre i Pickleball Slam giocati fino a oggi. 

 

 

La vita turbolenta di Xabi Alonso al Real

Quando Xabi Alonso è andato a sedersi in panchina per il Clasico, sapeva che un nuovo passo falso dopo il 2-5 nel derby con l’Atlético avrebbe minato forse in modo definitivo il rapporto con l’opinione pubblica. Quello con i calciatori pare che sia già tienimi che ti tengo. Gli indizi sono numerosi. Si va da Camavinga che fa del sarcasmo sui social media scrivendo di aver sbloccato un nuovo livello con un nuovo ruolo a Valverde che si lamenta di non essere um terzino. Rodrygo tiene il muso per il cambio continuo fra fascia destra e fascia sinistra, fino alla procella più ingestibile fra tutte, quella con il Vinicius furioso perché viene sempre sostituito lui

Mario Cortegana su The Athletic sottolinea come la vittoria nel Clasico non ha rappresentato solo un risultato sportivo: è stato fondamentale per il rapporto di Alonso con la squadra. Quando Alonso è arrivato a giugno, ha trovato uno spogliatoio abituato a comportamenti che lui non considerava ideali, dopo quattro anni trascorsi sotto la morbidezza fraterna di Carlo Ancelotti. «Molte cattive abitudini si erano radicate», conferma una fonte vicina allo staff. Il messaggio di Alonso ai giocatori è stato chiaro: chi non corre e lavora più intensamente quando l’avversario ha la palla non ha nessuna garanzia di un posto. Ti puoi pure chiamare Vinicius. Il tecnico ha stabilito regole condivise con i leader dello spogliatoio e poi le ha comunicate all’intera squadra, mettendo l’attenzione sulla puntualità agli allenamenti, sull’intensità e la dedizione in allenamento. Cortegana riporta che, secondo una fonte interna, Xabi ha cercato di garantire più disciplina e ordine nel quotidiano, con controllo dei programmi, più lavoro in palestra a livello preventivo e sessioni video di gruppo e individuali.

Non tutti hanno accolto i cambiamenti – come dire – con entusiasmo. Alcuni giocatori hanno espresso frustrazione per la rigidità di Xabi e per il minore spazio lasciato all’espressione individuale delle qualità. Alcuni di loro hanno vinto tanto senza il nuovo metodo, e quando gli è stato imposto hanno protestatoracconta una fonte anonima a The Athletic. Altri hanno sottolineato come Alonso sia poco coinvolto nelle relazioni personali con i giocatori. La sensazione generale di distanza rispetto ad Ancelotti, dice The Athletic, è confermata anche dal numero ridotto di specialisti ammessi agli allenamenti e dall’accesso limitato allo spogliatoio prima e durante le partite.

Ma qualche pregio ‘sto Xabi Alonso ce l’ha? Pare di sì. La flessibilità tattica, le rotazioni mirate a coinvolgere tutti, l’attenzione ai giovani come Dean Huijsen, Alvaro Carreras e Franco Mastantuono, la crescita di Arda Guler e Kylian Mbappé. Cortegana su The Athletic dice la cosa più sacrosanta fra tutte, quella che segna ogni commento di chi racconta il calcio: Se i risultati e le prestazioni continueranno a migliorare, l’impressione che abbiamo di Alonso come allenatore del Madrid sarà irrilevante e qualcosa suggerisce che a lui poco importerà di nuovi momenti di disarmonia all’interno del gruppo”. Chiusura: Al Bernabeu però la pressione è costante, e mentre la stagione procede, il rapporto tra Alonso e i giocatori continuerà a rappresentare una sotto trama affascinante.

    

Luna Park  La girandola di attaccanti di Gasperini

La Roma ha ripreso il Napoli dopo una serie di rondò e giravolte in attacco alla ricerca di una soluzione per scardinare la difesa del Parma. Paolo Condò sul Corriere della sera:: Ccosa ci dice della Roma questa quantità di cambiamenti? Gasperini può scegliere fra le tante soluzioni a sua disposizione, oppure cerca disperatamente l’idea giusta in assenza di un’opzione sicura? Giunto ormai a un quarto del cammino, il campionato risponde che la Roma continua a vincere e così rafforza il suo primato in classifica. Ottenuto in modo opposto a quello che ci si aspettava dal suo tecnico, ma questo non fa altro che descriverne le capacità.

Milleluci  L’attesa della Juve per Spalletti

La Juventus si è premurata di far trovare a Spalletti un clima più serena con la vittoria sull’Udinese. Da quanto trapela, non è che poi abbiano fatto tutto questo sforzo per farlo invece sentire davvero l’uomo al quale affidare la rinascita. Se è vero – com’è vero – che si tratta della migliore opzione possibile sul mercato, che senso ha dargli un contratto fino a giugno, vincolato alla qualificazione per la Champions? Non merita, Spalletti, la migliore opzione possibile sul mercato, un mandato che gli chieda di ricostruire la Juventus, comunque vada a finire questa stagione iniziata senza di lui e senza acquisti indicati da lui? Sono i misteri del calcio. Maurizio Crosetti su Repubblica gli chiede di dedicarsi a tatuaggi diversi da quello che porta sul braccio: Dal salone ha visto in tivù una Juve che si è rimessa nella medesima posizione, dopo troppe settimane di inquietante orizzontalità. La squadra all’in piedi di cui ha bisogno Spalletti. Nello schermo, il nuovo e prossimo allenatore avrà visto che il più pesante tra i bianconeri, nel senso del peso specifico, è sempre Vlahovic, il più bravo Yildiz, il più tenace Gatti: tre colonne da cui Luciano non prescinderà.  Se le telecamere hanno inquadrato il perimetro interno dello Stadium, avrà notato Spalletti gli innumerevoli scudetti tatuati sulla balconata che dà sul prato, e pure la parte esterna dell’impianto, argentata, reca una lunghissima banda tricolore: il segno più tangibile di cosa sia la Juventus, forse di cosa fosse, certamente di quello che deve tornare a essere.

Paolo Condò ha scritto che limpatto dell’ex c.t. della Nazionale sul mondo bianconero sarà il tema da qui a gennaio, quando il mercato potrà correggere alcune delle molte lacune che si notano in tutte le squadre (e la Juve è fra le più migliorabili)

Il Corriere dello sport-stadio ha una pagina su di lui a cura di Giancarlo Dotto, amico e biografo ufficiale per il suo libro. Luciano è definito un samurai. Scrive Dotto: Non fate troppe fantasie. Spalletti in bianco e nero sarà lo stesso che è stato in azzurro vario, molto azzurro, azzurro e nero, azzurro e bianco (Zenit), giallo e rosso, due volte, tutti i colori del mondo. Luciano è una specie di samurai. Lui va in guerra ogni volta. La sua testa è già di suo un elmo. Gli basta lucidarla ogni tanto. Va in guerra pure quando entra in un bar di Montaione e pretende di pagare a tutto il mondo, sconosciuti compresi e guai a sottrarsi. I suoi amici di sempre del suo pollaio, il Borgo, Il Sigaro, Collo di Papero, tutti gli altri, lo sanno bene e se ne stanno alla larga. Guai a tentare di distrarlo. I nemici li moltiplica come i pani, i pesci e le mucche. Non come José Mourinho, che ha bisogno di nemici per nutrire e solluccherare il suo ego. Per Spalletti i nemici sono i chiodi della sua croce, la costellata fatica di vincere e di vivere.  la sorte degli allenatori è labile come pochi, un giorno sei stella e il giorno dopo sei stalla. Un giorno profumi di magnolia, il giorno dopo sei un cattivo odore.   Kenan Yildiz sarà il suo Francesco Totti di oggi e domani. Nella migliore delle versioni possibili”b.

  Il gol di Sucic alla Fiorentina

L’Inter ha fatto tre gol alla povera Fiorentina di Pioli e ne ha sfoggiato uno magico di Petar Sucic, una di quelle reti – scrive Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta – che conquistano per l’abilità tecnica degna di uno Zidane. L’accostamento è esagerato, ne siamo consci, ma la sequenza della rete del croato ci ha rimandato a Zizou: tocco di suola, avversari saltati come birilli, gran botta a concludere il tutto. Non è nata una stella, è ancora presto per dirlo, e sulla prestazione di Sucic grava un primo tempo ombroso, però non ci sono dubbi sul fatto che il ragazzo abbia piedi ad altissima qualità

Eppure, quando a Napoli s’è fatto male Mkhitaryan, al suo posto è entrato Zielinski. O forse chissà. 

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