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#1 giorno a Juventus vs Udinese
► IGOR TUDOR, allenatore della Juventus, è stato esonerato intorno a mezzogiorno. La cosa non è passata sotto silenzio.
◇ Il Master 1000 di Parigi è cominciato con le qualificazioni di Cobolli e Sonego al secondo turno e con l’eliminazione di Darderi. Dimitrov è rientrato vincendo in due set con il gran battitore Mpetshi Perricard [7 ace]
◇ Il giovane pilota sv izzero Noah Dettwiler è in condizioni stabili ma critiche dopo i diversi interventi chirurgici a cui è stato sottoposto dopo lo scontro con Rueda a Sepang.
◇ In una delle partite più lunghe nella storia delle World Series, i Los Angeles Dodgers hanno battuto i Blue Jays di Toronto con un fuoricampo di Freddie Freeman al 18esimo inning. Ora guidano la serie per 2-1. Vince il titolo chi arriva per primo a quattro.
◇ La notte NBA è finita con San Antonio e Oklahoma City alla quarta vittoria su quattro. Hanno battuto Toronto e Dallas. Austin Reaves ha segnato 41 punti ma i Lakers hanno perso con Portland, mentre i 51 di Lauri Markkanen [massimo in carriera] hanno spinto i Jazz alla vittoria su Phoenix dopo un supplementare. Jamal Murray ne ha fatti 43 in Denver-Minnesota.
I tatuaggi visti allo specchio | li avrò anche quando io sarò vecchio, | ma è solo pelle, non è immortale | e prima o poi la dovrai buttare.
Fabri Fibra
Le conseguenze dell’amore e soprattutto dei tatuaggi
Parliamone. Perché poi magari succede. Facciamoci trovare pronti. Parliamone perché – come dice la pagina facebook De André racconta la serie A – “la vita è un viaggio straordinario” e “tutto ciò che avete fatto fino ad oggi vi ha condotto con ogni probabilità ad assistere all’annuncio di un allenatore della Juventus con un tatuaggio dello scudetto del Napoli”. Parliamone con due obiettivi. Il primo: non esagerare la sua importanza. Il secondo: non sminuire la sua importanza.
La faccenda, come si può agevolmente immaginare, aveva una sua aritmetica improbabilità nel fatto che gli scudetti del Napoli sono un evento extra-ordinario, quattro in cento anni e solo un allenatore dei quattro se lo è fatto incidere sulla pelle. Questo uno per cento invece accade, e una volta sbrigata l’aritmetica resta da occuparsi di filosofia. Bisogna solo scegliere la visuale da cui guardare il mondo. Ce n’è più d’una.
La prima visuale è quella di Lucianone. La Juventus parve una possibilità al minuto-uno della sua uscita dal Napoli campione. Il tatuaggio era perfino freschissimo. A Vinovo si erano messi in casa Giuntoli – per i violinisti “l’altro Cristiano” – e Giuntoli aveva in mente lui ogni mattina ye ye e ogni sera oh oh. Forse sarebbe successo e forse no, Roberto Mancini sventò ogni possibilità di una verifica mollando la Nazionale per l’Arabia e facendo di Spalletti il salvatore della patria. Come adesso.
Sette mesi fa, sulla poltrona di Che tempo che fa davanti a Fabio Fazio, rispondeva alla domanda sull’ipotesi che Napoli fosse stata la sua ultima tappa in un club. «Napoli me la son voluta tenere per ultima, per delle dinamiche precise. Certo che non avrei mai potuto allenare un’altra squadra in Italia. Quando uno è stato in quel contesto lì, ha vissuto partite da allenatore e ha indossato la maglia di Maradona, diventa difficile tornare da avversario».
Ma difficile non vuol dire impossibile, nemmeno se il Comune ti ha dato la cittadinanza onoraria. «È stato un momento bellissimo ottenere la cittadinanza: ho ricevuto un amore sfrenato, che ti metteva anche paura, perché non sai dove può andare a finire».
Ma dalla visuale di Lucianone è tutto lineare. Fa il professionista, e i sentimenti – se ci sono, quando ci sono, se resistono e quando resistono – sono un’altra cosa. In tutta evidenza, quel tatuaggio per lui non deve essere un problema. Stelline di disagio: ★★☆☆☆
La seconda visuale è quella della Juventus. O meglio: quella idea di calcio che ancora chiamiamo Juventus [se ne parlava ieri qui]. Marco Iaria sulla Gazzetta sottolinea un elemento che nel quadro largo non è un dettaglio. “Un miliardo di euro. Anzi, a voler essere pignoli, novecentonovantanove milioni. È quanto ha bruciato la Juventus tra il 2017-18 e il 2024-25, cioè negli ultimi otto bilanci consecutivi, tutti chiusi in rosso”. Significa aver dilapidato il vantaggio sul resto della serie A, quel vantaggio raccontato fino alla noia come figlio dello stadio di proprietà. Anche oggi lo stadio è di proprietà. Eppure.
Eppure, Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio scrive che “la Juventus è irriconoscibile. In campo e fuori. Ma soprattutto nella stanza dei bottoni. Allenatori, direttori sportivi, direttore generali, consiglieri speciali, vanno via come se fossero caramelle. A giugno, Tudor è rimasto in sella solo perché gli obiettivi reali (Conte su tutti) non sono stati raggiunti e non si sapeva chi mandare in panchina al Mondiale per club. Sembra assurdo ma è così”.
Ora. I commenti più rimasticati intorno alla Juventus attribuiscono le cause dei mali alla mancanza di DNA juventino. Qualunque cosa davvero poi significhi. Ebbene, alla ricerca del DNA juventino come fosse il Graal, la Juventus mette in panchina non Raffaele Palladino [51 presenze da calciatore], non Zinédine Zidane [risparmiamo righe sul curriculum], neppure un Roberto Mancini che si dice juventino da bambino. Tutta questa enfasi sul DNA produce invece la scelta di un allenatore che si è tatuato lo scudetto vinto da un’altra parte, da avversario, in quel posto dove Maradona disse: «Quando un giorno andrò via, porterò coin me il ricordo della voglia folle dei napolitani di battere la Giuve».
Ma del resto, la Juve si era già messa in casa quel Maurizio Sarri, che voleva assaltare il Palazzo, fare la rivoluzione con 11 uomini, e mentre cercava di farla, ai tifosi della Juve mostrò com’era fatto il suo dito medio. In tutta evidenza, di quel tatuaggio anche la Juve se ne frega. Giustamente. Stelline di disagio: ☆☆☆☆☆
[Che poi. A margine. Dopo aver preso Higuain per i 36 gol, dopo aver preso Sarri per un calcio sexy, dopo aver preso Giuntoli per arrivare sul nuovo Kvara, anziché prendere Spalletti perché non prendere direttamente De Laurentiis?]
La terza visuale è però quella dei tifosi del Napoli. O meglio dell’idea sommaria che un nome collettivo [“i tifosi del Napoli”] sempre produce. E qui l’affare si complica. Dentro questa idea sommaria di popolo non si può non riconoscere la sincerità di uno sconcerto. Ne fa cenno stamattina il Corriere dello sport-stadio. Se un gol da ex fece di José Altafini il primo di ogni core ‘ngrato nella preistoria, se il sì di Higuain lo ha reso scompagno a morte, se la decisione di Sarri lo fece diventare un traditore fino a bloccare un documentario in lavorazione su di lui, beh, un tatuaggio, una cittadinanza onoraria e le parole dette da Fazio andranno forse considerati dei possibili amplificatori a un dispiacere.
La pelle di Spalletti è solo di Spalletti. Ne fa quello che vuole e si tatua quello che gli pare e piace. E però un tatuaggio ha un codice agli occhi di chi guarda. Significa qualcosa. Federica Pellegrini li chiama “cicatrici colorate di alcuni passaggi della vita”. Ti tatui sulla pelle qualcosa che vuoi sentire sulla pelle, qualcosa che pensi sia degna della tua pelle. È più del bacio allo scudo sulla maglia. Se hai fatto quel tatuaggio, se sei onorato della cittadinanza e impari la lingua e poi vai da Fazio eccetera eccetera, non potrai stupirti che sarà un dispiacere per chi ci crede, chi ci aveva creduto. Se ai tifosi gli levi pure la gioia e il dispiacere, che altro gli deve restare? Stelline di disagio: ★★★★★
La quarta visuale è di chi osserva. O almeno di chi osserva da questo comodo divano. Per volare alto e allargare lo sguardo, diciamo che questa storia certifica in modo definitivo uno scarto di senso, l’inconciliabile distanza nel significato e nell’interpretazione di alcuni gesti che esiste tra i protagonisti del calcio e i tifosi.
Il punto non è andare alla Juve dopo quel tatuaggio, il punto è averlo fatto se non escludi con certezza l’idea di poter andare un giorno in un posto che lo smentisce. Stiamo parlando di una di quelle rivalità a senso unico, come tante ce ne sono in Italia verso i bianconeri. Ma qual è il significato di dirsi onorati di una cittadinanza, se non sentire quel che sente la città? [Sempre con tutto l’abuso del nome collettivo – pure qui]. Non è che basta cantare le canzoni di Pino Daniele in macchina.
A scanso di equivoci. Quel tatuaggio è stato un problema in Nazionale. Se fai il c.t. dell’Italia è improprio confessare in conferenza stampa a Coverciano la nostalgia per un giro che non c’è stato su un pullman scoperto sul lungomare di Napoli. Il minimo che possano pensare i calciatori dell’Inter è che sei rimasto un uomo di una parte. Invece non c’è più nessuna parte. Quasi mai. Il disagio che s’avverte allora da questo divano è per la rimozione della dimensione sentimentale dal calcio. Per la sua banalizzazione. Per la sua derisione.
Non è che possiamo stupirci se un tifoso della Fiorentina ci rimane male nel vedere Baggio alla Juventus o uno dell’Inter ci rimane male nel vedere Ronaldo al Milan. De Rossi un giorno riferì di una proposta che gli fece proprio il Napoli. Disse di no per rispetto di una rivalità. È una cosa tribale. Ma il calcio è anche questo. È coscienza primitiva. Come dice Valdano è fatto di tifosi e di clienti. Galeano avrebbe aggiunto che è fatto pure di mendicanti di bellezza.
Ecco. A scanso di equivoci-2. Da questo comodo divano di cacciatori di storie e mendicanti di bellezza, rivedere Luciano Spalletti in serie A sarà magnifico. Con la speranza che non si faccia intronare da quel ritornello sul DNA e che riproponga il gioco della sua Roma e del suo Napoli. Da questo comodo divano un suo scudetto alla Juventus, con il suo gioco, sarebbe una magnifica storia da raccontare. Anche buffa. Ma magnifica.
Fine del pippone.
La distanza degli uomini saggi dai luoghi comuni rimasticati
| pareri Dino Zoff
➣ Anche secondo lei mancano giocatori con il Dna della Juve? Lo dice Tacchinardi, lo dice Del Piero.
«Mi viene da ridere. Una volta la Juventus era fatta da grandi giocatori e grandi uomini. C’erano Platini, Zidane, Del Piero. Questo era il Dna della Juve. Oggi i Platini non si trovano. Ma non ce li ha nessuno, non ci sono» – intervista di silvia scotti, Repubblica
artefici
Come fu che Igor Tudor diventò disoccupato
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LE RICOSTRUZIONI
Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera racconta appunto che “l’amore per la maglia, e il famoso Dna che aveva fatto saltare sulla macchina Tudor, da Zagabria a Torino, s’è schiantato sulla quotidianità dei risultati: terza sconfitta filata, otto partite senza vittorie, 394 minuti a secco di gol e prestazioni sempre più nebbiose. «Al minimo dubbio, nessun dubbio», diceva Robert De Niro in un vecchio thriller degli anni Novanta, e quelli della dirigenza s’aggiravano già da qualche settimana; come pure pesavano i rapporti freddini con il direttore generale, e prossimo ad, Damien Comolli: l’ok della proprietà, infastidita pure dalle uscite sul calendario, è stato il timbro sulla raccomandata”.
Nerozzi sottolinea che “Allegri non era l’allenatore di Giuntoli, non lo era Tudor per Comolli; non era il gruppo adatto per Thiago Motta quello della scorsa stagione, come non era questa la squadra perfetta per il tecnico croato («L’allenatore si deve adattare», ipse dixit ). Un continuo tentare di aggiustare le cose che non ti fa morire ma neppure ti guarisce. Chiunque verrà si ritroverà una squadra assemblata da altri, ma che neppure Tudor aveva potuto scegliere”.
Emanuele Gamba su Repubblica racconta che “c’è stato un duro confronto con la squadra: in particolare, l’allenatore avrebbe accusato lo zoccolo duro degli italiani (Locatelli, Gatti, Cambiaso) di non avere preso in mano il gruppo, sottraendosi al ruolo di leader. Non poteva che finire così, visto come era cominciata. Comolli ha trasformato il traghettatore Tudor nell’allenatore della disperazione, dopo aver incassato il no di Conte, gestito malissimo i rapporti con Gasperini e girato a vuoto alla ricerca di qualcuno con cui avviare un nuovo ciclo. La sfiducia in Tudor è stata immediatamente percepibile. Tudor, perlomeno, l’ha sempre percepita. Il mercato ha ignorato le sue indicazioni (voleva prima di tutto un centrocampista, l’unico tipo di giocatore che non è arrivato) e il rapporto è andato avanti sul filo di una provvisorietà conclamata”.
Gugliemo Buccheri sulla Gazzetta dello sport spiega: “L’armonia tra Igor e la società non è mai stata trovata, forse nemmeno cercata. A Verona, le prime avvisaglie di una visione diversa: Tudor si lamenta degli arbitri, della Lega Calcio, dei calendari, nessuno gli va dietro, anzi. A Como, i primi affondi: Fabregas può fare il mercato, io no, in sintesi la sua riflessione. A Madrid i toni si alzano: Igor scomoda gli algoritmi folli a due metri da chi, Damien Comolli, di algoritmi si è alimentato a lungo”.
I COMMENTI
Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto: “Igor Tudor era il migliore degli allenatori possibili per la Juve? Naturalmente no. Le colpe di questa nuova disperazione bianconera sono tutte sue? Naturalmente nemmeno. Le colpe sono soprattutto distanti e antiche, dalla Fiat che non è più la Fiat allo sfarinamento di una dinastia — che famiglia è una in cui la madre e i figli sono in causa? —, da un ciclo di scudetti storico e irripetibile agli illusori tentativi di riprenderlo nel giro di un solo mercato, dallo sproposito CR7 che non ha finito di zavorrare i conti (a gennaio nuova udienza) al contrattone quadriennale regalato a un Pogba rotto, alla folle dinamica ascensionale di quello di Vlahovic”.
Marco Tardelli su La Stampa considera: “Vedo, sinceramente, una società in confusione, difatti impreparata perfino al cambio di allenatore: non puoi non aver pronto il sostituto, senza nulla togliere alle qualità di Brambilla che saprà guidare bene la squadra fino alla successione. Le idee poco chiare non riguardano solo la panchina, basti pensare al balletto su Vlahovic: o lo cedi, o ci credi, la mancanza di chiarezza e le gerarchie mobili non hanno aiutato nessuno”.
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Finzioni
LA POSTA DEL CUORE DI NADIA COMANECI
La mia Signora mi ha lasciato
Cara Nadia, mi chiamo I., sono un uomo di mezza età, croato, ti scrivo perché sono stato appena mollato dalla mia Signora. Mi ha scaricato attribuendo a me la responsabilità di una relazione che non funzionava da parecchio tempo. In estate avevo sospettato qualcosa, le avevo chiesto chiarezza, mi aveva detto ma no, ma no, ti stai impressionando, sei al primo posto nel mio cuore. Ora mi sento vuoto, smarrito. Cosa mi consigli di fare?
Caro I., o in alternativa I. caro, certe volte ci lanciamo dentro certe relazioni senza considerare che abbiamo ali di cera, ci accostiamo al calore dell’amore e le bruciamo. Ma tutte noi e tutti voi lasciamo una traccia nelle vite che incrociamo, tutte noi e tutti voi lasciamo un’eredità. Come dice il filosofo Achille Lauro, certi incontri non arrivano per restare ma per cambiarci. È che quando finisce un amore non siamo in grado di vederlo. Prevale il dolore della ferita perché il nostro tempo si è esaurito. Troverai una cura. Mentre moriva, Elisabetta I mormorò: – Tutti i miei dominii per un istante di tempo. Le sue ultime parole contenevano il terrore per una dinastia che si esauriva. Non aveva figli, e dopo i Tudor vennero gli Stuart. Ma non sarà il tuo caso.
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I temi del giorno
La battaglia dell’UCI alle biciclette veloci
Le corse sono un soffio, sono un lampo che si spegne prima ancora di capire da dove sia passato. Quelle di Tadej Pogacar si risolvono poi ancora prima, in un battibaleno. In sei delle venti vinte nel 2025, ha battuto il record di velocità, compreso il Tour de France: 43 all’ora di media, 76 ore totali, tre e mezza a tappa. Fino a poco tempo fa ce ne volevano novanta. I 252 chilometri della Liegi sono stati compressi in sei ore nette, i 299 del Fiandre in poco meno.
Alla sua scia si aggrappa tutto il gruppo, sospinto da biciclette perfette, di meccanica e aerodinamica sopraffina. Sono meraviglie d’ingegno che corrono così forte da mettere in crisi Christian Prudhomme, direttore del Tour, costretto a cercare città con strade abbastanza larghe, lunghe e dritte per accogliere un arrivo in volata. Il gran capo della corsa più bella del mondo ha raccontato a L’Équipe che nel Tour del 2026 volevano il primo sprint a Foix, alla quarta tappa, ma tra le chicane, le rotonde e la velocità crescente del gruppo non hanno trovato il modo: hanno dovuto aggiungere qualche salita per evitare l’arrivo compatto.
Carlos Arribas su El País si occupa di questo straordinario contrasto tra la velocità della strada e i freni che negli uffici studiano. Racconta allora che mentre Prudhomme suda, il presidente dell’UCI David Lappartient pontifica. Dice che la colpa delle cadute è della velocità, e che bisogna fermarla. Ha ordinato: «Facciamo in modo che le biciclette non corrano tanto. Limitiamo i rapporti nelle classiche e nelle tappe con lunghe discese. Nessuno deve avanzare più di 10,46 metri per pedalata». Un editto che ha trovato subito un’opposizione nella SRAM, il colosso di Chicago che ha bloccato i test con cui l’UCI voleva sperimentare il limite.
Il suo prodotto di punta, il RED AXS, permette con il 54/10 un rapporto da 11,5 metri, uno più di quanto consentito. Proibirlo sarebbe come uccidere il marchio. Con nove squadre a sostegno – Movistar, Visma, Red Bull, Lidl, EF – la SRAM ha portato l’UCI davanti all’autorità belga della concorrenza e ha avuto ragione: nessuna prova, nessuna modifica allo statuto. Anche perché Shimano, gigante giapponese che controlla il 90% del mercato, resta fermo al 54/11.
La denuncia di SRAM smonta i fondamenti del provvedimento: nessuno studio collega l’eccesso di velocità in discesa alle cadute, e la corsa scelta per i test, il Tour of Guangxi, si corre su ampi viali e in modo rilassato, scrive Arribas che è come una vacanza per il gruppo. A parlare per i team è Iván Velasco, ingegnere del Movistar: «Le nostre cadute avvengono per errori dei ciclisti, per la tensione del gruppo o per la pericolosità del percorso, non per il rapporto 54/10».
Velasco ha fatto i conti: a 90 pedalate al minuto si toccano i 56,2 km/h, a 100 si superano i 62. «Alla Vuelta usavamo ancora il 10 e non ci sono state troppe cadute. Limitare il rapporto non ridurrà la velocità: con il 54/11 si va già fortissimo».
Ma Lappartient, politico bretone di destra, consigliere, sindaco, presidente del consiglio provinciale della Bretagna, sostenitore pubblico su Twitter o come diavolo si chiama stamattina del Sarkozy arrestato, è lo stesso dirigente UCI che qualche anno fa – con il Tour nel suo feudo di Pontivy – reagì alle critiche per le troppe cadute dicendo che «le strade erano belle, con una buona larghezza e una bella linea d’arrivo: si andava troppo forte solo perché Pontivy è in fondo a una valle». Allora, spiegava, la colpa era del nervosismo del gruppo: «Roglic è caduto da solo. Ewan è caduto da solo. Non si può dare la colpa al percorso…» Oggi invoca freni e regolamenti.
La conclusione di Velasco, scrive Arribas, rappresenta un certo buon senso: non sarà limitando lo sviluppo che si ridurrà la velocità del gruppo. Pogacar ha vinto il Mondiale, sei ore di corsa con 5.000 metri di dislivello, a 42 di media. Se davvero vogliono rallentare, dice Arribas, “facessero come la Formula 1: stessi pneumatici per tutti. Se fossero gomme lente, aumenterebbe la resistenza e servirebbero più watt per andare alla stessa velocità. Ma so che è una misura impossibile”.
L’UCI non ne vuole sentire parlare. Ma non smette di inventare freni: dal 1° gennaio saranno vietati i manubri più stretti di 40 centimetri. Un altro modo per tentare di rallentare l’avanzata di Pogacar e la velocità inarrestabile del ciclismo.
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Le analisi
sole sul tetto dei palazzi in costruzione Le partite alle 20
Le curve vogliono il calcio la domenica alle tre, la lega di serie A adesso chiede che di sera le partite comincino alle otto. Come il Tg1. Il Corriere della sera racconta che esiste un pressing su DAZN condotto dal presidente Ezio Simonelli. Simonelli è descritto come “un manager innovatore” e l’esempio clou di questa sua visionarietà viene indicata in quell’idea che in Spagna hanno preso a calci nel sedere: Milan-Perth a Como. Ma Simonelli deve davvero vedere lontano, molto lontano, se il motivo dell’anticipo della partita dalle 20.45 alle 20 è quello che racconta il Corriere della sera.
Come ogni misteriosa innovazione che passa per la testa di un Boomer, la spiegazione porta a loro. I giovani. Diamine, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Scrive Monica Colombo: “Se le analisi di mercato sull’audience calcistica lamentano la mancanza di interesse fra i giovanissimi come si può catturare quella fetta di pubblico dalla soglia di attenzione non più lunga di un video su TikTok? Intanto mettiamo i ragazzini nelle condizioni di poter arrivare in fondo a vedere una partita”.
Ohibò. Perché mai arriverebbero fino in fondo alle 21.45 e non alle 22.30 non è chiaro. Sono narcolettici? Escono di casa prima? La lega non è informata della possibilità di guardare la partita sugli smartphone che portano in casa? Non è chiaro neppure come la lega serie A si spieghi il fatto che questi famosi giovanipitechi con la soglia dell’attenzione tanto limitata rispetto a noi adulti più evoluti, possano trascorrere – se lo vogliono – due ore e passa di fronte alle partite di NBA, o si dedichino al binge watching quando escono delle nuove serie.
Non aver paura di tirare un calcio di rigore L’’infortunio a De Bruyne
Per i prossimi mesi le appende Kevin De Bruyne. Chi dice tre mesi, chi ne dice quattro. Il belga tornato a casa, più incline all’intervento chirurgico che a una terapia conservativa per guarire dalla lesione di alto grado al flessore della gamba destra. In Belgio sono preoccupati per i Mondiali e questo timore certamente anche suo potrebbe indurlo alla prudenza nel rientro. La sintesi è che il Napoli potrebbe averlo perso per tutta la stagione.
Ora. Ci sono in giro alcune battutine su quest’assenza. Lo sottolineava Paolo Condò già ieri sul Corriere della sera: “Kevin De Bruyne è stato un campione troppo grande per meritare i sarcasmi sull’opportunità del suo infortunio, ma la complessità del suo trapianto nel Napoli è fotografata dall’esplosione di McTominay una volta rimesso al centro del villaggio”. Questo è il punto. Dover rinunciare a De Bruyne significa oggi per Conte dover rinunciare a una prospettiva: esaltante, immaginifica, internazionale. Ma una prospettiva. Un’ipotesi di Napoli. In cambio gli viene restituita la chance di continuare il suo percorso dentro il sentiero sicuro della formula che lo ha portato allo scudetto. Involontariamente simbolica è stata la cavalcata in campo aperto di McTominay per il secondo gol all’Inter. Quest’infortunio non è una benedizione – come potrebbe dire solo uno stand-up comedian. Ma porta con sé uno di quei piani-B che che nel calcio possono funzionare.
Detto questo, oltre a De Bruyne, il Napoli non può permettersi di tener fuori anche il suo miglior difensore [Rrhamani], il suo miglior centrocampista [Lobotka], il suo centravanti [Lukaku] e il centravanti preso per sostituirlo [Hojlund].
Solo una cosa: sarebbe interessante farsi spiegare come possa essersi sfasciato un muscolo De Bruyne fino a doversi operare calciando un rigore. Avrebbe paura a tirarlo perfino il famoso Nino.
hanno appeso le scarpe L’infortunio a De Bruyne
Per i prossimi mesi le appende Kevin De Bruyne. Chi dice tre mesi, chi ne dice quattro. Il belga tornato a casa, più incline all’intervento chirurgico che a una terapia conservativa per guarire dalla lesione di alto grado al flessore della gamba destra. In Belgio sono preoccupati per i Mondiali e questo timore certamente anche suo potrebbe indurlo alla prudenza nel rientro. La sintesi è che il Napoli potrebbe averlo perso per tutta la stagione.
Ora. Ci sono in giro alcune battutine su quest’assenza. Lo sottolineava Paolo Condò già ieri sul Corriere della sera: “Kevin De Bruyne è stato un campione troppo grande per meritare i sarcasmi sull’opportunità del suo infortunio, ma la complessità del suo trapianto nel Napoli è fotografata dall’esplosione di McTominay una volta rimesso al centro del villaggio”. Questo è il punto. Dover rinunciare a De Bruyne significa oggi per Conte dover rinunciare a una prospettiva: esaltante, immaginifica, internazionale. Ma una prospettiva. Un’ipotesi di Napoli. In cambio gli viene restituita la chance di continuare il suo percorso dentro il sentiero sicuro della formula che lo ha portato allo scudetto. Involontariamente simbolica è stata la cavalcata in campo aperto di McTominay per il secondo gol all’Inter. Quest’infortunio non è una benedizione – come potrebbe dire solo uno stand-up comedian. Ma porta con sé uno di quei piani-B che che nel calcio possono funzionare.
Detto questo, oltre a De Bruyne, il Napoli non può permettersi di tener fuori anche il suo miglior difensore [Rrhamani], il suo miglior centrocampista [Lobotka], il suo centravanti [Lukaku] e il centravanti preso per sostituirlo [Hojlund]. Solo una cosa: sarebbe interessante capire come ci si può sfasciare un muscolo calciando un rigore.
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Dai campi
I micidiali calci da fermo del Tottenham
Alle quattro e mezza del pomeriggio di domenica, l’Everton era l’unica squadra della Premier League a non aver ancora subito gol da palla inattiva. Alle cinque e ventuno minuti Micky van de Ven aveva già segnato due volte di testa, da distanza ravvicinata: il Tottenham avrebbe finito per vincere 3-0 al Hill Dickinson Stadium. Come scrive Jay Harris su The Athletic, “gli Spurs faticano a creare occasioni a campo aperto sotto Thomas Frank, ma restano formidabili sui calci piazzati”.
C’è stato un tempo – sotto Ange Postecoglou – in cui le palle inattive erano quasi un fastidio estetico: le aveva paragonate con disprezzo a una mischia di rugby. Bleah. Quando lavorava con il Lyngby in Danimarca, Frank la pensava più o meno allo stesso modo. «In quel periodo non pensavamo che i calci piazzati facessero davvero parte del calcio», ha raccontato Birger Jorgensen, che lo aveva assunto allora. Ma il Frank di oggi è un allenatore che guarda le minuzie come fa un orologiaio. Ha imparato che in Premier League anche una rimessa laterale può cambiare la partita.
La svolta è arrivata a Brentford. Con un budget ridotto. «Dovevamo rendere sostenibile il business comprando a poco e vendendo a tanto», spiegava Rasmus Ankersen nel 2019. «Per riuscirci abbiamo investito in specialisti di ogni tipo: coach del sonno, del calcio, del recupero. Così potevamo rendere il giocatore più prezioso di quando era arrivato».
Tra quegli specialisti c’era Andreas Georgson, l’uomo che oggi allena le palle inattive del Tottenham. Dopo un anno a Brentford, era stato strappato dall’Arsenal, poi è passato per Malmö, Southampton, Lillestrom e Manchester United, fino al ritorno con Frank la scorsa estate. Jurgen Klopp, dopo aver perso contro il Brentford nel gennaio 2023, lo aveva detto con chiarezza: «Creano caos sui calci piazzati. Li rispetto molto. Sono organizzati, spingono, trattengono, bordeggiano il regolamento. È per questo che è così difficile affrontarli».
Oggi, quello stesso caos controllato è diventato un marchio Spurs. Georgson passa ore a studiare situazioni da palla ferma con l’analista Sean McManus: «Abbiamo fatto veri e propri provini per le rimesse lunghe», ha raccontato Harris. In tournée in Corea del Sud, con 35 gradi e il sole che spaccava l’erba, Georgson lavorava individualmente con Mathys Tel, Wilson Odobert e Djed Spence su quelle traiettorie. Durante una seduta pre-Everton, i membri dello staff facevano da attaccanti, colpendo i difensori con sacchi da allenamento mentre saltavano: un modo per renderli “forti nei duelli e non spaventati dal contatto in aria”.
Nel 2021, in un’intervista a The Athletic, Georgson aveva spiegato la filosofia che lo guida: «Nessun allenatore studia per diventare specialista dei calci piazzati. Ma bisogna renderli divertenti, vivi, perché il cervello umano è semplice: crede nei risultati». E aggiungeva: «Il processo deve essere olistico, sincronizzato. Se la squadra ha bisogno di preparare la partita più che di un’ora di calci d’angolo, allora io mi prendo otto minuti, non quindici. Ma in quegli otto minuti devo ottenere il massimo».
Ora, ogni volta che il Tottenham attacca o difende su una punizione, lo si vede al limite dell’area tecnica, agitatissimo, a gesticolare. Secondo i dati di WhoScored, gli Spurs hanno già segnato cinque gol da palla inattiva in Premier League — meno solo di Chelsea e Arsenal. Frank riconosce pieno merito al suo collaboratore: «A volte le sue domande sono estremamente fastidiose, ma servono. Su queste situazioni abbiamo una base solidissima, offensiva e difensiva. Il merito è suo, di Sean, e dei giocatori che ci credono».
Van de Ven è il simbolo di questa trasformazione. Cinque gol in quattordici partite, dopo uno zero secco l’anno scorso. «All’inizio della stagione gli ho detto: va bene segnare di destro o di sinistro, ma sei un difensore centrale: devi fare più gol di testa. E adesso ci siamo riusciti», ha raccontato Frank dopo Everton. Il primo gol è nato da un corner insidioso di Mohammed Kudus, prolungato da Bentancur e chiuso dal difensore olandese. Il secondo, da una punizione battuta rapidamente da Pedro Porro. Il Tottenham ha segnato anche con schemi a sorpresa: Lucas Bergvall e Cristian Romero su punizione contro West Ham e Paris Saint-Germain. E se l’Everton ha calciato nove angoli senza risultati, è anche perché Guglielmo Vicario ha guidato la difesa in modo perfetto, The Athletic scrive “come un direttore d’orchestra”. Del resto Vicario è friulano, come Valter Sivilotti [Quando Sarai Piccola, di Cristicchi-Brunialti-Amara: dirige l’orchestra Valter Siviliotti].
Comunque. Alla fine Frank ha sintetizzato la filosofia del suo staff: «Abbiamo principi e routine precise. Le adattiamo un po’ all’avversario, ma non troppo: serve coerenza nei messaggi». Coerenza, metodo e ossessione: passano per i nuovi strumenti con cui il Tottenham costruisce le sue vittorie un calcio d’angolo alla volta. Scrive Harris che gli Spurs non potranno contare sui calci piazzati per un’intera stagione, ma se il gioco aperto dovesse ingranare, allora sì, forse potrebbero davvero lottare per un posto tra le prime quattro.
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Tendenze
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Interpreti
Il metodo Benatia al Marsiglia
Quando nel novembre 2023 Pablo Longoria, sempre più isolato, chiese l’arrivo di Medhi Benatia, nessuno immaginava che due anni dopo l’ex difensore sarebbe diventato l’uomo più influente dell’Olympique Marsiglia. Allora era solo un consulente, un prestataire ricordato a pranzo al Babbo – il ristorante che oggi è diventato la sua mensa privata.
Secondo Mathieu Grégoire su L’Équipe, il numero due Stéphane Tessier non lo voleva. Aveva già riempito il club di suoi uomini, gli stéphanois. Così il primo mercato di Benatia, nel gennaio 2024, si è trasformato in un’avventura solitaria. Mentre lui trattava Ulisses Garcia, Moumbagna, Onana e Merlin, poteva contare solo su un paio di fedeli: l’italiano Roberto Malfitano e l’instancabile Ali Zarrak, che dormiva nella propria auto davanti ai centri d’allenamento di Bretagna per bloccare un terzino sinistro. “Lavorava come un cacciatore di ombre, convinto che il tempo gli avrebbe dato ragione”.
Due anni dopo, il rullo compressore Benatia ha avuto ragione. A La Valentine, dice L’Équipe, non bastano più i tavoli del Babbo per riunire la sua corte. Longoria ha sacrificato pezzi del suo entourage, come Marco Otero o Fabrizio Ravanelli, e Benatia ha piazzato i suoi uomini ovunque, “ha costruito un sistema personale, una rete di fedeltà più che di ruoli”. Il suo braccio destro è Bob Tahri, ex mezzofondista da 3.000 siepi, oggi direttore delle performance. Arrivato nel 2024 per il nuovo ufficio player care, accompagna i giocatori e le loro famiglie, prepara le tabelle di recupero insieme al dottor Monnot, regola alimentazione e allenamenti, e scrive ai calciatori su WhatsApp con precisione quasi militare. “Ho preso un direttore sportivo pronto a occuparsi anche dei rendez-vous medici delle mogli dei giocatori” scherzava Benatia, vantandosi del suo Dream Team. Tahri è ovunque, dai ritiri romani alle cene di gruppo a Copenaghen, simbolo di una lealtà totale.
Un’altra pedina è Thomas Heurtaux, vecchio compagno di Udine, ora traduttore e interprete tattico di Roberto De Zerbi. Durante le partite siede accanto allo staff tecnico e riceve messaggi vocali di Benatia in diretta. “Il direttore del football vive i match come un campo di battaglia, commenta in italiano con Longoria e manda note sui dettagli tattici via WhatsApp. È la sua forma di controllo, la sua lingua segreta” scrive il giornale francese.
Alla direzione sportiva ha inserito Cristian Ercolani, ex Manchester United, e Romain Barq, cresciuto a Saint-Étienne e Wolverhampton. Al settore giovanile ha piazzato i suoi: Titou Hasni, Olivier Bijotat, Romain Ferrier. Tutti uomini della rete. Poi c’è la comunicazione, dominio che Benatia la consideri sacra. “La giudicava troppo dilettantesca, troppo legata ai vecchi poteri”, e ha deciso di rifarla da capo. Ha chiamato Enrica Tarchi, ex Juventus e poi addetta stampa per Mino Raiola, e Bel-Abbès Bouaissi, ex redattore di beIN Sports conosciuto ai tempi da giocatore. Quest’ultimo, intervistato da Africa Foot United, definiva il lavoro di Benatia «quasi perfetto»: “Ha preso i giocatori giusti, ai posti giusti, in accordo con l’allenatore. È forse il miglior mercato della storia dell’OM”.
I nuovi arrivati sono persone pronte a seguirlo ovunque. “Benatia si considera in missione”, scrive L’Equipe che alla storia ha dedicato la prima pagina, e chi lo conosce sa che non esistono sfumature: o sei con lui o contro di lui. Persino un dettaglio – un giocatore che salta la Commanderie prima di un’amichevole al Vélodrome – può farlo infuriare. Alcuni, come il segretario generale Benjamin Arnaud, inizialmente vicino a Tessier, hanno scelto di salire sul suo treno in corsa. Stesso abbigliamento, stesse calze corte, stesso linguaggio. Arnaud, che blinda i contratti e partecipa alle trattative, è diventato uno dei suoi più stretti collaboratori. Benatia in aprile ha detto: “Difenderò i miei fino alla morte”. Con intensità, ovviamente.
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La Macchina del tempo
Sposare un calciatore mezzo secolo fa
Il matrimonio di Cuccureddu rinviato per andare in Nazionale
Sei anni di attesa senza che nulla accadesse. Quand’è che la Nazionale si decide a convocare Antonello Cuccureddu? Per una partita da giocare nel giorno in cui aveva fissato il matrimonio con Ivana Mazzi, “aretina dai colori pacati ma intensi delle sue terre”. Così scrive Rosanna Marani sul Guerin Sportivo numero 44 del 1975. Siamo a ottobre e lei racconta questa storia d’amore interrotta, piegata alle esigenze del pallone. Lo fa in quel tempo nel quale si muove da pioniera, una delle poche donne ammesse al giornalismo sportivo. Con il suo stile racconta che il matrimonio fissato per domenica 26 ottobre. Tutto pronto: abito, invitati, ristorante. Tutto, tranne la casa. Poi la chiamata azzurra. E Ivana Mazzi, invece di disperarsi, sospira: «Tanto nessuno si aspettava che Antonello venisse convocato… Si può ben chiudere un occhio!».
Marani le chiede un commento, lei inizialmente rifiuta: non vuole pubblicità. Poi si scioglie: «Abbiamo soltanto rimandato di un giorno il nostro matrimonio. Vorrà dire che festeggeremo due colori: il bianco e l’azzurro». La chiesa si è resa disponibile, il ristorante ha riaperto di lunedì, e la bolletta del telefono — scherza — l’ha pagata la Sip, per tutti gli invitati da avvisare.
Ma dietro il racconto ingenuo, Rosanna Marani intravede una rassegnazione lucida. Ivana ride quando le viene detto che ha un giorno in più per ripensarci, confessa: «Lui ha voluto a tutti i costi che io smettessi di lavorare. Facevo l’indossatrice, la fotomodella… Ma io sono nata indipendente. Sono stata in crisi per tanto tempo. Poi ho ceduto». E aggiunge sottovoce: «Vorrà dire che chiederò a mamma qualcosa per un vestito in più».
Sette mesi prima, Rosanna Marani aveva già raccontato per la Gazzetta la notte prima delle nozze di Adriano Panatta [si legge qui], parlando di sottomissione e descrivendo il tennista come “l’uomo che le femministe sbranerebbero a pezzi”. Lei compresa. Non lo dice, ma si capisce. Stavolta allora, alla fidanzata di Cuccureddu, domanda se non le pesa aver rinunciato a sé stessa. Ivana Mazzi riflette e dice: «Il mio carattere mi spinge ad apprezzare di più le gioie familiari che professionali. O è così, o è senza Antonello». Marani registra con inquietudine quel candore: “Si dondola su questa assoluta decisione, in questo atroce condizionamento consapevole delle sue rinunce”. La ragazza riprende: «So cosa sto facendo. D’altronde anche l’uomo che dice: “stai a casa, a te provvedo io”, sa a cosa va incontro. Mi sono abbassata perché anche mia madre me lo ha insegnato. Che la donna deve stare a casa a pensare al marito. Lui è di un egoismo pauroso, ma lo amo e l’ho scelto. Gli voglio bene e dunque accetto tutto, così da fidanzata, così lunedì da moglie».
Marani la ascolta con rispetto, la sua penna si domanda: come può una persona dichiararsi felice se non ha alternative? Come può amare senza libertà? «Sono felice di diventare la moglie di Antonello. Quando ho saputo della convocazione, gli ho subito proposto di spostare le date. Mica scappo io! Era fiero. Vederlo così soddisfatto mi fa bene alla salute». Così Rosanna Marani, senza giudicare, registra un destino che si compie e scrive: “E lunedì si è sposata. Auguri e figli maschi. Si dice così, nevvero?”.
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