La sconfitta con la Lazio e l’esonero di Tudor

Quando presto torneremo ad accapigliarci su quella insulsa distinzione tra Risultato e Bellezza, bisognerà pensare alla Lazio che Maurizio Sarri sta guidando, e soprattutto a quella di ieri sera. È una squadra ereditata alla maniera che conosciamo, scoprendo che non ci sarebbe stata la possibilità di far mercato e di cambiare dunque una rosa costruita per esigenze tecniche diverse da quelle comprese nel marchio di fabbrica chiamato sarrismo.
A questa truppa subìta, così scalcagnata rispetto alle sue ragioni e alla sua idea di pallone, Sarri ha visto portar via dagli infortuni il capocannoniere [Cancellieri], l’uomo dei passaggi decisivi [Castellanos], il miglior crossatore [Tavares]. Di fatto non ha alternative. Non ha panchina. La Lazio segna il 70 percento dei suoi gol nel primo tempo perché nel secondo non ha i mezzi per cambiare trama alla partita. Sarri ha dovuto accettare l’idea che la squadra con il maggior numero di gol segnati un anno fa dai subentrati [21], la squadra con 15 gol negli ultimi 15 minuti e sette dopo il 90esimo, diventasse un’altra cosa. Non è neppure questione di essere cicala o formica, la questione è la certezza di avere una vita a termine come una farfalla.
Ma è questo il lavoro di un allenatore contemporaneo. Se non puoi fare la spesa, cucina con gli ingredienti che hai. Sarri non si è fatto prendere dalla tentazione di piegare questa rosaai suoi principi. La Lazio ha una media di possesso palla intorno al 45 per cento. È quartultima per tiri in porta. Ma tutte le volte che è andata in vantaggio [tre in otto giornate] ha sempre vinto. Se tutto questo accade con l’allenatore che raccontiamo come un pericoloso integralista dell’attacco – quando è invece un feroce maniaco del lavoro sulla linea difensiva – allora significa che esiste una forza potentissima nella capacità di fare fatica, nel senso di accettare la sofferenza, trovare dentro di essa il motivo per andare avanti.
È un concetto quasi mistico. La Lazio di ieri sera è stata bellissima senza cercare la Bellezza. Ha giocato la sola partita che le fosse consentita ed è stata la peggiore avversaria possibile per la Juventus. Non per questioni tattiche o di condizione atletica, lo è stata perché le ha messo sotto gli occhi cosa si può diventare nonostante tutto, anche senza avere il lusso di uno Yildiz in panchina, senza poter spendere cento e passa milioni sul mercato per poi rimpiangerli tutti – uno per uno. Zaccagni è tra i cinque calciatori della serie A che subisce più falli per il suo calcio viperino, ma più di una volta ieri sera è andato sulla linea dei terzini. Che cos’è la Juventus di fronte a tutto questo?
UNA CRISI DI SISTEMA
La Juventus è un equivoco. È un mondo nuovo che continuiamo a chiamare con un nome antico. È la solita scatola di cioccolatini ma dentro gli hanno cambiato il sapore. Negli ultimi cinque anni non è mai arrivata né prima né seconda, rischia di andare così per il sesto campionato di fila. Non accade dalla fine degli anni Trenta-gli inizi dei Quaranta. È un’anomalia storica non solo per la Juventus ma per l’intero calcio italiano. Ma le anomalie, a un certo punto, il sistema le ingoia. Le digerisce. Comincia a considerarle naturali. Il sistema è fatto di agenti che mandano i migliori giocatori altrove, se è altrove che si possono inseguire traguardi, e dunque bonus, premi, ingaggi. Da cinque anni la Juventus cambia allenatori senza dare l’impressione di sapere dove voglia andare. Ogni sostituzione rinnega l’idea precedente. È involontariamente simbolico che Tudor salti dopo una sconfitta con l’ultimo che portò lo scudetto. Oggi la Juventus è un posto che avrebbe bisogno di due calciatori chiamati Tempo e Pazienza. Ma sono due calciatori che nella Juventus non hanno mai giocato.
Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che “la squadra di Tudor non ha giocato a niente, ammassando in area traversoni innocui e svelando una volta di più la mancanza di un navigatore. Se si tratta di vendere cara la pelle come al Bernabeu, la risposta c’è ma in senso caratteriale e non tecnico. Quando invece tocca a lei muovere, oltre alla tecnica manca pure il carattere. Si fa molto difficile la posizione di Tudor”.
Emanuele Gamba su Repubblica ricorda che una Juve senza vittorie da otto partite e senza golda quattro non capitava dal 1991, c’era Maifredi. “Non servirebbe altro per descrivere una squadra che sta rotolando. Tudor non ha per le mani una formazione spenta, anzi: questi s’impegnano allo spasimo, non si tirano indietro, ma il prodotto è una confusione indicibile, cui l’allenatore contribuisce con continui cambi di modulo e di posizioni. Avanza, arretra, sposta giocatori e il risultato è sempre la moltiplicazione del nulla, mentre Sarri sta imparando a ricavare il massimo dal poco che ha, contentandosi di un gruppo da battaglia, con un’anima sola”.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio dice che “dopo tre vittorie, 5 pareggi e tre sconfitte non sappiamo ancora cosa sia, la Juve, ce la siamo persa: il mercato è stato una raccolta frettolosa, ancorché condizionata dalle scarse risorse a disposizione. Ma anche le idee e le soluzioni non sono state brillantissime. Inoltre Tudor si meritò la conferma sul campo dopo che a Torino avevano capito che il ritorno di Conte era un favola figlia di uno stupido passaparola. La combinazione di questi elementi può aver prodotto le difficoltà di una gruppo che non ha ancora un’identità tecnica, quella tattica è il risultato di alcune incertezze e relative correzioni che Tudor ha apportato negli ultimi tempi per provare a risalire.
A questo punto si rincorrono sempre più frequentemente i nomi di Spalletti e Palladino, e c’è chi azzarda il ritorno di Motta. Non è una provocazione”.