La notte prima del matrimonio di Panatta: “Uomo, marito, padrone”

    

Il campione, la sposa e il femminismo nel racconto di Rosanna Marani

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  Sabato 15 marzo alle cinque del pomeriggio, nella chiesa di San Michele, Pian dei Giullari, Firenze, Adriano Panatta sposa Maria Rosaria Luconi. Don Gildo si commuove e i testimoni pure. Sono Pedro Nicolis ed Ermanno Daeili per la sposa, Paolo Bertolucci e Franco Bartoni per lo sposo. Venerdì, il giorno della vigilia, la Gazzetta dello sport manda l’inviata Rosanna Marani a cercare notizie fra amici e conoscenti, tutti impegnati a proteggere la vita privata dei giovani. Ma Rosanna Marani torna a casa con il pezzo. E che pezzo.


 

In giro c’era chi giurava che si sarebbero sposati durante la notte, chi a Fiesole, chi a Montecatini, chi a Poggio Imperiale la domenica. Ore 22, Firenze. Con la complicità di Giovanni Cappellini e Piero Brachi, due carissimi amici della coppia, risalgo alla casa segreta a Montecatini, in via Baccelli – dove Rosaria trascorrerà la nottata tempestosa. Sono le 23 quando suono al campanello. Dopo avere immaginato ostruzionismo e ulteriori difficoltà, il cancello con mia sorpresa si apre immediatamente. Una svista di mamma Fiorella, indaffaratissima a ricevere telegrammi, regali e ceste di fiori, mi permette di entrare a tradimento, in casa. Rosaria Luconi, guance rosse e sguardo talmente emozionato da apparire febbricitante, si consegna all’intervista.

– Si sente importante chiedo – per avere accalappiato, in così breve tempo, lo scapolo d’oro del tennis? 

«No – le idee, nonostante l’emozione vibrante per il sogno che domani si realizza, sono lucide -. Vede, ho subito capito che non avevo molto da lottare con Adriano. L’immagine che conoscevo di lui non corrispondeva alla realtà. Altro che playboy, oltretutto deprimente per un vero uomo. Adriano è un casalingo, un uomo vecchia maniera. Mi stupiscono le reazioni isteriche delle mille ragazzine che svengono quando lo vedono. Ma lui non ne ha colpa, è il mercato della pubblicità che crea questi miti distorti. Dunque mi sento moglie di Panatta, molto fiera di lui soltanto perché dal punto di vista umano è un ragazzo eccezionale. E le dirò che sapere di essere cosi in vista perchè gravito nell’orbita di un personaggio pubblico, infastidisce molto la mia sensibilità. Ho volutamente ignorato l’Adriano straccia-femmine. Perché questo tipo di uomo-satiro è l’antitesi dell’uomo che invece desideravo da sempre sposare». 

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La donna giusta con l’uomo giusto dà, come somma, un rapporto talmente naturale da non destare sorpresa. Qua, dicono che Panatta ha trovato la scarpa perfetta per il suo piede.

L’euforia, il telefono che ancora non riposa, il cane lupo Briciola; il papà Arturo «ma guardatela la Rosaria, non sembra mica che si sposi, sembra un ciclista che ha preso la cotta in salita», la mamma Fiorella, un mite carabiniere che ansima, con la bottiglietta di Limbial in mano, un sonnifero che lenirà l’insonnia, «per carità, ci aspetta la notte in bianco, so che domani soffrirò, è troppo bambina la Rosaria, preferivo piuttosto che lavorasse, che si esprimesse come donna, piuttosto che mi sposasse l’Adriano, tanto bravo, ma così marito all’italiana, che non le farà mica fare un figlio dietro l’altro per impedirle di lavorare?», i parenti che si aggirano per casa rendono l’ambiente irreale. 

Quasi una favola, bianca di corredi e dorata di tanto amore. Il papà, un’ombra di malinconia subito ripresa dalla coscienza di essere l’uomo di casa e la mamma, un femminismo a lungo represso, contenuto soltanto dalla coscienza della propria sottomissione ai tempi che le insegnarono matrimoni più muti.

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«Ha ragione mamma – Rosaria esprime il caratterino abilmente permeato e reso malleabile da una dolcezza naturale – Adriano non è abbastanza intelligente, diciamo sensibile o aperto, per capire le esigenze di una donna di oggi. Vorrebbe, di primo acchito, che io stessi a casa. Ma piano piano sto gettando i semi per non ritrovarmi in gabbia. Non credo sia giusto, a ventun anni, passare dalle mani del padre a quelle del marito. Il mio spazio, ammess0 che riesca a trovarlo, non può essere occupato soltanto da problemi casalinghi. Adriano dovrà capirlo, prima o poi». 

È molto bella Rosaria, lineamenti scuri e occhi vagamente orientali. Nulla nel suo comportamento dimostra frivolezza o sprecata vanità. E una sigaretta dietro l’altra, mentre le nocche si contraggono, i capelli sbuffano lunghi sul viso sempre più arrossato, si fanno le due di notte

Firenze, due e mezzo, hotel Cora. Adriano Panatta, avvisato da Rosaria, mi aspetta. Ma intanto riesce ad addormentarsi. La coscienza è evidentemente immacolata. Pronto e allocchito dal primo sonno interrotto, frastornato da mille emozioni tenute inconsciamente a riposo, scende nella hall. Il passo del cow-boy, dinoccolato e ampio, lo raggomitola. La prima impressione è di completa disponibilità. Invece Panatta è un riccio che si difende soltanto per avere imparato a sue spese che il pubblico non sempre è portato a intendere giusto. 

È curiosissimo come una scimmia, su quanto Rosaria abbia detto di lui. «Perché mi sposo? – va subito al sodo -. Che ci vuole fare, sono innamorato. Mi sento molto importante al pensiero che da domani inizio a costruire qualcosa di tanto vero. Soddisfatto».

Non patisce ansia di sorta. Ha cenato, una casalinghissima cena in casa di amici e non addii al celibato con conigliette e spogliarelli, poi con un amico è stato al cinema. Infine, placata la sera che pareva non dovesse mai finire, finalmente in albergo. Abbandonata l’immagine damerina che balla ad ogni soffio di vento, Panatta rivela alfine il suo più autentico profilo. È veramente l’uomo che le femministe sbranerebbero a pezzi, un solo boccone. 

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«La mia donna ideale è la moglie-mamma. Io accetto il dialogo, rispetto gli altri, però la moglie la vedo a casa». Il terreno è minato. Tradizionalista, repressivo, involuto e tenacemente abbarbicato alla concezione che la propria compagna si debba saziare, esigenze ed entusiasmi, con la presenza dell’uomo-marito-padrone, con la famiglia e nidiate di figli. 

«Preferirei – sorride impunemente – che mia moglie non lavorasse. Perché? Perché mi piace che la donna con figli se ne stia tranquilla. Ma se poi la Rosaria avesse degli altri interessi, non porrei mai un aut-aut troppo secco – concede -. È una norma di educazione, che ci vuole fare! Sono abituato a vedermi mia madre per casa e allora la donna…»

di rosanna marani, la Gazzetta dello sport, 16 marzo 1975

 


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