► UN GRAVE incidente all’alba italiana sulla pista di Sepang. È avvenuto prima della gara di Moto3 durante il giro di allineamento, quando lo svizzero Dettwiler è stato centrato da Rueda. Sono stati trasportati in elicottero in ospedale. Le prime informazioni li danno entrambi coscienti [la cronaca dal sito di Sky]. Alex Marqeuz ha vinto la corsa della MotoGP. Bagnaia ha forato a tre giri dalla fine quando era terzo e si è dovuto ritirare. Mica tutti sono come Olano.
◇ Lando Norris ha conquistato la pole position per il GP del Messico di stasera [alle 21]. È la 14esima della carriera, e dietro di lui ci sono le due Ferrari, Leclerc in prima fila e dietro Hamilton. Verstappen partirà dalla terza fila di fianco a Kimi Antonelli. Piastri solo 7°, per giunta grazie alla penalità inflitta a Sainz. L’ora delle scelte in casa McLaren potrebbe essere arrivata.
◇ Jannik Sinner si è qualificato per la finale del torneo di Vienna, l’ottava della sua stagione e la numero 31 in carriera, battendo in semifinale l’australiano De Minaur [12 su 12 nei confronti diretti]. Affronterà Sascha Zverev che ha eliminato Lorenzo Musetti. È la riedizione della finale di Melbourne, la partita dalla quale il tedesco è uscito sfiduciato. ◇ I membri del Congresso USA hanno inviato una lettera al commissario NBA Adam Silver, chiedendo un incontro entro il 31 ottobre sullo scandalo del gioco d’azzardo che ha coinvolto la lega, definendo le accuse di scommesse sportive illegali e partite truccate una seria preoccupazione sull’integrità dello sport. La lettera è bipartisan. Nei suoi primi commenti pubblici sullo scandalo, Silver ha dichiarato ad Amazon Prime venerdì sera di essere «profondamente turbato» dalle accuse e di provare «un nodo allo stomaco».
◇ La Coppa del mondo di sci è cominciata con una caduta per Sofia Goggia a Soelden, senza conseguenze. Il gigante è stato vinto dall’austriaca Julia Scheib davanti all’americana Moltzan, poi Gut-Behrami e Shiffrin. Oggi il gigante maschile.
◇ La notte in NBA ha portato la terza vittoria su tre di Oklahoma nella città di Atlanta, con 61 punti della coppia Shai-Holmgren. Anche Chicago e Philadelphia sono ancora imbattute. Nikola Jokic è andato come al solito in tripla-doppia nella vittoria di Denver su Phioenix.
◇ La Vuelta a España del 2026 partirà dal principato di Monaco con una cronometro di 9,6 km. È la prima città [città?] a ospitare la partenza di tutti e tre i Grandi Giri: il Giro d’Italia nel 1968, il Tour de France nel 2009.
Il calcio, un grande spettacolo di identità, è una metafora del catalanismo e della españolidad
Ramón Miravitlles. La función política del Barça
Il Clásico nell’età del vittimismo
In una società polarizzata che ha dimenticato la virtù del mezzo, un Real Madrid-Barça sembra destinato a confermare le peggiori aspettative. Così, Jorge Valdano per El País lo ha descritto come un “esame finale”, un momento in cui il calcio diventa teatro morale, spettacolo e tribunale allo stesso tempo. Il campo non basta: arbitri, VAR, commentatori e tifosi si mescolano, trasformando ogni azione in un episodio giudiziario. “La VAR ha contribuito a trasformarli in personaggi televisivi, ma sono passati da giudici a sospetti”, scrive Valdano, sottolineando come la richiesta di precisione chirurgica sugli errori diventi un’ossessione in un gioco per definizione imperfetto. E così, anche quando da un lato gioca Mbappé e dall’altro Lamine, la cronaca inseguirà sempre con “un rigore come una cattedrale per l’uno e un tuffo teatrale per l’altro”, mostrando come ogni episodio venga amplificato per soddisfare platee opposte e la viralità dei media.
Gli effetti dell’altura messicana sulle macchine di F1
Quel che accade al fisico umano si sa. Pietro Mennea e Francesco Moser salirono fino a Città del Messico perché l’altura gli avrebbe dato il 19.72 sui 200 metri e il 41,141 km/h per il record dell’ora. Quel che accade alle macchine è più misterioso e interessante. L’aria è sottile e l’asfalto scivoloso. La Formula 1 a Città del Messico, al circuito Autódromo Hermanos Rodríguez, corre il GP più alto in calendario. A differenza di Denver, la Mile High City americana a 1.609 metri sul livello del mare, il tracciato messicano sfiora i 2.000 metri, quasi un miglio e mezzo. La prossima pista per altitudine, Interlagos, arriva appena a 800 metri. L’effetto è immediato: motori che arrancano, sistemi di raffreddamento che soffrono, e downforce che deve essere ripensata per mantenere la velocità in curva.
Il layout del circuito ricorda quello del 1959, con l’aggiunta della Peralta divisa in due curve e il passaggio tra le tribune del Foro Sol, uno stadio di baseball convertito. Il paddock è un piccolo museo vivente della cultura messicana, tra colori, bandiere e profumi di street food: “Una miscela di passione, cultura e motorsport”, sintetizza The Athletic. Guidare qui significa confrontarsi con sfide uniche. La bassa pressione e l’aria rarefatta riducono potenza e aderenza. I motori turbo moderni devono lavorare di più, mettendo a dura prova le unità ERS. “A Monza useresti ali più piccole per il lungo rettilineo, qui invece servono ali più grandi per affrontare le curve”, spiega Madeline Coleman nel suo pezzo per The Athletic. Le scuderie devono bilanciare agilità in curva e stabilità a velocità elevate: «Le macchine devono essere agili nei tratti lenti ma stabili in quelli veloci» sintetizza Dave Robson, responsabile delle prestazioni alla Williams.
Esteban Ocon racconta che fidarsi dei punti di frenata è fondamentale: «Se sei sicuro in frenata, di solito hai un buon weekend. Ma qui si va a velocità altissime con pochissima downforce, basta un attimo per rovinare tutto». Nico Hülkenberg aggiunge: «Devi sempre moderare, se spingi troppo paghi subito, perdi più di quanto guadagni, con questa sensazione di grip ridotto».
Non è solo una questione di tecnica, ma di adattamento fisico e mentale: il circuito sfida corpo e macchina fino al limite, costringendo a leggere ogni curva, ogni rettilineo, ogni micro-cambio di pressione dell’aria. In questo contesto, dice The Athletic, la velocità non è solo un numero sul cronometro, ma un equilibrio tra leggerezza, precisione e intelligenza tattica. L’autódromo Hermanos Rodríguez non è solo un tracciato, è un rito, una prova di resistenza: storia, cultura e ingegneria che si fondono, e ove il minimo errore si paga caro.
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Quando il Messico scoprì la velocità su quattro ruote
DI ROBERTO LIBERALE
Quando il 27 ottobre del 1963 il Mondiale di Formula Uno entrò per la prima volta in Messico, c’era già stata una corsa dodici mesi prima, sul circuito Magdalena Mixhuca. Il paese stava per diventare l’epicentro dello sport, con le Olimpiadi del 68 e i Mondiali di calcio del 70. Non c’era ancora stata a quel tempo una nazione in grado di farsi carico di due eventi così grandi, in un arco di tempo tanto stretto. La Formula Uno arrivò quando Città del Messico era stata scelta da due settimane come sede dei Giochi dal CIO, durante l’assemblea di Baden-Baden. [29 OTTOBRE 2023]
La nuova arena parigina che sostituisce quella di Bercy
La storia ricorderà che se Alexander Zverev è stato l’ultimo vincitore a Bercy, Valentin Royer è il primo tennista a calcare il cemento della nuova vita del Rolex Paris Masters. È lui ad aver aperto, con un successo su Pierre-Hugues Herbert, la stagione della Paris La Défense Arena in modalità tennis, la nuova casa del torneo dopo decenni passati all’Accor Hotel Arena.
Herbert, battuto ma conquistato, confessa di aver trovato «straordinario lo stadio, per essere del tutto onesto», con il pubblico «un po’ trattenuto» solo perché si trattava di un derby francese. Lo racconta Bertrand Lagacherie su L’Équipe, mentre tecnici e operai completano gli ultimi ritocchi: “Tutto è ancora in rodaggio, come un’orchestra che si accorda prima del concerto”.
Tre campi in fila, un grande sipario a dividere il numero 1 dagli altri, un pubblico ancora timido, quasi intimorito dalla novità. «Per le grandi atmosfere, bisognerà attendere ancora un po’», annota Lagacherie, perché come in un primo appuntamento «tutti sono rimasti un po’ sulle loro».
Il Masters 1000 parigino non si limita a cambiare indirizzo: entra anche nell’era senza giudici di linea. L’Hawkeye domina la scena, “con diciotto operatori rinchiusi in una cabina per scrutare ventotto schermi, mentre diciotto telecamere triangolano ogni colpo, ogni piede, ogni millimetro. È la nuova religione della precisione. E per non confondere i campi – racconta L’Équipe – il numero 1 e il 2 hanno una voce maschile per le chiamate, il 3 una voce femminile: una coreografia sonora pensata per evitare interferenze”. [In sottofondo per noi la voce di Bruno Pizzul che esclama: tuttow moltow bellow].
Dietro il campo principale, un corridoio collega l’arena alla zona di riscaldamento, dove i giocatori allungano i muscoli su un pavimento identico a quello del terreno di gioco, “affinché possano lavorare sugli ultimi appoggi prima del match”. Ecco. Ci sono cinque sale di fisioterapia, prenotabili come cabine di prima classe. Poi il Players Lounge, per forza, il regno della moquette e dei divani XXL, le luci basse, con un barbiere che “lucida barbe e vanità”.
Il cuore di questo nuovo teatro resta però il Centrale, 17.500 posti, un campo nato al posto del tappeto del Racing 92. Lì dove prima suonavano i Rolling Stones e Bruce Springsteen, ora risuonano le palline, con una volta altissima “propria a soddisfare i lobbatori più temerari”, come ironizza Lagacherie. È un gigante che attende il fuoco della competizione. Per accendere la fiamma, un team di venticinque persone lavora da un anno e mezzo al nuovo corridoio d’ingresso: “Addio al tunnel iconico di Bercy, benvenuto a un gioco di laser dove ogni giocatore attraverserà porte di luce al ritmo di un DJ dal vivo”. Sul campo, videoproiezioni colorate. Attorno “una follia dolce, elettrica, parigina”.
Carlitos Alcaraz dice che gli piace, urca se gli piace, gli piace proprio molto, trova tutto diverso, tutto cambiato. Lo dice con i capelli tinti di perossido. Si è fatto biondo platino.
Piscine, rotelle e gonfiabili: quelli che si allenano per i Giochi senza la neve
L’agosto in Vermont è un’esplosione di verde e di calma. Le seggiovie salgono su pendii ancora vuoti, le montagne sembrano respirare tra campi di mirtilli, mais e pesche. Gli hotel, vuoti dopo l’esodo dei turisti sciistici invernali, accolgono qualche gruppo di golfisti o coppie in fuga dal quotidiano. The Athletic racconta che qui una parte della squadra statunitense di sci ha passato gli ultimi mesi ad allenarsi in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Mentre sciatrici e sciatori hanno viaggiato per il mondo inseguendo neve vera, gli altri membri della squadra hanno trovato alternative creative, domestiche e calde. I fondisti, per esempio, hanno imparato a muoversi sui rollerski, brevi sci con ruote alle estremità. Jessie Diggins, tre volte medaglia olimpica, si è allenata sotto i ponti coperti del Vermont, bastoncini in mano, pantaloncini e maglietta aderenti. Il rollerski è progettato per simulare i movimenti dello sci e far credere ai muscoli che sotto ci sia delle neve vera. Si va fino a 80 km/h. «Un po’ spaventoso, ma incredibile. È uno sport completo: forza, resistenza, agilità, equilibrio» riconosce Diggins.
L’altro giorno in Germania si leggeva dell’esperimento del biathlon in città. Ora arrivano i rollerski per i fondisti: non riproducono ogni dettaglio della neve, soprattutto sulle salite, ma permettono di simulare la fatica e la tecnica, spiega The Athletic, con sistemi a cricchetto che aiutano ad arrampicarsi, senza freni, costringendo a pianificare le discese con precisione. La squadra nordica del Vermont integra tutto con nuoto in acque aperte, gravel bike, trail running e pesi. Julia Kern, olimpionica del 2022, sottolinea: «I rollerski sono la cosa più vicina alla neve d’estate».
Dall’altra parte del paese, a Park City, Utah, Jaelin Kauf, medaglia olimpica nel moguls, si lancia in tuffi dai trampolini d’acqua. Boots e sci vecchi la sorreggono, il corpo sospeso, pronto al backflip grab nella vasca sottostante, qualunque cosa sia il backflip grap. «I water ramp sono essenziali per imitare il trick in aria, ma c’è molto di più», spiega la 29enne già qualificata per i Giochi 2026. Gli esercizi in acqua replicano le evoluzioni, permettono di provare fino a 25 salti al giorno senza la durezza della neve. Halfpipe e freestyle seguono logiche simili. Svea Irving, 23 anni, ha testato lo switch cork 7 su una sorta di castello gonfiabile in Giappone. «Sembra di essere in mezzo alla giungla. Devi imparare a cadere in modo diverso, altrimenti ti fai male» dice. I training estivi in California, Oregon e Giappone hanno permesso di replicare entrata e angolo del halfpipe meglio di qualsiasi altro metodo.
Il buon brodo della vecchia gallina napoletana
Prima o dopo impareremo a trattare le sentenze del calcio per quello che ogni tanto sono, verità scritte sulla sabbia, passa un’onda, oppure passa il vento, e a poco a poco se le porta via con sé. I sei gol di Eindhoven parevano aver tramortito il Napoli, certamente avevano tramortito le opinioni intorno.
Con quel peso di lividi addosso, senza recuperare Hojlund e perdendo pure Meret, lasciando per strada De Bruyne, il Napoli è tornato la reincarnazione del colonnello Kilgore e ha sentito dentro di sé il risveglio della sensazione che gli piace di più, l’odore del napalm al mattino, anche se erano le sette della sera. A un finto nove [Neres], Conte ha aggiunto un finto otto [Olivera] e più tardi anche un sette più finto di quello che usciva [Elmas per Politano]. Un po’ per scelta e un po’ per costrizione, ha giocato la partita che gli viene più congeniale, la sua condizione naturale, quasi biologica, segnando tre gol con il 44 percento di possesso, eppure mettendo in scena dal 60esimo in avanti perfino tratti di calcio stiloso con la palla a terra.
L’Inter aveva perso Mkhitaryan nell’azione del rigore scaltro arraffato da Di Lorenzo in questa maniera ormai contemporanea di andare a prendersene, facendo trovare la gamba là dove sta per arrivare quella altrui, senza cioè che le immagini possano poi toglierlo. Un’azione che Marotta ha giudicato invalidante, uno sfregio sulla cronologia della partita perché l’avrebbe condizionata nel suo svolgimento tattico. È una tesi rispettabile. Marotta chiede chiarezza definitiva sui famosi rigorini e fa bene, sarebbe ora, ma siamo tutti più credibili nelle nostre battaglie quando le cominciamo per amore di un principio e non per il sospetto di aver subito un danno.
Dopo il rigore di Di Lorenzo c’è stata ancora un’ora abbondante di calcio, e soprattutto prima dei contropiedi di McTominay e Anguissa ci sono state un mucchio di azioni per cambiare la trama, compreso due volte un giocatore davanti alla porta a mangiarsi l’1-1 [Lautaro e Calhanoglu], i pali presi da Bastoni e Dumfries. Chivu aveva scelto Zielinski per sostituire l’armeno e non Sucic, come forse avrebbe fatto un mese fa e come di certo aveva fatto con il Sassuolo e con lo Slavia Praga. Altrimenti chi lo sa – che sta diventando sempre più spesso il miglior commento a una partita.
Ora. Possiamo attribuire a ciascun elemento di questo mosaico un ruolo più o meno fatale per l’esito, e mettendoli tutti assieme è forte la tentazione di attribuire lo strappo rispetto al 2-6 di Eindhoven all’uscita di De Bruyne, alla formazione che s’è venuta a creare strada facendo, ai dieci campioni d’Italia su dieci a parte Milinkovic-Savic in porta, al recupero di quello spirito da cittadella assediata che tanto piace a Conte e alle scarpe da ballerina riposte nel baule. Quattro degli acquisti sono entrati negli ultimi nove minuti, quando non potevano ribaltarla neppure impegnandosi come Lange e Beukema in Olanda.
Ma se è così – eh – allora bisognerà dar ragione all’allenatore sul fatto che gli ultimi arrivati non sono pronti per entrare nel tessuto della squadra, e che i vecchi a loro volta non lo sono per aprirsi alla compagnia di nuove teste dentro lo spogliatoio. Bisognerà accettare dunque il principio che lo strombazzato mercato dell’estate ha ingrossato la rosa, non l’ha allungata. E bisognerà forse prepararsi ad accettare l’idea che anche questa partita potrebbe aver detto un’altra menzogna.
Che cosa si dice in giro
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera considera che “l’atteggiamento più aggressivo e verticale dei nerazzurri funziona bene con avversari di medio cabotaggio. Ma contro i pari grado sembra aver bisogno di contromisure più solide in fase difensiva. Per l’Inter della ripresa non ci sono alibi che tengano. E anche i cambi stavolta portano poco a Chivu di fronte all’energia antica che il Napoli ritrova”.
Nessuna squadra ha vinto lo scudetto con tre sconfitte in otto giornate tranne quella Juventus di Allegri che ne aveva perse due delle prime tre. Ma il dato statistico non è uguale. Quella Juve dovette fare davvero un’impresa, all’ottava giornata era distante 9 punti dalla Fiorentina in testa. Chivu è invece a -3 dal primo posto e da una capolista che in effetti ha perso il 25 percento delle partite.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio dice nel suo commento che ci sono stati molti luoghi comuni intorno al 6-2 e intorno a Conte. “Come se tutto e tutti restassero fermi al via, non cambiassero mai. E invece Conte è cambiato, e tanto. Le esperienze l’hanno toccato pesantemente, anche dal punto di vista del calcio, in particolare dell’interpretazione della partita: ha apportato modifiche sostanziali rispettando maggiormente le caratteristiche dei giocatori. Contro l’Inter, arrivato alla sfida nella peggiore delle condizioni, ha dato il meglio di sé, trascurando una preparazione ridottissima, quasi inesistente”.
SPECCHI Acerbi e Juan Jesus
Monica Scozzafava gli ha dato il voto più basso delle sue pagelle per il Corriere della sera [4,5]: “Soffre il falso nove, gli gira la testa a star dietro a Neres, perde i riferimenti della marcatura”. Anche per Repubblica “Neres gli scappa da tutte le parti”. Nell’altra metà del campo invece Juan Jesus – ops: proprio Juan Jesus – diventa “il gigante dei tempi migliori, fa reparto da solo, una certezza ritrovata” [Corriere].
In compenso stavolta per fair play si distinguono Conte e Lautaro.
Anche per il Corriere dello sport-stadio Acerbi merita un 4.5, ma peggio Akanji [4]: “Marcatura lenta, guarda Spinazzola mentre lancia McTominay. Prende la targa di Anguissa sul 3-1. Un passo indietro rispetto alle ultime prestazioni”.
PIEDI McTominay e Anguissa
Un doppio 7.5 nelle pagelle del Corriere. Lo scozzese “un po’ qui e un po’ là, tutto benino, finché De Bruyne è in campo. Poi le palle gli piovono addosso e quella di Spinazzola è perfetta. Il gol è d’autore”. Anguissa invece: “Conta il fisico, conta la presenza, conta l’esperienza. Conta e pesa la freddezza con cui chiude la partita. Nel finale recupera una quantità di palle avvelenate”. Per Fabrizio Patania sul Corriere dello sport-stadio “il gol è un capolavoro di esuberanza e di tecnica”. Dietro l’angolo c’è la Coppa d’Africa.
regista – fotografia – sceneggiatura – scenografia – effetti speciali – costumi – trucco – montaggio – alla carriera
protagonista Arthur Atta
L’Udinese è tornata a vincere in casa dopo otto mesi e con due assist di Atta. Matteo Pierelli sulla Gazzetta: “Quando un giocatore come Arthur Atta è così dominante nel centro sinistra a questi livelli fa tutta la differenza del mondo. E se a questo aggiungiamo la verve ritrovata di Nicolò Zaniolo (tolto forse troppo presto al 60’) e un Jesper Karlstrom formato lusso in mezzo al campo, si capisce come l’Udinese posso ambire alla parte sinistra della classifica”.
effetti speciali L’Atalanta invisibile
Nel libro delle piccole grandi storie del calcio italiano s’aggiunge il nome di Vardy, il centravanti della storia delle storie del calcio inglese. Ha segnato il suo primo gol in A contro l’Atalanta e costretto Juric ad accettare il nuovo ennesimo pareggio. Sono diventati sei in otto giornate, l’Atalanta è l’unica imbattuta del campionato, ma 12 punti lasciati sul prato equivalgono a quattro sconfitte. Juric si è imbruttito perché Carnesecchi ha visto una squadra lenta e molle, l’ha visto e l’ha detto, peraltro con garbo, ha detto che bisogna darsi una svegliata, tutti. Ma Carnesecchi non lo sa che bisogna stare zitti, tutti in fila per tre, non li vedi quanti altri bambini. Solo che quando un capo ha bisogno di ricordarlo, quando soffre un’opinione difforme, c’è quasi sempre un problema.
Andrea Elefante sulla Gazzetta: “L’Atalanta no, aspetta ancora la prima esultanza di Lookman e di capire il suo paradosso: è peggiorata nel gioco e nel rendimento dei singoli e il suo fatturato è risultato penalizzato proprio quando Juric ha ritrovato la rosa quasi al completo e tutte le sue armi offensive, che il tecnico ha alternato ancora (forse un po’ tardi Sulemana, ieri), ma distillando un gol solo da un centrocampista, Brescianini, fra l’altro subentrato. De Ketelaere che fa più di mezzo campo palla al piede ma arrivato in area avversaria non trova né tiro né passaggio; Lookman che si prepara la conclusione con un doppio dribbling ma poi perde il tempo per il colpo finale: ieri sono state le foto più nitide della Dea killer che oggi non c’è più”.
alla carriera Le partite breriane
Torino-Genoa a mezzogiorno è la prima delle partite della domenica che possono essere dette classiche nel senso breriano del termine: confronti fra squadre che hanno il loro nome nell’albo d’oro. Questa serie A può proporre un massimo di sei classiche e nel turno del week-end sono cinque, di cui quattro oggi, con Verona-Cagliari, Fiorentina-Bologna e Lazio-Juventus stasera.
sceneggiatura La trama di Gasperini
Passa davanti alla Roma la chance di ritornare al primo posto con una vittoria sul campo neutro che il Sassuolo chiama casa. A Gasperini non sono piaciute le parole di Dybala, quando l’altro giorno ha usato l’aggettivo moscio per definire l’atteggiamento della squadra con il Viktoria Plzen. Dice che non si fa. Come a Bergamo Carnesecchi con Juric. Mimmo Ferretti sul Corriere dello sport-stadio dice che Gasperini “non è contento del mercato: un mercato limitato, condizionato da mille fattori che è sembrato in linea più con le esigenze della società che con quelle di un allenatore meticoloso e perfezionista come lui. Da qui le sue recentissime dichiarazioni e, soprattutto, le sue continue, talvolta stravaganti scelte in tema di formazione. Con esperimenti a raffica per trovare qualcosa che non c’è. La Roma, ad esempio, in dieci partite stagionali ha segnato la miseria di 10 reti, tutta la città critica Dovbyk e/o Ferguson perché non fanno gol neppure a porta vuota, e poi non va bene se Gasp li lascia fuori e percorre strade alternative? A Reggio Emilia, oggi pomeriggio, ennesimo tentativo di sbloccare la situazione, probabilmente con una ulteriore soluzione pittoresca lì davanti”. Pare Dybala centravanti, con Soulé e Bailey alle spalle. Interessante.
montaggio Le scene tagliate da Sarri
Maurizio Sarri ha fatto un salto alla clinica Lacuna, quel posto dove il dottor Howard Mierzwiak cancella i ricordi dalla mente di una persona dopo la fine di una storia d’amore. Succede in quella delizia di Michel Gondry con Jim Carrey e Kate Winslet, in Eternal Sunshine of the Spotless Mind, quella infinita letizia di una mente candida che in italiano siamo stati capaci di tradurre con Se mi lasci ti cancello.
Ecco. Sarri l’ha quasi confessato. Dice che dell’esperienza alla Juventus non ricorda più niente. La cosa fa effetto, perché durante quel periodo in un colloquio con Sandro Veronesi si disse gobbo, un gobbo acquisito. «L’odio che c’è porta a innamorarti della tua realtà. Diventi gobbo perché ti attaccano» disse in piena sindrome Zelig: era passato poco, pochissimo, da quando con la tuta del Napoli diceva che con 11 uomini si fa la rivoluzione e si assalta un Palazzo. In effetti da un po’ pare prigioniero di qualche film, specialmente quelli di Tom Hanks [per approfondire].
Chissà se Tudor ha fatto in tempo a passare a sua volta dalla Lacuna per dimenticare l’esperienza fatta in compagnia di Lotito. A Roma entrò in rotta di collisione con Guendouzi [ci aveva litigato già a Marsiglia], Rovella, Isaksen e Cataldi. Come racconta Emanuele Gamba su Repubblica stamattina, chiese a Lotito di cambiare otto giocatori, tra cui i quattro citati, ma il presidente non gli diede corda: «Faccio prima a mandare via lui».
“Così Tudor levò le tende, lasciando un anno di contratto. Anche a Torino ci sono diverse cose che non gli garbano e specialmente non gli è garbato il mercato («I nuovi non hanno problemi particolari: hanno le loro qualità, poi l’allenatore sceglie»: il sottinteso è abbastanza esplicito), ma l’idea di andare al conflitto non gli è mai passata per la testa, non solo per una questione di opportunismo (è l’occasione della vita) ma perché vuole sinceramente bene alla Juve, al punto che in passato accettò di andarci persino come allenatore in seconda (lasciò l’Hajduk per fare il vice di Pirlo), scelta che tuttavia a posteriori definì sbagliata”.
trucco I gol di Gimenez in Olanda
Monica Colombo sul Corriere della sera racconta lo stato delle cose fra Allegri e la sua punta così diversa da quella che in Olanda seminava stupore: “«Santiii, svegliati … stai dormendo?». Le urla di Massimiliano Allegri venerdì sera sono state captate in maniera nitida: erano rivolte a Gimenez, il centravanti Messico e nuvole, apparso ancora una volta abulico, per non dire spaesato, di certo non cattivo sotto porta”. Qui c’è invece la segnalazione di un pezzo uscito su The Athletic che raccontava come il Feyenoord aveva allenato Gimenez per farlo diventare Gimenez. C’era il trucco.
SCUSA AMERI | LA PARTITA INVISIBILE
Ascoli-Sambenedettese
SERIE C
I 30 km più carichi di rancore
Papa Francesco un anno fa ha riunificato la diocesi, ma quando c’è il calcio di mezzo Ascoli e San Benedetto del Tronto riempiono di rancore i 30 km di strada da cui sono separate. Il derby ha fatto due morti. Non si gioca da 39 anni e adesso ne capitano due in tre giorni, uno di qua e uno di là, uno di campionato e uno di Coppa Italia.
Luigi Panella racconta su Repubblica: “Sosteneva Carlo Mazzone che «chi ha giocato il derby tra Ascoli e Sambenedettese non ha paura di nulla»”. Nel giugno 1986 uno 0-0 che faceva comodo a entrambe produsse la rabbia dei tifosi ascolani, “che assediarono negli spogliatoi i loro beniamini, rei di non avere infierito sui rivali. Si racconta che anche Boskov prese uno schiaffo”. Scrive Repubblica che “l’Osservatorio per applicare il divieto di trasferta ha mappato la provincia dividendo i comuni di fede ascolana da quelli di fede sambenedettese. Quelli di fede mista o incerta, nove complessivamente, pagano per tutti: i loro residenti non potranno vedere il derby né oggi né tra tre giorni”.
Il risveglio del Manchester United. Nella sola partita in casa in 50 giorni
Il Manchester United ha festeggiato la sua prima striscia di tre vittorie consecutive in Premier League sotto Ruben Amorim, risalendo – ooooh – al quarto posto in classifica con il 4-2 al Brighton. Matheus Cunha ha segnato il suo primo gol per lo United. “I migliori segnali di crescita li vedo nel modo in cui i difensori centrali partecipano al pressing senza perdere il tempismo” osserva Mark Critchley di The Athletic, notando come Luke Shaw abbia intercettato Rutter e l’azione abbia portato al gol del 2-0 di Casemiro. Anche Matthijs de Ligt ha accettato il rischio di giocare uomo contro uomo su Welbeck. Cunha, finalmente a segno, “ha mostrato la precisione e la tecnica del suo tiro furbissimo da fuori area, imprendibile per Verbruggen”b. Casemiro è stato ancora una volta centrale nello sviluppo della squadra, con esperienza, gestione del gioco, e la sua uscita al 70’ ha esposto lo United qualche pericolo. Amorim, nella conferenza post-partita, ha sottolineato: «I ragazzi sono più sicuri, con uno spirito diverso. A volte serve anche un po’ di fortuna, ma la sensazione di libertà nel giocare aiuta a vincere». Tre vittorie di fila con un calcio più diretto e rapido. Vuoi vedere che lo United ha trovato la strada?
Forse, ma adesso la sua strada passa lontano da Manchester. In che senso? Nel senso che fino 24 novembre Old Trafford resta chiuso. La partita di ieri con il Brighton è stata la sola giocata in casa dal 5 ottobre, una sola partita in casa in cinquanta giorni. Come racconta Andy Mitten su The Athletic, è un vuoto che nessuno ricorda allo United da decenni, e che pesa su ogni piano del club, dal campo ai pub attorno allo stadio.
Le ragioni sono note: niente Europa per la seconda volta dal 1990 e l’eliminazione dalla Coppa di Lega per mano del Grimsby Town [club di quarta serie]. Lo scorso anno il Manchester United giocò 30 partite in casa, quest’anno potrebbero essere appena 19, ricorda Mitten, e non è solo una questione statistica. Meno partite significa meno occasioni per chi gioca di meno, più frustrazione nello spogliatoio, ma soprattutto meno entrate in un periodo in cui “ogni singolo centesimo conta”.
Lo scorso anno, le sette serate di Europa League avevano riempito Old Trafford fino all’ultimo posto. Ogni volta 73.000 persone, biglietti, birre, sciarpe, fanzine, taxi, camere d’albergo. Niente di tutto questo. «C’è un impatto enorme», dice Ben Plunkett, proprietario del Bishop Blaize, pub storico a due passi dallo stadio, che nei giorni di partita impiega 51 persone. «Ci stiamo reinventando: abbiamo rifatto il tetto, la cucina, l’aria condizionata».
Più malinconico Tony Veys, che da cinquant’anni vende souvenir davanti allo stadio. «Il vento e la pioggia hanno ridotto le mie vendite a una frazione», sospira. «Ma che puoi farci? Pensavo organizzassero qualche amichevole, come quella volta in Iran, nel ’75». Accanto a lui, gli ultimi romantici della carta resistono: Barney Chilton, editore della fanzine Red News, racconta di copie fradice, dita congelate e sacchi dell’immondizia usati come scudi. «Vendere un prodotto di carta nel clima piovoso di Manchester non è saggio», ammette ridendo. «Ma è importante, è cultura, non solo tifo».
Nel frattempo, per la squadra, il calendario rarefatto porta un effetto opposto: settimane più leggere, meno viaggi, più giorni liberi. “Quando c’è una sola partita a settimana, il programma base è molto più leggero”, spiega Mitten. Le sessioni si accorciano, i giocatori passano più tempo con le famiglie. “È una novità — ma niente che al club avrebbero voluto”.
cadute
Che fine ha fatto il Liverpool di Slot
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Il Liverpool invece è caduto ancora. Jonathan Wilson per il Guardian racconta una squadra fuori fase, travolta 3-2 dal Brentford e alla quarta sconfitta consecutiva in Premier League, un record negativo che non toccava i Reds dal febbraio 2021. La vittoria di mercoledì a Francoforte era sembrata un sollievo, invece il Liverpool resta vulnerabile. La sabbia, il vento, l’onda: siamo sempre là.
Wilson si sofferma sul problema dei terzini, soprattutto sulla sinistra con Milos Kerkez in crisi: possessi persi, fiducia fragile, cartellino inutili. Il Brentford ha sfruttato ogni spazio. Slot ha reagito con qualche cambio più offensivo, il Liverpool ha provato un 4-1-5 con Wirtz e Chiesa in mezzo al campo, ma “quando un attaccante non segna né serve assist nelle prime otto partite di campionato – scrive Wilson pensando al tedesco – la pressione si trasforma in peso”. Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, Gabriele Romagnoli accosta la situazione del Liverpool a quella del Napoli per i tanti milioni spesi in estate per rafforzare la squadra campione, e invece. “Non c’è niente da fare: mandano in giro torme di chef che realizzano una quantità di programmi televisivi nei quali ci spiegano che ristoranti da 10 euro cucinano meglio e fanno più affari di altri da 100 euro – si legge – ma nessuno nel mondo dello sport li guarda. Tutti su altri canali, a seguire trasmissioni sul mercato e poi agire di conseguenza, sospinti da tifosi che sognano il piatto forte, scambiandolo con quello più costoso sul menù”.
Come l’Arsenal protegge e corteggia Max Dowman
Qualche tempo fa, l’Arsenal ha introdotto un rito di passaggio simbolico presso il suo centro di allenamento a London Colney. I giocatori che dalla squadra giovanile arrivano alla prima squadra percorrono un corridoio particolare che separa le due aree, ricevendo applausi durante il passaggio. In questo modo accedono allo spogliatoio principale. Una volta che hai fatto quella breve passeggiata, si apre un mondo completamente nuovo di possibilità. Ma a volte arriva qualcosa che manda all’aria tutte le convenzioni, tutte le norme. Il super talento di Max Dowman è stato così evidente, così precoce, che l’Arsenal ha dovuto creare un percorso solo per lui. La passeggiata è diventata irrilevante, per non dire inutile, perché deve ancora cambiarsi negli spogliatoi delle giovanili. Ha 15 anni e nonostante sia ormai riconosciuto come giocatore della prima squadra non può firmare un contratto da professionista prima che ne abbia compiuti 17. Dowman ha giocato la Youth League a 14 anni, ha preso parte ai tour in Asia e al ritiro invernale a Dubai, fino al debutto da protagonista contro il Leeds, passando per Anfield e la Carabao Cup. The Athletic scrive che è “fondamentale non mettergli fretta, ma anche non frenarlo. È un difficile equilibrio, ma l’Arsenal si impegna a gestirlo con la massima sensibilità possibile. Nel mettere insieme tutti gli elementi per raggiungere un accordo affinché Dowman firmi la sua borsa di studio, con la promessa di un primo contratto da professionista quando compirà 17 anni, l’Arsenal ha fatto il massimo per assicurarsi un talento straordinario. Dimostrando quanto vogliono proteggere i suoi interessi, stanno proteggendo anche i propri”.
ore 00.00 su Sky Sport
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Tendenze
Gli sforzi di Nike per restare al passo col mercato
Gli utili vanno giù, la borsa è inquieta, la percezione pubblica pare sbiadita. Per anni Nike è stata la corsa, la velocità, la promessa di un futuro in movimento. Oggi, invece, il futuro la rincorre. Così scrive Sean Ingle sul Guardian in un’analisi della situazione del colosso: “Nike si è accorta che non corre più come un tempo”. Non è solo una metafora da marketing: il respiro del gigante americano si è fatto corto. A Beaverton lo chiamano “Project Amplify”: una ristrutturazione profonda che taglia posti, ridisegna processi, semplifica gerarchie.
«Siamo passati dall’essere un’azienda di prodotto a un’azienda di PowerPoint», confessa un ex dirigente citato da Ingle. È una frase che pesa. Il tempo dell’epica è finito: ora il marchio cerca di ricordarsi cosa volesse dire Just Do It. Il nuovo CEO, John Donahoe, ha lanciato un piano che suona più come un esame di coscienza che come una strategia. Nike deve riappropriarsi della sua anima con un motto ritrovato, quasi una preghiera interna: Create Epic Shit. Ingle scrive che non è un semplice slogan motivazionale, ma un ritorno alla bottega, alla materia, al gesto creativo puro. Niente più algoritmi a decidere le scarpe del domani: torneranno gli artigiani, i designer, le mani che sporcano la pelle sintetica.
Perché negli ultimi anni la macchina si era fatta enorme. Nike aveva inseguìto i dati, la logistica, l’efficienza, ma aveva perso la leggerezza. “Si è trasformata in un’azienda che parlava come una piattaforma tecnologica”, scrive ancora il Guardian, “e ha dimenticato di emozionare”. Il simbolo del baffo era rimasto, ma il battito che lo spingeva avanti si era fatto flebile.
Ora la parola d’ordine è tornare alla velocità dell’istinto. Progetti come la Mind Shoe, pensata per adattarsi all’umore e al ritmo degli atleti contemporanei, segnano un confine tra tecnologia e poesia. Eppure, nessuno a Beaverton finge che la corsa sarà facile. «Abbiamo perso il vantaggio di essere noi a dettare il ritmo», ammette un altro dirigente. Il mercato oggi corre altrove: vincono marchi più piccoli, più agili e più autentici. Nike può solo inseguire sé stessa, recuperare il fiato e ritrovare il gesto che l’ha resa ciò che era: un’idea in movimento. Ma per un’azienda che ha sempre costruito la propria mitologia sull’inevitabile, non c’è scelta più coerente di questa. Perché, come scrive Ingle, “è il destino di Nike: ripartire ogni volta da zero, come se fosse la prima corsa”.
Il ritorno di Graham Potter in Svezia,: alla ricerca del coraggio perduto
Era quasi lo stesso periodo dell’anno quando Graham Potter, con la moglie Rachel e il loro figlio neonato, mise piede in Svezia per prepararsi alla sua nomina a manager dell’Ostersunds nel 2010. Dicembre, con le sue quattro ore e mezza di luce, gli lasciava la percezione di un paese enorme e vuoto: «Guidavo per la Svezia del Nord, vedevo un milione di alberi e circa tre persone», ha raccontato Potter in un’intervista del 2018. Eppure, col passare dei mesi, imparò a conoscere anche un paradosso: più la strada era lunga e gelida, più il ritorno a casa offriva calore e conforto.
Il suo ritorno ora, da nuovo commissario tecnico della nazionale svedese maschile, arriva in un momento cruciale. La squadra è ultima nel girone di qualificazione per i Mondiali con un solo punto, e Potter ha l’opportunità di invertire il declino di una carriera che dopo Brighton e West Ham ha perso smalto. James Gheerbrant, per il Times, lo descrive come un allenatore il cui valore richiede tempo per concretizzarsi: “I suoi periodi migliori, a Ostersunds e Brighton, si sono materializzati nel terzo anno e oltre. Non è un catalizzatore istantaneo”.
Nel corso della sua carriera, Potter ha conosciuto l’apice e il tracollo in tempi lampo. Pep Guardiola definì il suo lavoro a Brighton oltre l’eccezionale, la stampa inglese pubblicò una foto in cui aveva un sorriso beato sotto una lampada circolare, pareva un’aureola. Ma dopo appena 45 partite di Premier League, la sua reputazione era andata in pezzi come quella dei politici travolti da uno scandalo. Quelli stranieri. Agli italiani non gli fanno niente manco gli scandali. Anzi.
La sua ultima esperienza al West Ham, segnata da meme e nonsense mediatici, lo ha quasi inghiottito, mettendo alla prova la sua passione per il fallimento. È stata la materia di studio per il suo master in leadership.
Il destino adesso lo riporta in Svezia con una rosa promettente: Alexander Isak e Viktor Gyokeres formano una coppia d’attacco che “potrebbe essere la migliore vista a un Mondiale – scrive al Times – dai tempi di Luis Suárez e Edinson Cavani”, senza dimenticare Dejan Kulusevski, Anthony Elanga, Lucas Bergvall e Hugo Larsson. Eppure, la squadra sta rendendo molto al di sotto della somma dei suoi talenti.
La qualificazione per i Mondiali dovrà passare dai play-off, nel momento in cui il calcio svedese vive un momento di stupore. L’improbabile titolo del Mjallby, il villaggio di pescatori con meno di duemila abitanti, riecheggia la favola di Ostersunds, un successo costruito su “lavoro duro, difesa coesa, collettivismo” ricorda il Times. Come piace dire a Potter, «il calcio non riguarda gli 11 calciatori migliori, ma i migliori 11 calciatori».
Chi lo conosce, come Tom Pettersson, ex giocatore di Ostersunds, conferma la sua solidità umana: «È una persona estremamente empatica. Comprende l’importanza di raggiungere le persone a un livello profondo. Ha tutto il genio tattico, ma è quasi migliore come leader».
Potter ha saputo emergere come figura fresca e diversa: dagli allenamenti studenteschi al circolo polare artico, si è aperto a idee bizzarre come il balletto e il club del libro proposti ai suoi giocatori. Ma in ogni squadra ha lasciato che il cliché prevalesse sul rischio. Oggi, dice il Times, con la bandiera svedese sul petto, ha la possibilità di riconquistare quel coraggio che aveva a Ostersunds, di mettere al centro il gioco e le persone, tornare ad essere quel tecnico che a Brighton sembrava volesse sfidare il mondo intero con semplicità e visione.
James Gheerbrant ha scritto che questa è una chance per Potter di “provare ancora una volta il suo talento”. Potrebbe finanche diventare la fortuna del calcio svedese.
Il duo femminile alla Transat
Le Parisien racconta della partecipazione di Sam Davies e Violette Dorange alla Transat Café L’Or, la regata transatlantica in doppio che va da Le Havre a Fort-de-France. «Un duo femminile emblematico, non solo per le loro prestazioni sportive, ma anche per il loro impegno solidale, a sostegno dell’associazione Mécénat Chirurgie Cardiaque».
Violette Dorange, dopo aver concluso il Vendée Globe 2024 al 25º posto, si è unita a Sam Davies, figura di riferimento della vela oceanica, nel progetto Initiatives-Cœur. “Si allenano insieme da mesi, condividendo complicità e passione comune per il mare e per la solidarietà”.
Questa edizione della Transat Café L’Or vede un numero record di donne partecipanti: 18, pari al 12,5% dei concorrenti. Tra queste, 10 gareggiano in doppio, segno del cambiamento nel ruolo delle donne nella vela. «È bello poter dire che possiamo ispirare», dicono Davies e Dorange.
Le schiacciate di Isabelle Haak
20. I punti di Isabelle Haak con la maglia di Conegliano contro Novara, nella prima partita di vertice della serie A1 di pallavolo. Quarto MVP su cinque gare giocate in campionato per la svedese, 20 punti con il 45% dal campo [2 ace e 1 muro], 13 punti per Gabi e 11 per Lubian, gli stessi di Herbots, unica in doppia cifra tra le piemontesi.
Tre letture della settimana che potresti aver perso
Addio ai pub, le freccette si imparano in Accademia
Il più letto I migliori giocatori di freccette del mondo non hanno sempre preso una sconfitta contro una donna con la stessa magnanimità di Luke Littler. Deta Hedman OBE, semi-professionista pioniera che negli anni Ottanta iniziò a competere nel circuito BDO, ricorda ancora con un sorriso la sera in cui riuscì a strappare un’insperata vittoria e uscì dal locale — fumoso, impregnato di odore di birra — per respirare un po’ d’aria fresca. «Non dirò chi era, ma stava letteralmente lanciando le freccette nei cespugli» racconta al Times. Tutto qui
Di cosa parliamo quando parliamo di turnover
Legati mani e piedi – ma soprattutto i piedi – a sette partite da giocare in 21 giorni, il mese di ottobre ha messo da parte l’omaggio alle castagne, ai funghi, alle zucche, e si è trasformato nel mese del turnover. Il turnover è quella cosa che se un allenatore non la fa e perde, allora non ha capito come va il calcio moderno. Se lo fa e perde lo stesso, non si è accorto che ne ha fatto troppo e le squadre hanno bisogno di una loro identità. Il ritorno della Champions League non porta soltanto notti europee e inni solenni. Porta soprattutto questo rebus settimanale: come far rendere gli stessi giocatori due volte in quattro giorni. Tutto qui
La politica fatta con il baseball: i dispetti del Canada agli USA
Prima che un contratto da mezzo miliardo di dollari consolidasse lo status dei Blue Jays come una delle potenze economiche del baseball, c’era George Springer. C’erano lui e la sua scelta di credere in un progetto che in quel momento sembrava più un atto di fede che una strategia felice. Nel 2021 Toronto non era ancora la città dei sogni. Aveva una squadra che giocava la metà delle sue partite in un altro paese, con tutti i disagi di dover attraversare le frontiere, senza un titolo da trent’anni, senza alcuna prospettiva di arrivarci. Ma Springer deve averci visto qualcosa. Tutto qui
Il referendum olimpico a München
L’attesa riempie Monaco come un ronzio elettrico. Più di un milione di cittadini sono chiamati oggi al voto per scegliere se la città debba tornare a ospitare i Giochi estivi come nel 1972. Il risultato sarà vincolante. Come scrive Javier Carro su Inside the Games, “la città deve decidere se vuole davvero riaccendere la fiamma olimpica o lasciarla custodita nei ricordi di quell’estate che ne cambiò la storia”.
Da settimane i media locali spiegano ogni dettaglio: scadenze, modalità, conseguenze legali. Il sindaco Dieter Reiter guida la campagna insieme al premier bavarese Markus Söder e al ministro dello Sport Joachim Herrmann. Vogliono convincere i cittadini che Monaco è pronta a rivivere quell’esperienza, ma solo se la sua gente lo desidera davvero. Reiter lo ha detto senza giri di parole: «Prima di impegnarci in una pianificazione costosa, dobbiamo sapere se Monaco vuole i Giochi».
Oltre un milione di persone hanno ricevuto il materiale per votare per posta o di persona. Oggi decideranno se la città dovrà candidarsi per le edizioni del 2036, 2040 o 2044. Dopo i rifiuti popolari del 2018 e 2022, il Comune ha imposto una regola: nessun progetto olimpico senza consenso esplicito dei cittadini.
L’origine del referendum risale alla decisione del Consiglio comunale di maggio: sì alla candidatura, ma solo se sostenuta dal voto. È una strategia di trasparenza, ma anche un modo per evitare gli errori del passato. Carro sottolinea che “senza un sostegno visibile e legittimo, qualsiasi tentativo di persuadere il CIO perderebbe credibilità”.
Per Söder, però, i Giochi non sono solo un evento sportivo: sono una scommessa politica e simbolica. «Le Olimpiadi non sono un fine in sé, ma un motore economico» ha dichiarato, convinto che la Germania abbia bisogno di un grande evento positivo per ritrovare fiducia collettiva. «L’umore è buono. C’è un nuovo spirito. Monaco può farcela».
Ma non tutti condividono l’entusiasmo. Il movimento “NOlympia” riunisce ambientalisti, democratici ecologisti e una parte dei Verdi, contrari a un progetto che temono possa aumentare i costi della vita e compromettere l’equilibrio urbano. Riconoscono i progressi di Parigi 2024 e le promesse di Los Angeles 2028, ma sostengono che «i Giochi restano incompatibili con una città che vuole restare sostenibile».
La scheda sarà semplice, la domanda diretta: «Sostieni la candidatura di Monaco per ospitare i Giochi olimpici e paralimpici estivi del 2036, 2040 o 2044?». Basterà una maggioranza semplice per decidere il futuro. Se vincerà il no, il progetto sarà abbandonato del tutto. Se vincerà il sì, Monaco dovrà competere con Berlino, Amburgo e la regione del Reno-Ruhr per rappresentare la Germania di fronte al CIO.
Il ricordo del 2013 pesa ancora: solo il 29% degli elettori partecipò al referendum per i Giochi invernali del 2022, e il no prevalse di misura. Stavolta la platea è quadrupla e il voto postale potrebbe ribaltare la storia. Tutti i cittadini UE maggiorenni residenti da almeno due mesi potranno votare.
Dietro la tensione politica c’è anche una visione di città. L’idea olimpica punta su infrastrutture già esistenti, in particolare il Parco olimpico, e su un modello verde fatto di trasporti pubblici, mobilità dolce e sostenibilità a lungo termine. Secondo uno studio della Technical University of Munich, “il vero beneficio della candidatura non sarebbe l’evento in sé, ma l’accelerazione di progetti chiave per il futuro urbano”.
Le società sportive locali, dal Bayern al Munich 1860, hanno aderito alla campagna per il sì. Gli olimpici tedeschi si sono schierati compatti, testimoniando il sostegno del movimento sportivo. Il comitato olimpico ha lanciato la campagna 5 Rings – 5 Questions, ribadendo che Monaco incarna «apertura al mondo, qualità della vita ed entusiasmo per lo sport». Ma come ricorda Carro, “tutto dipende dalla volontà della gente. Dopo decenni di esitazioni, sarà Monaco a decidere se accendere di nuovo il fuoco o lasciarlo ardere soltanto nei ricordi del 1972”.
Sinner vs Zverev – finale al torneo di Vienna
La riedizione della finale di Melbourne, la partita da cui il tedesco è uscito sfiduciato. Gaia Piccardi sul Corriere della sera: “Eppure, in una stagione in cui ha accumulato fin qui 21 sconfitte su 52 partite, Zverev è ancora n.3 del ranking. Parte nettamente sfavorito benché conduca 4-3 i precedenti con il barone rosso (che ha vinto gli ultimi due): andrà tenuto a bada con il servizio e freddato con i colpi a rimbalzo, che Sinner in questa stagione del tennis maneggia molto, ma molto meglio di lui”. Stefano Semeraro su La Stampa scrive che il Sinner di oggi è “una macchina da tennis che pare assistita dall’IA e ha solo due veri avversari: se stesso, nelle giornate di scirocco e di troppo umido, di pensieri bagnati e muscoli incrampati; e il favoloso Alcaraz. L’unico che sappia come soffiargli sabbia nei meccanismi, minargli le certezze, replicare – e neanche sempre – alla violenza e velocità del suo tennis percussivo”.
ore 14 su Sky Sport
L’addio di Elia Viviani ai Mondiali su pista
Ancora uno sprint e basta, e quello sprint arriva nella gara e eliminazione dei Mondiali su pista. Saranno i colpi di pedale finali per Elia Viviani, famiglia di sportivi, il padre Renato mobiliere è stato rallista da navigatore [anche a Monte-Carlo], il primo fratello Luca calciatore in serie D, il secondo Attilio pure lui ciclista a un livello differente. Viviani se ne andrà portandosi dietro alcune gemme preziose, tipo la tappa di Nancy al Tour de France 2019, le tre alla Vuelta del 2018 [compresa quella finale a Madrid], cinque al Giro fra 2015 e 2018. È stato un pattinatore sulle rotelle, un tennista, un portiere di calcio. È stato un ciclista dall’età di 9 anni, secondo all’esordio e vincitore alla gara successiva con la maglia della Luc Bovolone. È stato oro olimpico a Rio dopo una beffa atroce a Londra. È stato portabandiera ai Giochi di Tokyo con la mascherina del covid. Alessandra Giardini su Domani ha scritto che è stato “uno dei corridori più secchioni che si siano mai visti: lavoro, lavoro e lavoro”, e adesso scende “definitivamente il sipario sulla sua prima vita, quella di atleta esemplare che dallo sport ha avuto tutto quello che voleva”.
I cinquanta album più belli di sempre
Li ha scelti il Telegraph e certe classifiche sono irresistibili. Adesso però non cominciamo con dov’è finito questo e dov’è finito quell’altro. No, Creuza de mä non c’è, neppure Le Nuvole e neppure Lucio Dalla del 1979. Rassegnatevi.
I Clash ci sono, gli U2 ci sono, i Radiohead ci sono. Non era scontato che ci fosse Stevie Wonder con quel Songs in the Key of Life che contiene un gioiello come Love’s in Need of Love Today. E poi Springsteen, Michael Jackson, Prince, David Bowie. I Pink Floyd, i Nirvana, Kate Bush, Beyoncé. I Beatles battono i Rolling Stones 3-1 e mettono al primo posto Abbey Road.
“Chi altri poteva occupare il primo posto se non i Beatles? I più grandi di tutti i tempi” ha scritto Neil McCormick. “La band che ha infranto la liscia superficie del pop dei primi anni ’60, che ha fuso la classica scrittura armonica con la spavalderia ribelle del rock ‘n’ roll, mescolando tutto in uno spirito sperimentale, definendo il modello musicale per i tempi successivi. Vale a dire: tutta la musica popolare come la conosciamo oggi. Abbey Road è stato il loro glorioso canto del cigno, il loro album più maturo – meno barocco di Sgt. Pepper, più profondo di Revolver, più raffinato del White Album. Una sublime sintesi di un decennio di rivoluzione pop – e una lettera d’amore al futuro del suono. Ogni Beatle brilla. McCartney si strappa la gola nel rock al pianoforte Oh! Darling, Lennon scatena una lussuria primordiale nel capolavoro rock scintillante I Want You (She’s So Heavy), Harrison ci regala la scintillante bellezza di Something e persino Ringo incanta con la sua canzone country per bambini Octopus’s Garden. Ma c’è un’unità che rende tutto più grande della somma delle sue tante parti. I Beatles sfornano con disinvoltura melodie su cui altri avrebbero costruito intere carriere. L’album è ricco di dettagli che si rivelano con ascolti ripetuti: sottili sintetizzatori Moog, ondate di armonie corali, un’incudine che colpisce durante l’ingiustamente denigrata commedia da music-hall Maxwell’s Silver Hammer. Si apre con il rock più sinuoso e seducente, Come Together, mentre l’intero lato B è occupato da una cascata di 16 minuti di melodia, arguzia e desiderio, cuciti insieme in modo così fluido da sembrare un unico, travolgente movimento emotivo. I Beatles non sono mai stati così vivi, nemmeno mentre se ne andavano”.
Medaglia d’argento a Bob Dylan per Blood on the Tracks e bronzo a Marvin Gaye per What’s Going On.
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Let It Sport, i campioni che piacevano ai Beatles
L’ultimo accordo dei Beatles fu un FA maggiore. Get back to where you once belonged. È l’ultimo verso dell’ultimo pezzo Get Back dell’ultimo album. Let It Be. FA maggiore, fine della storia. Altre canzoni dei Beatles non ce ne sarebbero state più. Il disco uscì l’8 maggio del 70 – come dire – postumo. Nel senso che il gruppo s’era sciolto il mese prima. Aveva dato l’annuncio il 10 aprile del 70 Paul McCartney. [3 MAGGIO 2020]