La politica fatta con il baseball: i dispetti del Canada agli USA

Solo in Canada uno con la mia voce poteva diventare cantante dell’anno

Leonard Cohen

 

I Toronto Blue Jays alle World Series dopo trentadue anni

Prima che un contratto da mezzo miliardo di dollari consolidasse lo status dei Blue Jays come una delle potenze economiche del baseball, c’era George Springer. C’erano lui e la sua scelta di credere in un progetto che in quel momento sembrava più un atto di fede che una strategia felice. Nel 2021 Toronto non era ancora la città dei sogni. Aveva una squadra che giocava la metà delle sue partite in un altro paese, con tutti i disagi di dover attraversare le frontiere, senza un titolo da trent’anni, senza alcuna prospettiva di arrivarci.

Ma Springer deve averci visto qualcosa. Un nucleo giovane dentro la squadra, un pubblico innamorato, chi lo sa, o forse solo un proprietario dalle tasche abbastanza profonde da risvegliare un gigante addormentato. Come racconta Robert O’Connell sul Wall Street Journal, il suo arrivo mandò un messaggio al resto della Major League: i Blue Jays sono aperti agli affari.

Fu il primo segnale, l’inizio di una nuova era. È stato da quel momento che altre stelle del baseball hanno cominciato a guardare verso nord con un misto di curiosità e di timore. Lunedì sera, dopo aver fatto fuori i New York Yankees nel turno precedente, il gigante si è definitivamente svegliato.

Toronto era sotto per 3-1 in Gara-7 di finale di lega contro Seattle, la partita decisiva per la qualificazione alle World Series. Con uno stadio sospeso tra la paura e la fede, Springer è entrato nel box come per un rito già scritto. Un solo swing e ha segnato un fuoricampo rumoroso, sentito in tutto il Canada. Perché i Blue Jays in Major League non sono soltanto di Toronto. Sono la possibilità di uno schiaffo che il Canada può dare agli USA nello sport più suo. Più che in quella NBA dove i Raptors si sono presi l’anello sei anni fa. Più che nella NHL: in fondo l’hockey ha messo la sua casa della gloria – la sua Hall of Fame – nella città dell’Ontario.

Portar via le World Series agli USA stuzzica adesso 41 milioni di persone. Da costa a costa. «Questa è la squadra del Canada» sono le parole pronunciate dal presidente Edward Rogers mentre le bandiere festeggiavano da Vancouver ad Halifax. Solo un anno fa, il Toronto Sun definiva Edward Rogers l’Uomo Invisibile, l’inesperto figlio del vecchio Ted diventato la figura sportiva più rilevante della città e del paese.

“E c’è motivo per cui preoccuparsi. Lui e la sua società possiedono praticamente tutto. I Maple Leafs. I Raptors. I Jays. Gli Argos. Il Toronto FC. La Scotiabank Arena. Di qualsiasi cosa si tratti, Ed Rogers ne è il proprietario. La società Rogers è diventata il più grande proprietario di articoli sportivi del Nord America, con squadre nella NBA, NHL, MLB, MLS, CFL, AHL e praticamente in ogni altra lega con qualsiasi iniziale vi venga in mente”.

E poi.

E poi è arrivato il colpo di Springer. Ha 36 anni e sembrava destinato a un lento tramonto. Ma il corpo ha una sua memoria che si accende e si ribella quando non te l’aspetti. Nell’istante in cui i Blue Jays avevano più bisogno di lui, George Springer ha chiesto al tempo di essere un suo complice. È successo nei giorni del culto MAGA, in un momento in cui – lo sottolinea con più decisione il Washington Post – sono forti le tensioni politiche tra Stati Uniti e Canada. 

“La vittoria dei Blue Jays rappresenterebbe non solo un trionfo sportivo, ma anche un’affermazione dell’identità canadese in un contesto geopolitico complesso”.

LA CITTA’

Toronto ha un ruolo in tutto questo. Qualche mese fa, il New York Times raccontava la fuga del talento accademico americano verso un Canada che promette libertà di ricerca, diversità, sicurezza economica, mentre negli Stati Uniti molti atenei d’élite riflettono e rispondono alle pressioni politiche in modi che preoccupano studenti e docenti.

Un anno fa, Timothy Snyder e sua moglie Marci Shore, storici di Yale di fama internazionale, si sono trasferiti a Toronto reclutati dall’Università della città. Pensavano sarebbe stata una piccola avventura. «Una crisi di mezza età, ma positiva», racconta Snyder in un’intervista al New York Times.

Solo che mentre la coppia si sistemava nella nuova casa, l’umore nei circoli accademici progressisti che li avevano accolti a New Haven, Connecticut, si stava rapidamente scurendo per l’elezione di Donald J. Trump. L’amministrazione ha puntato il dito contro le università americane, accusandole di ospitare chi odia l’America, minacciando studenti internazionali e mettendo a rischio finanziamenti e libertà accademiche. 

All’Università di Toronto, alla Munk School of Global Affairs and Public Policy, si sono allora aggiunti Brian Rathbun e Nina Srinivasan Rathbun, professori di relazioni internazionali: sono arrivati dalla University of Southern California. «In quest’ultimo anno, diversi studiosi dagli Stati Uniti si sono uniti a noi perché sono profondamente preoccupati per l’assalto alle università», spiega Janice Stein, direttrice fondatrice della Munk School e artefice del reclutamento di accademici statunitensi. Snyder, Shore e Jason Stanley, filosofo di Yale a sua volta sbarcato a Toronto, hanno pubblicato una video opinione per il New York Times intitolata Studiamo il fascismo, e stiamo lasciando gli Stati Uniti.

Toronto offre condizioni che gli Stati Uniti faticano a garantire. «C’è l’opportunità di costruire lo studio pubblico della democrazia o dell’autoritarismo. Negli USA persino università molto prestigiose esitano a tenere seminari sulla democrazia», dice Snyder.

Il suo corso di primo anno, Hitler e Stalin oggi, ha avuto oltre 1.000 iscrizioni, la più grande classe mai organizzata dall’università.

«Negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti abbiamo costruito bolle socioeconomiche, legate anche alle nostre inclinazioni politiche», dicono. «Toronto non dà questa sensazione».

L’università è accessibile: le tasse sono di circa 6.200 dollari canadesi, un sesto di quelle di Yale, e la città è fra le più multiculturali al mondo. Le sue strade sono un trionfo di accenti diversi, colori e abiti differenti. Metà dei residenti a Toronto è nata all’estero.

«Dobbiamo rispettare i canadesi, questo paese sta facendo fatto molto per resistere a Trump più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti finora», aggiunge Snyder. Per gli accademici americani trasferiti, Toronto è un’opportunità: «C’è tanto impegno nel costruire il futuro canadese; è incredibilmente ottimistico qui», osserva Srinivasan Rathbun, responsabile dei programmi undergraduate alla Munk School e di una nuova borsa di studio per studenti eccellenti. «Non ho percepito molto di simile negli Stati Uniti». Adesso il baseball s’è messo in testa di attaccare l’amplificatore a questa insurrezione.

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